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Archivi: Santo del giorno

Andrea apostolo

Il Santo Apostolo Andrea il Primo-Chiamato fu il primo degli Apostoli a seguire Cristo, e poi condusse a Cristo il proprio fratello, il santo Apostolo Pietro (Giovanni 1,35-42). Il futuro apostolo era di Bethsaida, e fin dalla sua giovinezza si rivolse con tutta l’anima a Dio. Non prese moglie, e lavorava con suo fratello come pescatore. Quando il santo Profeta, Precursore e Battista Giovanni iniziò a predicare, sant’Andrea divenne il suo discepolo più vicino. Avendo proclamato Cristo come l’Agnello di Dio, lo stesso san Giovanni Battista mandò a Cristo i propri due discepoli, i futuri Apostoli Andrea e Giovanni il Teologo.

Dopo la Discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli, sant’Andrea andò nelle terre d’Oriente predicando la Parola di Dio. Passò attraverso l’Asia Minore, la Tracia, la Macedonia, giunse al Danubio, andò lungo la costa del Mar Nero, attraverso la Crimea, la regione del Mar Nero e lungo il fiume Dnepr salì fino al luogo dove ora sorge la città di Kiev.

Si fermò per la notte sulle colline di Kiev. Alzatosi al mattino, disse ai discepoli che erano con lui: «Vedete queste colline? Su queste colline splenderà la beneficenza di Dio, e qui vi sarà una grande città, e Dio innalzerà molte chiese.» L’apostolo salì attorno alle colline, le benedisse e vi eresse una croce. Dopo aver pregato, salì ancora più in alto lungo il Dnepr e raggiunse un insediamento di Slavi, dove fu costruita Novgorod. Da qui l’apostolo passò attraverso la terra dei Variaghi verso Roma per predicare, e poi tornò di nuovo in Tracia, dove nel piccolo villaggio di Bisanzio, la futura Costantinopoli, fondò la Chiesa di Cristo. Il nome del santo Apostolo Andrea collega la madre, la Chiesa di Costantinopoli, con la sua figlia, la Chiesa russa.

Nei suoi viaggi il Primo-Chiamato Apostolo sopportò molte sofferenze e tormenti da parte dei pagani: lo cacciavano fuori dalle loro città e lo picchiavano. A Sinope lo lapidarono, ma, rimanendo illeso, il tenace discepolo di Cristo continuò a predicare alla gente il Salvatore. Per le preghiere dell’Apostolo, il Signore compiva miracoli. Per le fatiche del santo Apostolo Andrea furono fondate Chiese cristiane, per le quali egli provvide vescovi e clero. L’ultima città alla quale l’Apostolo giunse fu la città di Patra, dove era destinato a subire il martirio.

Il Signore operò molti miracoli per mezzo del Suo discepolo a Patra. Gli infermi venivano sanati, e i ciechi ricevevano la vista. Per le preghiere dell’Apostolo, l’illustre cittadino Sosios guarì da una grave malattia e Maximilla e Stratokles, la moglie e il fratello del governatore di Patra, furono guariti. I miracoli compiuti dall’Apostolo e il suo ardente discorso illuminarono quasi tutti i cittadini della città di Patra con la vera Fede.

Pochi pagani rimasero a Patra, ma tra di loro vi era il prefetto della città, Aegeatos. L’Apostolo Andrea si rivolse più volte a lui con le parole del Vangelo. Ma neppure i miracoli dell’Apostolo convinsero Aegeatos. Il santo Apostolo, con amore e umiltà, si appellava alla sua anima, cercando di rivelargli il mistero cristiano della vita eterna, attraverso la potenza miracolosa della Santa Croce del Signore. L’adirato Aegeatos diede ordine di crocifiggere l’apostolo. Il pagano pensava di poter annullare la predicazione di sant’Andrea, se lo avesse messo a morte sulla croce.

Sant’Andrea il Primo-Chiamato accettò con gioia il decreto del prefetto e con preghiera al Signore, e andò volentieri al luogo dell’esecuzione. Per prolungare le sofferenze del santo, Aegeatos comandò di non inchiodare le mani e i piedi del santo, ma di legarli alla croce. Per due giorni l’apostolo ammaestrò i cittadini che si erano radunati attorno. Ascoltandolo, la gente lo compiangeva con tutta l’anima e cercava di far scendere sant’Andrea dalla croce. Temendo una rivolta del popolo, Aegeatos diede ordine di sospendere l’esecuzione. Ma il santo apostolo iniziò a pregare che il Signore gli concedesse di morire sulla croce. Appena i soldati cercarono di afferrare l’Apostolo Andrea, persero il controllo delle proprie mani. L’apostolo crocifisso, avendo dato gloria a Dio, disse: «Signore Gesù Cristo, ricevi il mio spirito.» Allora un raggio fiammeggiante di luce divina illuminò la croce e il martire crocifisso su di essa. Quando la luce si spense, il santo Apostolo Andrea aveva già consegnato la sua santa anima al Signore. Maximilla, la moglie del prefetto, fece deporre il corpo del santo dalla croce e lo seppellì con onore.

Alcuni secoli dopo, sotto l’imperatore Costantino il Grande, le reliquie del santo Apostolo Andrea furono solennemente trasferite a Costantinopoli e collocate nella chiesa dei Santi Apostoli accanto alle reliquie del santo Evangelista Luca e di san Timoteo, discepolo di san Paolo.

Samuele secondo catholicos di Georgia.

San Samuele salì sul trono della Chiesa Apostolica Ortodossa di Georgia nel VI secolo, dopo il santo catholicos Pietro.

Come San Pietro, Samuele era originario di Bisanzio. Giunse in Georgia insieme al catholicos Pietro come vescovo, su invito del re Vakhtang Gorgasali e con la benedizione del patriarca di Costantinopoli.

A quel tempo Svetitskhoveli a Mtskheta era la residenza del catholicos.

Dopo il beato riposo del catholicos Pietro, Samuele gli succedette, e il re Dachi «gli donò la città di Mtskheta, secondo la volontà del re Vakhtang». San Samuele guidò la Chiesa georgiana durante i regni del re Dachi e di suo figlio Bakur. Diede inizio alla costruzione della chiesa di Tsqarostavi nella regione di Javakheti.

Ciò che sappiamo dell’operato di San Samuele ce lo presenta come un pastore che dimostrò grande lungimiranza e si prese profondamente cura del suo gregge. Fu anche stretto conoscente della santa martire regina Shushanik.

San Samuele servì fedelmente la Chiesa autocefala di Georgia e si adoperò per rafforzare fino alla fine dei suoi giorni la fede cristiana del popolo georgiano.

Il Santo Sinodo della Chiesa Apostolica Ortodossa di Georgia canonizzò il santo catholicos Pietro e il santo catholicos Samuele il 17 ottobre 2002.

San Giorgio di Cernica

Il venerabile Giorgio nacque nel 1730 da pii genitori ortodossi nella cittadina di Sălişte, vicino a Sibiu in Romania. Fin dalla giovinezza fu incline alla vita monastica. Tuttavia, in quel tempo i sovrani austriaci cattolici romani della Transilvania cercavano di sopprimere l’Ortodossia, specialmente il monachesimo ortodosso, per costringere i fedeli a unirsi a loro. Pertanto, all’età di diciannove anni, il giovane si recò in Valacchia e si presentò al metropolita greco Rosca, che allora si trovava a Bucarest. Egli divenne il padre spirituale di Giorgio.

Poco dopo, nel 1750, accompagnò il suo padre spirituale a Costantinopoli, e poi al Monte Athos. Lì si stabilì al Monastero di Vatopaidi, dove fu tonsurato monaco e in seguito ordinato diacono. Dopo la morte del suo anziano, divenne discepolo di San Paϊsios Velichkovsky allo skete del Profeta Elia. Lì, nel 1752, San Paϊsios tonsurò padre Giorgio nel Grande Schema. Due anni dopo egli fu ordinato ieromonaco-schema per la comunità romena allo skete di Sant’Elia.

Durante il suo soggiorno al Monte Athos progredì con grande zelo e con molto profitto spirituale sulla scala della perfezione spirituale. Nel 1763, insieme ad altri sessantaquattro discepoli, seguì San Paϊsios al Monastero di Dragomirna in Moldavia. Per i dodici anni successivi servì questo monastero come ieromonaco, confessore e economo.

