San Lazzaro il Taumaturgo del Monte Galesio presso Efeso nacque in Lidia, nella città di Magnesia. Giovane istruito e amante di Dio, Lazzaro divenne monaco nel monastero di San Savva, il fondatore della grande pietà ascetica in Palestina. Trascorse dieci anni entro le mura del monastero, guadagnandosi l’amore e il rispetto dei confratelli per le sue intense lotte monastiche.
Ordinato al santo sacerdozio dal Patriarca di Gerusalemme, San Lazzaro ritornò nella sua patria e si stabilì presso Efeso, sul desolato Monte Galesio. Qui ebbe una visione meravigliosa: una colonna di fuoco, che saliva verso i cieli, era circondata da angeli che cantavano: «Sorga Dio e siano dispersi i suoi nemici».
Nel luogo in cui il santo ebbe questa visione, egli costruì una chiesa in onore della Risurrezione di Cristo e intraprese la fatica della vita su colonna. I monaci cominciarono ben presto a radunarsi presso il grande asceta, assetati del nutrimento spirituale offerto dalle parole ispirate da Dio e dal beato esempio del santo, e lì fu fondato un monastero.
Avendo ricevuto una rivelazione circa il giorno della sua morte, il santo lo annunciò ai fratelli. Per mezzo delle preghiere lacrimose di tutti i monaci, il Signore prolungò la vita terrena di San Lazzaro per altri quindici anni.
San Lazzaro morì all’età di 72 anni, nell’anno 1053. I fratelli seppellirono il corpo del santo presso la colonna sulla quale egli aveva sostenuto le sue lotte ascetiche. Fu glorificato da molti miracoli dopo la sua morte.
San Nicola, l’ultimo zar di Russia, nacque nel 1868. Da bambino era molto religioso, semplice e privo di malizia.
Nicola II fu incoronato zar nel 1894, dopo la morte di suo padre, lo zar Alessandro. Iniziò il suo regno con alte speranze di pace, esortando le altre nazioni a ridurre le dimensioni dei loro eserciti e a cercare soluzioni pacifiche alle controversie internazionali. La Conferenza per la Pace all’Aia del 1899 pose le basi per la Società delle Nazioni e per le Nazioni Unite.
Egli sposò la principessa Alice d’Assia, che si convertì all’Ortodossia e prese il nome di Alessandra. I loro figli furono Olga (1895), Tatiana (1897), Maria (1899), Anastasia (1901) e Alessio (1904).
La glorificazione di San Serafim di Sarov ebbe luogo il 19 luglio 1903, e lo zar Nicola partecipò alle cerimonie a Sarov con la sua famiglia. In quell’occasione gli fu consegnata una lettera scritta da San Serafim più di settant’anni prima, che sembrò turbarlo. Sebbene il Sovrano non rivelò mai il contenuto della lettera, si crede che fosse una profezia sullo spargimento di sangue che avrebbe travolto la Russia in meno di quindici anni.
San Nicola fu giustiziato dai bolscevichi a Ekaterinburg il 4 luglio 1918 insieme alla sua famiglia e ai servitori. I prigionieri furono svegliati a notte fonda e fu ordinato loro di vestirsi per partire. Scendevano nella cantina della casa in cui erano trattenuti, aspettando il segnale di partenza. Lo zar sedeva su una sedia in mezzo alla stanza tenendo in grembo il figlio Alessio, mentre la moglie e le figlie stavano in piedi attorno a loro.
I carnefici entrarono nella stanza e lessero l’ordine della loro esecuzione. I santi Nicola e Alessandra morirono sotto la grandine di proiettili, ma i figli non morirono subito. Furono pugnalati e colpiti con i calci dei fucili. I loro corpi furono portati in una miniera abbandonata, fatti a pezzi, poi ammucchiati davanti alla miniera. Zolfo e benzina furono versati sul mucchio insanguinato e gli venne dato fuoco. Quando il fuoco si spense due giorni dopo, quel che restava dei corpi fu gettato nella miniera e vi furono lanciate delle granate. Poi il terreno fu arato affinché non rimanesse alcuna traccia del luogo in cui i corpi erano stati dispersi.
