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Archivi: Santo del giorno

dormizione di Filarete metropolita di Mosca

San Filarete (Drozdov) nacque il 26 dicembre 1782 a Kolomna, un sobborgo di Mosca, e nel Battesimo ricevette il nome di Basilio. Suo padre era un diacono (che in seguito divenne sacerdote).

Il giovane Basilio studiò nel seminario di Kolomna, dove i corsi erano insegnati in latino. Era di piccola statura e non molto robusto, ma il suo talento lo distingueva dai compagni di classe.

Nel 1808, mentre era studente all’Accademia Teologica di Mosca presso la Lavra della Santa Trinità, Basilio ricevette la tonsura monastica e fu chiamato Filarete in onore di San Filarete il Misericordioso (1 dicembre). Non molto tempo dopo fu ordinato diacono.

Nel 1809 andò a insegnare all’Accademia Teologica di Pietroburgo, che era stata riaperta solo da poco tempo. Ierodiacono Filarete si sentiva a disagio a Pietroburgo, ma era un ottimo insegnante che cercava di rendere la teologia comprensibile a tutti. Perciò si adoperò affinché le lezioni fossero tenute in russo piuttosto che in latino.

Filarete fu consacrato vescovo nel 1817, e fu nominato a servire come vicario nella diocesi di Pietroburgo. Passò ben presto al grado di arcivescovo, servendo a Tver, Jaroslavl e Mosca. Nel 1826 fu nominato metropolita di Mosca, e rimase in quella posizione fino alla sua morte.

Il Metropolita riteneva che fosse suo dovere istruire e illuminare il suo gregge circa gli insegnamenti e le tradizioni della Chiesa. Perciò predicava e scriveva su come vivere una vita cristiana, basando le sue parole sulla sapienza dei Santi Padri. Il suo CATECHISMO del 1823 è stato un libro influente in Russia e in altri paesi per quasi duecento anni.

Le riforme dello Zar Pietro il Grande avevano abolito il patriarcato e avevano severamente limitato la Chiesa, ponendo molti aspetti della sua vita sotto il controllo del governo. Il Metropolita Filarete cercò di riconquistare una parte della libertà della Chiesa di amministrare da sé i propri affari, considerando Chiesa e Stato come due entità separate che lavorano in armonia. Non tutti condividevano le sue vedute, ed egli certamente si procurò non pochi nemici. Tuttavia, riuscì a ottenere un certo grado di successo nel promuovere dei cambiamenti.

Un giorno, l’archimandrita Antonio (Medvedev), discepolo di San Serafino di Sarov (2 gennaio), fece visita al suo ierarca diocesano. Durante la loro conversazione, padre Antonio parlò dell’insegnamento patristico sulla preghiera incessante, e può darsi che abbia detto al Metropolita qualcosa riguardo a San Serafino. San Filarete sentì una profonda parentela spirituale con padre Antonio, che ben presto divenne il suo anziano (starets). Egli non prese nessuna decisione importante riguardo agli affari della diocesi, o alla propria vita spirituale, senza consultare padre Antonio. San Serafino disse una volta a padre Antonio che sarebbe diventato igumeno di un grande monastero, e gli diede consigli su come condursi. Fu San Filarete che lo nominò igumeno della Lavra della Santa Trinità.

Il Metropolita Filarete desiderava che le Sacre Scritture fossero tradotte nel russo moderno, in modo che il popolo potesse leggerle e comprenderle. Padre Antonio, tuttavia, criticava l’ethos non ortodosso della Società Biblica Russa, che era popolare durante il regno di Alessandro I. Nel suo zelo di far tradurre la Bibbia nel russo moderno, San Filarete inizialmente sostenne la Società Biblica senza rendersi conto di quanto fossero pericolose alcune delle sue idee. La prima traduzione russa della Bibbia fu stampata durante il regno dello Zar Alessandro II.

Sotto la guida del suo anziano, il Metropolita Filarete fece grandi progressi nella vita spirituale. Ricevette anche i doni della preghiera incessante, della chiaroveggenza e della guarigione. Non è un’esagerazione suggerire che lo stesso San Filarete fu una delle forze alla base del risveglio spirituale nella Russia del XIX secolo. Difese gli anziani del Monastero di Optina quando erano fraintesi e attaccati da molti. Protesse le monache del Monastero di Diveevo di San Serafino, e sostenne la pubblicazione di testi patristici da parte del Monastero di Optina.

Il Metropolita Filarete fu invitato a consacrare la nuova Porta Trionfale a Mosca, e anche lo Zar Nicola I era presente. Vedendo statue di dei pagani sulla Porta, il Metropolita si rifiutò di benedirla. Lo Zar si adirò, e molte persone criticarono il rifiuto del santo di partecipare. Egli sentiva di aver seguito la propria coscienza in quella vicenda, ma ne era comunque turbato, e così pregò finché finalmente non si addormentò. Fu svegliato verso le 5 del mattino dal rumore di qualcuno che apriva la porta che di solito teneva chiusa a chiave. Il Metropolita si sollevò a sedere e vide San Sergio di Radonež (25 settembre) chino sul suo letto. «Non preoccuparti», disse, «tutto passerà». Poi scomparve.

Due mesi prima della sua morte, San Filarete vide in sogno suo padre, che lo avvertiva riguardo al diciannovesimo giorno del mese. Il 19 novembre 1867 servì per l’ultima volta la Divina Liturgia. Alle due del pomeriggio andarono nella sua cella e trovarono il suo corpo. Fu sepolto presso la Lavra della Santa Trinità.

San Filarete è stato glorificato dalla Chiesa Ortodossa Russa nel 1995.

Abdia pf.

Il santo Profeta Abdia [o Obadiah] è il quarto dei Dodici Profeti Minori, e visse nel IX secolo a.C. Era del villaggio di Betharam, vicino a Sichem, e servì come amministratore presso l’empio re d’Israele Achab. In quei giorni tutto Israele si era allontanato dal vero Dio e aveva cominciato a offrire sacrifici a Baal, ma Abdia serviva fedelmente in segreto il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe.

Quando la moglie di Achab, l’empio e dissoluto Jezabel, diede la caccia a tutti i profeti del Signore (a causa della sua contesa con il Profeta Elia), Abdia diede loro rifugio e cibo (3/1 Re 18,3 ss.). Il successore di Achab, il re Okhoziah [Acazia], mandò tre reparti di soldati per arrestare il santo Profeta Elia (20 luglio). Uno di questi reparti era guidato dal santo Profeta Abdia. Per la preghiera del Profeta Elia, due dei reparti furono consumati dal fuoco celeste, ma Abdia e il suo reparto furono risparmiati dal Signore (4/2 Re 1).

