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Archivi: Santo del giorno

Caritone conf.

San Caritone il Confessore nacque a Iconio, nella provincia di Licaonia, e soffrì là durante una persecuzione contro i cristiani sotto l’imperatore Aureliano (270-275). L’esempio della santa Protomartire Thekla (24 settembre), anch’ella originaria della sua città, lo incoraggiò a confessare Cristo, poiché egli aveva una grande devozione per lei.

San Caritone denunciò coraggiosamente gli dèi pagani e confessò con fermezza la fede nell’unico vero Dio, Cristo Salvatore. Il santo Confessore subì atroci torture ma, per la Provvidenza di Dio, sopravvisse. La persecuzione cessò dopo la morte di Aureliano nel 275. San Caritone fu tra i molti cristiani che furono liberati dalla prigione, e decise di dedicare l’intera sua vita al servizio del Signore. Benché fosse scampato alla morte, soffriva perché non aveva ricevuto la corona del martirio.

Giunto a Gerusalemme in pellegrinaggio ai luoghi santi, cadde nelle mani dei ladri. Essi lo legarono e lo gettarono in una grotta, con l’intenzione di ucciderlo più tardi. Dopo che si allontanarono per andare in cerca di persone da derubare, il santo pregò fervidamente Dio, aspettandosi di essere messo a morte. Non chiese a Dio di liberarlo, ma lo supplicò invece di fare di lui secondo la Sua volontà.

In quel momento un serpente strisciò nella grotta e cominciò a bere il vino da un recipiente che lì si trovava. In seguito rigettò fuori il suo veleno mortale, avvelenando il vino. Quando tornarono alla grotta, gli uomini malvagi bevvero il vino avvelenato e morirono tutti. Così, le loro vite malvagie ebbero una fine adeguata. San Caritone rese grazie a Dio, e poi distribuì l’oro che i malfattori avevano rubato, donandolo ai poveri, alle chiese e ai monasteri. Iniziò le sue fatiche ascetiche proprio nel luogo del suo miracoloso salvataggio e vi costruì una chiesa. Col tempo fu fondato un monastero: la rinomata Lavra di Pharan in Palestina. La fama di san Caritone attirò a lui molti discepoli. Egli li dirigeva con affetto paterno e li elevava ai più alti gradi di virtù.

San Caritone compilò una Regola severa per il suo monastero. Bramoso di solitudine, il monaco si ritirò più lontano nel deserto per evitare le lodi degli uomini, ma non respinse mai nessuno che cercasse la sua guida spirituale. Fondò altri due monasteri: quello di Gerico (chiamato Monastero di san Caritone) e quello di Souka, che fu chiamato “la vecchia Lavra”. Portò inoltre molti ebrei e pagani alla Fede.

Alla fine della sua vita, san Caritone lottò in una grotta sulla cima di una collina vicino al monastero di Souka, ma non cessò di offrire guida a tutti e tre i monasteri che aveva fondato. Si addormentò nel Signore in pace e in tarda età il 28 settembre 350.

Secondo la Tradizione, san Caritone compilò l’Ufficio della Tonsura Monastica. San Caritone fu sepolto nel monastero di Pharan, secondo le sue ultime volontà. Le sue reliquie colme di grazia furono deposte nella chiesa che era stata costruita sul luogo della grotta dei briganti.

Ciriaco anacoreta b.

San Ciriaco (Kyriákos) nacque nella città greca di Corinto dal sacerdote Giovanni e da sua moglie Eudokía. Il vescovo Pietro di Corinto, che era un parente di famiglia, vedendo che Ciriaco era un fanciullo tranquillo e assennato, lo fece Lettore in chiesa. La sua lettura costante delle Sacre Scritture risvegliò in lui l’amore per il Signore, e gli fece desiderare una vita pura e santa.

Quando non aveva ancora diciotto anni, Ciriaco fu profondamente toccato durante una funzione liturgica dalle parole del Vangelo: «Se qualcuno vuol venire dietro a Me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e Mi segua» (Matteo 16,24). Egli credette che queste parole si applicassero a lui, così andò direttamente al porto senza passare da casa, salì su una nave e si recò a Gerusalemme.

Dopo aver visitato i luoghi santi, Ciriaco visse per alcuni mesi in un monastero non lontano da Sion, in obbedienza all’igumeno Abba Eustorgios (Eustórgios). Più tardi, con la benedizione di quest’ultimo, si recò alla laura nel deserto di Sant’Eutimio il Grande (20 gennaio). Sant’Eutimio, discernendo in Ciriaco grandi doni di Dio, lo rivestì dello schema monastico e lo pose sotto la guida di San Gerasimo (Gerásimos) (4 marzo), che lo addestrò all’ascesi nel Monastero di San Theoktistos (Theóktistos) presso il Giordano.

San Gerasimo, tenendo conto del fatto che Ciriaco era molto giovane, gli ordinò di vivere in un monastero cenobitico con i fratri. Il giovane monaco adempié facilmente alle sue obbedienze monastiche: pregava con fervore, dormiva poco e mangiava soltanto un giorno sì e uno no, sostenendosi con pane e acqua.

Era consuetudine per i monaci andare nel deserto di Rouva durante la Grande Quaresima e ritornare al monastero la Domenica delle Palme. Vedendo il rigoroso digiuno del giovane monaco, San Gerasimo decise di prenderlo con sé. Nella completa solitudine, gli asceti raddoppiarono i loro sforzi. Ogni domenica San Gerasimo comunicava il suo discepolo ai Santi Misteri.

Dopo la morte di San Gerasimo, il ventisettenne Ciriaco tornò alla laura di Sant’Eutimio, che non era più tra i viventi. Padre Ciriaco chiese una cella solitaria e là si dedicò a gare ascetiche nel silenzio, parlando soltanto con il monaco Tommaso. Ma Tommaso fu mandato ad Alessandria, dove fu consacrato vescovo, e San Kyriákos trascorse altri dieci anni in completo silenzio. All’età di trentasette anni fu ordinato diacono.

Quando si produsse una spaccatura tra i monasteri di Sant’Eutimio e di San Theoktistos, San Ciriaco si ritirò al Monastero di Souka di San Kharíton (28 settembre). In questo monastero essi ricevevano anche monaci già tonsurati come novizi, e così fu ricevuto anche San Ciriaco. Egli faticò umilmente in vari servizi monastici. Dopo alcuni anni, San Ciriaco fu ordinato sacerdote e fu scelto come canonarca, svolgendo questa obbedienza per diciotto anni. In tutto, San Ciriaco trascorse trent’anni nel Monastero di San Kharíton (28 settembre).

Il rigoroso digiuno e la completa assenza di malizia distinguevano San Ciriaco persino tra gli asceti più anziani della laura. Ogni notte egli leggeva il Salterio nella sua cella, interrompendo la lettura soltanto per andare in chiesa a mezzanotte. L’asceta dormiva pochissimo. Quando giunse all’età di settant’anni, Ciriaco si recò nel deserto di Natoufa, prendendo con sé il suo discepolo Giovanni.

Nel deserto gli eremiti mangiavano soltanto erbe amare, che diventavano commestibili grazie alle preghiere di San Ciriaco. Dopo cinque anni, un certo uomo venne a sapere degli asceti e portò a loro suo figlio indemoniato, e San Ciriaco lo guarì. Da quel momento, molte persone cominciarono a venire da lui con le loro necessità, ma egli desiderava la completa solitudine, e fuggì nel deserto di Rouva, dove dimorò per altri cinque anni. Ma anche in quel deserto venivano da lui i malati e gli indemoniati, e il Santo li guariva tutti con il Segno della Croce e ungendoli con olio.

Nel suo ottantesimo anno San Ciriaco fuggì nel remoto deserto di Sousakim, vicino a due torrenti inariditi. Secondo la Tradizione, il santo Profeta Davide menzionò Sousakim: «Tu hai disseccato i fiumi di Etham» (Salmo 73/74,15). Dopo sette anni, i fratelli del Monastero di Souka vennero da lui, supplicando il suo aiuto spirituale in un periodo di debilitante fame e malattia, che Dio aveva permesso. Essi implorarono San Ciriaco di ritornare al monastero, ed egli si stabilì nella grotta dove un tempo aveva vissuto San Kharíton.

San Ciriaco diede grande aiuto alla Chiesa nella lotta contro l’eresia dilagante dell’Origenismo. Con la preghiera e con la parola, ricondusse i traviati al vero cammino e rafforzò gli ortodossi nella loro fede. Cirillo, l’autore della Vita di San Ciriaco, e monaco della laura di Sant’Eutimio, fu testimone quando San Ciriaco preannunciò l’imminente morte dei principali eretici Nonos e Leonzio, e disse che presto l’eresia avrebbe cessato di diffondersi.