San Leonida di Ustnedumsk visse nel distretto di Poshekhon di Vologda, ed era un contadino di mestiere. All’età di cinquant’anni vide in sogno la Madre di Dio, che gli ordinò di andare al fiume Dvina, all’eremitaggio Morzhevsk Nikolaev. Là doveva prendere l’icona Odigitria della Madre di Dio e costruirle una chiesa presso il fiume Luz e il monte Turin.
San Leonida decise di non seguire il consiglio di questa visione, pensando che fosse semplicemente un sogno e considerandosi indegno. Andò al monastero del lago Kozhe, ricevette lì la tonsura monastica e trascorse circa tre anni nel lavoro e nelle fatiche ascetiche. Da lì si trasferì al monastero di Solovki e vi lavorò al forno.
La visione miracolosa si ripeté, e a San Leonida fu detto di non opporsi alla volontà di Dio. Il venerabile allora si mise in cammino verso l’eremitaggio Morzhevsk e dopo un anno raccontò all’igumeno Cornelio (1599-1623) il comando della Madre di Dio. Avendo ricevuto dall’abate sia la benedizione sia l’icona Odigitria, il monaco raggiunse il fiume Luz vicino al monte Turin, a 80 verste dalla città di Ustiug, e si costruì una capanna di frasche. La popolazione locale, temendo che le loro terre venissero loro tolte per il monastero del santo, lo costrinse a trasferirsi più a monte, in un luogo selvaggio e paludoso.
A 30 verste dalla città di Lalsk, lo starets costruì una cella e si mise a edificare un monastero. Per prosciugare le paludi, l’asceta scavò tre canali, lunghi circa 2 chilometri, dal fiume Luz al Lago Nero, dal Lago Nero al Lago Santo, e da lì al Ruscello Nero. Durante questo periodo di duro lavoro fu morso da un serpente velenoso. Affidandosi alla volontà di Dio, San Leonida decise di non cercare cure mediche né pensò alle conseguenze. Si addormentò e si risvegliò sano. In ringraziamento al Signore per la Sua misericordia, chiamò il canale “Nedumaya Reka” (“Fiume Inatteso”) e il suo monastero “Ustnedumsk” (“la foce della Nedumaya”).
Con la benedizione del metropolita Filarete di Rostov (poi patriarca di tutta la Russia, 1619-1633), San Leonida fu ordinato ieromonaco nel 1608. Nella chiesa di nuova costruzione in onore dell’Ingresso della Santissima Theotokos nel Tempio, lo ieromonaco Leonida collocò l’icona Odigitria, come gli aveva comandato la Madre di Dio. A motivo delle sue dure fatiche nella zona di frontiera chiamata “Luzsk Permtsa”, che significa “terra-tasca dei selvaggi Permiani”, è giusto che San Leonida sia venerato come uno dei primi illuminatori di queste terre remote.
Il monaco dovette sostenere molte lotte contro le forze severe e inospitali della natura. Sebbene il suo sistema di canali avesse prosciugato la palude, al tempo delle inondazioni il fiume Luz inghiottiva il monastero. Verso la fine della sua vita l’infaticabile lavoratore intraprese la costruzione su un promontorio presso il Lago Nero. Nel nuovo sito fu costruita una chiesa e consacrata nel 1652. San Leonida morì all’età di 100 anni, il 17 luglio 1654. Fu sepolto nella chiesa del monastero, dove per lungo tempo fu conservato il suo grossolano e pesante cilicio, ricordo delle fatiche ascetiche del santo.
Esiste un tropario a San Leonida, e le sue sante icone si trovano nelle chiese nei luoghi delle sue lotte.
Il santo martire Emiliano, che era uno slavo, soffrì per Cristo durante il regno dell’imperatore Giuliano l’Apostata (361-363). Giuliano voleva restaurare il culto degli dèi pagani in tutto l’Impero Romano, ed emanò un editto secondo il quale tutti i cristiani che non avessero reso onore agli dèi pagani sarebbero stati condannati a morte.