Quando la Bucovina cadde sotto il dominio dell’Austria cattolica romana nel 1775, i fratelli di Dragomirna, guidati dall’anziano Paϊsios, si trasferirono al Monastero di Secu. Nel 1779 seguì San Paϊsios al Monastero di Neamț, dove visse per altri due anni. Nel 1781, con la benedizione del suo anziano, si recò di nuovo al Monte Athos.

Al suo ritorno a Bucarest incontrò il metropolita Gregorio II di Valacchia, che era discepolo di San Paϊsios, e il suo vecchio amico ieromonaco Makarios. Dopo le loro insistenti pressioni, accompagnate da preghiera e digiuno, e dopo una visione di San Nicola, egli acconsentì ad assumersi il compito di ravvivare la vita monastica al Monastero di Cernica, dedicato a San Nicola, che era stato in rovina per più di trent’anni. Il suo compito era di fondare un monastero in quella regione della Valacchia con una Regola cenobitica simile a quella dei monasteri athoniti e paisiani.

Con l’aiuto del sovrano valacco Nicola Mavrogenes e di altri cristiani, padre Giorgio iniziò a restaurare la chiesa principale e le celle. Dedicò molto tempo al perfezionamento della vita spirituale dei monaci. Nel monastero si celebravano i servizi ogni giorno, insieme alla lettura delle Sacre Scritture e delle opere dei Santi Padri della Chiesa, e al lavoro che veniva svolto in numerose obbedienze: tra cui la copiatura di manoscritti e il lavoro manuale. Con il suo pastorale sacrificio e i doni ricevuti da Dio, egli ravvivò la vita spirituale del Monastero di Cernica. Dopo soli cinque anni, la comunità crebbe fino a 103 monaci.

Nel 1785, San Giorgio si ammalò gravemente e, prevedendo la sua imminente dipartita, redasse il suo testamento nel quale prescriveva il giusto ordine di vita per la comunità monastica. Tuttavia, si riprese presto e continuò le sue fatiche pastorali.

In considerazione dei suoi successi, nel 1793 il metropolita Filarete II di Valacchia gli affidò anche il Monastero di Căldărușani. Dall’aprile 1794 padre Giorgio visse in entrambi i monasteri alternativamente, nominando igumeni in essi, specialmente durante la sua assenza. In entrambi i monasteri introdusse la regola cenobitica athonita-paisiana, che comprendeva il culto sette volte al giorno, la frequente confessione, l’obbedienza, la preghiera continua e il pasto in comune.

San Giorgio continuò a dirigere entrambi i monasteri fino alla fine della sua vita terrena. Si addormentò nel Signore il 3 dicembre 1806, pianto dalle numerose fraternità dei due monasteri. Fu sepolto al Monastero di Cernica, davanti alla chiesa di San Lazzaro.

Dopo il riposo di San Giorgio, egli fu venerato come pastore di alta vita spirituale, capo dei due grandi centri monastici della Valacchia, rinnovato della vera vita monastica secondo la tradizione esicasta athonita e paisiana. L’anziano ebbe molti discepoli e seguaci, come San Kallinikos di Cernica, l’ieromonaco Makarios e altri.

Nella riunione del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Romena del 20-21 ottobre 2005, l’anziano Giorgio fu glorificato e annoverato tra i Santi. L’annuncio ufficiale della sua canonizzazione ebbe luogo al Monastero di Cernica nel giorno della sua commemorazione, il 3 dicembre 2005, con il patriarca Teoktistos di Romania che presiedette il servizio.

Per decisione del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa del 21 agosto 2007, il nome di San Giorgio fu incluso nel Sinassario della Chiesa Ortodossa Russa.

Romano di Cilicia b.

San Romano era originario della città di Rosón in Cilicia, ma trascorse la sua vita anacoretica in severo digiuno in una grotta vicino ad Antiochia nel V secolo. Lì, ai piedi di un monte, costruì una piccola cella, nella quale lottò come asceta. Portava pesanti catene sotto il suo cilicio, e per molti anni non accese fuoco nella sua cella.

A causa della sua vita santissima, Dio gli concesse la grazia di compiere miracoli. La fama della sua santità attirò a lui grandi folle di fedeli, che chiedevano la sua benedizione. Il Santo guarì diverse persone che soffrivano di gravi malattie, e per le sue preghiere molte donne sterili poterono dare alla luce figli sani.

Il carisma di compiere miracoli non lo rese superbo. Al contrario! Il Santo citava spesso le parole di San Paolo: «Perciò, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere» (I Corinzi 10,12). Diceva anche che non è cosa grande compiere miracoli, ma piuttosto compiere opere di giustizia e osservare i comandamenti di Dio.

Così, dopo aver condotto una vita gradita a Dio, San Romano si addormentò nel Signore in pace. È commemorato anche il 9 febbraio.

San Romano è uno dei molti Santi la cui intercessione invochiamo per essere liberati dalla mancanza di figli e dalla sterilità. Alcuni degli altri sono: San Stylianos (26 novembre), Sant’Hypatios, igumeno di Rufinianus a Calcedonia († 31 marzo 446), i Santi Teodoro e Giovanni (12 luglio).

1 χάρισματα = poteri straordinari concessi da Dio a determinate persone, che le rendono capaci di servire la Chiesa per la grazia dello Spirito Santo.

Samonà

I santi martiri e confessori Gurias, Samonas e Habibus soffrirono durante la persecuzione contro i cristiani sotto gli imperatori Diocleziano (284-305) e Massimiano (305-311). I due amici Gurias e Samonas, predicatori della Parola di Dio, furono arrestati nella città di Edessa.

I santi si rifiutarono di offrire sacrifici agli dèi e confessarono con franchezza la loro fede in Cristo. Per questo furono sottoposti a crudeli torture: furono percossi, appesi per le mani, ai loro piedi furono legati pesi gravosi, e furono gettati in una prigione soffocante.

I martiri sopportarono tutto con fermezza, e Samonas innalzò al Signore una preghiera che uno dei testimoni della loro morte mise per iscritto: «O Signore, mio Dio, per la volontà del Quale non cade nella trappola neppure un solo passero. Tu sei Colui che hai fatto spazio a Davide nella sua angoscia (Sal 4,1), che hai reso il profeta Daniele più forte dei leoni (Dn 6,16-24), e che hai concesso a un figlio di Abramo di essere vincitore sui tormenti e sulle fiamme (Dn 3; 14). Tu conosci anche, Signore, l’infermità della nostra natura, Tu vedi la lotta che ci sta davanti. Il nostro nemico si sforza di strapparci via da Te, opera della Tua destra, e di privarci della gloria che è in Te. Con il Tuo sguardo compassionevole che veglia su di noi, conserva in noi la luce inestinguibile dei Tuoi comandamenti. Dirigi i nostri passi con la Tua luce, e rendici degni del Tuo Regno, perché Tu sei benedetto nei secoli dei secoli». Di notte, condussero i martiri fuori dalla città e li decapitarono (+ 299-306). I cristiani seppellirono con venerazione i loro corpi santi.

Dopo alcuni anni, l’ultimo imperatore pagano, Licinio (311-324), iniziò una persecuzione contro i cristiani. Habibus, diacono della Chiesa di Edessa, che l’imperatore aveva ordinato di arrestare per il suo zelo nella diffusione della vera Fede, si presentò di sua iniziativa davanti agli esecutori quando venne a sapere che lo cercavano. Il santo confessò la sua fede in Cristo e fu condannato a essere bruciato vivo. Il martire entrò volontariamente nel fuoco e con una preghiera rese la sua anima al Signore. Quando il fuoco si spense, la madre e i parenti del santo trovarono il suo corpo illeso. Essi seppellirono il martire accanto ai santi Gurias e Samonas.

Dopo la morte dei santi, per loro mezzo furono compiuti numerosi miracoli per coloro che imploravano il loro aiuto con fede e amore. Una volta, un certo soldato goto, mandato a prestare servizio a Edessa, prese in moglie la pia vergine Eufemia. Prima di questo, il barbaro aveva promesso a sua madre Sofia, presso le tombe dei martiri Gurias, Samonas e Habibus, che non avrebbe mai fatto alcun male alla sua sposa, che non l’avrebbe mai insultata, ma che l’avrebbe sempre amata e custodita.