Da quel momento Abdia si congedò dal servizio militare e divenne discepolo del Profeta Elia. In seguito, egli stesso ricevette il dono della profezia. L’opera ispirata da Dio del Profeta Abdia è il quarto dei Libri dei Dodici Profeti Minori nella Bibbia, e contiene predizioni sulla futura salvezza dei pagani (v. 15) e che il Salvatore sarebbe uscito da Sion (v. 17). Il santo Profeta Abdia, il cui nome significa servo (o adoratore) del Signore, fu sepolto in Samaria.

Nell’iconografia, il Profeta Abdia è raffigurato come un vecchio dai capelli grigi con la barba rotonda. Il suo rotolo reca: «In quel giorno, dice il Signore, distruggerò i saggi da Idumea» (Abdia 8).

Fulviano di Etiopia

Il santo Apostolo portò il Vangelo di Cristo in Siria, Media, Persia, Partia, e concluse la sua predicazione in Etiopia con la morte di martire. Questa terra era abitata da tribù di cannibali con usi e credenze primitive. Il santo Apostolo Matteo convertì alcuni degli adoratori di idoli alla fede in Cristo. Fondò la Chiesa e costruì un tempio nella città di Mirmena, stabilendovi il suo compagno di viaggio Platone come vescovo.

Quando il santo Apostolo supplicava con fervore Dio per la conversione degli Etiopi, il Signore stesso gli apparve in forma di giovane. Gli diede un bastone e gli comandò di piantarlo presso la porta della chiesa. Il Signore disse che da quel bastone sarebbe cresciuto un albero che avrebbe portato frutto, e dalle sue radici sarebbe sgorgato un ruscello d’acqua. Quando gli Etiopi si fossero lavati in quell’acqua e avessero mangiato il frutto, avrebbero abbandonato le loro vie malvagie e sarebbero divenuti miti e buoni.

Quando il santo Apostolo portava il bastone verso la chiesa, gli si fecero incontro la moglie e il figlio del governante del paese, Fulviano, i quali erano tormentati da spiriti immondi. Egli li guarì nel Nome di Cristo. Questo miracolo convertì al Signore un certo numero di pagani. Ma il governante non voleva che i suoi sudditi diventassero cristiani e smettessero di adorare gli dèi pagani. Accusò l’Apostolo di stregoneria e diede ordine di giustiziarlo.

Misero San Matteo a capo in giù, ammucchiarono legna e la incendiarono. Quando il fuoco divampò, tutti videro che il fuoco non recava alcun danno a San Matteo. Allora Fulviano diede ordine di aggiungere altra legna al fuoco e, con audacia, comandò che fossero eretti dodici idoli attorno al fuoco. Ma le fiamme fusero gli idoli e si levarono verso Fulviano. Il terrorizzato etiope si rivolse al Santo supplicandolo per la misericordia, e per la preghiera del Martire la fiamma si spense. Il corpo del santo Apostolo rimase illeso, ed egli si addormentò nel Signore.

Il governante Fulviano si pentì profondamente di ciò che aveva fatto, ma aveva ancora dei dubbi. Per suo comando, posero il corpo di San Matteo in una bara di ferro e lo gettarono in mare. Facendo questo Fulviano disse che, se il Dio di Matteo avesse preservato il corpo dell’Apostolo nell’acqua come lo aveva preservato nel fuoco, allora ciò sarebbe stato un motivo valido per adorare questo unico vero Dio.

Quella notte l’Apostolo Matteo apparve in sogno al vescovo Platone e gli comandò di andare con il clero sulla riva del mare e di trovare là il suo corpo. Il giusto Fulviano e il suo seguito andarono con il vescovo alla riva del mare. La bara, trasportata dalle onde, fu portata nella chiesa costruita dall’Apostolo. Allora Fulviano supplicò il Santo di perdonarlo, dopo di che il vescovo Platone lo battezzò. Mentre il vescovo Platone stava per pronunciare il nome del Principe, una voce dall’alto disse: «Non chiamarlo Fulviano, ma Matteo».

Ben presto il nuovo Matteo abdicò al suo governo e divenne presbitero. Alla morte del vescovo Platone, l’Apostolo Matteo gli apparve ed esortò il nuovo Matteo a porsi a capo della Chiesa etiopica. Dopo essere diventato vescovo, il nuovo San Matteo si affaticò nella predicazione della Parola di Dio, continuando l’opera apostolica del suo celeste patrono.

Lazzaro b. iconografo di C.poli

San Lazzaro l’Iconografo visse a Costantinopoli. Era un sacerdote, conduceva una rigorosa vita ascetica e dipingeva sante icone. Lottò contro ogni eresia, sopportando molte afflizioni da parte dei Nestoriani, degli Eutichiani e degli iconoclasti. Sotto l’imperatore iconoclasta Teofilo (829-842), fu arrestato e, dopo crudeli torture, gettato in prigione. Teofilo ordinò che dei ferri di cavallo venissero posti nel fuoco finché non diventassero roventi. Poi furono messi sulle mani dell’iconografo, perché aveva osato dipingere icone di Cristo e dei santi. Fu salvato dall’esecuzione per l’intervento dell’imperatrice Theodora.

San Lazzaro morì nell’anno 857 mentre tornava da Roma, dove era stato mandato in una delegazione per questioni ecclesiastiche presso Papa Benedetto III (855-858). Le sue reliquie furono portate a Costantinopoli e sepolte nella chiesa di Sant’Evandro.

Barulas il giovane m.

San Barulas era un bambino tra la folla di persone che assistevano al tormento di San Romanos. Il santo martire di Cristo disse all’Eparca Asclipiades che il giovane fanciullo era più saggio di lui, perché conosceva il vero Dio, mentre l’Eparca non lo conosceva.

Asclipiades chiese al ragazzo quali dèi adorasse, ed egli rispose che adorava Cristo. «I tuoi dèi sono demòni», dichiarò il bambino, «e non hanno creato nulla».

Con queste e altre parole, il giovane fanciullo coprì di vergogna gli idolatri. Vedendo che non riusciva a convincere San Barulas ad adorare i falsi dèi, ordinò che il ragazzo fosse torturato. Sua madre gli stava accanto, incoraggiandolo a rimanere fedele al Salvatore Cristo. «Non temere la morte, figlio mio», gli disse. «Tu non morirai, ma vivrai per sempre. Quando sarai decapitato, contemplerai la gloria di Cristo e dimorerai con Lui in una gioia indicibile».

Dopo che il bambino fu messo a morte, sua madre prese il suo corpo e lo seppellì, rallegrandosi perché egli aveva versato il suo sangue per Cristo.