Il santo Emiliano viveva nella città trace di Dorostolum, sulle rive del fiume Dunaj (Danubio). L’editto imperiale fu letto nella piazza della città, ma gli abitanti di Dorostolum dichiararono che non c’erano cristiani in città.
Il santo Emiliano era schiavo di un crudele e fanatico idolatra, ed era un cristiano segreto. Alcune fonti affermano che era figlio di un ufficiale locale di nome Sabbatianus. Quando il padre venne a sapere che Emiliano credeva in Cristo, fu talmente collerico che lo insultò con parole volgari e lo fece frustare. Gli fece notare che poteva aspettarsi cose ancora peggiori se fosse rimasto cristiano.
Invece di essere intimidita da queste minacce, la fede del santo Emiliano in Cristo si rafforzò. Il giorno seguente entrò in un tempio pagano e con un martello fece a pezzi le statue.
Una folla inferocita cominciò a picchiare un certo cristiano che passava di là. Allora il santo Emiliano gridò ad alta voce che non dovevano fare del male a quell’uomo innocente, perché era lui stesso colui che aveva danneggiato il tempio pagano.
Il santo fu catturato e condotto al governatore Capitolinus per il giudizio. Nonostante ulteriori minacce, il santo Emiliano non volle rinnegare Cristo. «Egli è il mio Signore, e non Lo rinnegherò mai», esclamò il martire. Il governatore ordinò che il santo Emiliano fosse picchiato senza misericordia, e poi bruciato vivo. Egli non perì quando fu gettato nel fuoco, ma invece le fiamme consumarono molti dei pagani che stavano attorno. Quando il fuoco si fu spento, il santo Emiliano si distese sulle braci che si spegnevano e rese la sua anima al Signore. La moglie del governatore pagano era anch’essa una cristiana segreta, e raccolse le reliquie del santo e le seppellì. In seguito, fu costruita a Costantinopoli una chiesa dedicata al santo martire Emiliano, dove le sue reliquie furono trasferite.
Il Santo Martire Giacinto nacque in una pia famiglia cristiana nella città di Amastridea (oggi Amastra in Anatolia). Un angelo che apparve gli diede il suo nome. Quando era un bambino di tre anni, San Giacinto chiese a Dio che un neonato morto fosse risuscitato. Il Signore esaudì la sua preghiera infantile, e il morto risorse. I due ragazzi in seguito crebbero insieme e condussero una vita ascetica.
Un giorno San Giacinto notò come i pagani stessero venerando un albero, e così lo abbatté. Per questo fu sottoposto a dure torture. Gli frantumarono tutti i denti e, dopo averlo legato con una corda, lo trascinarono per terra e lo gettarono in prigione. Fu lì che il santo sofferente partì per il Signore.
San Giovanni il Longanime praticò l’ascesi alla Lavra delle Grotte di Kiev, accettando molte sofferenze per amore della verginità.
L’asceta ricordava che fin dalla sua giovinezza aveva molto sofferto, tormentato dalla concupiscenza carnale, e nulla poteva liberarlo da essa, né la fame né la sete né le pesanti catene. Allora entrò nella grotta dove riposavano le reliquie di sant’Antonio, e pregò con fervore il santo Abba. Dopo un giorno e una notte, il molto sofferente Giovanni udì una voce: «Giovanni! È necessario per te diventare recluso, per indebolire la molestia mediante il silenzio e la segregazione, e il Signore ti aiuterà per le preghiere dei Suoi santi monaci». Il santo si stabilì nella grotta a partire da quel momento, e solo dopo trent’anni vinse le passioni carnali.
Tesa e feroce fu la lotta sul cammino spinoso sul quale il monaco procedette verso la vittoria. Talvolta lo prendeva il desiderio di abbandonare la sua reclusione, ma allora decise di un impegno ancora maggiore. Il santo guerriero di Cristo scavò una fossa e, con l’inizio della Grande Quaresima, vi discese e si coprì di terra fino alle spalle. Trascorse tutta la Quaresima in tale posizione, ma il bruciore delle sue antiche passioni non lo abbandonò. Il nemico della salvezza incuteva terrore all’asceta, volendo scacciarlo dalla grotta: un terribile serpente, che spirava fuoco e scintille, cercava di inghiottire il santo. Per diversi giorni queste malvagie azioni continuarono.