Al termine del suo servizio a Edessa, egli prese con sé Eufemia e la condusse nella sua terra nativa. Si scoprì che l’aveva ingannata, poiché aveva già una moglie in patria, ed Eufemia divenne sua schiava. Il suo malvagio marito la minacciò di ucciderla se avesse rivelato a qualcuno che erano sposati. Eufemia sopportò molti abusi e umiliazioni. Quando diede alla luce un figlio, la gelosa donna gota lo avvelenò. Eufemia si rivolse con la preghiera ai santi martiri Gurias, Samonas e Habibus, testimoni del giuramento spergiuro, e il Signore liberò Eufemia dalle sue sofferenze e miracolosamente la riportò a Edessa, dove fu accolta da sua madre.

Dopo un certo tempo il goto fu di nuovo mandato a prestare servizio a Edessa. L’intera città venne a sapere delle sue malefatte dopo che fu denunciato da Sofia. Il goto fu giustiziato per ordine del prefetto della città.

In un Akathist, la santa Chiesa si rivolge ai martiri: «Rallegratevi, Gurias, Samonas e Habibus, celesti patroni del matrimonio onorabile». A loro preghiamo per la liberazione dai turbamenti familiari e dalle difficoltà coniugali, specialmente quando uno dei coniugi odia l’altro senza motivo.

Filippo di Rabanga.

San Filippo di Rabanga fu il fondatore del monastero del Salvatore-Trasfigurazione, vicino a Kadnikov a nord-est di Vologda. Trascorse l’inizio della sua vita monastica nel monastero di San Dionisio di Glushitsa (1 giugno), e fu uno dei suoi discepoli più vicini.

Dopo la morte del suo maestro e padre spirituale, San Filippo lasciò il monastero di Glushitsa e si stabilì in una zona scarsamente popolata alla confluenza dei fiumi Sukhona e Rabanga. Il santo desiderava condurre la sua vita in completa solitudine. Gli abitanti del luogo vennero a sapere di lui e, cercando la sua guida per diventare monaci, cominciarono a recarsi da lui nel deserto. Accogliendo ciò come un mandato dall’alto, San Filippo si recò a Rostov dal santo Arcivescovo Efraim (27 marzo) e chiese la benedizione del santo per fondare un monastero e costruire una chiesa in onore della Trasfigurazione del Signore (il tempio fu costruito nel 1447).

La tradizione riferisce che il santo fondatore del monastero del Salvatore-Trasfigurazione era estremamente severo con se stesso, ma indulgente verso le infermità degli altri. San Filippo morì il 15 novembre 1457 e fu sepolto nel monastero da lui fondato.

Clemente di Ochrida isapostolo

I Santi Clemente, Vescovo di Ochrida, isapostolo, Nahum, Savva, Gorazd e Angelar 1 erano Slavi, discepoli dei Santi Cirillo e Metodio (11 maggio). In un primo tempo vissero come asceti in Moravia, dove San Gorazd succedette a San Metodio come vescovo. Egli conosceva fluentemente lo slavo, il greco e il latino. I Santi Clemente, Nahum, Angelar e Savva erano sacerdoti.

Gli Illuminatori degli Slavi trovarono opposizione nei missionari tedeschi, che godevano dell’appoggio del Papa e del patrocinio del principe moravo Svyatopolk. La lotta si incentrava sulle questioni della necessità dei Divini Servizi in lingua slava, del Filioque e del digiuno del sabato. Papa Stefano VI proibì l’uso dello slavo in chiesa.

I sostenitori dell’eresia delle tre lingue (che volevano usare solo l’ebraico, il greco o il latino per i Servizi della Chiesa), dopo aver accantonato la lingua ancestrale dei popoli slavi, portarono a processo i discepoli di San Metodio, incluso San Clemente. Li sottoposero a feroci torture: trascinandoli tra i rovi e tenendoli in prigione per lungo tempo, proprio come avevano fatto con il loro Padre spirituale, San Metodio.

Nell’anno 886, alcuni dei prigionieri furono venduti ai mercanti di schiavi e finirono nel mercato di Venezia. L’ambasciatore dell’imperatore bizantino Basilio il Macedone si recò a Venezia, riscattò i Santi e li condusse a Costantinopoli. I confessori più anziani furono esiliati. Non si sa dove sia andato San Gorazd, né dove abbia trovato rifugio San Savva. I Santi Nahum e Angelar andarono in Bulgaria.

Nel 907 la Moravia crollò sotto l’assalto dei Magiari, e i profughi moravi seguirono, lungo le stesse vie percorse in precedenza dai Santi che essi avevano esiliato.

I Bulgari accolsero con rispetto i confessori slavi e chiesero loro di celebrare i Divini Servizi in lingua slava. Il principe bulgaro Boris cercava persone come i discepoli di San Metodio, che si adoperavano per l’illuminazione del suo popolo. Subito i Santi iniziarono a studiare i libri in lingua slava raccolti dai nobili bulgari.

San Angelar presto si addormentò nel Signore, e San Clemente fu incaricato di insegnare a Kutmichivitsa, nella Macedonia sud-occidentale. Nella Chiesa d’Oriente, un insegnante doveva essere una persona degna, conosciuta per la sua vita devota e capace di parlare bene in pubblico. San Clemente era già insegnante quando si trovava ancora in Moravia. In Bulgaria lavorò come istruttore fino all’anno 893. Egli organizzò una scuola presso la corte principesca, che era molto stimata al tempo del regno di Simeone. Nella Macedonia sud-occidentale creò scuole separate per gli adulti e per i bambini.

San Clemente istruiva i bambini nella lettura e nella scrittura. Il numero complessivo dei suoi studenti fu enorme. Coloro che vennero scelti e accolti per l’ordinazione ammontavano a 3500 uomini. Nell’anno 893, San Clemente divenne Vescovo di Dremvitsa, o Velitsa, e San Nahum prese il suo posto.

San Clemente fu il primo ierarca bulgaro a servire, predicare e scrivere in lingua slava. A tale scopo, egli formò sistematicamente il clero tra il popolo slavo. Il santo vescovo lavorò per la gloria di Dio fino alla vecchiaia. Quando le sue forze vennero meno e non fu più in grado di adempiere ai suoi doveri in cattedrale, chiese allo zar Simeone di permettergli di ritirarsi.

Lo zar esortò il Santo a non abbandonare la sua cattedrale, e San Clemente acconsentì a continuare il suo servizio episcopale. Dopo di ciò si recò a Ochrid, in un monastero da lui fondato. Là continuò la sua opera di traduzione, includendo alcune parti importanti del Pentecostarion.

San Clemente si ammalò gravemente e si addormentò nel Signore nell’anno 916. Il suo corpo fu deposto in una cassa, che egli aveva preparato con le proprie mani, e fu sepolto nel Monastero di San Panteleimon di Ochrid.

San Clemente è considerato il primo autore in lingua slava. Egli non solo portò avanti il lavoro di traduzione iniziato dai Santi Cirillo e Metodio, ma lasciò anche opere di propria composizione, i primi esempi di letteratura spirituale in lingua slava.

Molte delle lezioni e delle omelie di San Clemente furono portate in Russia, dove furono lette e amorevolmente ricopiate dai devoti cristiani russi.

Le reliquie dei Santi Gorazd e Angelar riposano presso Berat, in Albania, e le reliquie di San Nahum si trovano nel monastero che porta il suo nome, vicino al lago di Ochrid.

San Clemente è commemorato anche il 22 novembre (secondo l’uso greco), il 25 novembre (suo onomastico) e il 27 luglio (giorno del suo beato riposo).

1 Il suo nome può derivare dalla parola greca αναγορεύω (proclamare).

Guria

I santi Martiri e Confessori Gurias, Samonas e Habibus soffrirono durante la persecuzione contro i cristiani sotto gli imperatori Diocleziano (284-305) e Massimiano (305-311). I due amici Gurias e Samonas, predicatori della Parola di Dio, furono arrestati nella città di Edessa.

I santi rifiutarono di offrire sacrifici agli dèi, e confessarono con franchezza la loro fede in Cristo. Per questo furono sottoposti a crudeli torture: furono percossi, appesi per le mani, ai loro piedi furono legati pesi gravosi, e furono gettati in una prigione soffocante.