La Santissima Theotokos apparve una volta in sogno a San Ciriaco, insieme ai Santi Giovanni il Battista e Giovanni il Teologo, ordinandogli di conservare nella sua purezza la dottrina ortodossa. Ella però rifiutò di entrare nella sua cella, perché in essa si trovava un libro con gli scritti dell’eretico Nestorio. «Il mio nemico è nella tua cella», gli disse.

All’età di novantanove anni, San Ciriaco si recò di nuovo a Susakim e visse là con il suo discepolo Giovanni. Nel deserto, San Ciriaco era servito da un enorme leone, che lo proteggeva dai briganti. L’animale non infastidiva i fratelli e mangiava il cibo dalla mano del Santo.

Gli asceti avevano conservato un po’ d’acqua in una cavità della roccia durante l’inverno, ma nel caldo dell’estate tutta l’acqua si prosciugò. Poiché non c’era un’altra fonte d’acqua, San Ciriaco pregò, e cadde la pioggia, riempiendo la cavità d’acqua.

San Ciriaco tornò al monastero due anni prima della sua morte e si stabilì di nuovo nella grotta di San Kharíton. Fino alla fine della sua vita il giusto Anziano conservò il suo coraggio e pregò con fervore. Non fu mai ozioso: o pregava o lavorava. Prima della sua beata dipartita, San Ciriaco convocò i fratelli e li benedisse tutti. Si addormentò nel Signore, avendo vissuto 109 anni.

1 Il suo nome deriva dalla parola greca Κύριος, che significa Signore, o colui che appartiene al Signore. 2 Il canonarca è il principale cantore o Lettore. Egli si assicura che gli altri Lettori cantino dai testi corretti e usino i Toni appropriati. Egli inoltre preserva l’ordine canonico nei servizi liturgici, secondo il Typikon. 3 L’apparizione della Santissima Theotokos a San Kyriákos è commemorata l’8 giugno.

Dada

I Santi Martiri Dadas, Gabdelas e Kazdoa (Kasdoe) accettarono la morte per Cristo sotto l’imperatore persiano Sapor. Dadas era il maggiordomo principale di Sapor, e i Santi Gabdelas e Kazdoa erano i figli dello stesso crudele imperatore.

Non sapendo che il Santo Dadas era cristiano, l’imperatore lo nominò governatore di uno dei distretti persiani. Quando ciò fu scoperto, egli fu privato di tutti gli onori, mandato alla corte del crudele torturatore Andromelik e condannato a essere bruciato. Avvicinandosi al rogo, il Santo Dadas si protesse con il Segno della Croce, e il fuoco si spense.

Vedendo questo miracolo, il figlio sbigottito dell’imperatore, Gabdelas, credette in Cristo e, in presenza di tutti, confessò la sua fede. Il giudice lo riferì all’imperatore, e questi comandò che il Santo Gabdelas fosse ferocemente torturato. Ma in tutte le sofferenze la forza divina preservò il santo.

Un angelo del Signore lo consolava, e ogni volta il Signore gli restituiva salute e forza. Contemplando la guarigione miracolosa del santo martire, molti prigionieri che erano con lui in carcere divennero cristiani, persino lo stregone Gargal, e così accettarono il martirio. La figlia dell’imperatore, Kazdoa, sorella del Martire Gabdelas, lo visitava di nascosto in prigione e gli portava acqua.

Un’altra volta Kazdoa vide suo fratello quando i torturatori lo martirizzavano di nuovo. Il santo martire era appeso a una croce, e una scarica di frecce fu scagliata contro di lui, ma le frecce rimbalzarono e colpirono gli arcieri. Vedendo sua sorella, egli la persuase a credere in Cristo. La Santa Kazdoa si confessò cristiana e, per comando di suo padre, l’imperatore Sapor, fu crudelmente percossa e gettata in prigione, dove suo fratello languiva.

Soffrendo per le sue ferite, la Santa Kazdoa chiese a suo fratello di pregare per lei. Il Santo Gabdelas, dopo aver recitato la preghiera, assicurò sua sorella che non avrebbe più sofferto. Il giorno seguente, durante nuove torture, il Santo Gabdelas, vedendo due presbiteri, Dadias e Abdi, chiese loro di portare olio e acqua, poiché desiderava ardentemente ricevere il santo Battesimo.

In quel momento una nube adombrò il martire, dalla quale sgorgarono acqua e olio, e si udì una voce: “Servo di Dio, hai già ricevuto il Battesimo.” Il volto del martire divenne radioso, e nell’aria si diffuse il profumo di un unguento. Il torturatore comandò che il santo fosse trafitto con le lance, e dopo alcune ore egli morì con la preghiera sulle labbra.

Il suo corpo fu tagliato in tre parti, ma i presbiteri Dadias, Abdi e il diacono Armazates presero le sacre reliquie e le seppellirono con reverenza. Anche il corpo del santo Martire Dadas, che essi avevano pure torturato a lungo e fatto a pezzi, fu segretamente sepolto dai cristiani.

A mezzanotte il Martire Gabdelas apparve al presbitero Dadias, gli diede un vaso con olio e lo mandò dalla martire Kazdoa perché la unguesse con l’olio e le desse i Santi Misteri. Il presbitero fece ciò e, proprio alla fine, disse alla santa martire: “Dormi, sorella, fino alla venuta del Signore”, e la Santa Kazdoa partì verso il Signore. La madre della santa martire la preparò per la sepoltura e con gioia la seppellì insieme al Martire Gabdelas.

Onofrio di Georgia

San Onofrio di Gareji (Otar Machutadze nel mondo) visse e faticò nel XVIII secolo. Era un aristocratico kartliano celebre per la sua ricchezza, ospitalità e carità.

Desiderando ardentemente la vita ascetica, Otar portava un cilicio sotto le sue vesti signorili e pregava incessantemente Dio per avere la forza di condurre la vita monastica. Egli rivelò la sua volontà a sua moglie: “Ho sete di staccarmi da questo mondo e di avvicinarmi a Cristo”, disse. “Perciò ti chiedo perdono per tutte le mie colpe, sia volontarie che involontarie”.

La sua fedele moglie acconsentì e gli permise di andare in pace. Otar viaggiò con i suoi due figli più grandi a Tbilisi, li benedisse e diede loro l’addio per l’ultima volta. Poi si mise in cammino verso il Monastero di David-Gareji, che a quel tempo era guidato dal superiore dal cuore gentile archimandrita Herman.

L’archimandrita Herman accolse Otar con grande gioia e, dopo poco tempo, lo tonsurò monaco col nome di Onofrio.

Il beato Onofrio era un uomo pacifico, umile e obbediente, e un instancabile asceta. Vegliava durante la notte e, dopo le preghiere del mattino, scendeva nel burrone e continuava a cantare i salmi, versando lacrime per le sue colpe passate. Mangiva un solo pasto al giorno di pane e acqua, dopo l’ora dei Vespri. Una volta i daghestani assalirono il Monastero di David-Gareji, saccheggiarono la chiesa e fecero prigionieri diversi monaci, tra cui Onofrio, i sacerdoti Massimo e Ioakime, e quattro diaconi. Onofrio era il più anziano tra loro. I miscredenti avevano deciso di pugnalarlo a morte, ma il Signore lo protesse dal loro malvagio disegno.

Secondo la volontà del Dio onnimisericordioso, Onofrio fu liberato e tornò al monastero.

La fraternità era impoverita dopo l’invasione, così l’archimandrita Herman inviò san Onofrio in missione a chiedere elemosine. Era difficile per san Onofrio lasciare il monastero, ma egli obbedì senza esitazione alla volontà del suo superiore: l’ex aristocratico cominciò ad andare di porta in porta, mendicando la carità. A Tskhinvali in Samachablo san Onofrio attirò l’attenzione di una folla di persone che conducevano un giovane indemoniato. Il santo si avvicinò a loro e scoprì che stavano portando il giovane da un indovino per ricevere aiuto.

Con amore e grande franchezza san Onofrio si rivolse alla folla dicendo: “Figli miei, un tale comportamento non è degno di credenti cristiani. Portate il giovane a me!”.

La madre del giovane cadde in ginocchio davanti a lui, implorando aiuto, ma san Onofrio la rialzò e proclamò: “Io sono venuto portando terra dalla tomba di san Davide di Gareji. Questo aiuterà vostro figlio!” Sciolse un pizzico di quella terra in acqua e la diede da bere al giovane, che fu immediatamente guarito.

San Onofrio prese con sé il figlio più piccolo, Giovanni, e tornò al monastero con una grande quantità di provviste.