Nella notte della Risurrezione di Cristo, il serpente afferrò la testa del monaco tra le sue fauci. Allora san Giovanni gridò dal profondo del suo cuore: «O Signore mio Dio e mio Salvatore! Perché mi hai abbandonato? Abbi misericordia di me, unico Amante degli uomini; liberami dalla mia sordida iniquità, affinché io non resti intrappolato nelle insidie del Maligno. Liberami dalla bocca del mio nemico: manda un lampo di folgore e scaccialo». All’improvviso lampeggiò un fulmine, e il serpente scomparve. Una luce divina rifulse sull’asceta, e una Voce si udì: «Giovanni! Ecco l’aiuto per te. Fa’ attenzione d’ora in poi, perché non ti accada di peggio, e perché tu non soffra nel secolo futuro».
Il santo si prostrò e disse: «Signore! Perché mi hai lasciato così a lungo nei tormenti?». «Ti ho provato secondo la forza della tua sopportazione», fu la risposta. «Ho fatto venire su di te la tentazione, affinché tu fossi purificato come l’oro. È ai servi forti e potenti che un padrone assegna il lavoro pesante, e i compiti leggeri agli infermi e ai deboli. Perciò prega colui che è sepolto qui (Mosè l’Ungaro), egli può aiutarti in questa lotta, poiché ha compiuto opere più grandi di Giuseppe il Bello» (31 marzo). Il monaco morì nell’anno 1160, dopo aver ottenuto la grazia contro le passioni dissolute. Le sue sante reliquie riposano nelle Grotte di sant’Antonio.
Noi preghiamo san Giovanni per essere liberati dall’impurità sessuale.
Il ieromonaco Pambo, eremita delle Grotte di Kiev, fu un confessore della Fede. Catturato mentre era impegnato in un’obbedienza monastica, fu portato via dai Tatari e per molti anni soffrì per loro mano a motivo del suo rifiuto di rinunciare alla Fede cristiana. In seguito il monaco fu miracolosamente trasportato dalla prigionia e posto nella sua stessa cella. Morì in reclusione nel 1241. Le sue reliquie riposano nelle Grotte di Sant’Feodosij.
San Pambo visse una vita ascetica nel deserto di Nitria in Egitto. Sant’Antonio il Grande (17 gennaio) disse che il monaco Pambo, per il timore di Dio, ispirò in se stesso lo Spirito Santo. E il monaco Pimen il Grande (27 agosto) disse: «In padre Pambo abbiamo contemplato tre cose: fame ogni giorno, silenzio e lavoro manuale». Il monaco Teodoro lo Studita chiamò san Pambo «esaltato nelle opere e nelle parole».
All’inizio della sua vita monastica, san Pambo udì i versetti del 38° [39°] Salmo di Davide: «Custodisci la mia via, perché io non pecchi con la mia lingua». Queste parole penetrarono profondamente nella sua anima, ed egli cercò sempre di metterle in pratica. Così, quando gli chiedevano qualcosa, rispondeva solo dopo lunga riflessione e preghiera. Diceva: «Devo prima riflettere, e forse potrò, a suo tempo, dare una risposta, con l’aiuto di Dio». San Pambo fu per i suoi discepoli un modello di amore per il lavoro. Ogni giorno lavorava fino allo sfinimento, e viveva del pane acquistato con la propria fatica.
I discepoli di san Pambo divennero grandi asceti: Dioscoro, in seguito vescovo di Ermopoli (questo Dioscoro, vescovo di Ermopoli, va distinto da un altro Dioscoro, archieretico e patriarca di Costantinopoli, che visse più tardi e fu condannato dal Quarto Concilio Ecumenico), e anche Ammonio, Eusebio ed Eutimio, menzionati nella vita di san Giovanni Crisostomo. Una volta santa Melania la Giovane (31 dicembre) portò a san Pambo una grande quantità d’argento per le necessità del monastero, ma egli non smise il suo lavoro né gettò neppure uno sguardo al denaro che era stato portato. Solo dopo le incessanti suppliche di santa Melania permise che ella desse l’elemosina a un certo fratello monaco perché la distribuisse per le necessità del monastero. San Pambo si distingueva per la sua umiltà, ma al tempo stesso stimava grandemente la vocazione del monaco e insegnava ai laici a portare rispetto ai monaci, che spesso conversano con Dio.