I martiri sopportarono tutto con fermezza e Samonas innalzò al Signore una preghiera, che uno dei testimoni della loro morte mise per iscritto: «O Signore mio Dio, dalla cui volontà non cade nella trappola neppure un solo passero. Tu sei Colui che desti sollievo a Davide nella sua angoscia (Sal 4,1), che rendesti il profeta Daniele più forte dei leoni (Dn 6,16-24), e concedesti a un figlio di Abramo di essere vincitore sulla tortura e sulle fiamme (Dn c. 3, c. 14). Tu conosci anche, Signore, l’infermità della nostra natura, Tu vedi la lotta posta davanti a noi. Il nostro nemico si sforza di strapparci via da Te, opera della Tua destra, e di privarci della gloria che è in Te. Con il Tuo sguardo compassionevole che veglia su di noi, conserva in noi l’inestinguibile luce dei Tuoi Comandamenti. Guida i nostri passi con la Tua luce e rendici degni del Tuo Regno, perché Tu sei benedetto nei secoli dei secoli». Di notte condussero i martiri fuori dalla città e li decapitarono (+ 299-306). I cristiani seppellirono con venerazione i loro corpi santi.

Dopo alcuni anni, l’ultimo imperatore pagano, Licinio (311-324), iniziò una persecuzione contro i cristiani. Habibus, diacono della Chiesa di Edessa, che l’imperatore aveva ordinato di arrestare a causa del suo zelo nel diffondere la vera Fede, si presentò spontaneamente davanti agli esecutori quando seppe che lo stavano cercando. Il santo confessò la sua fede in Cristo e fu condannato a essere bruciato vivo. Il martire entrò volontariamente nel fuoco e, con una preghiera, consegnò la sua anima al Signore. Quando il fuoco si spense, la madre e i parenti del santo trovarono il suo corpo illeso. Essi seppellirono il martire accanto ai santi Gurias e Samonas.

Dopo la morte dei santi, attraverso di loro furono compiuti numerosi miracoli per coloro che imploravano il loro aiuto con fede e amore. Una volta, un certo soldato goto, inviato a prestare servizio a Edessa, prese in moglie la pia vergine Eufemia. Prima di ciò il barbaro aveva promesso con giuramento a sua madre Sofia, presso le tombe dei Martiri Gurias, Samonas e Habibus, che non avrebbe fatto alcun male alla sua sposa, e non l’avrebbe mai insultata, ma l’avrebbe sempre amata e custodita.

Al termine del suo servizio a Edessa, egli portò con sé Eufemia nella sua terra natale. Si scoprì che egli l’aveva ingannata, poiché aveva già una moglie in patria, ed Eufemia divenne sua schiava. Il suo malvagio marito la minacciò di ucciderla se avesse rivelato a qualcuno che erano sposati. Eufemia subì molti abusi e umiliazioni. Quando diede alla luce un figlio, la gelosa donna gota lo avvelenò. Eufemia si rivolse in preghiera ai santi Martiri Gurias, Samonas e Habibus, testimoni del giuramento spergiuro, e il Signore liberò Eufemia dalla sua sofferenza e miracolosamente la riportò a Edessa, dove fu accolta da sua madre.

Dopo un certo tempo il goto fu nuovamente inviato a prestare servizio a Edessa. Tutta la città venne a conoscenza delle sue malefatte dopo che fu denunciato da Sofia. Il goto fu giustiziato per ordine del prefetto della città.

In un Akathistos, la Santa Chiesa si rivolge ai martiri: «Rallegratevi, Gurias, Samonas e Habibus, Patroni Celesti del matrimonio onorevole». Li preghiamo per la liberazione dai turbamenti familiari e dalle difficoltà coniugali, specialmente quando uno dei coniugi odia l’altro senza motivo.

Naum

I santi Clemente, vescovo di Ochrid, uguale agli Apostoli, Naum, Savva, Gorazd e Angelar 1 erano Slavi, discepoli dei santi Cirillo e Metodio (11 maggio). In un primo tempo vissero come asceti in Moravia, dove san Gorazd succedette a san Metodio come vescovo. Egli era fluente nello slavo, nel greco e nel latino. I santi Clemente, Naum, Angelar e Savva erano presbiteri.

Gli Illuminatori degli Slavi furono osteggiati dai missionari tedeschi, che avevano l’appoggio del Papa e il patrocinio del principe moravo Svyatopolk. La lotta si concentrava sulle questioni della necessità dei divini servizi in lingua slava, del Filioque e del digiuno del sabato. Papa Stefano VI proibì l’uso dello slavo in chiesa.

I sostenitori dell’eresia delle tre lingue (che volevano usare solo l’ebraico, il greco o il latino per i servizi della Chiesa), dopo aver messo da parte la lingua ancestrale dei popoli slavi, sottoposero a processo i discepoli di san Metodio, tra cui san Clemente. Li sottoposero a feroci torture: trascinandoli tra i rovi e tenendoli in prigione per lungo tempo, proprio come avevano fatto con il loro Padre spirituale, san Metodio.

Nell’886 alcuni dei prigionieri furono venduti ai mercanti di schiavi e finirono nel mercato di Venezia. L’ambasciatore dell’imperatore bizantino Basilio il Macedone si recò a Venezia, riscattò i santi e li condusse a Costantinopoli. I confessori più anziani furono esiliati. Non si sa dove andò san Gorazd, né dove san Savva trovò rifugio. I santi Naum e Angelar si recarono in Bulgaria.

Nel 907 la Moravia crollò sotto l’assalto dei Magiari, e i profughi moravi seguirono le stesse vie percorse in precedenza dai santi che essi avevano esiliato.

I Bulgari accolsero con rispetto i confessori slavi e chiesero loro di celebrare i divini servizi in lingua slava. Il principe bulgaro Boris cercava persone come i discepoli di san Metodio, che si adoperavano per l’illuminazione del suo popolo. Subito i santi iniziarono a studiare i libri slavi raccolti dai nobili bulgari.

San Angelar ben presto si addormentò nel Signore, e san Clemente fu incaricato di insegnare a Kutmichivitsa, nella Macedonia sud-occidentale. Nella Chiesa d’Oriente un insegnante doveva essere una persona degna, conosciuta per la sua vita devota e capace di parlare bene in pubblico. San Clemente era insegnante già quando si trovava in Moravia. In Bulgaria lavorò come istruttore fino all’893. Organizzò una scuola presso la corte principesca, molto stimata al tempo del regno di Simeone. Nella Macedonia sud-occidentale creò scuole separate per adulti e per bambini.

San Clemente istruiva i bambini nella lettura e nella scrittura. Il numero complessivo dei suoi studenti era enorme. Coloro che furono scelti e ammessi all’ordinazione ammontavano a 3500 uomini. Nell’anno 893 san Clemente divenne vescovo di Dremvitsa, o Velitsa, e san Naum prese il suo posto.

San Clemente fu il primo gerarca bulgaro a celebrare, predicare e scrivere in lingua slava. A questo scopo formò sistematicamente del clero tratto dal popolo slavo. Il santo vescovo faticò per la gloria di Dio fino alla vecchiaia. Quando le sue forze vennero meno e non fu più in grado di adempiere ai propri doveri nella cattedrale, chiese allo zar Simeone di permettergli di ritirarsi.

Lo zar esortò il santo a non abbandonare la sua cattedrale, e san Clemente acconsentì a continuare il suo servizio episcopale. Dopo di ciò si recò a Okhrid, in un monastero da lui fondato. Là continuò il suo lavoro di traduzione, comprendendo alcune parti importanti del Pentecostarion.

San Clemente si ammalò gravemente e partì per il Signore nell’anno 916. Il suo corpo fu deposto in una cassa che egli stesso aveva costruito con le proprie mani, e fu sepolto nel monastero di San Panteleimon a Okhrid.

San Clemente è considerato il primo autore slavo. Non solo proseguì il lavoro di traduzione iniziato dai santi Cirillo e Metodio, ma lasciò anche opere di propria composizione, i primi esempi di letteratura spirituale slava.

Molte delle lezioni e delle omelie di san Clemente furono portate in Russia, dove venivano lette e amorevolmente ricopiate dai pii cristiani russi.