Clemente di Ochrida isapostolo

I Santi Clemente, Vescovo di Ochrida, isapostolo, Nahum, Savva, Gorazd e Angelar 1 erano Slavi, discepoli dei Santi Cirillo e Metodio (11 maggio). In un primo tempo vissero come asceti in Moravia, dove San Gorazd succedette a San Metodio come vescovo. Egli conosceva fluentemente lo slavo, il greco e il latino. I Santi Clemente, Nahum, Angelar e Savva erano sacerdoti.

Gli Illuminatori degli Slavi trovarono opposizione nei missionari tedeschi, che godevano dell’appoggio del Papa e del patrocinio del principe moravo Svyatopolk. La lotta si incentrava sulle questioni della necessità dei Divini Servizi in lingua slava, del Filioque e del digiuno del sabato. Papa Stefano VI proibì l’uso dello slavo in chiesa.

I sostenitori dell’eresia delle tre lingue (che volevano usare solo l’ebraico, il greco o il latino per i Servizi della Chiesa), dopo aver accantonato la lingua ancestrale dei popoli slavi, portarono a processo i discepoli di San Metodio, incluso San Clemente. Li sottoposero a feroci torture: trascinandoli tra i rovi e tenendoli in prigione per lungo tempo, proprio come avevano fatto con il loro Padre spirituale, San Metodio.

Nell’anno 886, alcuni dei prigionieri furono venduti ai mercanti di schiavi e finirono nel mercato di Venezia. L’ambasciatore dell’imperatore bizantino Basilio il Macedone si recò a Venezia, riscattò i Santi e li condusse a Costantinopoli. I confessori più anziani furono esiliati. Non si sa dove sia andato San Gorazd, né dove abbia trovato rifugio San Savva. I Santi Nahum e Angelar andarono in Bulgaria.

Nel 907 la Moravia crollò sotto l’assalto dei Magiari, e i profughi moravi seguirono, lungo le stesse vie percorse in precedenza dai Santi che essi avevano esiliato.

I Bulgari accolsero con rispetto i confessori slavi e chiesero loro di celebrare i Divini Servizi in lingua slava. Il principe bulgaro Boris cercava persone come i discepoli di San Metodio, che si adoperavano per l’illuminazione del suo popolo. Subito i Santi iniziarono a studiare i libri in lingua slava raccolti dai nobili bulgari.

San Angelar presto si addormentò nel Signore, e San Clemente fu incaricato di insegnare a Kutmichivitsa, nella Macedonia sud-occidentale. Nella Chiesa d’Oriente, un insegnante doveva essere una persona degna, conosciuta per la sua vita devota e capace di parlare bene in pubblico. San Clemente era già insegnante quando si trovava ancora in Moravia. In Bulgaria lavorò come istruttore fino all’anno 893. Egli organizzò una scuola presso la corte principesca, che era molto stimata al tempo del regno di Simeone. Nella Macedonia sud-occidentale creò scuole separate per gli adulti e per i bambini.

San Clemente istruiva i bambini nella lettura e nella scrittura. Il numero complessivo dei suoi studenti fu enorme. Coloro che vennero scelti e accolti per l’ordinazione ammontavano a 3500 uomini. Nell’anno 893, San Clemente divenne Vescovo di Dremvitsa, o Velitsa, e San Nahum prese il suo posto.

San Clemente fu il primo ierarca bulgaro a servire, predicare e scrivere in lingua slava. A tale scopo, egli formò sistematicamente il clero tra il popolo slavo. Il santo vescovo lavorò per la gloria di Dio fino alla vecchiaia. Quando le sue forze vennero meno e non fu più in grado di adempiere ai suoi doveri in cattedrale, chiese allo zar Simeone di permettergli di ritirarsi.

Lo zar esortò il Santo a non abbandonare la sua cattedrale, e San Clemente acconsentì a continuare il suo servizio episcopale. Dopo di ciò si recò a Ochrid, in un monastero da lui fondato. Là continuò la sua opera di traduzione, includendo alcune parti importanti del Pentecostarion.

San Clemente si ammalò gravemente e si addormentò nel Signore nell’anno 916. Il suo corpo fu deposto in una cassa, che egli aveva preparato con le proprie mani, e fu sepolto nel Monastero di San Panteleimon di Ochrid.

San Clemente è considerato il primo autore in lingua slava. Egli non solo portò avanti il lavoro di traduzione iniziato dai Santi Cirillo e Metodio, ma lasciò anche opere di propria composizione, i primi esempi di letteratura spirituale in lingua slava.

Molte delle lezioni e delle omelie di San Clemente furono portate in Russia, dove furono lette e amorevolmente ricopiate dai devoti cristiani russi.

Le reliquie dei Santi Gorazd e Angelar riposano presso Berat, in Albania, e le reliquie di San Nahum si trovano nel monastero che porta il suo nome, vicino al lago di Ochrid.

San Clemente è commemorato anche il 22 novembre (secondo l’uso greco), il 25 novembre (suo onomastico) e il 27 luglio (giorno del suo beato riposo).

1 Il suo nome può derivare dalla parola greca αναγορεύω (proclamare).

Ilarione b taum di Tessalonica

San Ilarione il Georgiano era figlio di un aristocratico del Kakheti. C’erano altri figli nella famiglia, ma solo Ilarione fu consacrato a Dio fin dalla sua nascita. Il padre di Ilarione costruì un monastero sulla propria terra, e lì il ragazzo fu allevato.

All’età di quattordici anni Ilarione lasciò il monastero e la tutela del padre e si stabilì in una piccola grotta nel deserto di Davit-Gareji. Là rimase per dieci anni.

Ben presto si sparse per tutta la Georgia orientale la notizia dell’angelico digiuno e dell’instancabile intercessore nella preghiera. Le folle accorrevano alla sua grotta per ricevere insegnamenti, benedizioni e consigli. Quando il vescovo di Rustavi venne a visitare Ilarione, lo ordinò sacerdote. Ben presto fu fatto igumeno della Lavra di San Davit di Gareji.

Dopo la sua ordinazione, il santo padre fu ancor più lodato dal suo popolo, ed egli decise di lasciare la patria. Ilarione scelse uno dei fratelli per sostituirlo come igumeno del monastero e si mise in cammino in pellegrinaggio verso Gerusalemme.

Lungo la strada il Venerabile Ilarione fu assalito da una banda di ladri feroci. Essi cercarono di uccidere il santo padre, ma le loro mani improvvisamente si inaridirono. Quando i terrorizzati ladri compresero che Dio li aveva puniti per aver alzato le mani per uccidere il santo, caddero in ginocchio davanti a Sant’Ilarione e chiesero il suo perdono. Il venerabile padre li benedisse con il segno della Croce, li guarì e li lasciò partire in pace.

San Ilarione venerò i luoghi santi di Gerusalemme, poi si stabilì in una grotta nel deserto del Giordano (secondo la tradizione, il santo profeta Elia aveva dimorato nella stessa grotta).

