Passa al contenuto principale

Archivi: Santo del giorno

Santa Salome la Mirofora

Santa Salome (Salómē) era la prima cugina della Vergine Maria, la Madre del nostro Signore Gesù Cristo. Era la moglie di Zebedeo e la madre di Giacomo (30 aprile) e Giovanni (26 settembre). Fu una delle donne che seguirono Cristo e Lo servivano con i propri beni, fino alla Sua Crocifissione e Sepoltura. Il terzo giorno, quando andarono al sepolcro per ungere il Suo corpo, non persero la loro fede in Lui, né temettero i capi dei Giudei.

Fu Salome a chiedere al Signore di far sedere i suoi due figli, uno alla Sua destra e uno alla Sua sinistra (Matteo 20,20-21), perché pensava che Gesù stesse per restaurare il trono di Davide a Gerusalemme. Durante la Passione del Signore, quando i Suoi discepoli e amici si nascosero per paura, Salome e le altre donne fedeli rimasero presso la Croce, battendosi il petto per il dolore (Matteo 27,55-56; Marco 15,40; Marco 16,1-8).

Salome fu anche una delle Mirofore alle quali l’Angelo rivelò la Risurrezione di Cristo. Dopo la Discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, Salómē continuò a distinguersi per il suo zelo e per le sue elemosine.

La persecuzione della Chiesa di Gerusalemme causò a Salome grande dolore. Il suo ultimo strazio fu quando Erode decapitò il suo figlio maggiore Giacomo (Atti 12,2). Ma Cristo la fortificò e, nella speranza della risurrezione alla vita eterna, ella rese la sua anima in pace.

Silvano delle Grotte di Kiev

Il santo schema-monaco Silvano (Silouan) delle Grotte di Kiev, conservò con zelo la purezza sia dell’anima che del corpo, assoggettò la sua carne con il digiuno e le veglie, e purificò la sua anima con la preghiera e la meditazione su Dio. Il Signore gli concesse un’abbondanza di doni spirituali: una fiduciosa franchezza nella preghiera verso Dio, una gioia costante nel Signore, chiaroveggenza e capacità di compiere miracoli. Il monaco visse alla fine del XIII e all’inizio del XIV secolo. Le sue reliquie riposano nelle Grotte.

Apollonio di Sardi im

Il Santo Martire Apollonio proveniva dalla città di Sardi, situata in Lidia (Asia Minore). Egli dichiarò di essere cristiano e fu arrestato. Quando gli imposero di giurare sul nome dell’imperatore, egli rifiutò, dicendo che non era appropriato giurare sul nome di un uomo mortale. Torturarono Apollonio a lungo e poi lo crocifissero. Questo avvenne a Iconio sotto l’imperatore Decio (249-251) oppure sotto l’imperatore Valeriano (253-259).

Bianor e Silvano mm.

San Bianor proveniva dal distretto della Pisidia, in Asia Minore. In quanto confessore del Cristianesimo, fu condotto davanti al prefetto della città di Isauria in Lykaonia, il quale esigeva che san Bianor rinnegasse Cristo. Il santo rimase saldo nella vera Fede, nonostante le raffinate torture. Un uomo di nome Silvano osservò le sofferenze del martire. La perseveranza e il coraggio di san Bianor ispirarono in Silvano la fede in Cristo, ed egli la professò apertamente. Gli tagliarono la lingua e poi gli tagliarono la testa. Dopo lunghe torture, anche san Bianor fu decapitato.

La data del martirio dei santi martiri Bianor e Silvano non è conosciuta con precisione. Si presume che siano morti in Pisidia sotto l’imperatore romano Diocleziano (284-305).

Eufemia ml

Il Miracolo di Santa Eufemia la Tutto‑Lodata: la santa Grande Martire Eufemia (16 settembre) subì il martirio nella città di Calcedonia nell’anno 304, al tempo della persecuzione contro i cristiani da parte dell’imperatore Diocleziano (284-305). Un secolo e mezzo più tardi, in un’epoca in cui la Chiesa di Cristo era divenuta vittoriosa all’interno dell’Impero Romano, Dio si degnò che Eufemia la Tutto‑Lodata fosse di nuovo testimone e confessore della purezza dell’insegnamento ortodosso.