Le reliquie dei santi Gorazd e Angelar riposano vicino a Berat, in Albania, e le reliquie di san Naum si trovano nel monastero che porta il suo nome, vicino al lago di Okhrid.

San Clemente è commemorato anche il 22 novembre (uso greco), il 25 novembre (suo onomastico) e il 27 luglio (giorno della sua beata dipartita).

1 Il suo nome può derivare dalla parola greca αναγορεύω (proclamare).

Demetrio di Tracia

Il santo martire Dēmḗtrios era uno Slavo del villaggio di Davoudio (Dabuda) in Tracia, che si trovava vicino alla città di Amapasos. Fu arrestato al tempo dell’imperatore Massimiano e dell’archon Publius, intorno all’anno 298 (alcune fonti dicono 307). Dopo aver subito molte torture per Cristo, fu infine decapitato.

Marcello ed Eustochio mm.

I santi martiri Elpidio, Marcello ed Eustochio soffrirono durante il regno dell’imperatore Giuliano l’Apostata (361-363). San Elpidio era un senatore. Lo sottoposero a processo davanti al giudice imperiale con l’accusa di essere cristiano.

I martiri sopportarono molti terribili tormenti, e morirono dopo essere stati gettati nel fuoco. Nel luogo in cui i cristiani seppellirono le reliquie dei santi, Cristo apparve con una schiera di angeli e risuscitò Elpidio. Allora l’imperatore diede ordine di arrestare di nuovo il santo martire.

Durante il tormento, gli idoli che stavano lì vicino si sbriciolarono in polvere per mezzo della preghiera del santo. Più di seimila pagani furono testimoni di questo miracolo e si convertirono a Cristo. San Elpidio fu bruciato di nuovo.

Costantino nm di Idra.

Il Santo Nuovo Martire Costantino nacque sull’isola di Hydra; suo padre si chiamava Michele e sua madre Marina. All’età di diciotto anni lasciò Hydra e andò a Rodi, dove prestò servizio presso il governatore turco Hasan Kapetan. Lì Costantino si convertì all’Islam e prese il nome di Hasan, in onore del suo padrone. Per tre anni ricevette grandi onori e ne fu soddisfatto.

In seguito, però, provò rimorso per aver rinnegato Cristo. Dava elemosine ai cristiani ortodossi, pregava con lacrime amare e mostrava grande riverenza per i sacerdoti ortodossi che incontrava. Decise di espiare il suo peccato mediante il martirio. Così trovò un padre spirituale, al quale si confessò, chiedendogli la benedizione per cercare il martirio. Vedendo quanto fosse giovane, il padre spirituale lo consigliò di aspettare. Costantino obbedì e lasciò Rodi, viaggiando verso la città di Krimi, poi verso Costantinopoli, e da lì si recò al Monte Santo.

Nel Monastero di Ivḗron si preparò al martirio. Con la benedizione dei Padri, tornò a Rodi e si presentò al governatore, confessando coraggiosamente Cristo. Le torture che sopportò furono orribili. Infine, fu impiccato il 14 novembre 1800.

Oggi, nel luogo natale di San Costantino a Hydra, vi è una bella chiesa a lui dedicata, dove sono conservate le sue sante reliquie.

Un frammento delle reliquie di San Costantino si trova nell’icona “Pronta ad Ascoltare” nella chiesa del Monastero di Sant’ Tikhon in Pennsylvania.

Paisio Velickovskij. Elpidio

San Paisios (Paϊsios) Velichkovsky nacque a Poltava, nella Piccola Russia, il 21 dicembre 1722, ed era l’undicesimo di dodici figli. Suo padre Giovanni era un sacerdote, che lo chiamò Pietro al Battesimo, in onore di San Pietro, metropolita di Mosca, nel cui giorno di festa egli era nato.

Dopo la morte del padre, la madre Irene allevò i figli nella pietà. Nel 1735 Pietro fu mandato a studiare all’Accademia Moghila a Kiev. Dopo quattro anni, Pietro decise di lasciare il mondo e di farsi monaco. All’età di diciassette anni, si mise in cerca di un monastero e di un buon padre spirituale. Per sette anni Pietro visitò vari monasteri, inclusa la Lavra delle Grotte di Kiev, ma non si sentì attratto da nessuno dei monasteri dell’Ucraina.

Dopo essere stato fatto monaco rassoforo (uno benedetto a portare il rasson, ma non ancora tonsurato “nella mantia”) nel Monastero di San Nicola Medvedevsky con il nome di Platon, si rese conto che lì non c’era alcun Anziano esperto che potesse insegnargli l’obbedienza o dargli una direzione spirituale. Non volendo iniziare la sua vita monastica senza tale guida, lasciò il monastero una settimana dopo con la benedizione del suo Anziano.

Per prima cosa andò a Kiev, dove per caso incontrò sua cognata, la vedova del suo fratello maggiore, l’arciprete Giovanni. Ella lo informò del dolore di sua madre quando egli lasciò Kiev, e che la sua mente sembrava essere stata turbata dalla sua tristezza. Poi un giorno un Angelo le apparve e le disse che invece di amare il Creatore con tutto il suo cuore e con tutta la sua anima, ella amava la Sua creatura (suo figlio) di più. A causa di questo amore eccessivo, continuò l’Angelo, ella pensava di lasciarsi morire di fame, cosa che avrebbe portato alla sua condanna eterna. L’Angelo disse che per grazia di Dio suo figlio sarebbe diventato monaco, e che anche lei avrebbe dovuto rinunciare al mondo e farsi monaca. Dopo di ciò, ella si calmò e accettò la volontà di Dio. Entrò in un monastero di monache e fu tonsurata con il nome di Giuliana. Dopo circa dieci anni, partì per il Signore.

Mentre era a Kiev, padre Platon incontrò due monaci della Romania che stavano per ritornare nel loro paese. Dopo aver attraversato il confine in Moldavia, giunsero in Valacchia e allo skit di San Nicola, che è chiamato Trăisteni, intorno al 1745. L’Anziano dello skit, il ieroshimonaco Michele, era via per affari in Ucraina, perciò padre Platon e i suoi compagni furono accolti dal superiore, padre Dēmḗtrios. Padre Platon fu posto sotto un’obbedienza generale e gli fu data una cella vicino allo skit, dalla quale era visibile la chiesa.

Una notte, mentre dormiva, fu battuto il semantron che chiamava i monaci al Mattutino della domenica, ma padre Platon non lo sentì. Si svegliò e corse alla chiesa, solo per scoprire che il Vangelo era già stato letto e che il Canone era in corso. Nel suo dolore e nella sua vergogna, non entrò in chiesa, ma ritornò nella sua cella, piangendo amare lacrime. Dopo la Liturgia, quando fu il momento del pasto, il superiore e l’Anziano furono sorpresi che padre Platon non fosse stato visto alle funzioni. L’Anziano ordinò che il pasto fosse rimandato mentre inviava padre Athanasios per scoprire che cosa fosse accaduto al monaco assente. Padre Athanasios lo trovò e gli chiese perché piangesse. Con difficoltà, padre Platon riuscì a dirgli il motivo del suo dolore. Padre Athanasios cercò di consolarlo e lo esortò a venire allo skit, dove gli altri lo stavano aspettando. Alla fine, fu persuaso ad andare.

Vedendo i fratelli a tavola ma non mangiare, padre Platon cadde davanti a loro piangendo e chiedendo il loro perdono. L’Anziano e il superiore lo rialzarono e ascoltarono da padre Athanasios il motivo del suo dolore. L’Anziano disse a padre Platon di non affliggersi così tanto per qualcosa che era avvenuto involontariamente, e fece del suo meglio per consolarlo. Da quel momento, però, il Santo non volle più dormire sdraiato a letto, ma seduto su una panca.

Un giorno l’Anziano Onuphrios di Kyrkoul visitò lo skit e parlò del suo skit a Kyrkoul. Padre Platon desiderò ardentemente vedere Kyrkoul, e così vi ritornò con padre Onuphrios. Rimase lì per un certo tempo, conversando con padre Onuphrios sul superamento delle passioni, sulla lotta con i demoni, sulla preghiera incessante e su altri argomenti utili all’anima. Questo seme cadde in buona terra e in seguito produsse frutto spirituale centuplo (Luca 8,8).