Una notte San Ilarione ebbe una visione: stava davanti alla Santissima Theotokos, in mezzo a dodici uomini, sul Monte degli Ulivi, il luogo dell’Ascensione del Signore nostro. La Santa Vergine gli disse: «Ilarione! Ritorna alla tua casa e prepara un pasto per il Signore, mio Figlio!»

Al risveglio, Ilarione comprese questa visione sia col cuore che con la mente e si mise immediatamente in viaggio verso la sua patria.

Quando tornò in Georgia, San Ilarione seppe della morte di suo padre e dei suoi fratelli. Sua madre diede al suo unico figlio vivente l’eredità di famiglia.

Il beato Ilarione fondò un convento con le risorse che aveva ereditato, donò terre alla comunità monastica e ne stabilì le regole. Poi radunò settantasei degni monaci-asceti e fondò un monastero per uomini. Distribuì i beni che gli restavano ai poveri e ai disabili.

Come in precedenza, la notizia delle virtuose opere di San Ilarione si diffuse rapidamente in tutta la Georgia. Ancora una volta molti desideravano ricevere la sua benedizione e i suoi consigli, ma quando il clero annunciò l’intenzione di consacrarlo vescovo, egli lasciò la Georgia per la seconda volta. Prese con sé due compagni e si recò a Costantinopoli.

Dopo il lungo viaggio, Ilarione e i suoi compagni giunsero finalmente al Monte Olimpo in Asia Minore e si stabilirono in una piccola chiesa abbandonata. Durante i servizi della sera del Sabato di carnevale, l’addetto alle lampade del Monastero di San Ioannicio il Grande venne alla chiesa per accendere una lampada davanti a un’icona e, vedendo che alcune persone vi si erano stabilite, portò loro del cibo.

Il sabato successivo, festa di San Teodoro il Tirone, lo stesso monaco tornò alla chiesa e vide che i fratelli avevano trascorso l’intera settimana mangiando solo alcune lenticchie. Non avevano toccato il cibo che egli aveva portato loro. Allora il monaco chiese a San Ilarione di che cosa avessero bisogno, e Ilarione chiese prosfore e vino per il Sacrificio incruento. Poi San Ilarione celebrò la Liturgia al tempo opportuno, ricevette la Santa Comunione e servì i Santi Doni ai fratelli.

Quando l’igumeno della Grande Lavra udì che un servizio era stato celebrato da un sacerdote sconosciuto in una lingua diversa dal greco, si infuriò e ordinò al suo economo e ad alcuni monaci di scacciare gli stranieri dalla proprietà del monastero. Ma Sant’Ilarione rispose all’economo in greco e chiese il permesso di passare la notte nella chiesa, promettendo di partire al mattino.

Quella notte la Theotokos apparve in visione all’igumeno della lavra. Ella stava ai piedi del suo letto e lo rimproverò dicendo: «Stolto! Cosa ti ha spinto a scacciare questi stranieri, che hanno lasciato il loro paese per amore di mio Figlio e Dio? Perché hai infranto il comandamento di accogliere e mostrare misericordia agli stranieri e ai poveri? Non sai che su questo monte vivono molti che parlano la loro stessa lingua? Anch’essi qui stanno lodando Dio. Chi non li accoglie è mio nemico, poiché mio Figlio mi ha affidato di proteggerli e di assicurare che la loro Fede ortodossa non sia scossa. Essi credono in mio Figlio e sono stati battezzati nel suo nome!»

Il giorno seguente il padre anziano cadde in ginocchio davanti a San Ilarione, chiese perdono per la sua sfrontatezza e gli domandò di rimanere nel monastero. San Ilarione consolò il padre anziano e acconsentì a restare.

San Ilarione trascorse cinque anni sul Monte Olimpo, poi si recò di nuovo a Costantinopoli per venerare la Croce vivificante del Signore nostro. Da lì viaggiò a Roma per venerare le tombe dei santi Apostoli Pietro e Paolo. Durante il viaggio verso Roma le sue preghiere guarirono un uomo paralizzato. Dopo aver trascorso due anni a Roma, San Ilarione ripartì per Costantinopoli. Durante il viaggio, nella città di Tessalonica, il beato Ilarione si fermò a riposare nella casa del prefetto. Quando arrivò, una serva stava portando fuori di casa un ragazzo quattordicenne paralizzato e lo depose al sole. Il santo chiese alla donna dell’acqua e, mentre lei era andata a prenderla, benedisse il bambino con il segno della Croce e lo guarì. Subito il ragazzo corse da sua madre, e San Ilarione si allontanò rapidamente da quel luogo.

Ma il prefetto, padre del ragazzo, aveva visto il miracolo e ordinò che il taumaturgo fosse trovato. Quando gli fu condotto davanti, il prefetto supplicò San Ilarione di rimanere a Tessalonica e di scegliere un luogo dove continuare le sue opere miracolose.

Riconoscendo nel prefetto un vero amante di Dio, il santo ascoltò la sua supplica e acconsentì a restare. Il prefetto costruì una chiesa nel luogo che Ilarione aveva scelto, e ben presto l’intera città venne a conoscenza di San Ilarione e dei suoi miracoli.

San Ilarione trascorse il resto dei suoi giorni a Tessalonica. Quando il Signore gli fece conoscere il giorno della sua morte, egli fece chiamare il prefetto, lo ringraziò e lo esortò ad amare i monaci e tutti i sofferenti e a essere giusto e misericordioso.

Il santo si addormentò nel Signore il 19 novembre 875, e il prefetto afflitto preparò per lui un’urna di marmo. Coloro che erano malati e si avvicinavano con fede alla tomba di San Ilarione venivano guariti dalle loro infermità.

Il prefetto e l’arcivescovo di Tessalonica informarono l’imperatore bizantino Basilio il Macedone (867-886) dei miracoli avvenuti presso la tomba del santo padre. L’imperatore a sua volta informò i monaci che giungevano da lui dal Monte Olimpo, tra i quali vi era il padre anziano che una volta aveva cercato di scacciare San Ilarione dalla chiesa. L’imperatore Basilio rimase colpito dai discepoli e connazionali di San Ilarione attraverso i racconti dei miracoli di Ilarione. I tre discepoli di San Ilarione gli furono presentati, e l’imperatore fu talmente colpito dalla loro santità che li mandò dal patriarca di Costantinopoli per ricevere la sua benedizione. Riconoscendo immediatamente che i tre anziani erano colmi di grazia divina, il patriarca consigliò all’imperatore di conferire loro grandi onori.