Una volta un certo arabo con un occhio ferito venne al monastero in cerca di aiuto. San Onofrio gli lavò l’occhio con acqua dalla sorgente santa di David-Gareji, ed egli fu immediatamente guarito.

Più tardi san Onofrio desiderò essere tonsurato nello schema grande. Il superiore era titubante e disse a Onofrio di rimanere per venti o trenta giorni presso la tomba di san Davide, pregando e supplicando Dio di rivelare la Sua volontà. Il santo rimase là in preghiera e, dopo trenta giorni, Dio rivelò all’abate che padre Onofrio era veramente degno di questo onore. Allora lo schema-monaco Onofrio fece voto di silenzio e cominciò a dormire su una stuoia logora. Sotto le sue vesti portava una pesante catena e lasciava la sua cella solo per partecipare ai divini servizi.

Ben presto il beato Onofrio si indebolì talmente da non essere più in grado di stare in piedi. I fratelli lo supplicarono di stendersi su un letto e di appoggiare la testa su un cuscino, ma il beato Onofrio aprì la bocca per la prima volta da quando aveva fatto il voto di silenzio e disse: “Ho fatto voto di concludere i miei giorni su questa stuoia”.

San Onofrio sopportò le sue infermità con rendimento di grazie e ripeteva incessantemente la Preghiera di Gesù. Quando le persone venivano a ricevere la sua benedizione, egli le accoglieva dicendo: “Lasciate che io baci il lembo delle vostre vesti e lavi i vostri piedi con le mie lacrime!”.

Sentendo che la fine dei suoi giorni si avvicinava, san Onofrio si comunicò dei Santi Doni e, diciotto giorni dopo, nella festa della Teofania, si addormentò nel Signore.

San Onofrio fu sepolto sul lato sud della tomba di san Davide di Gareji, vicino alla finestra dell’altare.

Teofane il misericordioso

San Teofane il misericordioso era un abitante della città siriana di Gaza. Era molto buono e misericordioso. Accoglieva i vagabondi, aiutava i poveri e i malati, e spendeva tutti i suoi beni per aiutare i bisognosi, mentre lui stesso rimaneva nel bisogno.

San Teofane non si rattristò affatto per la perdita dei suoi beni, ma perse la salute, e la malattia gli causò grandi sofferenze. Il suo corpo cominciò a gonfiarsi, a marcire e a emanare cattivo odore. Anche questa prova egli la sopportò con buon animo, rendendo grazie a Dio per tutte le cose.

Mentre stava morendo infuriava una violenta tempesta, e sua moglie si rattristava perché non avrebbe potuto dargli una sepoltura dignitosa. Il santo la consolò: «Non piangere, donna, perché fino ad ora è durata la prova, ma ecco che arriva l’aiuto dal Dio misericordioso, poiché nell’ora della mia morte la tempesta cesserà, per volontà di Dio». E così avvenne: appena rese la sua anima a Dio, tornò la calma. Dopo la morte il corpo di San Teofane fu completamente purificato dalle ferite e dalla putrefazione e divenne fragrante, stillando in abbondanza mirra guaritiva.

Gabdela e Kazdoa di Persia mm.

I Santi Martiri Dadas, Gabdelas e Kazdoa (Kasdoe) accettarono la morte per Cristo sotto l’imperatore persiano Sapor. Dadas era il capo degli amministratori sotto Sapor, e i Santi Gabdelas e Kazdoa erano i figli stessi del crudele imperatore.

Non sapendo che il santo Dadas fosse cristiano, l’imperatore lo nominò governatore di uno dei distretti persiani. Quando ciò fu scoperto, egli fu privato di tutti gli onori, mandato alla corte del crudele torturatore Andromelik e condannato a essere bruciato. Avvicinandosi al rogo, il santo Dadas si protesse con il Segno della Croce, e il fuoco si spense.

Vedendo questo miracolo, il figlio attonito dell’imperatore, Gabdelas, credette in Cristo e, in presenza di tutti, confessò la sua fede. Il giudice lo riferì all’imperatore, e questi comandò che il santo Gabdelas fosse fieramente torturato. Ma in tutte le sofferenze la forza divina preservò il santo.

Un angelo del Signore lo consolava, e ogni volta il Signore gli restituiva salute e forza. Contemplando la miracolosa guarigione del santo martire, molti prigionieri che erano con lui in carcere divennero cristiani, persino il mago Gargal, e così accettarono il martirio. La figlia dell’imperatore, Kazdoa, sorella del Martire Gabdelas, lo visitava di nascosto in prigione e gli portava acqua.

Un’altra volta Kazdoa vide suo fratello quando i torturatori lo tormentavano di nuovo. Il santo martire era appeso a una croce, e contro di lui fu scoccata una salva di frecce, ma le frecce rimbalzarono e colpirono gli arcieri. Vedendo sua sorella, egli la persuase a credere in Cristo. Santa Kazdoa si confessò cristiana, e per ordine di suo padre, l’imperatore Sapor, fu crudelmente percossa e gettata in prigione, dove languiva suo fratello.

Soffrendo per le sue ferite, Santa Kazdoa chiese a suo fratello di pregare per lei. Il santo Gabdelas, dopo aver recitato la preghiera, assicurò sua sorella che non avrebbe più sofferto. Il giorno seguente, durante nuovi tormenti, il santo Gabdelas, vedendo due presbiteri, Dadias e Abdi, chiese loro di portare olio e acqua, poiché desiderava ardentemente ricevere il santo Battesimo.

In quel momento una nube adombrò il martire, dalla quale sgorgarono acqua e olio, e si udì una voce: «Servo di Dio, hai già ricevuto il Battesimo». Il volto del martire divenne radioso, e nell’aria si diffuse un profumo fragrante. Il torturatore ordinò che il santo fosse trafitto con delle lance, e dopo alcune ore egli morì con la preghiera sulle labbra.

Il suo corpo fu tagliato in tre parti, ma i presbiteri Dadias, Abdi e il diacono Armazates presero le sante reliquie e le seppellirono con venerazione. Anche il corpo del santo Martire Dadas, che essi avevano pure a lungo torturato e tagliato in parti, fu segretamente sepolto dai cristiani.

A mezzanotte il Martire Gabdelas apparve al presbitero Dadias, gli diede un vaso con olio e lo mandò dalla martire Kazdoa perché la unguesse con l’olio e le desse i Santi Misteri. Il presbitero fece questo e, proprio alla fine, disse alla santa martire: «Dormi, sorella, fino alla venuta del Signore», e Santa Kazdoa partì verso il Signore. La madre della santa martire la preparò per la sepoltura e con gioia la seppellì insieme con il Martire Gabdelas.

Cirillo e Maria genitori di San Sergio di Radonezh

San Cirillo e sua moglie Maria furono i genitori di San Sergio di Radonezh (25 settembre). Appartenevano alla nobiltà, ma, cosa ancor più importante, erano cristiani pii e fedeli, ornati di ogni virtù.

La gente rimase stupefatta quando il bambino nel grembo di Maria gridò tre volte in chiesa durante la Divina Liturgia: prima della lettura del Santo Vangelo, durante l’inno Cherubico e quando il sacerdote disse: «Le Cose Sante ai Santi». Sebbene all’inizio fosse spaventata, Maria giunse a considerare questo evento come un segno da parte di Dio che il suo bambino sarebbe diventato un vaso eletto della grazia divina. Lei e suo marito si accordarono che, se il bambino fosse stato un maschio, lo avrebbero portato in chiesa e lo avrebbero dedicato a Dio. Questo bambino, il secondo dei loro tre figli, nacque intorno al 1314 e fu chiamato Bartolomeo nel Santo Battesimo.

A causa dei disordini civili, San Cirillo trasferì la sua famiglia da Rostov a Radonezh quando Bartolomeo era ancora un ragazzo.

Più tardi, quando il loro figlio espresse il desiderio di entrare nella vita monastica, i suoi genitori gli chiesero di aspettare e di prendersi cura di loro fino alla loro morte, poiché i suoi fratelli Stefano e Pietro erano entrambi sposati e avevano le proprie responsabilità familiari. Il giovane Bartolomeo obbedì ai suoi genitori e fece tutto ciò che poteva per compiacerli. In seguito essi decisero di ritirarsi in monasteri distinti e, dopo qualche anno, partirono per il Signore. Si ritiene che i Santi Cirillo e Maria siano riposati nel 1337.

Quaranta giorni dopo aver seppellito i suoi genitori, Bartolomeo sistemò la loro eredità, cedendo la propria parte a suo fratello Pietro. Poi si recò in monastero all’età di ventitré anni, e fu tonsurato il 7 ottobre con il nome di Sergio (in onore del martire San Sergio, che è commemorato in quel giorno). Come è noto, San Sergio di Radonezh divenne uno dei più grandi e venerati santi della Russia.