Nell’anno 451, nella città di Calcedonia, proprio nella chiesa dove riposavano le gloriose reliquie della santa Grande Martire Eufemia, ebbero luogo le sessioni del IV Concilio Ecumenico (16 luglio). Il Concilio fu convocato per determinare con precisione le formule dogmatiche della Chiesa Ortodossa riguardo alla natura del Dio-Uomo Gesù Cristo. Ciò era necessario a causa della diffusa eresia dei monofisiti [«mono-physis» significa «una natura»], i quali si opponevano all’insegnamento ortodosso delle due nature in Gesù Cristo, la natura divina e la natura umana (in un’unica Persona divina). I monofisiti affermavano falsamente che in Cristo vi fosse una sola natura, quella divina [cioè che Gesù è Dio, ma non uomo per natura], causando discordia e turbamento all’interno della Chiesa. Al Concilio erano presenti 630 rappresentanti di tutte le Chiese locali cristiane. Dal lato ortodosso parteciparono ai lavori conciliari Anatolio, patriarca di Costantinopoli (3 luglio), Juvenal, patriarca di Gerusalemme (2 luglio), e i rappresentanti di San Leone, papa di Roma (18 febbraio). I monofisiti erano presenti in gran numero, guidati da Dioscoro, patriarca di Alessandria, e dall’archimandrita di Costantinopoli Eutichio.

Dopo lunghe discussioni, le due parti non poterono giungere a un accordo decisivo.

Il santo patriarca Anatolio di Costantinopoli propose che il Concilio sottomettesse la decisione sulla controversia della Chiesa allo Spirito Santo, attraverso la Sua indubitabile portatrice, Santa Eufemia la Tutto‑Lodata, le cui reliquie taumaturgiche erano state scoperte durante le discussioni conciliari. Gli ierarchi ortodossi e i loro avversari scrissero le rispettive confessioni di fede su pergamene separate e le sigillarono con i loro sigilli. Aprirono il sepolcro della santa Grande Martire Eufemia e posero entrambe le pergamene sul suo petto. Poi, alla presenza dell’imperatore Marciano (450-457), i partecipanti al Concilio sigillarono il sepolcro, ponendovi il sigillo imperiale e disponendo una guardia a sorvegliarlo per tre giorni. Durante questi giorni entrambe le parti si imposero un severo digiuno e una fervente preghiera. Dopo tre giorni, il patriarca e l’imperatore, alla presenza del Concilio, aprirono il sepolcro con le reliquie: la pergamena con la confessione ortodossa era tenuta da Santa Eufemia nella mano destra, mentre la pergamena degli eretici giaceva ai suoi piedi. Santa Eufemia, come se fosse viva, alzò la mano e consegnò la pergamena al patriarca. Dopo questo miracolo, molti degli esitanti accolsero la confessione ortodossa, mentre coloro che rimanevano ostinatamente nell’eresia furono affidati alla condanna e alla scomunica del Concilio.

Dopo un’invasione dei Persiani nel corso del VII secolo, le reliquie di Santa Eufemia furono trasferite da Calcedonia a Costantinopoli, in una chiesa di nuova costruzione a lei dedicata. Molti anni più tardi, durante il periodo dell’eresia iconoclasta, il reliquiario contenente le reliquie della santa fu gettato in mare per ordine dell’imperatore iconoclasta Leone l’Isaurico (716-741). Il reliquiario fu tratto in salvo dal mare dai fratelli armatori Sergio e Sergonos, che lo consegnarono al vescovo del luogo. Il santo vescovo ordinò che le reliquie fossero conservate in segreto, sotto una cripta, poiché l’eresia iconoclasta continuava a infuriare. Sopra le reliquie fu costruita una piccola chiesa, e sul reliquiario fu posta una tavola con un’iscrizione che indicava di chi fossero le reliquie che riposavano all’interno. Quando l’eresia iconoclasta fu finalmente condannata dal santo VII Concilio Ecumenico (nell’anno 787), al tempo di San Tarasio, patriarca di Costantinopoli (784-806), e dell’imperatore Costantino VI (780-797) e di sua madre Santa Irene (797-802), le reliquie della santa Grande Martire Eufemia furono di nuovo solennemente trasferite a Costantinopoli.