In risposta, l’imperatore Basilio invitò gli anziani a scegliere per sé e per i loro connazionali uno dei monasteri di Costantinopoli e a farlo proprio. I padri rifiutarono con gratitudine, poiché non desideravano vivere nella città popolosa. Invece chiesero all’imperatore di costruire per loro delle celle fuori dalla capitale. Così l’imperatore Basilio costruì una grande chiesa dedicata ai Santi Apostoli in un luogo che i padri georgiani avevano scelto in un certo burrone, dove una sorgente di acqua fredda sgorgava da sotto una piccola collina, e vi scavò anche una cella per sé. Il monastero fu chiamato “Romana”, dal ruscello vicino.

In seguito l’imperatore mandò i suoi due figli, Leone e Alessandro, a essere allevati dai santi padri.

L’imperatore Basilio desiderava seppellire le sante reliquie di San Ilarione nella capitale, ma il popolo di Tessalonica non permise che le reliquie venissero portate via. Alla fine fu necessario che gli inviati dell’imperatore nascondessero il sacro reliquiario e lo trasportassero di nascosto a Costantinopoli.

L’imperatore, il patriarca e tutto il popolo accolsero l’arrivo delle reliquie di San Ilarione con inni e preghiere gloriosi. Prima che fosse costruito il sepolcro speciale, l’imperatore tenne le sante reliquie di San Ilarione nella propria camera. Tre notti dopo l’arrivo delle reliquie, Basilio si svegliò per un profumo insolito. Nessuno a corte riusciva a scoprirne la fonte.

Quando l’imperatore si appisolò di nuovo, San Ilarione gli apparve rivestito degli abiti liturgici e disse: «Hai fatto una buona opera preparando un riparo per le mie spoglie. Ma il dolce profumo che senti è stato acquistato nel deserto, non in città. Perciò, se desideri ricevere in pienezza le benedizioni divine, portami via nel deserto!»

L’imperatore riferì questo avvenimento mirabile al patriarca e al prefetto e, con il loro consenso, portò le sante reliquie di San Ilarione al Monastero di Romana.

Nerse e Giuseppe imm. in Persia

San Nerses, vescovo, soffrì per Cristo in Persia con il suo discepolo Giuseppe; i vescovi Giovanni, Saverio, Isacco e Ipazio; i martiri Azade l’eunuco, Savonio, Tekla, Anna e molti altri uomini e donne. Furono messi a morte nel 343 durante una persecuzione contro i cristiani sotto l’imperatore Sapore II.

San Nerses e il suo discepolo Giuseppe furono decapitati; san Giovanni fu lapidato. Questa stessa sorte toccò anche ai santi Isacco e Ipazio. San Saverio morì in prigione, e dopo la morte gli tagliarono la testa. Un certo presbitero apostata strangolò il martire Azade l’eunuco. I martiri Savonio, Tekla, Anna e molti altri uomini e donne subirono anch’essi torture, sofferenze e la morte per Cristo nel 343.

Barlaam b igumeno di Kiev

San Barlaam, igumeno delle Grotte di Kiev, visse nell’XI secolo a Kiev ed era figlio di un illustre nobile. Fin dalla giovinezza anelava alla vita monastica e si recò da sant’Antonio delle Grotte (10 luglio), che accolse il pio giovane, così fermamente determinato a diventare monaco, e ordinò a san Nikon (23 marzo) di tonsurarlo.

Il padre di san Barlaam cercò di ricondurlo a casa con la forza, ma alla fine si convinse che il figlio non sarebbe mai tornato nel mondo e vi rinunciò. Quando il numero dei monaci nelle Grotte cominciò a crescere, sant’Antonio fece di san Barlaam l’igumeno, mentre egli stesso si trasferì in un’altra grotta e tornò a vivere in solitudine.

San Barlaam divenne il primo igumeno del monastero delle Grotte di Kiev. Nell’anno 1058, dopo aver chiesto la benedizione di sant’Antonio, san Barlaam costruì una chiesa di legno in onore della Dormizione della Santissima Theotokos. In seguito san Barlaam divenne igumeno del monastero di nuova fondazione in onore del Grande Martire Demetrio.

San Barlaam si recò due volte in pellegrinaggio ai luoghi santi di Gerusalemme e di Costantinopoli. Dopo il ritorno dal suo secondo viaggio, morì nel monastero della Santa Montagna di Vladimir in Volynia nel 1065 e fu sepolto, secondo le sue ultime volontà, nel monastero delle Grotte nelle Grotte Vicine. La sua memoria è celebrata il 28 settembre e la seconda domenica della Grande Quaresima.

Varlaàm m.

Il santo martire Barlaàm visse ad Antiochia di Siria. Durante la persecuzione di Diocleziano contro i cristiani, il vecchio san Barlaàm fu arrestato e condotto a processo, dove confessò di essere cristiano.

Il giudice, volendo costringere il santo a rinnegare Cristo, ordinò che san Barlaàm fosse portato davanti all’altare pagano. La sua mano destra fu posta sopra di esso, e nella sua mano fu messo un turibolo rovente, ardente d’incenso. Il torturatore pensava che un vecchio fisicamente debole non potesse sopportare il dolore e lo avrebbe lasciato cadere sull’altare. In questo modo egli avrebbe offerto involontariamente un sacrificio all’idolo. Tuttavia, il santo tenne stretto il turibolo finché la mano non gli cadde. Dopo di ciò, il santo martire Barlaàm rese la sua anima al Signore.

Barlaam monaco e Giuseppe principe di India.

Questi monaci cristiani sono menzionati nelle Vite dei Santi Barlaam e Ioasaf (19 novembre), di San Giovanni Damasceno (4 dicembre). Essi soffrirono nel IV secolo, quando il re Abenner regnava sull’India. Egli odiava i cristiani perché essi convertivano il suo popolo a Cristo, e alcuni di loro diventavano persino monaci. Il re emanò un decreto ordinando a tutti i cristiani di rinnegare subito la loro Fede, minacciando di torturarli e ucciderli se non si fossero sottomessi. Aveva un odio particolare per i monaci, e li perseguitava senza pietà. Alcuni cristiani, non potendo sopportare i tormenti, si sottomisero al decreto del re, ma i monaci lo rimproveravano per la sua malvagità. Alcuni di loro fuggirono nei deserti e sui monti, mentre altri scelsero il martirio.

Quando nacque suo figlio Ioasaf, il re Abenner si rallegrò e preparò un banchetto per il suo popolo. Tra gli invitati c’erano cinquantacinque astrologi, ai quali fu chiesto di predire il futuro del bambino. Essi parlarono in termini generali di grandi ricchezze e potere, dicendo che avrebbe superato tutti coloro che avevano governato prima di lui. Uno di loro, il più saggio di tutti, disse che il bambino non sarebbe succeduto ad Abenner, ma piuttosto sarebbe entrato in un regno migliore e più grande. Inoltre, l’astrologo disse che Ioasaf sarebbe diventato cristiano.