La Cronaca del Monastero della Protezione di Khot’kov racconta come persone furono guarite dalle loro infermità dopo aver pregato il Venerabile Sergio e i suoi genitori. Le reliquie dello schema-monaco Cirillo e della schema-monaca Maria rimasero nella Cattedrale della Protezione del monastero, anche dopo le sue numerose ricostruzioni. Già nel XIV secolo i genitori di San Sergio erano raffigurati con le aureole. Poiché San Sergio pregò per il riposo dei suoi genitori sulla loro tomba prima di entrare in monastero, i pellegrini, sulla via per la Santa Lavra della Trinità, avevano l’usanza di visitare prima il Monastero di Khot’kov, per poter pregare per i suoi genitori.

Nel XIX secolo, la venerazione dello schema-monaco Cirillo e della schema-monaca Maria si diffuse in tutta la Russia, come testimoniano i Menologi di quel tempo. Purtroppo, dopo il 1917, il Monastero di Khot’kov fu distrutto. Infine, nel luglio del 1981, fu istituita la Festa del Sinassi dei Santi di Radonezh, e lo schema-monaco Cirillo e la schema-monaca Maria furono glorificati per la venerazione locale. Nel 1989 la Cattedrale della Protezione del monastero fu restituita alla Chiesa Ortodossa Russa. Le celebrazioni liturgiche ripresero nuovamente, e le reliquie dei giusti genitori di San Sergio furono là trasferite.

I Santi Cirillo e Maria furono glorificati per la venerazione universale da parte della Chiesa Ortodossa di Russia nel 1992. Sono commemorati anche il 18 gennaio (onomastico di San Cirillo), il 5 giugno (Sinassi dei Santi di Rostov e Jaroslavl’), il 6 luglio (Sinassi dei Santi di Radonezh) e il giovedì che segue la domenica del Pubblicano e del Fariseo.

Illuminatore della Grande Armenia

Il Ieromartire Gregorio, Illuminatore della Grande Armenia, nacque nell’anno 257. Egli discendeva dalla stirpe dei re parti Arsakidi. Anak, il padre di San Gregorio, era di nascita parta. Nel suo tentativo di conquistare il trono d’Armenia, Anak e suo fratello assalirono con le spade il loro parente, il re Kursar, lasciandolo mortalmente ferito. I servi del re lo trovarono ancora vivo, ed egli fu in grado di raccontare loro quanto era accaduto. Prima di spirare, il re ordinò l’esecuzione di Anak, di suo fratello e anche delle loro mogli e dei loro figli. Gli assassini furono raggiunti presso un fiume, dove furono uccisi e i loro corpi gettati nell’acqua.

Uno dei parenti di Anak salvò Gregorio e suo fratello, che erano in fasce, e li nascose in casa sua. Ci fu una rivolta in Armenia, e il re Artasiro di Persia riuscì a conquistare l’Armenia e a sottometterla al suo dominio. Quanto ai figli di Arak: uno fu portato in Persia, e Gregorio fu mandato nell’Impero Romano.

Quando raggiunse l’età adulta, Gregorio visse a Cesarea di Cappadocia, dove fu convertito alla Fede cristiana. Gregorio si sposò ed ebbe due figli, ma presto rimase vedovo. Gregorio allevò i figli nella pietà. Uno di loro, Ortane, divenne poi sacerdote, e l’altro, Arostanes, fu tonsurato monaco e andò nel deserto a vivere in solitudine.

Per espiare il peccato di suo padre, che aveva ucciso il padre di Tiridate, Gregorio entrò al servizio di quest’ultimo, e fu per lui un servo fedele. Tiridate, che militava nell’esercito romano, amava Gregorio come un amico, ma quando venne a sapere che Gregorio era cristiano, si adirò. Tuttavia San Gregorio non tenne in conto l’ingiusta ira del suo padrone.

Quando i Goti attaccarono l’Impero Romano, il principe dei Goti sfidò l’Imperatore a un duello. L’Imperatore ebbe paura di combattere contro il principe, così fece indossare a Tiridate la sua armatura e lo mandò al suo posto. Tiridate sconfisse l’avversario senza usare la spada, e lo condusse prigioniero all’Imperatore. Quindi tutto l’esercito dei Goti fu sconfitto. In segno di gratitudine, l’Imperatore fece di Tiridate il re dell’Armenia. Quando Tiridate offrì sacrifici ai suoi “dei” per la nuova dignità, volle che Gregorio sacrificasse con lui. Gregorio rifiutò, e così Tiridate ordinò che venisse torturato.

Il Santo fu sospeso a capo in giù, con una pietra legata al collo, e per vari giorni lo soffocarono con un fumo nauseabondo, lo percossero e lo derisero, e lo costrinsero a camminare in sandali di ferro chiodati.

Durante questi tormenti, San Gregorio cantava i Salmi. In prigione il Signore guarì tutte le sue ferite. Quando Gregorio si presentò davanti al re, sereno e illeso, egli ne fu stupefatto e ordinò che i tormenti fossero ripetuti. San Gregorio li sopportò, senza vacillare, con la stessa determinazione e lo stesso contegno di prima. Allora gli versarono addosso dello stagno fuso e lo gettarono in una fossa piena di serpenti, scorpioni e altre creature velenose. Il Signore, però, risparmiò il suo eletto, ed egli rimase illeso.

Alcune pie donne lo tennero in vita per quattordici anni nutrendolo con del pane, che gli calavano di nascosto nella fossa. Un santo angelo apparve al martire, fortificandolo e confortandolo. In quel tempo il re Tiridate uccise la santa vergine Ripsimia (Ριψιμία, o Ριψίμη), l’anziana Gaianḗ (Γαϊανή) e altre 32 Sante Vergini Martiri (alcune fonti dicono 35) provenienti dall’Asia Minore. Tiridate, che sembrava aver perso la ragione dopo ciò, si riprese sei giorni dopo. Allora l’ira di Dio colpì il re Tiridate, i suoi collaboratori e i soldati che avevano partecipato all’esecuzione delle vergini. Assaliti dai demoni, il loro aspetto divenne simile a quello di cinghiali selvaggi, come un tempo accadde a Nabucodonosor (Daniele 4,30). Correndo per boschi e campi, laceravano le loro vesti e divoravano la propria carne.

San Gregorio fu tirato fuori dalla fossa, poi fu lavato, rivestito di abiti puliti e nutrito. Quindi fu condotto dal re. Tutti si inchinarono davanti a lui, pregandolo di supplicare Dio di guarire il re e anche gli altri responsabili dell’uccisione delle Sante Vergini Martiri. Per prima cosa, il Santo chiese delle loro reliquie, che erano rimaste insepolte per nove giorni. San Gregorio seppellì i corpi, poi iniziò a predicare al popolo, esortandolo a volgere le spalle alle tenebre dell’idolatria e a rivolgersi a Cristo. Il popolo credette in Cristo, e desiderò costruire una grande chiesa. Quando fu completata, San Gregorio vi fece portare le reliquie delle sante monache. Poi condusse il re Tiridate nella chiesa, davanti ai corpi dei Santi che egli aveva ucciso, affinché pregassero Cristo per lui. Egli si pentì e subito il suo volto tornò al suo aspetto originario.

Presto tutta l’Armenia fu convertita a Cristo. I templi degli idoli furono distrutti, e furono costruite chiese per il culto dell’unico vero Dio. San Gregorio ordinò sacerdoti, istituì scuole, fondò monasteri e provvide al buon ordine della Chiesa.

Dopo ciò, San Gregorio si ritirò nel deserto, dove pose fine alla sua vita terrena in modo gradito al Signore. Suo figlio Aristanes fu consacrato vescovo in Cappadocia e fu uno dei 318 Santi Padri del Concilio di Nicea.

Gregorio im

Il ieromartire Gregorio, Illuminatore della Grande Armenia, nacque nell’anno 257. Discendeva dalla stirpe dei re arsacidi dei Parti. Anak, il padre di san Gregorio, era per nascita un Parto. Nella sua ricerca del trono armeno, Anak e suo fratello assalirono con le spade il loro parente, il re Kursar, lasciandolo mortalmente ferito. I servi del re lo trovarono ancora vivo, ed egli fu in grado di raccontare loro ciò che era accaduto. Prima di spirare, il re ordinò l’esecuzione di Anak, di suo fratello e anche delle loro mogli e dei loro figli. Gli assassini furono catturati presso un fiume, dove furono uccisi e i loro corpi gettati nell’acqua.

Uno dei parenti di Anak salvò Gregorio e suo fratello, che erano ancora lattanti, e li nascose in casa sua. Vi fu una rivolta in Armenia, e il re Artasirus di Persia riuscì a conquistare l’Armenia e a sottometterla al suo dominio. Quanto ai figli di Anak: uno fu portato in Persia, e Gregorio fu mandato nell’Impero Romano.