Si diceva che a volte il volto di san Pambo risplendesse come un lampo, come il volto di Mosè. Tuttavia, parlando ai fratelli che stavano attorno al suo letto di morte, san Pambo disse: «Io vado al Signore come uno che non ha ancora cominciato a servirLo». Morì all’età di settant’anni.
Santa Elisabetta era la sorella maggiore della zarina Alexandra ed era sposata con il granduca Sergio, governatore di Mosca. Si convertì all’Ortodossia dal Protestantesimo di sua spontanea volontà, e organizzò donne di tutti i ceti sociali per aiutare i soldati al fronte e negli ospedali.
Il granduca Sergio fu ucciso da una bomba di un assassino il 4 febbraio 1905, proprio mentre santa Elisabetta stava uscendo per recarsi alle sue officine. In modo straordinario, ella fece visita all’assassino di suo marito in prigione ed esortò l’uomo al pentimento.
Dopo questo, iniziò a ritirarsi dalla sua precedente vita mondana. Si dedicò al Monastero dei santi Marta e Maria, una comunità di monache che si concentrava sull’adorazione di Dio e anche sull’aiuto ai poveri. Lasciò il palazzo per trasferirsi in un edificio che aveva acquistato in Ordinka. Donne della nobiltà, ma anche del popolo, furono attratte dal monastero.
Santa Elisabetta curò soldati malati e feriti negli ospedali e al fronte. A Pascha del 1918, i comunisti le ordinarono di lasciare Mosca e di raggiungere la famiglia reale vicino a Ekaterinburg. Partì con una novizia, la suor Barbara, e una scorta di guardie lettoni.
Giunta a Ekaterinburg, a santa Elisabetta fu negato l’accesso alla famiglia dello zar. Fu collocata in un monastero, dove fu calorosamente accolta dalle sorelle.
Alla fine di maggio santa Elisabetta fu trasferita nella vicina Alapaevsk con i granduchi Sergio, Giovanni e Costantino, e il giovane conte Vladimir Paley. Furono tutti alloggiati in una scuola alla periferia della città. Santa Elisabetta era sotto sorveglianza, ma le fu permesso di andare in chiesa e di lavorare in giardino.
La notte del 5 luglio furono tutti condotti in un luogo a dodici miglia da Alapaevsk ed eseguiti. Il granduca Sergio fu fucilato, ma gli altri furono gettati in un pozzo di miniera, e poi furono lanciate granate dopo di loro. Santa Elisabetta visse per diverse ore, e la si poteva sentire cantare inni.
I corpi di santa Elisabetta e di santa Barbara furono portati a Gerusalemme nel 1920 e sepolti nella chiesa di santa Maria Maddalena.
Santa Barbara morì insieme a Santa Elisabetta il 5 luglio 1918, il giorno dopo l’assassinio dello Zar Nicola e della sua famiglia. Le due monache furono gettate in un pozzo di miniera, e vi furono lanciate delle granate. Santa Elisabetta rimase viva per diverse ore, e si poteva sentirla cantare inni.
I corpi di Santa Barbara e di Santa Elisabetta furono portati a Gerusalemme nel 1920 e sepolti nella chiesa di Santa Maria Maddalena.
Santa Macrina era la sorella dei santi gerarchi Basilio il Grande e Gregorio di Nissa, e nacque in Cappadocia all’inizio del IV secolo. Sua madre, Emilia, vide in sogno un angelo che chiamava la figlia non ancora nata Thekla, in onore della santa Protomartire Thekla. Santa Emilia (1 gennaio) adempié la volontà di Dio e chiamò sua figlia Thekla. Un’altra figlia fu chiamata Macrina, in onore di una nonna che aveva sofferto durante il tempo della persecuzione sotto l’imperatore Massimiano Galerio.