Quando il re udì questo, si adirò e si rattristò, e prese misure per impedire che ciò accadesse. Fece costruire un enorme palazzo e vi tenne suo figlio. Non permetteva a nessuno di avvicinarsi al bambino, eccetto pochi insegnanti accuratamente scelti. Li incaricò di non parlare al Principe di argomenti spiacevoli come la morte, la vecchiaia, la malattia, la povertà, ecc. Voleva che parlassero a Ioasaf solo di cose piacevoli. Soprattutto, non voleva che suo figlio udisse alcunché su Cristo o sulla Sua dottrina.

Quando il re seppe che c’erano ancora alcuni monaci rimasti, comandò agli araldi di andare in città e per tutta la campagna e proclamare che dopo tre giorni, nessun monaco sarebbe stato più autorizzato a vivere lì. Se, trascorso quel tempo, fossero stati scoperti dei monaci, sarebbero stati giustiziati.

L’ieromonaco Barlaam, un monaco esperto e colmo di ogni virtù divina, fu condotto da una rivelazione di Dio a visitare il principe Ioasaf. Per nascondere il suo abito monastico, si travestì da mercante. Quando arrivò nella città dove si trovava il palazzo del Principe, rimase per alcuni giorni informandosi sul Principe e su chi avesse accesso a lui. Venuto a sapere che il precettore del Principe era anche il suo più stretto amico, si avvicinò a lui e disse di avere una gemma preziosa, che non aveva mai mostrato a nessuno. Disse: «Ora rivelerò questo segreto a te, vedendo che sei saggio e prudente, affinché tu mi conduca davanti al figlio del re, e io la presenti a lui».

Il precettore chiese a Barlaam di mostrargli la gemma prima che acconsentisse ad andare dal Principe con una storia tanto dubbia. Barlaam gli disse che la gemma non poteva essere vista, se non da uno il cui sguardo fosse forte e sano, e il cui corpo fosse incontaminato. Se qualcuno che mancasse di queste qualità avesse posato lo sguardo su questo prezioso tesoro, avrebbe perso la vista e anche la ragione.

Egli riferì al precettore di aver studiato medicina, e di poter dire che gli occhi del precettore non erano sani, e che non desiderava essere la causa della perdita della sua vista. Proseguì dicendo che aveva sentito che gli occhi del Principe erano sani, e che egli conduceva una vita di sobrietà. Perciò, Barlaam disse che avrebbe mostrato il tesoro al Principe.

A palazzo, il precettore andò dal Principe e gli parlò del mercante e della sua gemma. Quando il Principe udì queste parole, fu colmo di gioia e letizia. Ordinò al precettore di condurgli il mercante. Barlaam gli parlò di molte cose, preparandolo con parabole prima di rivelargli che il suo Maestro era Cristo, il Figlio di Dio. Gli dimostrò anche la vanità dell’idolatria. Poi raccontò al Principe come Dio aveva creato il mondo e tutto ciò che è in esso, e come Adamo ed Eva avevano disobbedito a Dio, ma Dio aveva promesso di mandare un Redentore per salvare gli uomini dai loro peccati. Parlò anche di Mosè, e di come Dio condusse il Suo popolo nella Terra Promessa. Poi proseguì raccontando a Ioasaf dell’Incarnazione di Cristo, della Sua Crocifissione, della Sua Morte e Risurrezione, e della Sua gloriosa Ascensione.

Il principe Ioasaf giunse a comprendere che Barlaam non stava descrivendo una gemma meravigliosa, ma piuttosto Cristo, la Perla di grande prezzo. Barlaam proseguì le sue istruzioni per molti giorni in preparazione al Battesimo del Principe. Poi battezzò il Principe in una vasca del giardino, secondo il suo desiderio. In seguito, entrarono nel palazzo, dove Barlaam offrì il Sacrificio incruento e Ioasaf si comunicò ai Santi Misteri.

Alcuni anni dopo, il re mandò il suo consigliere principale, Araches, nel deserto a cercare il Santo Barlaam, che aveva battezzato Ioasaf. Essi cercarono nei deserti e nei luoghi remoti senza trovarlo. S’imbatterono però in diciassette monaci, che camminavano ai piedi di una montagna. Furono catturati dai soldati, e Araches li interrogò riguardo a Barlaam, ma i monaci si rifiutarono di dirgli dove si trovasse. Araches disse che se non gli avessero condotto Barlaam, sarebbero morti.

I monaci risposero che non temevano la morte, perciò egli li torturò. Quando vide che nulla li avrebbe fatti parlare, decise di condurli dal re. Alcuni giorni dopo, comparvero davanti al re, che li sottopose ad ulteriori tormenti.

Vedendo che nulla li avrebbe indotti a tradire Barlaam, il re fece cavare loro gli occhi, e poi fece tagliare loro le braccia e le gambe. Per tutto il tempo, i monaci si esortavano a vicenda ad accettare la morte per amore di Cristo, e così ricevettero le loro corone di gloria dal Signore. San Giovanni Damasceno paragona i diciassette monaci martiri ai sette santi Maccabei dell’Antico Testamento (1 agosto).

Nikon b. igumeno di Radonezh

San Nikon, igumeno di Radonezh, discepolo e successore di San Sergio di Radonezh (25 settembre e 5 luglio), nacque a Yuriev-Polsk. Avendo udito della vita angelica del Taumaturgo di Radonezh, il giovane venne da San Sergio e gli chiese di essere tonsurato nell’angelico schema.

San Sergio non accettò Nikon, sia a motivo della sua giovinezza, sia per qualche altra ragione. Invece lo mandò dal suo discepolo Sant’Atanasio (12 settembre) a Serpukhov. Ma Sant’Atanasio non lo accettò subito. Solo dopo aver visto la perseveranza del giovane lo tonsurò nello schema monastico.

San Nikon si sforzava nella preghiera, studiava la Sacra Scrittura e perseverava nella virtù e nella purezza. A causa della sua umiltà e del modo in cui compiva ogni compito assegnatogli senza discutere, San Nikon fu chiamato “zelante dell’obbedienza”. Quando giunse all’età di trent’anni, fu ordinato sacerdote. Dopo un certo tempo, Sant’Atanasio lo benedisse ad andare a trovare San Sergio. San Sergio, avendolo scorto, disse: “È bene che tu sia venuto, figlio mio Nikon”, e lo accolse con gioia.