Quando giunse all’età adulta, Gregorio visse a Cesarea di Cappadocia, dove fu convertito alla fede cristiana. Gregorio si sposò ed ebbe due figli, ma presto rimase vedovo. Gregorio crebbe i suoi figli nella pietà. Uno di loro, Orthanes, divenne poi presbitero, e l’altro, Arostanes, fu tonsurato monaco e si recò nel deserto per vivere in solitudine.

Per espiare il peccato di suo padre, che aveva ucciso il padre di Tiridate, Gregorio entrò al servizio di quest’ultimo e gli fu un servo fedele. Tiridate, che prestava servizio nell’esercito romano, amava Gregorio come un amico, ma quando seppe che Gregorio era cristiano, si adirò. San Gregorio, tuttavia, non badò all’ingiusta ira del suo padrone.

Quando i Goti attaccarono l’Impero Romano, il principe dei Goti sfidò l’Imperatore a un combattimento singolare. L’Imperatore ebbe paura di battersi con il principe, così fece indossare a Tiridate la sua armatura e lo mandò al suo posto. Tiridate sconfisse il suo avversario senza usare la spada e lo condusse prigioniero all’Imperatore. Poi tutto l’esercito gotico fu sconfitto. In segno di gratitudine, l’Imperatore fece Tiridate re d’Armenia. Quando Tiridate offrì sacrifici ai suoi “dèi” per la sua nuova dignità, volle che Gregorio sacrificasse con lui. Gregorio rifiutò, e così Tiridate ordinò che fosse torturato.

Il santo fu sospeso a testa in giù, con una pietra legata al collo, e per diversi giorni lo soffocarono con un fumo maleodorante, lo percossero e lo schernirono, e lo costrinsero a camminare con sandali di ferro irti di chiodi.

Durante questi tormenti, san Gregorio cantava i Salmi. In carcere il Signore guarì tutte le sue ferite. Quando Gregorio si presentò davanti al re, lieto e illeso, questi ne fu sbalordito e ordinò che i tormenti fossero ripetuti. San Gregorio li sopportò, senza vacillare, con la stessa decisione e lo stesso portamento di prima. Poi versarono su di lui stagno fuso e lo gettarono in una fossa piena di serpenti, scorpioni e altre creature velenose. Il Signore, tuttavia, preservò il suo eletto, ed egli rimase illeso.

Alcune pie donne lo mantennero in vita per quattordici anni, nutrendolo con pane che gli calavano di nascosto nella fossa. Un santo angelo apparve al martire, fortificandolo e incoraggiandolo. In questo tempo il re Tiridate uccise la santa vergine santa Ripsimia (Ριψιμία, o Ριψίμη), l’anziana Gaianḗ (Γαϊανή), e altre 32 sante vergini martiri (alcune fonti dicono 35) provenienti dall’Asia Minore. Tiridate, che sembrava aver perso la ragione dopo questo, si riprese sei giorni più tardi. Allora l’ira di Dio colpì il re Tiridate, i suoi collaboratori e i soldati che avevano partecipato all’esecuzione delle vergini. Assaliti dai demoni, il loro aspetto somigliava a quello di cinghiali selvatici, come già era accaduto a Nabucodonosor (Daniele 4,30). Correndo per boschi e campi, laceravano le loro vesti e divoravano la propria carne.

San Gregorio fu tirato fuori dalla fossa, quindi fu lavato, rivestito di abiti puliti e rifocillato. Poi fu condotto dal re. Tutti si inchinarono davanti a lui, supplicandolo di chiedere a Dio di guarire il re e anche gli altri responsabili dell’uccisione delle sante vergini martiri. Per prima cosa, il santo chiese delle loro reliquie, che erano rimaste insepolte per nove giorni. San Gregorio seppellì i corpi, poi cominciò a predicare al popolo, esortandolo a convertirsi dalle tenebre dell’idolatria a Cristo. Il popolo giunse a credere in Cristo e desiderò edificare una grande chiesa. Quando fu completata, san Gregorio vi fece portare le reliquie delle sante monache. Poi condusse il re Tiridate nella chiesa, davanti ai corpi dei santi che egli aveva ucciso, affinché essi pregassero Cristo per lui. Egli si pentì e subito il suo volto fu ricondotto al suo aspetto originario.

Presto tutta l’Armenia fu convertita a Cristo. I templi degli idoli furono distrutti, e furono costruite chiese per il culto dell’unico vero Dio. San Gregorio ordinò presbiteri, istituì scuole, fondò monasteri e provvide al buon ordine della Chiesa.

Dopo questo, san Gregorio si ritirò nel deserto, dove terminò la sua vita terrena in modo gradito al Signore. Suo figlio Aristanes fu ordinato vescovo in Cappadocia, e fu uno dei 318 Santi Padri del Concilio di Nicea.

Cipriano di Ustiug.

San Cipriano di Ustiug era un ricco proprietario terriero, ma, distogliendosi dalle vanità del mondo, ricevette il Grande Abito Angelico con il nome di Cipriano nel monastero della Santa Trinità a Gledeno.

Gli abitanti della città di Ustiug, da poco fondata, supplicarono san Cipriano di costruire un monastero nei pressi della città. San Cipriano percorse la città e ne osservò la disposizione, poi scelse un luogo vicino a laghetti poco profondi presso le cascate di Ostrozh e iniziò a costruire una cella.

Entro l’anno 1212 egli aveva fondato un monastero in onore dell’Ingresso nel Tempio della Santissima Theotokos, e una chiesa dedicata all’Arcangelo Michele, Principe delle Schiere Celesti. Gli abitanti di Ustiug, vedendo la pietà del santo asceta, gli portarono tutto ciò che gli occorreva per costruire il monastero, e molti vennero per condurre la vita ascetica con san Cipriano, che accoglieva tutti con gioia e con amore.

Il santo monastero crebbe, e, secondo il racconto nella Cronaca di Ustiug, san Cipriano «fu scelto come Superiore del santo monastero e pastore del gregge di Cristo, ma per umiltà non acconsentì a essere ordinato al santo sacerdozio». Vi era una pietra accanto al suo letto, che egli usava per posarvi il capo. Durante le sue preghiere notturne, l’asceta la teneva nelle mani per mantenersi vigilante ed essere costantemente in preghiera.

San Cipriano si presentò al Signore alle ore sei del pomeriggio del 29 settembre 1276, e il suo corpo fu sepolto nel monastero che egli aveva fondato. Più tardi, fu costruita una chiesa sopra le sue sante reliquie e fu dedicata alla festa della Metà della Pentecoste, con anche una cappella in onore di san Cipriano di Cartagine (31 agosto).

Ripsimia e Gaia di Armenia mm.

Santa Ripsimia (Ριψιμία o Ριψίμη) subì il martirio nell’anno 292, durante il regno di Diocleziano (284-304). Era di grande bellezza per il suo aspetto esteriore, e modesta nel suo carattere. In quei giorni, Diocleziano mandò uomini in tutto l’Impero per trovare una fanciulla più bella di tutte le altre da prendere in moglie. Essi trovarono Santa Ripsimia, che aveva consacrato la sua verginità a Cristo e viveva in una comunità di donne in Asia Minore, della quale Santa Gaiaṇḗ era la Superiora. I messaggeri fecero fare un ritratto di Ripsimia e lo mandarono a Diocleziano. L’Imperatore fu rapito dalla sua bellezza e le mandò una lettera, chiedendole di essere sua moglie. Ripsimia, che aveva Cristo come celeste Sposo, non voleva sposare nessun altro. Perciò, le monache decisero di rifugiarsi in Armenia. Durante il viaggio sopportarono fame, sete e molte altre prove.

Si stabilirono in una vigna sui pendii del monte Ararat, e le donne più robuste si recavano in città per lavorare presso la gente, in modo da guadagnare denaro per acquistare cibo e altre necessità. Tutte le donne erano pronte a sopportare l’esilio, e a portare ogni peso e dolore per amore della purezza.

Quando Diocleziano fu informato che Ripsimia era fuggita in Armenia, scrisse al suo amico, il re Tiridate, dicendo: «Se la trovi, mandamela, oppure, se vuoi, sposala tu stesso».

Tiridate mandò i suoi uomini a cercare Ripsimia, e quando la trovarono circondarono la zona affinché non potesse fuggire. Quando venne a sapere quanto era bella, Tiridate le mandò doni e vesti degne di una regina, affinché potesse presentarsi davanti a lui in modo appropriato. Ripsimia, però, seguendo le istruzioni di Santa Gaiaṇḗ, che l’aveva cresciuta fin dall’infanzia, respinse questi doni e rifiutò di andare dal re. Santa Gaiaṇḗ disse ai messaggeri che queste vergini erano già fidanzate a Cristo, e che era impossibile per loro entrare in un matrimonio terreno.