Oltre a Macrina, c’erano altri nove figli. La stessa santa Emilia guidò l’educazione e la formazione della figlia Macrina. Le insegnò a leggere e scrivere nei libri della Sacra Scrittura e nei Salmi di Davide, scegliendo esempi dai libri sacri che parlavano di una vita pia e gradita a Dio. Santa Emilia insegnò a sua figlia a pregare e a partecipare alle funzioni in chiesa. A Macrina fu anche insegnata la giusta conoscenza del governo domestico e di vari lavori manuali. Non fu mai lasciata nell’ozio e non partecipava a giochi o divertimenti infantili.
Quando Macrina crebbe, i suoi genitori la fidanzarono a un certo giovane pio, ma lo sposo morì presto. Molti giovani chiesero di sposarla, ma Macrina li rifiutò tutti, avendo scelto la vita di vergine e non volendo essere infedele alla memoria del suo fidanzato defunto. Santa Macrina viveva nella casa dei suoi genitori, aiutandoli a compiere i compiti domestici come sovrintendente insieme ai servi, e aiutava nell’educazione dei fratelli e delle sorelle più giovani. Dopo la morte del padre divenne il principale sostegno della famiglia.
Quando tutti i figli furono cresciuti e lasciarono la casa paterna, santa Macrina convinse sua madre, santa Emilia, a lasciare il mondo, a liberare i loro schiavi e a stabilirsi in un monastero femminile. Diversi dei loro servi seguirono il loro esempio. Dopo aver preso i voti monastici, vivevano insieme come un’unica famiglia, pregavano insieme, lavoravano insieme, possedevano tutto in comune, e in questa forma di vita nulla distingueva l’una dall’altra.
Dopo la morte di sua madre, santa Macrina guidò le sorelle del monastero. Godeva del profondo rispetto di tutti coloro che la conoscevano. Rigorosità verso se stessa e temperanza in tutto furono caratteristiche della santa per tutta la sua vita. Dormiva su assi di legno e non possedeva nulla. A santa Macrina fu concesso il dono dei miracoli. Vi fu un episodio (raccontato dalle sorelle del monastero a san Gregorio di Nissa dopo la morte di santa Macrina), in cui ella guarì una fanciulla da un’affezione agli occhi. Per le preghiere della santa, non vi fu mancanza di grano nel suo monastero nei tempi di carestia.
Santa Macrina morì nell’anno 380, dopo un’ultima preghiera di ringraziamento al Signore per aver ricevuto le Sue benedizioni lungo tutto il corso della sua vita. Fu sepolta nella stessa tomba dei suoi genitori.
San Dios nacque ad Antiochia di Siria verso la fine del IV secolo, in una pia famiglia cristiana. Fin dalla giovinezza si distinse per la sua temperanza. Mangiava cibo in piccole quantità, ma non ogni giorno, e la sua carne era umiliata dalla veglia e dalla preghiera incessante. Per queste opere il Signore concesse a san Dios l’apatheia e il dono di fare miracoli.
In una visione, il Signore ordinò a san Dios di recarsi a Costantinopoli e là di servire sia Lui che il popolo. San Dios si stabilì fuori dalla città, in un luogo solitario dove la gente aveva paura di abitare. San Dios lottò con coraggio contro gli spiriti maligni che cercavano di scacciarlo da quel luogo. Il Signore esaudì la preghiera del Suo santo: il suo bastone mise radici, cominciò a crescere e col tempo si trasformò in una quercia immensa, che rimase in piedi a lungo anche dopo la morte di san Dios.
Gli abitanti dei dintorni cominciarono a recarsi dal santo per chiedere consigli e guida, e cercavano da lui la guarigione dalle malattie del corpo e dell’anima. San Dios curava gli infermi con la preghiera, e qualunque cosa gli venisse offerta egli la distribuiva ai poveri, ai senzatetto e ai malati.