All’inizio gli diede ordine di servire i fratelli. Il discepolo trascorreva interi giorni nelle occupazioni monastiche, e le notti in orante conversazione con Dio. San Sergio trovava consolazione nella sua vita virtuosa. Avendo ricevuto una speciale illuminazione su di lui, San Sergio ordinò al suo discepolo di dimorare con lui nella sua stessa cella, affinché potesse condividere il progresso spirituale. Lo istruì in ogni virtù monastica e gli spiegò molte cose sull’essenza della vita spirituale. San Sergio assegnò a San Nikon il compito di assisterlo, ma sei mesi prima della sua deposizione nominò il suo discepolo come suo successore. Poi San Sergio si ritirò nella solitudine.

Dopo la morte di San Sergio (25 settembre 1392), Nikon svolse i suoi doveri esattamente come gli erano stati indicati dal fondatore del monastero. Aveva l’abitudine di partecipare a tutti i servizi monastici, e non tralasciò mai i compiti comuni, lavorando alla pari con tutti i fratelli. Ma il peso di essere l’igumeno del monastero gravava su San Nikon. Ricordando la sua vita tranquilla nel monastero Vysotsk di Serpukhov con Sant’Atanasio, e poi con San Sergio, rinunciò alla sua posizione e si ritirò nella propria cella.

Per sei anni il monastero fu guidato da San Savva di Storozhevsk (3 dicembre). Nell’anno 1400 San Savva fondò un suo monastero presso Zvenigorod, e i fratelli supplicarono San Nikon di riprenderne la direzione. Egli acconsentì, ma si riservò ogni giorno un certo tempo di silenzio, per poter stare solo al cospetto di Dio.

Quando cominciarono a diffondersi le notizie di un’invasione della terra russa da parte del Khan Edigei (1408), San Nikon pregò con zelo Dio affinché risparmiasse il monastero. In sogno, gli apparvero i gerarchi moscoviti Pietro (21 dicembre) e Alessio (12 febbraio) insieme con San Sergio, e gli dissero che non doveva affliggersi per la distruzione del monastero, poiché esso non sarebbe rimasto desolato, ma sarebbe fiorito ancor di più.

I monaci lasciarono il monastero, portando con sé reliquie, libri e vasi sacri. Quando tornarono, videro che il loro amato luogo era stato ridotto in cenere. Ma San Nikon non si scoraggiò, e i fratelli iniziarono a restaurare il monastero. Per prima cosa fu costruita una chiesa di legno in onore della Beatissima Trinità. Fu consacrata il 25 settembre 1411, anniversario della deposizione di San Sergio.

Il monastero fu restaurato, e San Nikon iniziò la costruzione di una chiesa di pietra sopra la tomba del suo padre spirituale, San Sergio. La squadra di operai che scavava le fondamenta rinvenne le reliquie incorrotte di San Sergio il 5 luglio 1422. In mezzo a una gioia universale posero le reliquie in una nuova teca, e nel nuovo sito fu costruita una chiesa di legno (ora in quel luogo si trova la chiesa in onore della Discesa del Santo Spirito). San Nikon più tardi costruì una nuova chiesa di pietra nel Nome della Beatissima Trinità. In onore e memoria del suo padre spirituale, trasferì le sante reliquie in questa chiesa da poco edificata.

San Nikon fece venire i migliori iconografi, i Santi Andrei Rublev (4 luglio) e Daniele Cherny (13 giugno), per l’ornamento del tempio. Allora Sant’Andrei dipinse l’Icona della Beatissima Trinità (Ospitalità di Abramo), incarnando ciò che era stato rivelato a San Sergio. San Nikon si occupò della costruzione della chiesa della Trinità fino alla fine della sua vita.

Il luogo del riposo finale di San Nikon gli fu rivelato in una visione prima della sua morte. Egli convocò i fratelli e diede loro le ultime istruzioni. Dopo aver ricevuto il Tutto-Puro Corpo di Cristo e il Suo Preziosissimo Sangue, San Nikon diede ai fratelli l’ultima benedizione e disse: “Và’, anima mia, con gioia nel luogo dove è preparato il riposo per te. Cristo ti chiama.”

Facendo il Segno della Croce, San Nikon morì il 27 novembre 1426. Fu sepolto presso la teca di San Sergio. Sotto il gerarca Iona (1448-1461), l’ieromonaco Pachomius il Logothete scrisse l’Ufficio e la Vita di San Nikon. Nell’anno 1547 fu stabilita per lui una celebrazione di carattere generale. Nell’anno 1548 fu costruita una chiesa a lui intitolata sopra la tomba di San Nikon. Nel 1623 ne fu edificata una nuova al suo posto, nella quale le reliquie di San Nikon riposano in una cripta. Il 500° anniversario della deposizione di San Nikon fu solennemente celebrato nel 1976 alla Lavra della Trinità-Sergiev.

Romano e Zaccheo m.

Le informazioni riguardanti San Romano si trovano nei Libri 3 e 12 della Storia Ecclesiastica di Eusebio. San Romano nacque in Palestina e servì come diacono a Cesarea. Al tempo della persecuzione contro i cristiani, egli viveva ad Antiochia. Con la sua predicazione, incoraggiava i fedeli a rimanere saldi nella loro confessione di Cristo, quando l’eparca Asclipiade voleva radere al suolo la chiesa fino alle fondamenta. San Romano disse al popolo che essi dovevano combattere per impedire la distruzione della casa di Dio, assicurandoli che, anche se fossero morti nei loro sforzi, avrebbero cantato un inno di vittoria in cielo.

In quel tempo si celebrava una festa in onore degli idoli, e San Romano andò al tempio pagano per rimproverare l’eparca e i miscredenti per la loro empietà. Mentre Asclipiade stava per entrare nel tempio, San Romano proclamò senza timore che gli idoli non erano dèi, e che solo Gesù Cristo era veramente Dio.

Asclipiade ordinò che il santo fosse percosso, e cercò persino di persuaderlo a rinnegare Cristo. Non riuscendovi, l’eparca ordinò che San Romano fosse torturato. Fu sospeso e battuto, e i suoi fianchi furono raschiati con lame di metallo. Sopportando con coraggio questi tormenti, San Romano confessava Cristo e rimproverava Asclipiade per il suo ostinato rifiuto di vedere la verità.

Quindi San Romano fu condannato a morire sul rogo. Tuttavia, non appena il fuoco fu acceso, cadde una pioggia che lo spense. Allora l’eparca ordinò che fosse tagliata la lingua del santo, perché egli continuava a confessare Cristo e a rimproverare gli idolatri. Anche dopo che la sua lingua fu tagliata, il santo continuò a parlare come prima.

Infine, San Romano fu inchiodato a una botte, e fu strangolato nella sua cella. Dopo aver compiuto la sua lotta per Cristo, fu ritenuto degno del Regno celeste, dove glorifica ininterrottamente il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli.

Gregorio decapolita b.