Olga uguale agli apostoli

Santa Olga, uguale agli Apostoli, era la moglie del Gran Principe di Kiev Igor. La lotta del Cristianesimo con il paganesimo sotto Igor e Olga, che regnarono dopo Oleg (+ 912), entrò in una nuova fase. La Chiesa di Cristo negli anni successivi al regno di Igor (+ 945) divenne una notevole forza spirituale e politica nell’ambito russo. Il testo conservato di un trattato di Igor con i Greci nell’anno 944 ne dà indicazione: fu inserito dal cronista nel “Racconto degli anni passati”, sotto la voce che registra gli eventi dell’anno 6453 (945).

Il trattato di pace doveva essere giurato da entrambe le comunità religiose di Kiev: la “Rus battezzata”, cioè i cristiani, prestò giuramento nella chiesa cattedrale del santo profeta di Dio Elia (20 luglio); la “Rus non battezzata”, cioè i pagani, a loro volta prestarono giuramento sulle loro armi nel santuario di Perun il Tonante. Il fatto che i cristiani siano menzionati nel documento per primi indica la loro notevole influenza spirituale nella vita della Rus’ di Kiev.

È evidente che nel momento in cui il trattato del 944 veniva redatto a Costantinopoli, vi fossero a Kiev persone al potere favorevoli al Cristianesimo, che riconoscevano l’inevitabilità storica dell’inserimento della Rus nella cultura cristiana vivificante. A questa corrente forse apparteneva persino il principe Igor stesso, la cui posizione ufficiale non gli permetteva di passare personalmente alla nuova fede, né in quel momento di decidere la questione del Battesimo dell’intero paese con la conseguente diffusione in tutto il territorio di gerarchi della Chiesa Ortodossa. Il trattato fu dunque redatto con formule prudenti, che non impedissero al principe di ratificarlo sia sotto forma di giuramento pagano, sia sotto forma di giuramento cristiano.

Ma quando gli emissari bizantini giunsero a Kiev, la situazione lungo il Dnepr era essenzialmente cambiata. Un’opposizione pagana si era chiaramente manifestata, alla cui testa stavano il voevoda (capo militare) variago Svenel’d (o Sveinald) e suo figlio Mstislav (Mtsisha), ai quali Igor aveva dato possedimenti nelle terre dei Drevljani.

Forte era anche a Kiev l’influenza degli Ebrei cazari, che non potevano non essere contrari all’idea del trionfo dell’Ortodossia nella Terra Russa.

Incapace di vincere l’inerzia delle consuetudini, Igor rimase pagano e concluse il trattato in modo pagano, giurando sulla sua spada. Egli rifiutò la grazia del Battesimo e fu punito per la sua incredulità. Un anno dopo, nel 945, pagani ribelli lo assassinarono nella terra drevliana, squartandolo fra due alberi. Ma i giorni del paganesimo e dello stile di vita delle tribù slave che ne costituivano il fondamento erano già contati. Il peso del governo cadde sulla vedova di Igor – la Gran Principessa di Kiev Olga, e sul loro figlio di tre anni, Svyatoslav.

Il nome della futura illuminatrice della Terra Russa e della sua regione natale è menzionato per la prima volta nel “Racconto degli anni passati” nella frase che parla del matrimonio di Igor: “e gli portarono una moglie da Pskov, di nome Olga”. Essa apparteneva, precisa la Cronaca di Joakim, alla stirpe dei principi di Izborsk, – una delle oscure dinastie principesche antico-russe, delle quali in Rus nel X-XI secolo se ne contavano non meno di venti, ma che furono tutte soppiantate dai Rjurikidi o in altro modo fuse con loro tramite matrimoni. Alcune erano di origine slava locale, altre – nuovi venuti variaghi. È noto che i “koenigs” (regolotti) vichinghi scandinavi chiamati a diventare principi nelle città russe – inevitabilmente si assimilavano alla lingua russa e spesso in breve tempo diventavano genuinamente russi, con nomi russi e stile di vita, mentalità e perfino aspetto fisico e abbigliamento russi.