La fama di san Dios giunse fino all’imperatore Teodosio il Giovane. Egli si recò da san Dios per ricevere la benedizione, insieme al patriarca Attico di Costantinopoli (406-425). L’imperatore volle che fosse costruito un monastero nel luogo delle fatiche di san Dios, e fornì i mezzi per la sua edificazione. Il patriarca ordinò sacerdote il monaco e lo costituì igumeno. Ben presto numerosa fratellanza monastica si raccolse attorno a san Dios. Il monastero aveva bisogno di un pozzo, e per lungo tempo scavarono senza successo. Per le preghiere del monaco il Signore fece sgorgare una sorgente di acqua pura, che ben presto riempì tutto il pozzo. Una volta, per le sue preghiere, il monaco risuscitò un uomo annegato. Il Signore operò molti altri miracoli attraverso il Suo santo.
In età estremamente avanzata san Dios si ammalò gravemente. Diede l’addio ai fratelli, ricevette i Santi Misteri e si adagiò sul suo giaciglio come morto. Al monastero giunsero per il funerale Sua Santità il patriarca Attico (commemorato il Sabato di Carnevale) e anche il patriarca Alessandro di Alessandria, che allora si trovava a Costantinopoli. Il santo anziano si levò inaspettatamente dal letto di morte e disse: «Il Signore mi ha concesso altri quindici anni di vita». Grande fu la gioia dei fratelli.
San Dios visse effettivamente ancora quindici anni, aiutando tutti con la sua guida e i suoi consigli, guarendo i malati e prendendosi cura dei poveri e dei senzatetto. Poco prima della sua morte, un uomo radioso in abiti sacerdotali gli apparve nel santuario della chiesa e gli annunciò la sua prossima morte. Avendo reso grazie al Signore per questa notizia, san Dios si addormentò serenamente nel Signore e fu sepolto nel suo monastero.
Il padre del Santo si chiamava Symeon e sua madre si chiamava Maria. Ricevette una buona educazione e si distinse per la sua conoscenza filosofica, così come per la retorica.
All’età di dieci anni rimase orfano e diede metà dei beni dei suoi genitori a sua sorella, e tenne per sé l’altra metà. Condividendo questa con i poveri, partì per Gerusalemme. Là venerò i luoghi santi e, quando ebbe diciannove anni, divenne monaco nella Lavra di San Savva.
San Teodoro vi rimase per ventiquattro anni, conducendo una vita ascetica e virtuosa, e divenne un rinomato asceta. Avendo udito delle sue grandi virtù, il Patriarca di Gerusalemme lo nominò vescovo di Edessa nell’anno 836. Fu un eccellente arcipastore, grazie alla sua vasta conoscenza teologica, alle sue molte virtù, e soprattutto al suo grande amore, che elargiva abbondantemente al suo gregge. In quel tempo Edessa era afflitta da molte eresie: ariana, nestoriana, eutichiana, ecc. Il santo gerarca istruiva il suo gregge nella Fede Ortodossa per combattere questi errori. San Teodoro andò anche a trovare il re persiano a Babilonia, chiedendogli di proteggere i cristiani ortodossi di Edessa dalla malvagità degli eretici.
Il re era gravemente malato, ma il Santo lo guarì e gli parlò di Cristo. Dopo molti giorni il re fu battezzato con il nome di Giovanni. Dopo essere ritornato a Edessa, San Teodoro fu informato in una visione che il re Giovanni e le sue tre guardie del corpo, che erano state battezzate con lui, proclamarono apertamente la loro fede e ricevettero l’incorruttibile corona del martirio.
Presagendo l’avvicinarsi della morte, San Teodoro si ritirò nella Lavra di San Savva. Dopo aver convocato insieme il clero e i laici di Edessa e averli benedetti, consegnò la sua santa anima al Padre Celeste nell’anno 848.
Il vescovo Basilio di Emessa scrisse in greco la vita del Santo, che è conservata nel Monastero di Ivḗron sul Monte Athos.
San Stefano era figlio del principe san Lazzaro di Serbia (15 giugno). Nei terribili tempi del giogo turco, san Stefano divenne il grande benefattore dei suoi connazionali ridotti in schiavitù. Egli fece prosperare la città, costruì chiese e spese i suoi tesori per aiutare i bisognosi. San Stefano superò molti governanti nella sua sapienza, nella sua carità e nella sua fede. Morì in pace nell’anno 1427.