Quando i messaggeri riferirono a Tiridate ciò che era accaduto, egli si adirò molto. Mandò uno dei suoi principi e un esercito di soldati ad uccidere tutte le vergini e a condurre Ripsimia a lui con la forza. Quando vide i soldati avvicinarsi alle vergini con le spade sguainate, Santa Ripsimia disse al principe: «Portami dal tuo re, ma non fate del male a queste vergini».

Santa Ripsimia fu condotta nella camera nuziale reale, piangendo e pregando che Dio preservasse la sua verginità. Ricordando come Egli aveva aiutato i suoi servi in passato, come aveva salvato Israele dalle mani del Faraone, mantenuto Giona nel ventre della balena per tre giorni, e come aveva protetto i Tre Santi Fanciulli nella fornace ardente, ella credeva che l’avrebbe anche liberata da Tiridate.

Quando il re entrò nella camera tentò di violentarla, ma con l’aiuto di Dio ella divenne più forte di Tiridate, ed egli non fu in grado di farle del male. Uscito dalla camera, il re comandò che Santa Gaiaṇḗ fosse condotta da lui, poiché aveva scoperto che era stata lei a crescere Ripsimia. Il re le disse di persuadere Ripsimia a sottomettersi a lui, ma quando l’Anziana le parlò, la consigliò di custodire la sua verginità, che aveva dedicato a Cristo, e di ricordare la corona che il suo Sposo aveva preparato per lei. Infine, disse che, se il re l’avesse messa a morte, ella avrebbe goduto di un favore ancora maggiore da parte di Cristo.

Vedendo di non aver ottenuto nulla, benché avesse lottato a lungo con Ripsimia, il re cominciò a tremare e a rotolarsi per terra. Quella notte, Santa Ripsimia fuggì dalla città. Trovò le sorelle e raccontò loro come era rimasta inviolata.

La mattina seguente alcuni soldati trovarono Ripsimia e prepararono per lei una morte crudele. Per prima cosa le strapparono la lingua, la spogliarono, le legarono mani e piedi a delle colonne, e la bruciarono con delle candele. Poi le squarciarono il ventre con una pietra affilata, cosicché le viscere le caddero fuori. Infine, le cavarono gli occhi e le tagliarono le membra. Avendo compiuto la sua lotta, partì verso Cristo, il donatore di corone.

L’Anziana Gaiaṇḗ e altre due vergini subirono tormenti ancor più grandi. I pagani perforarono loro le gambe, le sospesero a testa in giù e le scorticarono vive. Tagliando loro il collo da dietro, tirarono fuori le lingue e le mozzarono. Poi i loro ventri furono squarciati con pietre affilate, cosicché le viscere caddero a terra. Infine furono decapitate.

Altre trentadue Vergini Martiri (alcune fonti dicono che furono trentacinque) subirono orribili torture, e morirono di spada, poi i loro corpi furono gettati alle bestie selvatiche.

Oltre a queste sante donne, anche settanta uomini che si nascondevano in quella zona subirono il martirio.

Michele primo metropolita di Kiev

San Michele, primo metropolita di Kiev, secondo la Cronaca di Joakim era di nascita siriano, ma secondo altre cronache era bulgaro o serbo. Nell’anno 989, egli arrivò a Korsun con altri chierici per il santo principe Vladimir (15 luglio), non molto tempo dopo il Battesimo di Vladimir (988).

Come primo metropolita della Chiesa russa il suo servizio fu difficile, ma ricolmo di grazia. Con zelo percorse la terra russa da poco illuminata, predicando il Santo Vangelo, battezzando e istruendo il popolo da poco illuminato, fondando le prime chiese e scuole religiose.

A Rostov egli istituì la prima chiesa di legno in onore della Dormizione della Santissima Theotokos e vi pose come vescovo Teodoro il Greco. San Michele fu un ierarca saggio e mite, ma anche severo. La Chiesa russa ha conservato la memoria delle lodevoli opere del santo. Nel Synodikon delle cattedrali di Santa Sofia di Novgorod e di Kiev egli è a ragione chiamato l’iniziatore.

San Michele morì nell’anno 992 e fu sepolto nella chiesa della Decima (Desyatin-Tithe) della Santissima Theotokos a Kiev. Intorno all’anno 1103, sotto l’igumeno sant’Theoctisto (in seguito vescovo di Chernigov, 5 agosto), le sue reliquie furono trasferite nella Grotta di Antonio, e il 1 ottobre 1730 nella Grande Chiesa delle Grotte.

Anticamente, la sua memoria era celebrata il 2 settembre, insieme ai santi Antonio e Teodosio delle Grotte. Rimane traccia di questa più antica celebrazione nel servizio a san Michele. Nel secondo verso delle “Lodi” cantiamo: “Avendo iniziato il nuovo anno, ti offriamo i nostri primi canti, o beato, poiché tu fosti l’inizio della gerarchia nella terra russa”.

San Michele è commemorato due volte durante l’anno liturgico. La sua principale festa è il 15 giugno (il suo beato riposo nel 992). È anche commemorato il 30 settembre (la traslazione delle sue reliquie).

Gregorio igumeno di Pelsheme

San Gregorio di Pelsheme, Vologda, nacque nella città di Galich, nella gubernija di Kostroma. Proveniva dalla stirpe nobiliare dei Lopotov. Quando il giovane raggiunse l’età di quindici anni, i suoi genitori vollero farlo sposare, ma morirono senza vedere realizzato questo loro desiderio. Il giovane Gregorio distribuì ai poveri l’eredità che gli era stata lasciata, ed entrò nel monastero della Santissima Theotokos sulla riva del lago di Galich.

L’Igumeno del monastero guardava con diffidenza al nuovo monaco a causa della sua giovinezza e della sua origine nobiliare. Perciò mise Gregorio in obbedienza a un Anziano esperto. Con grande umiltà san Gregorio serviva tutti i fratelli. Dopo un certo tempo fu ordinato sacerdote. Ben presto la fama di san Gregorio come pastore si diffuse, e molti cominciarono a recarsi da lui per ricevere guida e consigli spirituali.

Il principe di Galich chiese al monaco di essere padrino dei suoi figli. Gravato dalla fama e dalla vicinanza dei parenti, il monaco si recò a Rostov per venerare le reliquie di san Leonzio (23 maggio), e si stabilì nel monastero di sant’Abramio (29 ottobre). Ma anche qui la notizia delle imprese ascetiche del santo si diffuse rapidamente.

I monaci del monastero del Salvatore (Yakovlev) si rivolsero all’arcivescovo Dionisio di Rostov (1418-1425) con la richiesta di assegnare san Gregorio alla guida del loro monastero. Per umiltà il monaco accettò la direzione del monastero, ma dopo due anni lasciò segretamente il monastero e si ritirò nella foresta di Vologda.

Nella solitudine di Sosnovetsk fece conoscenza di san Dionisio di Glushitsa (1 giugno). Quando il Signore ispirò il santo asceta a fondare un proprio monastero, san Dionisio approvò l’intenzione del suo amico. Con una croce sulle spalle, san Gregorio attraversò il fiume Pelsheme e piantò la croce in un intrico di cespugli sulla riva del fiume.

Il primo monaco del nuovo monastero fu il sacerdote Alexis, in monachesimo Alessandro. Nel 1426 fu costruita nel monastero una chiesa in onore della Santissima Theotokos. Le sue icone furono dipinte da san Dionisio, e lo stesso san Gregorio copiava i testi sacri per il monastero. Gradualmente il numero dei monaci crebbe, il monastero si ingrandì e divenne più famoso.

San Gregorio si preoccupava della crescita della pietà nel monastero e, allo stesso tempo, condivideva il destino della sua patria. Nell’anno 1433 andò a Mosca per indurre il principe di Galich, Yuri Dimitrievich, che aveva usurpato il principato di Mosca a Basilio il Nero, a restituire Mosca al principe Basilio. Il principe Yuri obbedì all’Anziano monaco.

Ma nel 1434 il figlio del principe Yuri, Demetrio Shemyaka, iniziò a devastare le terre di Vologda appartenenti al Gran Principe. San Gregorio, addolorato per la discordia e la violenza, si recò da Demetrio Shemyaka e gli rivolse parole ardite. «Principe Demetrio,» disse il monaco, «tu fai cose che non sono cristiane. Sarebbe stato meglio se fossi andato in una terra pagana, presso un popolo vile e ignorante di Dio. Vedove e orfani gridano contro di te a Dio. Quante persone periranno di fame e di freddo a causa tua, e se non smetterai presto il fratricidio, lo spargimento di sangue e la violenza, allora perderai sia la tua gloria sia il tuo principato».