Così, anche la moglie di Igor portava il nome variago “Helga”, che in russo si pronuncia Olga. Il nome femminile Olga corrisponde al nome maschile “Oleg” (Helgi), che significa “santo” [dal germanico “heilig” per “santo”]. Benché la comprensione pagana della santità fosse assai diversa da quella cristiana, anch’essa presupponeva nell’uomo una particolare disposizione, di castità e sobrietà di mente, e di perspicacia. Il fatto che la gente chiamasse Oleg il Veggente (“Veshchij”) e Olga la Saggia (“Mudra”) mostra il significato spirituale dei nomi.

Tradizioni posteriori la considerano originaria di un villaggio chiamato Vybuta, a diversi chilometri da Pskov lungo il fiume Velika verso monte. Fino a non molto tempo fa si indicava ancora sul fiume il Ponte di Olga, l’antico guado, dove Olga fu incontrata da Igor. I luoghi geografici di Pskov hanno conservato diversi nomi legati a questa grande discendente di Pskov: il villaggio di Ol’zhinets e il Campo di Olga (Ol’gino Pole); la Porta di Olga, uno dei rami del fiume Velika; il Colle di Olga e la Croce di Olga vicino al lago di Pskov; e la Pietra di Olga presso il villaggio di Vybuta.

L’inizio del governo autonomo della Principessa Olga è collegato nelle cronache al racconto della sua terribile vendetta sui Drevljani che avevano assassinato Igor. Avendo giurato sulle loro spade e credendo “solo nelle loro spade”, i pagani erano condannati dal giudizio di Dio a perire anch’essi di spada (Mt 26,52). Adorando il fuoco tra gli altri elementi primordiali, trovarono la propria rovina nel fuoco. E il Signore scelse Olga per compiere il castigo di fuoco.

La lotta per l’unità della Rus, per la sottomissione al centro di Kiev delle tribù e dei principati reciprocamente divisi e ostili, aprì la strada verso la vittoria definitiva del Cristianesimo nella Terra Russa. Per Olga, benché ancora pagana, la Chiesa cristiana di Kiev e il suo Patrono celeste, il santo profeta di Dio Elia [raffigurato nelle icone su un carro di fuoco], si presentavano come una fiammeggiante fede e preghiera di un fuoco sceso dal cielo, e la sua vittoria sui Drevljani – nonostante la severa durezza della sua vendetta – fu una vittoria delle forze costruttive cristiane nel regno russo sulle forze di un paganesimo oscuro e distruttivo.

La sapientissima Olga entrò nella storia come una grande costruttrice della vita civile e della cultura della Rus’ di Kiev. Le cronache sono colme di racconti delle sue incessanti “uscite” attraverso la terra russa, volte al benessere e al miglioramento del modo di vita civile e domestico dei suoi sudditi. Consolidando il rafforzamento interno della potenza del trono gran-principesco di Kiev, e indebolendo così l’influenza della mescolanza di piccoli principi locali in Rus, Olga centralizzò l’intero governo statale con l’aiuto del sistema dei “pogosti” (centri amministrativo-commerciali). Nell’anno 946 ella percorse con suo figlio e il seguito la terra dei Drevljani, “imponendo tributi e tasse”, segnando i villaggi, le locande e i luoghi di caccia soggetti all’inclusione nei possedimenti gran-principeschi di Kiev. L’anno seguente si recò a Novgorod, stabilendo centri amministrativi lungo i fiumi Msta e Luga, lasciando ovunque tracce visibili della sua attività. “I suoi lovischa (riserve di caccia) eran per tutta la terra, i segni di confine, i suoi luoghi e i centri amministrativi, – scrisse il cronista, – e le sue slitte stanno a Pskov fino ad oggi, così come i luoghi da lei destinati per la cattura degli uccelli lungo i fiumi Dnepr e Desna; e il suo villaggio di Ol’zhicha rimane fino al presente.”