San Gregorio nacque nella città isaurica di Decapoli (dieci città) nell’VIII secolo. Fin dall’infanzia amò la casa di Dio e i servizi divini della Chiesa. Lesse costantemente e con riverenza la Sacra Scrittura. Per evitare il matrimonio che i suoi genitori avevano previsto per lui, lasciò la casa e trascorse tutta la sua vita peregrinando. Viaggiò a Costantinopoli, Roma, Corinto, e visse per qualche tempo come asceta sul monte Olimpo. San Gregorio predicò ovunque la Parola di Dio, denunciando l’eresia iconoclasta e rafforzando la fede e il coraggio degli ortodossi, che venivano perseguitati, torturati e imprigionati dagli iconoclasti.

Attraverso le sue lotte ascetiche e le sue preghiere, san Gregorio ottenne i doni della profezia e dei miracoli. Dopo aver vinto le passioni e aver raggiunto l’altezza della virtù, gli fu concesso di udire il canto angelico di lode alla Santa Trinità. San Gregorio lasciò il monastero di San Menas presso Thessaloniki, dove aveva faticato a lungo, e si recò di nuovo a Costantinopoli per combattere l’eresia iconoclasta. Nella capitale, una grave malattia minò le sue forze ed egli andò al Signore nell’anno 816.

San Gregorio fu sepolto in un monastero di Costantinopoli, e molti miracoli avvennero presso la sua tomba. Di conseguenza, i monaci recuperarono le sante reliquie di san Gregorio e le collocarono in un’arca nella chiesa, dove il popolo poteva venerarle.

Quando Costantinopoli cadde in mano ai Turchi nel 1453, le reliquie di san Gregorio furono portate nella regione del Danubio da un funzionario turco. Nel 1498 Barbu Craiovescu, il Ban di Valacchia, venne a sapere dei miracoli compiuti dalle sante reliquie e le acquistò per una somma considerevole di denaro. Barbu Craiovescu depose le reliquie nella chiesa principale del Monastero della Dormizione di Bistrița, che egli fondò a Ramnicu Valcea (Râmnicu Vâlcea), dove rimangono fino ai giorni nostri.

Un piccolo opuscolo che descrive i miracoli e le guarigioni compiute da san Gregorio il Decapolita in Romania fu scritto dall’igumena Olga Gologan, che si addormentò nel Signore nel 1972.

(Il monastero si trova nel distretto di Vâlcea, Romania, nella valle del fiume Olt.)

Aze di Isauria e 150 soldati con mm. Eliodoro di Pamfilia m.

Il Santo Martire Aze e con lui 150 Soldati soffrirono in Isauria, in Asia Minore, sotto l’imperatore Diocleziano (284-305). Per la sua confessione della Fede cristiana, il santo fu arrestato e portato a processo davanti all’eparca Aquilino.

Cento cinquanta soldati erano stati mandati ad arrestare il santo, ma furono convertiti alla via della salvezza e ricevettero il santo Battesimo con l’acqua che scaturì per la preghiera di San Aze. Il martire li persuase a compiere il comandamento di obbedire a coloro che sono in autorità, e pertanto a condurlo davanti all’eparca.

I soldati e il santo confessarono la loro fede cristiana davanti ad Aquilino, e per questo furono tutti decapitati. Con loro l’eparca fece giustiziare la propria moglie e la figlia, che avevano creduto in Cristo vedendo la fermezza di San Aze sotto le torture.

Proclo di C.poli

San Proclo, arcivescovo di Costantinopoli, fin dai suoi primi anni dedicò tutto il suo tempo alla preghiera e allo studio della Sacra Scrittura. Il Signore gli concesse la grande fortuna di essere discepolo di San Giovanni Crisostomo (13 novembre), che dapprima lo ordinò diacono, e poi al santo sacerdozio. Egli fu testimone dell’apparizione dell’Apostolo Paolo a San Giovanni Crisostomo. San Proclo ricevette dal suo maestro una profonda comprensione della Sacra Scrittura, e imparò a esporre il suo pensiero in una forma raffinata.

Dopo l’esilio e la morte di San Giovanni Crisostomo, il santo patriarca di Costantinopoli Sisinius (426-427) consacrò San Proclo vescovo della città di Kyzikos, ma sotto l’influenza degli eretici nestoriani egli fu scacciato dal suo gregge in quel luogo.

San Proclo allora tornò nella capitale e predicò la Parola di Dio nelle chiese di Costantinopoli, rafforzando gli ascoltatori nella fede ortodossa e denunciando l’empietà degli eretici. Una volta pronunciò un’omelia davanti a Nestorio, nella quale difese senza timore il titolo di “Theotokos” nel parlare della santa Vergine. Alla morte del patriarca San Sisinius, San Proclo fu scelto per prenderne il posto. Essendo così divenuto patriarca di Costantinopoli, egli guidò la Chiesa nel corso di dodici anni (434-447). Per le fatiche di San Proclo, le reliquie di San Giovanni Crisostomo furono traslate da Komana a Costantinopoli al tempo del santo imperatore San Teodosio II (408-450).

Quando San Proclo era patriarca, l’Impero subì distruttivi terremoti che durarono per diversi mesi. In Bitinia, nell’Ellesponto e in Frigia le città furono devastate, i fiumi scomparvero dalla faccia della terra e si verificarono terribili inondazioni in luoghi in precedenza asciutti. Il popolo di Costantinopoli uscì dalla città con il patriarca e l’imperatore alla testa e innalzò preghiere per la fine di quelle calamità senza precedenti.

Durante una di queste funzioni di preghiera, un ragazzo tra la folla fu sollevato in aria da una forza invisibile e portato così in alto che non poté più essere visto dagli occhi umani. Poi, integro e illeso, il bambino fu riportato a terra e riferì ciò che aveva udito e visto: gli angeli che glorificavano Dio cantando: “Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale.” Tutto il popolo cominciò a cantare questa Preghiera Trisagion, aggiungendovi il ritornello: “Abbi pietà di noi!” Allora i terremoti cessarono. La Chiesa Ortodossa canta ancora questa preghiera nelle sacre funzioni fino a oggi.

Il gregge di Costantinopoli stimava il proprio patriarca per la sua vita ascetica, per la sua sollecitudine verso gli oppressi e per la sua predicazione. Molte opere del santo sono giunte fino ai nostri giorni. Le più note sono i suoi discorsi contro i nestoriani, due scritti del santo in lode della Madre di Dio, e quattro trattati sulla Natività di Cristo, nei quali espone l’insegnamento ortodosso sull’Incarnazione del Figlio di Dio. L’attività del santo patriarca nel ristabilire il decoro in tutte le questioni ecclesiastiche gli valse una stima universale. Circondato d’amore e di rispetto, San Proclo si addormentò nel Signore dopo aver servito come patriarca per vent’anni.