Venne il tempo in cui padre Platon fu colmato dal desiderio di visitare il Monte Athos. Chiese ai fratelli dello skit, e a quelli degli altri skiti, il loro perdono e la benedizione per il viaggio. Li ringraziò anche per la loro bontà e per il loro insegnamento paterno. Essi lo benedissero e lo lasciarono andare in pace. In quel momento, egli aveva appena ventiquattro anni.

Padre Platon andò al Monte Athos nel 1746, giungendo alla Grande Lavra il 4 luglio, vigilia della festa di Sant’Athanasios dell’Athos. Il suo compagno di viaggio, il ieromonaco Tryphon, si ammalò e si addormentò nel Signore dopo quattro giorni. Padre Platon sarebbe morto per la stessa malattia, se non fosse stato per le cure dei monaci russi. Guarì e visse in solitudine in una cella chiamata Kaparis vicino al Monastero Pantokrator. Andava in giro visitando molti asceti ed eremiti, cercando un padre spirituale, ma non fu in grado di trovare nessuno adatto.

Nel 1750 San Basilio di Poiana Marului (Mărului) (15 aprile) visitò il Santo Monte e trascorse un po’ di tempo con padre Platon, che gli chiese la tonsura monastica. L’Anziano Basilio accolse la sua richiesta, dandogli il nome di Paisios. Poi padre Basilio tornò al suo skit in Valacchia. Circa tre mesi dopo, un giovane monaco di nome Bessarion venne al Santo Monte dalla Valacchia. Andò in giro per i monasteri cercando un istruttore, ma non ne trovò uno. Si recò anche da padre Paisios e gli chiese di dirgli qualcosa sulla salvezza della sua anima. Padre Paisios sospirò e gli disse che lui stesso era alla ricerca di un istruttore senza successo. Tuttavia, sentendo compassione per padre Bessarion, gli parlò un po’ delle qualità necessarie per un vero istruttore, e della Preghiera di Gesù. Dopo averlo ascoltato, padre Bessarion disse: “Perché dovrei cercare oltre?” Cadde ai piedi di padre Paisios, supplicandolo di essere il suo Anziano. Padre Paisios non desiderava essere l’Anziano di nessuno, preferendo essere lui stesso sotto l’autorità di un Anziano. Padre Bessarion pianse per tre giorni, finché padre Paisios acconsentì infine ad accoglierlo come amico, ma non come discepolo. Vissero insieme per circa quattro anni, adempiendo i comandamenti di Dio, tagliando la propria volontà e obbedendo l’uno all’altro come pari.

Altri discepoli cominciarono a unirsi a loro, e il loro numero continuò a crescere. Poiché avevano bisogno di un sacerdote e di un confessore, supplicarono padre Paisios di accettare l’ordinazione. Egli non voleva sentirne parlare, e rifiutò ripetutamente di acconsentire. Tuttavia essi non rinunciarono. Gli chiesero come potesse aspettarsi di insegnare ai fratelli l’obbedienza e il taglio della propria volontà, quando egli disobbediva alle suppliche lacrimose di coloro che desideravano che accettasse. Infine, egli disse: “Sia fatta la volontà di Dio.”

Nel 1754 padre Paisios fu ordinato al sacro sacerdozio e gli fu dato lo skit del Profeta Elia, dove cominciò ad accogliere ancora più discepoli. San Paisios rimase sul Monte Athos per diciassette anni, copiando libri patristici greci e traducendoli in slavo.

Nel 1763 padre Paisios andò in Moldavia con sessantaquattro discepoli, e gli fu dato il Monastero di Dragomirna vicino alla città di Sochava, al confine tra la Bucovina e la Moldavia. Qui rimase per dodici anni, e il numero dei monaci aumentò fino a trecentocinquanta. Il suo amico ieromonaco Alexius venne a visitarlo dalla Valacchia, e padre Paisios gli chiese di essere tonsurato nello Schema. Padre Alexius lo fece, ma senza cambiargli il nome. Mentre era a Dragomirna, l’Anziano Paisios corresse le traduzioni slave dei libri patristici confrontandole con i manoscritti greci che aveva copiato sul Monte Athos.

La guerra russo-turca scoppiò nel 1768, e la Moldavia e la Valacchia furono teatro di molte battaglie. Dragomirna e le foreste circostanti si riempirono di profughi dei villaggi vicini ai campi di battaglia. Un’altra catastrofe seguì nel 1771 con un’epidemia di peste. Quando Dragomirna e la Bucovina passarono sotto il controllo dei cattolici austriaci, San Paisios e il suo gregge fuggirono in Moldavia. Nell’ottobre del 1775, il Santo Anziano e molti dei suoi monaci andarono al Monastero Secu, che è dedicato alla Decollazione di San Giovanni Battista.

Secu era troppo piccolo per il numero dei fratelli, che erano stipati in tre-cinque monaci per cella. In primavera, altri fratelli dovevano arrivare da Dragomirna, perciò si dovettero costruire nuove celle. Dopo tre anni di lavoro furono completate cento celle, e tutti ebbero un posto. Tuttavia, il numero continuava a crescere, e si dovette cercare un monastero più grande.

Il principe Costantino Muruz scrisse all’Anziano dicendo che non c’era un monastero più grande di Neamţ, a circa due ore da Secu. Il 14 agosto 1779, San Paisios si trasferì al Monastero Neamţ, dove trascorse gli ultimi quindici anni della sua vita traducendo gli scritti dei Santi Padri. Egli introdusse anche il Typikon (Regola) del Monte Athos in quella comunità. Radunò circa mille monaci nel monastero, istruendoli nella preghiera incessante del cuore.

L’arcivescovo Ambrogio visitò San Paisios a Neamţ nel 1790, rimanendo due giorni per conversare con l’Anziano. Durante la Liturgia domenicale, elevò San Paisios al grado di archimandrita. Rimase ancora due giorni, poi partì dopo aver benedetto tutti.

San Paisios si addormentò nel Signore il 15 novembre 1794, quando aveva quasi settantadue anni. È possibile che Dio gli abbia rivelato in anticipo il tempo della sua morte, poiché egli smise di tradurre libri. Si limitò a rivedere e correggere ciò che era già stato tradotto.

Fu malato per quattro giorni, ma si sentì abbastanza bene da partecipare alla Liturgia domenicale. Dopo la funzione, chiese a tutti di venire a ricevere la sua benedizione. Dopo aver dato l’addio a tutti, ritornò nella sua cella e non ricevette più nessuno. Qualche giorno dopo, il 15 novembre, ricevette ancora una volta i Santi Misteri e rese la sua anima a Dio. Il suo funerale fu celebrato dal vescovo Beniamino di Tuma, e vi parteciparono moltitudini di sacerdoti, monaci, laici, nobili e gente comune.

Le sante reliquie di San Paisios furono scoperte nel 1846, 1853, 1861 e 1872, e furono trovate incorrotte.

San Paisios ha esercitato un’enorme influenza, non solo in Romania, ma in tutto il mondo ortodosso. I suoi discepoli viaggiarono in Russia, dando avvio al risveglio spirituale del XIX secolo con le traduzioni slave della Filocalia e la tradizione della paternità spirituale che avevano appreso da San Paisios. La sua influenza si è fatta sentire persino in America, attraverso Sant’Herman d’Alaska (13 dicembre). Sant’Herman era stato istruito da Anziani la cui formazione spirituale era stata guidata da San Paisios.

Quando era ancora in Russia, Sant’Herman incontrò San Nazarius (23 febbraio), che divenne il suo Anziano a Valaam, a Sarov, poi lo seguì al Monastero di Sanaxar quando San Teodoro (19 febbraio) era l’igumeno. Uno dei libri che Sant’Herman portò con sé in America fu la Filocalia slava, stampata nel 1794. Egli non solo assimilò la sapienza spirituale che essa conteneva, ma la trasmise anche agli altri.

Paisio b.

San Paisios (Paϊsios) Velichkovsky nacque a Poltava, nella Piccola Russia, il 21 dicembre 1722, ed era l’undicesimo di dodici figli. Suo padre Giovanni era un sacerdote, che gli diede il nome di Pietro al suo Battesimo, in onore di San Pietro, Metropolita di Mosca, nella cui festa egli nacque.