Dopo questa audace denuncia, Shemyaka diede ordine di gettare il santo Anziano da un ponte. Per diverse ore il monaco giacque là, immobile. Le sue denunce produssero l’effetto desiderato, e Shemyaka lasciò presto Vologda. Il coraggio del monaco non fece che aumentare la venerazione nei suoi confronti. Prima della sua morte ricevette i Santi Misteri, rivolse una parola di guida ai fratelli e nominò come igumeno del monastero il suo compagno di ascesi Alessandro. San Gregorio si addormentò nel Signore il 30 settembre 1442 e fu sepolto nel monastero da lui fondato.

Postfesta della Santa Croce

Dal 15 settembre fino al Congedo, nei giorni feriali durante la Divina Liturgia, dopo il Piccolo Ingresso cantiamo: «O venite, adoriamo e prostriamoci davanti a Cristo. O Figlio di Dio, crocifisso nella carne, salva noi che a Te cantiamo: Alleluia».

Eustazio ml. e il suo seguito

Prima del suo Battesimo, il Santo Grande Martire Eustàthios si chiamava Plakidas (Πλακίδας). Era un generale romano durante i regni degli imperatori Tito (79-81) e Traiano (98-117). Ancor prima di conoscere Cristo, Plakidas si dedicava ad opere di carità, aiutando i poveri e i bisognosi. Perciò il Signore non permise che questo pagano virtuoso continuasse nelle tenebre dell’idolatria.

Un giorno, mentre cacciava in una foresta, vide un cervo straordinario che ogni tanto si fermava a fissarlo. Plakidas lo inseguì a cavallo, ma non riusciva a raggiungerlo. Il cervo saltò oltre un burrone e si fermò dall’altra parte, di fronte a lui. Improvvisamente Plakidas vide una Croce radiosa tra le corna dell’animale. Il generale fu stupito nel sentire una voce che proveniva dalla Croce e diceva: «Perché mi perseguiti, Plakidas?»

«Chi sei Tu, Signore?» chiese Plakidas. La voce rispose: «Io sono Gesù Cristo, che tu non conosci, ma che tu onori con le tue buone opere. Io sono apparso qui su questa creatura per te, per attirarti nella rete del mio amore per il genere umano. Non è conveniente che uno giusto come te adori gli idoli e rimanga ignorante della verità. Sono venuto nel mondo per salvare il genere umano.»

Plakidas esclamò: «Signore, credo che Tu sei il Dio del cielo e della terra, il Creatore di tutte le cose. Signore, insegnami che cosa devo fare.» Di nuovo il Signore rispose: «Va’ dal vescovo del tuo paese e ricevi da lui il Battesimo, ed egli ti istruirà.»

Plakidas tornò a casa e con gioia raccontò ogni cosa a sua moglie Tatiana. Ella, a sua volta, gli parlò di uno strano sogno che aveva avuto la sera precedente, nel quale le era stato detto: «Domani tu, tuo marito e i tuoi figli verrete a me e saprete che io sono il vero Dio.» La coppia allora si affrettò a fare quanto era stato loro detto.

Si affrettarono dal vescovo cristiano, che battezzò tutta la loro famiglia e poi li comunicò con i Santi Misteri. Plakidas fu rinominato Eustàthios, sua moglie fu chiamata Theopistē, e i loro figli, Agapios e Theopistos.

Il giorno seguente, il Santo Eustàthios andò nel luogo della sua miracolosa conversione e là rese grazie al Signore per averlo chiamato sul cammino della salvezza.

Il Santo Eustàthios ricevette un’altra rivelazione miracolosa. Il Signore stesso gli predisse le imminenti tribolazioni: «Eustàthios, tu soffrirai molte sventure, come Giobbe, ma alla fine vincerai il diavolo.»

Ben presto il Santo Eustàthios fu colpito dalla sventura: tutti i suoi servi morirono di peste e il suo bestiame perì. Ridotto in rovina, ma senza disperare nello spirito, il Santo Eustàthios e la sua famiglia abbandonarono segretamente la loro casa, per vivere nella povertà, sconosciuti, umili e poveri.

Si recarono in Egitto per imbarcarsi su una nave diretta a Gerusalemme. Durante il viaggio il Santo fece esperienza di un nuovo dolore. Affascinato dalla bellezza di Theopistē, il proprietario della nave fece sbarcare con crudeltà Eustàthios e i suoi figli, trattenendo la moglie per sé.

Con grande tristezza il Santo proseguì il suo cammino, e una nuova calamità lo colpì. Giunto presso un fiume tempestoso, si accinse a portare i suoi due figli sull’altra riva, uno alla volta. Quando ebbe portato di là il primo, l’altro fu assalito da un leone e trascinato nel deserto. Mentre stava ritornando alla riva, un lupo trascinò l’altro fanciullo nella foresta.

Il Santo Eustàthios pianse amaramente, ma comprese che la Divina Provvidenza gli aveva mandato queste sventure per mettere alla prova la sua perseveranza e la sua devozione a Dio. Il Santo Eustàthios si preparò a sopportare ancor più dolori, sapendo che chi sopporta le tentazioni e viene provato riceverà la corona della vita che Dio ha promesso a coloro che lo amano (Giacomo 1,12).

Nel villaggio di Badessos trovò lavoro e trascorse cinque anni in un incessante lavoro. Il Santo Eustàthios allora non sapeva che, per misericordia di Dio, dei pastori e dei contadini avevano salvato i suoi figli e che essi vivevano vicino a lui. Egli non sapeva nemmeno che l’insolente proprietario della nave era stato colpito da una terribile malattia ed era morto, lasciando la Santa Theopistē illesa. Ella viveva in pace e libertà nel luogo dove la nave era approdata.

Nel frattempo all’imperatore Traiano era divenuto difficile reclutare un esercito per Roma per affrontare una ribellione, poiché i soldati rifiutavano di andare in battaglia senza Plakidas. Essi consigliarono a Traiano di mandare uomini in tutte le città per cercarlo.

Antiochos e Akakios, che erano amici di Plakidas, lo cercarono in vari luoghi. Infine giunsero nel villaggio dove viveva il Santo Eustàthios. I soldati lo trovarono, ma non lo riconobbero. Cominciarono a parlargli dell’uomo che cercavano, chiedendogli il suo aiuto e promettendogli una grande ricompensa. Il Santo Eustàthios riconobbe subito i suoi amici, ma non rivelò loro la sua identità.

Prendendo in prestito del denaro da uno dei suoi amici, preparò un pasto per i suoi ospiti. Mentre lo osservavano, notarono che assomigliava al loro precedente comandante. Quando videro una cicatrice sulla sua spalla, segno di una ferita profonda inferta da una spada, compresero che era il loro amico che stava davanti a loro. Lo abbracciarono in lacrime e gli dissero perché lo stavano cercando.

Il Santo Eustàthios tornò a Roma con loro e fu reintegrato nel suo precedente grado. Molti nuovi reclute furono arruolate nell’esercito da tutto l’Impero. Egli non sapeva che i due giovani soldati che lo servivano, e che egli amava per la loro abilità e audacia, erano in realtà i suoi stessi figli. Essi non si rendevano conto che servivano sotto il comando del loro stesso padre, né che erano fratelli per nascita.

Durante una campagna, l’esercito guidato da Eustàthios si fermò in un certo luogo. Una notte, i due fratelli stavano parlando nella loro tenda. Il maggiore raccontò della sua vita, di come aveva perso la madre e il fratello, e di come era stato separato dal padre. Il fratello minore allora comprese che l’altro uomo era il suo stesso fratello, e rivelò come era stato salvato dal lupo.

Una donna udì la loro conversazione, poiché la loro tenda era piantata proprio accanto alla sua casa, e capì che si trattava dei suoi figli. Senza rivelare loro la sua identità, ma non volendo separarsi da loro, andò dal loro generale, il Santo Eustàthios, e gli chiese di portarla con sé a Roma. Disse di essere stata prigioniera e di voler tornare a casa. Poi arrivò a riconoscere nel generale suo marito e con le lacrime agli occhi gli raccontò di sé, e dei due soldati che erano i loro figli. Così, per la grande misericordia di Dio, l’intera famiglia fu riunita.

Poco dopo, la ribellione fu soffocata, e il Santo Eustàthios tornò a Roma con onore e gloria. Nel frattempo l’imperatore Traiano era morto, e il suo successore Adriano (117-138) volle celebrare la vittoria con un solenne sacrificio ai loro «dei». Con grande stupore di tutti, il Santo Eustàthios non andò al tempio pagano. L’imperatore ordinò di trovarlo e condurlo al tempio.