I “pogosti” istituiti da Olga, quali centri finanziario-amministrativi e giudiziari, rappresentavano saldi sostegni del potere gran-principesco in quei luoghi.

Essendo anzitutto, e nel senso proprio della parola, centri di commercio e di scambio (il mercante come “ospite”) attorno ai quali si raccoglievano e si organizzavano gli insediamenti (e al posto della raccolta “arbitraria umana” di tributi e tasse esistevano ora uniformità e ordine con il sistema dei “pogosti”). I “pogosti” di Olga divennero una rete importante per l’unificazione etnica e culturale della nazione russa.

Più tardi, quando Olga era già cristiana, si cominciò a edificare nei “pogosti” le prime chiese; dal tempo del Battesimo della Rus il “pogost” e la chiesa (parrocchia) divennero inseparabilmente associati. (Fu solo in seguito, con l’esistenza dei cimiteri accanto alle chiese, che si sviluppò l’attuale significato della parola russa “pogost” come “cimitero parrocchiale”.)

La Principessa Olga si adoperò molto per fortificare la potenza difensiva del paese. Le città furono edificate e rafforzate, Vyshgorod (o Detinets, Kroma) fu cinta da mura di pietra e di quercia (bastioni), le quali furono irrobustite con terrapieni e palizzate. Sapendo quanto molti fossero ostili all’idea di rafforzare il potere principesco e l’unificazione della Rus, la principessa stessa viveva costantemente “sulla collina” sopra il Dnepr, dietro i fidati bastioni di Vyshgorod a Kiev (“Verkhni-gorod” o “Città alta”), circondata dai suoi fedeli druzhina. Due terzi del tributo raccolto, come testimoniano i cronisti, ella li dava per l’uso del “veche” (assemblea cittadina) di Kiev, e il terzo rimanente andava “a Olga, per Vyshgorod” – per le necessità della costruzione di fortificazioni. E al periodo di Olga gli storici fanno risalire la formazione delle prime frontiere statali della Russia – a ovest, con la Polonia. Avamposti eroici a sud proteggevano i campi pacifici dei kieviani dai popoli delle Steppe Selvagge. Gli stranieri affluivano a Gardarika (“la terra delle città”), come chiamavano la Rus, con merci e manufatti. Svedesi, danesi, tedeschi entravano volentieri come mercenari nell’esercito russo. Le relazioni estere di Kiev si allargarono. Questo favorì lo sviluppo delle costruzioni in pietra nella città, il cui inizio fu avviato sotto Olga. Le prime costruzioni in pietra di Kiev – il palazzo cittadino e il recinto superiore di Olga – furono scoperte dagli archeologi solo nel secolo scorso. (Il palazzo, o più propriamente le sue fondamenta e i resti delle mura, fu trovato negli scavi degli anni 1971-1972).

Ma non furono solo il rafforzamento dell’ordinamento civile e il miglioramento delle norme domestiche del modo di vita del popolo ad attirare l’attenzione della saggia principessa. Anche più urgente per lei era la trasformazione fondamentale della vita religiosa della Rus, la trasfigurazione spirituale della nazione russa. La Rus era diventata una grande potenza. Solo due stati europei potevano paragonarsi ad essa in quegli anni per importanza e potenza: nell’Europa orientale – l’antico impero bizantino, e in Occidente il regno di Sassonia.

L’esperienza di entrambi gli imperi, connessa con l’elevazione nello spirito dell’insegnamento cristiano, con il fondamento religioso della vita, mostrava chiaramente che la via verso la futura grandezza della Rus non passava per i mezzi militari, ma prima di tutto e principalmente attraverso la conquista e il conseguimento spirituale. Avendo affidato Kiev al figlio adolescente Svyatoslav, e cercando grazia e verità, la Gran Principessa Olga nell’estate del 954 salpò con una grande flotta verso Costantinopoli. Questa era una “spedizione” pacifica, che univa i compiti di pellegrinaggio religioso e di missione diplomatica, ma le considerazioni politiche esigevano che essa diventasse simultaneamente una dimostrazione della potenza militare della Rus sul Mar Nero, che richiamasse alla memoria degli orgogliosi “Romaioi” [Greci bizantini] le vittoriose campagne di Askold e Oleg, che nell’anno 907 avanzarono con i loro scudi “fino alle stesse porte di Costantinopoli”.