Dopo la morte del padre, la madre Irene crebbe i figli nella pietà. Nel 1735 Pietro fu mandato a studiare all’Accademia Mohyla a Kiev. Dopo quattro anni, Pietro decise di lasciare il mondo e diventare monaco. All’età di diciassette anni partì in cerca di un monastero e di un buon padre spirituale. Per sette anni Pietro visitò vari monasteri, inclusa la Lavra delle Grotte di Kiev, ma non si sentì attratto da nessuno dei monasteri dell’Ucraina.

Dopo essere stato fatto monaco rassoforo (uno benedetto a portare il rasson, ma non ancora tonsurato «nella mantia») nel Monastero di San Nicola Medvedevsky con il nome di Platon, egli constatò che non vi era lì alcun Anziano esperto che potesse insegnargli l’obbedienza o dargli una guida spirituale. Non volendo iniziare la sua vita monastica senza una tale guida, lasciò il monastero una settimana dopo con la benedizione del suo Anziano.

Per prima cosa andò a Kiev, dove per caso incontrò sua cognata, la vedova del fratello maggiore, l’arciprete Giovanni. Ella lo informò del dolore di sua madre quando egli lasciò Kiev, e la sua mente sembrava essere stata colpita dal dolore. Poi, un giorno, un Angelo le apparve e le disse che, invece di amare il Creatore con tutto il suo cuore e con tutta la sua anima, ella amava la sua creazione (il figlio) di più. A causa di questo amore eccessivo, continuò l’Angelo, ella pensava di lasciarsi morire di fame, il che avrebbe avuto come risultato la sua condanna eterna. L’Angelo disse che per grazia di Dio suo figlio sarebbe diventato monaco, e che anche lei avrebbe dovuto rinunciare al mondo e diventare monaca. Dopo ciò, ella si calmò e accettò la volontà di Dio. Entrò in un convento e fu tonsurata con il nome di Giuliana. Dopo circa dieci anni, si addormentò nel Signore.

Mentre era a Kiev, padre Platon incontrò due monaci della Romania che stavano per tornare nel loro paese. Dopo aver attraversato il confine con la Moldavia, giunsero in Valacchia e allo Skit di San Nicola, chiamato Trăisteni, verso il 1745. L’Anziano dello Skit, lo ieroshimonaco Michele, era assente per affari in Ucraina, così padre Platon e i suoi compagni furono accolti dal superiore, padre Dēmḗtrios. Padre Platon fu posto sotto un’obbedienza generale e gli fu data una cella vicino allo Skit, dalla quale era visibile la chiesa.

Una notte, mentre dormiva, fu suonato il semantron per chiamare i monaci al Mattutino della domenica, ma padre Platon non lo sentì. Si svegliò e corse alla chiesa, solo per scoprire che il Vangelo era già stato letto e che il Canone era in corso di canto. Nel suo dolore e nella sua vergogna non entrò in chiesa, ma tornò nella sua cella, versando amare lacrime. Dopo la Liturgia, quando fu il momento del pasto, il superiore e l’Anziano si stupirono che padre Platon non fosse stato visto alle funzioni. L’Anziano ordinò che il pasto fosse rimandato mentre mandava padre Athanasios a scoprire cosa fosse accaduto al monaco assente. Padre Athanasios lo trovò e gli chiese perché piangesse. Con difficoltà, padre Platon riuscì a dirgli il motivo del suo dolore. Padre Athanasios cercò di consolarlo e lo esortò a venire allo Skit, dove gli altri lo stavano aspettando. Infine, fu persuaso ad andare.

Vedendo i fratelli a tavola ma non mangiare, padre Platon cadde davanti a loro piangendo e chiedendo il loro perdono. L’Anziano e il superiore lo rialzarono e ascoltarono da padre Athanasios la ragione del suo dolore. L’Anziano disse a padre Platon di non affliggersi tanto per qualcosa che era accaduto involontariamente, e fece del suo meglio per consolarlo. Da quel momento, però, il Santo non volle più dormire sdraiato a letto, ma seduto su una panca.

Un giorno l’Anziano Onuphrios di Kyrkoul visitò lo Skit e parlò del suo Skit a Kyrkoul. Padre Platon desiderò ardentemente vedere Kyrkoul e così vi tornò con padre Onuphrios. Vi rimase per un certo tempo, conversando con padre Onuphrius sul superamento delle passioni, sulla lotta con i demoni, sulla preghiera incessante e su altri argomenti utili all’anima. Questo seme cadde in buona terra e in seguito produsse frutto spirituale cento volte tanto (Luca 8,8).

Venne il tempo in cui padre Platon fu colmato dal desiderio di visitare il Monte Athos. Chiese perdono e benedizione per il viaggio ai fratelli dello Skit e a quelli degli altri Skiti. Ringraziò anche per la loro gentilezza e per la loro istruzione paterna. Essi lo benedissero e lo lasciarono andare in pace. A quel tempo aveva solo ventiquattro anni.

Padre Platon andò al Monte Athos nel 1746, arrivando alla Grande Lavra il 4 luglio, vigilia della festa di Sant’Athanàsios dell’Athos. Il suo compagno di viaggio, lo ieromonaco Trifone, si ammalò e si addormentò nel Signore dopo quattro giorni. Padre Platon sarebbe morto della stessa malattia, se non fosse stato per le cure dei monaci russi. Si ristabilì e visse in solitudine in una cella chiamata Kaparis, vicino al Monastero di Pantokrator. Andò in giro visitando molti asceti e solitari in cerca di un padre spirituale, ma non fu in grado di trovarne uno adatto.

Nel 1750 San Basilio di Poiana Mărului (15 aprile) visitò il Santo Monte e trascorse un certo tempo con padre Platon, che gli chiese la tonsura monastica. L’Anziano Basilio accolse la sua richiesta, dandogli il nome di Paisios. Poi padre Basilio tornò al suo Skit in Valacchia. Circa tre mesi dopo, un giovane monaco di nome Bessarion giunse al Santo Monte dalla Valacchia. Andò nei monasteri in cerca di un istruttore, ma non ne trovò uno. Andò anche da padre Paisios e gli chiese di dirgli qualcosa riguardo alla salvezza della sua anima. Padre Paisios sospirò e gli disse che anch’egli aveva cercato un istruttore senza successo. Tuttavia, sentendo compassione per padre Bessarion, gli parlò un poco delle qualità necessarie a un vero istruttore e della Preghiera di Gesù. Dopo averlo ascoltato, padre Bessarion disse: «Perché dovrei cercare oltre?». Cadde ai piedi di padre Paisios, supplicandolo di essere il suo Anziano. Padre Paisios non desiderava essere Anziano di nessuno, preferendo essere egli stesso sotto l’autorità di un Anziano. Padre Bessarion pianse per tre giorni, finché padre Paisios acconsentì infine ad accoglierlo come amico, ma non come discepolo. Vissero insieme per circa quattro anni, adempiendo i comandamenti di Dio, recidendo la propria volontà e obbedendo l’uno all’altro come eguali.

Altri discepoli cominciarono ad unirsi a loro, e il loro numero continuò a crescere. Poiché avevano bisogno di un sacerdote e di un confessore, supplicarono padre Paisios di accettare l’ordinazione. Egli non ne voleva nemmeno sentire parlare, e ripetutamente rifiutò di acconsentire. Tuttavia essi non si arresero. Gli chiesero come potesse aspettarsi di insegnare ai fratelli l’obbedienza e il recidere la propria volontà, quando egli stesso disobbediva alle loro suppliche lacrimose perché accettasse. Alla fine egli disse: «Sia fatta la volontà di Dio».

Nel 1754 padre Paisios fu ordinato al sacro sacerdozio e gli fu affidato lo Skit del Profeta Elia, dove iniziò ad accogliere ancor più discepoli. San Paisios rimase sul Monte Athos per diciassette anni, copiando libri patristici greci e traducendoli in slavo.

Nel 1763 padre Paisios andò in Moldavia con sessantaquattro discepoli, e gli fu affidato il Monastero di Dragomirna vicino alla città di Sochava, al confine tra la Bucovina e la Moldavia. Qui rimase per dodici anni, e il numero dei monaci aumentò fino a trecentocinquanta. Il suo amico, lo ieromonaco Alessio, venne a fargli visita dalla Valacchia, e padre Paisios gli chiese di essere tonsurato nello Schema. Padre Alessio fece così, ma senza cambiargli il nome. Mentre era a Dragomirna, l’Anziano Paisios corresse le traduzioni slave dei libri patristici confrontandole con i manoscritti greci che aveva copiato sul Monte Athos.