Il santo principe Romano Olegovich di Ryazan apparteneva a una stirpe di principi che, al tempo del giogo tataro (mongolo), si acquisirono gloria come difensori della fede cristiana e della loro Patria. Entrambi i suoi nonni perirono per la Patria nella lotta contro Batu.
Educato all’amore per la santa fede (il principe viveva nelle lacrime e nelle preghiere) e per la sua patria, il principe con tutte le sue forze si preoccupava dei suoi sudditi devastati e oppressi. Li difendeva dalla coercizione e dal saccheggio dei “baskaki” (“esattori delle tasse”) del Khan. I “baskaki” odiavano il santo e lo calunniarono davanti al Khan tataro Mengu-Timur.
Romano Olegovich fu convocato all’Orda, dove il Khan Mengu-Timur dichiarò che egli doveva scegliere una di due cose: o la morte di martire, o la fede tatara. Il nobile principe disse che un cristiano non può passare dalla vera Fede a una falsa. Per la sua fermezza nella confessione della fede fu sottoposto a crudeli tormenti: gli tagliarono la lingua, gli cavarono gli occhi, gli tagliarono orecchie e labbra, gli mozzarono mani e piedi, gli strapparono la pelle dalla testa e, dopo averlo decapitato, lo infissero su una lancia. Ciò avvenne nell’anno 1270.
La venerazione del martire regale ebbe inizio immediatamente dopo la sua morte. La cronaca dice del santo: «Per le tue sofferenze hai ottenuto il Regno dei Cieli e una corona dalla mano del Signore, insieme al tuo congiunto Michele Vsevolodovich, compagni di sofferenza con Cristo per la fede cristiana ortodossa».
A partire dal 1854 si tengono a Ryazan processioni religiose e molebeni nel giorno della festa di San Romano. Una chiesa fu consacrata in onore del santo principe Romano a Ryazan nel 1861.
San Paisio delle Grotte fu un monaco del monastero delle Grotte di Kiev. Dal Canone ai monaci delle Grotte di Kiev, venerati nelle Grotte Lontane, si sa che egli era unito, nella stessa mente e nel medesimo amore fraterno, a San Mercurio (24 novembre). Entrambi i santi erano inseparabili, vivevano nella stessa cella e, dopo la morte, furono deposti nella stessa tomba. Attualmente le loro reliquie riposano in reliquiari separati.
Santa Militsa (Milica) nacque nel 1335, figlia del principe Vratko Nemanjić. Nel Santo Battesimo ricevette il nome Eufrosina. In seguito, sposò il Santo Principe Lazarus (Lazar), che fu ucciso durante la grande Battaglia del Kosovo (15 giugno 1389), combattuta per difendere la Santa Chiesa contro i musulmani. Dopo la morte del marito, governò la Serbia fino a quando suo figlio Stefano l’Alto raggiunse la maggiore età. Ella compose anche diverse preghiere e poesie religiose, tra cui «La preghiera di una madre» (Молитва матере) e una toccantissima poesia di lutto per il marito, «Lo Sposo della mia vedovanza» (Удовству мојему женик).
Santa Militsa fondò il monastero di Ljubostinja intorno al 1390, e lì, nel 1393, fu tonsurata monaca con il nome di Eugenia. Era preoccupata di iniziare la sua vita monastica come vedova e di essere accolta dalle altre monache, i cui mariti erano anch’essi caduti sul campo di battaglia. Questo la ispirò a costruire e sostenere molti monasteri e chiese.
Alla fine della sua vita, Madre Eugenia fu tonsurata nel Grande Schema con il nome di Eufrosina.
Dopo la sua dormizione, l’11 novembre 1405, Santa Militsa compì molti miracoli, e le sue reliquie mirovlite sanarono molti malati.
La Chiesa Ortodossa Russa commemora Santa Militsa il 19 luglio, mentre la Chiesa di Serbia la commemora il 30 agosto.