Il risultato fu raggiunto. L’apparizione della flotta russa nel Bosforo produsse l’effetto necessario per lo sviluppo del dialogo russo-bizantino. A sua volta, la capitale meridionale colpì la severa figlia del nord con la varietà di bellezze e la grandiosità dell’architettura, e con la mescolanza confusa di pagani e di popoli da tutto il mondo. Ma un’impressione grandissima fu suscitata dalla ricchezza delle chiese cristiane e delle reliquie in esse conservate. Costantinopoli, “la città del Cesare imperiale”, l’Impero bizantino, si sforzava in tutto di essere degna della Madre di Dio, alla Quale la città era stata dedicata da Sant’Ignazio il Grande (21 maggio) nel 330 (vedi 11 maggio). La principessa russa prese parte alle celebrazioni nelle più belle chiese di Costantinopoli: nella Grande Chiesa della Santa Sapienza (Hagia Sophia), a Blachernae e in altre.

Nel suo cuore la saggia Olga trovò il desiderio per la santa Ortodossia e prese la decisione di diventare cristiana. Il sacramento del Battesimo fu compiuto su di lei dal patriarca di Costantinopoli Teofilatto (933-956), e suo padrino fu l’imperatore Costantino Porfirogenito (912-959). Al Battesimo le fu dato il nome Elena in onore della santa uguale agli Apostoli Elena (21 maggio), madre di San Costantino, colei che aveva scoperto il Venerabile Legno della Croce del Signore. In una parola edificante pronunciata alla conclusione del rito, il Patriarca disse: “Benedetta sei tu tra le donne russe, poiché hai abbandonato le tenebre e hai amato la Luce. Il popolo russo ti benedirà in tutte le generazioni future, dal tuo nipote e bisnipote fino ai tuoi discendenti più lontani.” Egli la istruì nelle verità della Fede, nelle norme ecclesiastiche e nella regola di preghiera, le spiegò i comandamenti sul digiuno, la castità e la carità. “Ella però”, dice il monaco Nestor, “chinò il capo e rimase in piedi, letteralmente come una spugna che assorbe l’acqua, ascoltando l’insegnamento, e chinandosi davanti al Patriarca disse: ‘Per le tue preghiere, o Maestro, possa io essere preservata dalle insidie dei nemici’.”

È precisamente in questo modo, con il capo leggermente chino, che Santa Olga è raffigurata in uno degli affreschi della cattedrale di Santa Sofia a Kiev, e pure in una miniatura bizantina a lei contemporanea, in un ritratto manoscritto delle Cronache di Giovanni Scilitze nella Biblioteca Nazionale di Madrid. L’iscrizione greca che accompagna la miniatura definisce Olga “Archontissa (cioè sovrana) della Rus”, “una donna, di nome Helga, che venne all’imperatore Costantino e fu battezzata”. La principessa è raffigurata con un copricapo speciale, “come una neo-battezzata cristiana e venerabile diaconessa della Chiesa russa”. Accanto a lei, nello stesso abito dei neo-battezzati, c’è Malusha (+ 1001), la futura madre del santo uguale agli Apostoli Vladimir (15 luglio).

Per uno che in origine così poco amava i Russi come l’imperatore Costantino Porfirogenito, non fu cosa da poco diventare il padrino dell’“Archontissa della Rus”. Nelle cronache russe si sono conservati racconti su quanto risolutamente e su un piano di parità Olga conversasse con l’imperatore, stupendo i Greci con la sua profondità spirituale e saggezza di governo, e mostrando che la nazione russa fosse del tutto capace di accogliere e assimilare i più alti conseguimenti del genio religioso greco, la più fine fioritura della spiritualità e della cultura bizantine. E così per via pacifica Santa Olga riuscì a “prendere Costantinopoli”, cosa che nessun altro condottiero prima di lei era mai riuscito a fare. Secondo la testimonianza delle cronache, lo stesso imperatore dovette ammettere che Olga “lo aveva gabbato” (lo aveva ingannato), e la mente popolare, fondendo insieme le tradizioni su Oleg il Saggio e Olga la Saggia, fissò nella memoria questa vittoria spirituale nella bylina o leggenda popolare intitolata “Sul Prendere Costantinopoli da parte della Principessa Olga”.