«Perché non vuoi adorare gli dei?» chiese l’imperatore. «Tu, più di tutti gli altri, dovresti offrire loro ringraziamenti. Non solo ti hanno preservato in guerra e ti hanno concesso la vittoria, ma ti hanno anche aiutato a ritrovare tua moglie e i tuoi figli.» Il Santo Eustàthios rispose: «Io sono cristiano e glorifico e rendo grazie a Cristo, e a Lui offro sacrifici. A Lui devo la mia vita. Non conosco né credo in nessun altro Dio.»

Fuori di sé dall’ira, l’imperatore ordinò che gli fosse tolta la cintura militare e fece condurre Eustàthios e la sua famiglia alla sua presenza. Non riuscirono a persuadere i saldi confessori di Cristo a offrire sacrifici agli idoli. La famiglia del Santo fu condannata a essere fatta a pezzi dalle belve selvatiche, ma gli animali non toccarono i santi martiri.

Allora il crudele imperatore ordinò che fossero gettati vivi dentro un toro di bronzo arroventato, e il Santo Eustàthios, sua moglie Theopistē e i loro figli Agapios e Theopistos subirono il martirio. Prima di essere posti all’interno del toro, il Santo Eustàthios pregò: «Concedi, o Signore, la Tua grazia alle nostre reliquie, e dona un posto nel Tuo Regno a tutti coloro che ci invocano. Anche se ci invocheranno quando saranno in pericolo su un fiume o sul mare, Ti supplichiamo di venire in loro aiuto.»

Tre giorni dopo, essi aprirono il toro di bronzo e i corpi dei santi martiri furono trovati illesi. Non un capello del loro capo era bruciato, e i loro volti splendevano di una bellezza non terrena. Molti di coloro che furono testimoni di questo miracolo vennero a credere in Cristo. Alcuni pii cristiani seppellirono i corpi dei Santi con ogni onore e riverenza.

Ilarion m. della skete di Sant’Anna del Monte Athos.

San Ilarion era originario di Heraklion, a Creta, e il suo nome secolare era Giovanni. Aveva altri cinque fratelli, Giovanni, Polyzoes, Giorgio e due sorelle, i cui nomi sono sconosciuti. I suoi genitori, Francesco e Caterina, lo avevano cresciuto con diligenza, ed egli aveva imparato a leggere e scrivere. Quando era ancora giovane, suo zio lo portò a Costantinopoli, promettendogli di istruirlo per qualche mestiere.

Benché Giovanni fosse rimasto con lui per dieci anni, suo zio trascurò di istruirlo e fece ben poco per lui. Per questo motivo Giovanni fu costretto a lasciare la casa dello zio e a trovare lavoro come commesso presso un mercante dell’isola di Chios, il quale finì per avere fiducia in lui. Un giorno, il mercante fu obbligato a lasciare il suo negozio e a tornare a Chios, affidando l’attività a Giovanni e a un altro impiegato cristiano ortodosso.

Quando tornò, i due impiegati presentarono al padrone il resoconto per il periodo della sua assenza. Il mercante disse di essere stato imbrogliato, perché il denaro che essi avevano incassato non corrispondeva al valore della merce venduta. Sebbene il mercante non avesse fatto un inventario prima di recarsi a Chios, stimò che i due commessi fossero in difetto di trenta grosia. L’altro impiegato era con il mercante da molti anni, e così ogni sospetto cadde su Giovanni. Gli fu detto che ci sarebbero state severe conseguenze se non avesse restituito subito il denaro.

Consapevole della propria innocenza, Giovanni chiese aiuto allo zio, ma questi si rifiutò di riceverlo. Nella sua disperazione andò al palazzo, sperando di vedere la valide sultana, la madre del Sultano. Prima, però, incontrò l’eunuco etiope Mertzan Aga. Sembra che Giovanni lo conoscesse e gli raccontò ciò che era successo. Il malvagio Aga colse l’occasione e gli disse che, se si fosse convertito all’Islam, non sarebbe stato soggetto ad alcuna punizione; anzi, avrebbe ricevuto molte ricchezze e onori.

Per la paura e l’angoscia, Giovanni accettò. Fu quindi presentato alla madre del Sultano, che lo introdusse al Sultano. Subito Giovanni fu circonciso, e gli furono dati abiti musulmani e altri doni. Inoltre, fu incaricato un certo hodja di istruirlo negli insegnamenti islamici.

Tre giorni dopo, il giovane rientrò in sé e si pentì dal profondo del cuore quando si rese conto della gravità del suo peccato. Attese l’occasione per fuggire, e dopo dodici giorni riuscì a imbarcarsi su una nave per la Crimea, dove rimase per dieci mesi. Là non trovò pace perché la coscienza lo tormentava per il suo tradimento di Cristo. Perciò decise che l’unico modo per espiare il suo peccato era la via del martirio. Ritornato a Costantinopoli, consultò i rinomati Padri Spirituali, l’anziano Symeon e l’anziano Ieremia. Raccontò loro il suo proposito di confessare Cristo nel luogo dove lo aveva rinnegato. Invece, gli Anziani gli consigliarono di andare per un certo tempo al Monte Athos.

Giovanni fece esattamente come gli era stato detto ed entrò nel Monastero di Ivḗron. I Padri di là lo inviarono alla Skete di Sant’Anna perché si mettesse sotto la guida dello ieromonaco Bessarion, che l’anno precedente aveva preparato il Nuovo Martire Luca (23 marzo) per il suo martirio. L’anziano lo accolse e gli diede una Regola di severa ascesi e di digiuno. Ben presto egli ricevette la tonsura monastica con il nome di Ilarion.

Una mattina, padre Ilarion disse al suo anziano che era pronto a confessare Cristo, che aveva rinnegato. L’anziano benedisse la sua buona intenzione, e il Santo ricevette i Santi Misteri. Partirono insieme per Costantinopoli, e quindi padre Ilarion si presentò all’Aga al palazzo.

«Tre giorni dopo essere diventato musulmano», disse, «mi sono pentito di ciò che avevo fatto, ho abbandonato le tenebre dell’errore e sono tornato alla luce della verità, perciò maledico la vostra religione. Ero cristiano, e ora lo sono di nuovo.»

Gettando il turbante a terra, si mise la skoufia monastica nera che aveva nascosto sotto il mantello. Vedendo la risolutezza del Santo, l’Aga ordinò che fosse torturato senza pietà. I suoi tormenti furono così severi che tutte le sue ossa furono spezzate.

San Ilarion fu decapitato il 20 settembre 1804, e ricevette da Cristo due corone incorruttibili: quella dell’ascesi e quella del martirio.

L’anziano Bessarion fu una volta invitato in una casa cristiana e i bambini furono condotti a ricevere la sua benedizione. Una bambina, di circa otto anni, era posseduta da un demonio. Divenne nera in volto, fece alcuni movimenti scomposti e alla fine cadde come se fosse morta. L’anziano aveva con sé un po’ del sangue del Santo, ma prima ancora che potesse ungere la bambina, il demonio uscì da lei e la piccola si alzò in piedi.

Quadrato ap. di Magnesia

San Quadrato, Apostolo dei Settanta, predicò la Parola di Dio ad Atene e a Magnesia (penisola orientale della Tessaglia), ed era vescovo di Atene. Il suo biografo lo chiamò “una stella del mattino” tra le nubi del paganesimo. Convertì molti pagani alla vera fede in Cristo Salvatore, e la sua predicazione suscitò l’odio dei pagani. Una volta, una folla furiosa si avventò contro il santo per lapidarlo. Preservato da Dio, San Quadrato rimase in vita, e lo gettarono in prigione, dove morì di fame. Il suo corpo santo fu sepolto a Magnesia.

Nell’anno 126, San Quadrato scrisse un’Apologia in difesa del Cristianesimo. Presentata all’imperatore Adriano (117-138), l’Apologia influì sulla persecuzione dei cristiani, poiché l’imperatore emanò un decreto dicendo che nessuno doveva essere condannato senza giusta causa. Questa Apologia era conosciuta dallo storico Eusebio nel quarto secolo. Al presente, solo una parte di questa Apologia è sopravvissuta, citata da Eusebio: “Le opere del nostro Salvatore furono sempre testimoniate, perché erano vere. Le sue guarigioni e i risuscitamenti dei morti erano visibili non solo quando furono guariti e risuscitati, ma sempre. Essi vissero non solo durante la permanenza del Salvatore sulla terra, ma rimasero in vita anche molto tempo dopo la sua partenza. Alcuni, in verità, sono sopravvissuti fino al nostro tempo.”

San Quadrato è commemorato anche il 4 gennaio.