La guerra russo-turca scoppiò nel 1768, e la Moldavia e la Valacchia furono teatro di molte battaglie. Dragomirna e le foreste circostanti si riempirono di profughi provenienti dai villaggi vicini ai campi di battaglia. Un’altra catastrofe seguì nel 1771 con un’epidemia di peste. Quando Dragomirna e la Bucovina passarono sotto il controllo dei cattolici austriaci, San Paisios e il suo gregge fuggirono in Moldavia. Nell’ottobre del 1775, il Santo Anziano e molti dei suoi monaci andarono al Monastero di Secu, che è dedicato alla Decollazione di San Giovanni il Battista.

Secu era troppo piccolo per il numero dei fratelli, che erano stipati in tre o cinque per cella. In primavera dovevano arrivare altri fratelli da Dragomirna, perciò bisognava costruire nuove celle. Dopo tre anni di lavoro furono completate cento celle, e ognuno ebbe un posto. Tuttavia, il numero continuò a crescere, e dovettero cercare un monastero più grande.

Il principe Costantino Muruz scrisse all’Anziano dicendo che non c’era monastero più grande di Neamţ, a circa due ore da Secu. Il 14 agosto 1779, San Paisios si trasferì al Monastero di Neamţ, dove trascorse gli ultimi quindici anni della sua vita traducendo gli scritti dei Santi Padri. Egli introdusse anche in quella comunità il Typikon (Regola) del Monte Athos. Radunò circa mille monaci nel monastero, istruendoli nella preghiera incessante del cuore.

L’arcivescovo Ambrogio visitò San Paisios a Neamţ nel 1790, rimanendo due giorni a conversare con l’Anziano. Durante la Divina Liturgia domenicale, elevò San Paisios al grado di arhimandrita. Rimase altri due giorni, poi partì dopo aver benedetto tutti.

San Paisios si addormentò nel Signore il 15 novembre 1794, quando aveva quasi settantadue anni. È possibile che Dio gli abbia rivelato in anticipo il tempo della sua morte, poiché smise di tradurre libri. Si limitò a rivedere e correggere quanto era già stato tradotto.

Fu malato per quattro giorni, ma si sentì abbastanza bene da partecipare alla Liturgia domenicale. Dopo il servizio, chiese a tutti di venire a ricevere la sua benedizione. Salutandoli tutti, tornò nella sua cella e non ricevette più nessuno. Pochi giorni dopo, il 15 novembre, ricevette ancora una volta i Santi Misteri e rese la sua anima a Dio. Il suo funerale fu celebrato dal vescovo Beniamino di Tuma, e vi parteciparono moltitudini di sacerdoti, monaci, laici, nobili e gente comune.

Le sante reliquie di San Paisios furono scoperte nel 1846, 1853, 1861 e 1872, e furono trovate incorrotte.

San Paisios ha avuto un’enorme influenza non solo in Romania, ma in tutto il mondo ortodosso. I suoi discepoli viaggiarono fino in Russia, avviando il risveglio spirituale del XIX secolo con le traduzioni slave della Filocalia e la tradizione dello starecato che avevano appreso da San Paisios. La sua influenza si è fatta sentire persino in America, attraverso Sant’Ermanno d’Alaska (13 dicembre). Sant’Ermanno era stato istruito da Anziani la cui formazione spirituale era stata guidata da San Paisios.

Quando era ancora in Russia, Sant’Ermanno incontrò San Nazario (23 febbraio), che divenne il suo Anziano a Valaam, poi a Sarov, quindi lo seguì al Monastero di Sanaxar, quando San Teodoro (19 febbraio) era l’igumeno. Uno dei libri che Sant’Ermanno portò con sé in America fu la Filocalia slava, stampata nel 1794. Egli non solo assimilò la sapienza spirituale che essa conteneva, ma la trasmise anche agli altri.

Abibo mm.

I santi martiri e confessori Gurias, Samonas e Habibus soffrirono durante la persecuzione contro i cristiani sotto gli imperatori Diocleziano (284-305) e Massimiano (305-311). I due amici Gurias e Samonas, predicatori della Parola di Dio, furono arrestati nella città di Edessa.

I santi rifiutarono di offrire sacrifici agli dèi, e confessarono con franchezza la loro fede in Cristo. Per questo furono sottoposti a crudeli torture: furono percossi, appesi per le mani, ai loro piedi furono legati pesi gravosi, e furono gettati in una prigione soffocante.

I martiri sopportarono tutto con fermezza e Samonas innalzò al Signore una preghiera, che uno dei testimoni della loro morte mise per iscritto: «O Signore mio Dio, alla cui volontà non cade nella trappola neppure un passero. Tu sei Colui che hai dato spazio a Davide nella sua tribolazione (Sal 4,1), che hai reso il profeta Daniele più forte dei leoni (Dn 6,16-24), e che hai concesso a un figlio di Abramo di essere vincitore sui tormenti e sulle fiamme (Dn cap. 3, cap. 14). Tu conosci anche, Signore, l’infermità della nostra natura, Tu vedi la lotta che ci sta dinanzi. Il nostro nemico si sforza di strapparci via da Te, opera della Tua destra, e di privarci della gloria che è in Te. Con il Tuo sguardo compassionevole che veglia su di noi, conserva in noi la luce inestinguibile dei Tuoi comandamenti. Guida i nostri passi con la Tua luce e rendici degni del Tuo Regno, poiché Tu sei benedetto nei secoli dei secoli».

Di notte, portarono i martiri fuori della città e li decapitarono (+ 299-306). I cristiani seppellirono con riverenza i loro santi corpi.

Dopo alcuni anni, l’ultimo imperatore pagano, Licinio (311-324), iniziò una persecuzione contro i cristiani. Habibus, diacono della Chiesa di Edessa, che l’imperatore aveva ordinato di arrestare per il suo zelo nel diffondere la vera Fede, si presentò di sua iniziativa davanti ai carnefici quando seppe che lo stavano cercando. Il santo confessò la sua fede in Cristo e fu condannato a essere bruciato vivo. Il martire entrò volontariamente nel fuoco e, con una preghiera, consegnò la sua anima al Signore. Quando il fuoco si spense, la madre e i parenti del santo trovarono il suo corpo illeso. Sepellirono il martire accanto ai santi Gurias e Samonas.

Dopo la morte dei santi, numerosi miracoli furono da loro compiuti per coloro che chiedevano il loro aiuto con fede e amore. Una volta, un certo soldato goto, mandato a prestare servizio a Edessa, prese in moglie la pia vergine Eufemia. Prima di questo il barbaro aveva promesso alla madre di lei, Sofia, sulle tombe dei martiri Gurias, Samonas e Habibus, che non avrebbe fatto alcun male alla sua sposa, e non l’avrebbe mai insultata, ma l’avrebbe sempre amata e protetta.

Al termine del suo servizio a Edessa, egli condusse con sé Eufemia nella sua patria. Si scoprì che l’aveva ingannata, perché aveva già una moglie in casa, ed Eufemia divenne sua schiava. Il suo malvagio marito la minacciò di ucciderla se avesse rivelato a qualcuno che erano sposati. Eufemia subì molti abusi e umiliazioni. Quando diede alla luce un figlio, la gelosa donna gota lo avvelenò. Eufemia si rivolse con la preghiera ai santi martiri Gurias, Samonas e Habibus, testimoni del giuramento spergiuro, e il Signore liberò Eufemia dalle sue sofferenze e la riportò miracolosamente a Edessa, dove fu accolta da sua madre.

Dopo un certo tempo il goto fu di nuovo mandato a prestare servizio a Edessa. Tutta la città venne a conoscenza delle sue malefatte dopo che fu denunciato da Sofia. Il goto fu giustiziato per ordine del prefetto della città.

In un Akathist, la santa Chiesa si rivolge ai martiri: «Rallegratevi, Gurias, Samonas e Habibus, celesti patroni del matrimonio onorevole». Li preghiamo per la liberazione dai turbamenti familiari e dalle difficoltà coniugali, specialmente quando uno dei coniugi odia l’altro senza motivo.