Nella sua opera “Sulle cerimonie della corte bizantina”, che è giunta fino a noi in una sola copia, Costantino Porfirogenito ci ha lasciato una descrizione dettagliata della cerimonia che circondò il soggiorno di Santa Olga a Costantinopoli. Egli descrive una solenne accoglienza nel famoso palazzo di Magnaura, al canto di uccelli di bronzo e ai ruggiti di leoni di rame, dove Olga apparve con un imponente seguito di 108 uomini (senza contare gli uomini della compagnia di Svyatoslav). E vi furono trattative in cerchia più ristretta nelle stanze dell’imperatrice, e poi un banchetto di stato nella sala di Giustiniano. E qui, nel corso degli eventi, provvidenzialmente si trovarono insieme alla stessa tavola le quattro “maestose signore”: la nonna e la madre del santo uguale agli Apostoli Vladimir (Santa Olga e la sua compagna Malusha), e la nonna e la madre della futura sposa di Vladimir, Anna (l’imperatrice Elena e la nuora Teofano). Sarebbe trascorso poco più di mezzo secolo, e presso la chiesa della Decima (Desjatinnaja) della Santissima Theotokos a Kiev si sarebbero trovate l’una accanto all’altra le tombe di marmo di Santa Olga, di San Vladimir e della “Beata Anna”.

Durante una di queste accoglienze, come racconta Costantino Porfirogenito, alla principessa russa fu presentato un piatto d’oro incastonato di gemme. Santa Olga lo offrì al tesoro della cattedrale di Santa Sofia, dove all’inizio del XIII secolo fu visto e descritto dal diplomatico russo Dobrynja Jadejkovič (che poi sarebbe diventato l’arcivescovo Antonio di Novgorod): “Il grande piatto d’oro ufficiale di Olga di Russia, quando essa lo prese come tributo, essendo giunta a Costantinopoli; sul piatto vi sono pietre preziose, e su di esso è scritto con queste pietre il nome Cristo”.

Inoltre, il sagace imperatore, dopo aver riportato dettagli tali da sottolineare come “Olga lo avesse gabbato”, presenta anche un difficile enigma per gli storici della Chiesa russa. È questo: San Nestor il Cronista riferisce nel “Racconto degli anni passati” che il Battesimo di Olga ebbe luogo nell’anno biblico 6463 (955 o 954), e questo corrisponde al resoconto delle cronache bizantine di Kedrinos. Un altro scrittore ecclesiastico russo dell’XI secolo, Jakov Mnih, nella sua opera “Elogio e Laus a Vladimir… e di come la nonna di Vladimir, Olga, fu battezzata”, parla della morte della santa principessa (+ 969) e nota che essa visse come cristiana per quindici anni, e pone la data effettiva del Battesimo nell’anno 954, che corrisponde, entro alcuni mesi, alla data indicata da Nestor. In contrasto con ciò, descrivendo il soggiorno di Olga a Costantinopoli e fornendo le date precise delle accoglienze a lei date, Costantino Porfirogenito ci fa intendere senza ombra di dubbio che tutto ciò avvenne nell’anno 957.

Per conciliare le cronache citate, da un lato, con la testimonianza di Costantino dall’altro, gli storici della Chiesa russa sono indotti a supporre una di due cose: o Santa Olga fece un secondo viaggio a Costantinopoli nell’anno 957 per continuare le trattative con l’imperatore, oppure non fu battezzata a Costantinopoli, essendo stata battezzata precedentemente a Kiev nel 954, e che si recò semplicemente in pellegrinaggio a Bisanzio, essendo già cristiana. La prima supposizione è la più credibile.

Per quanto riguarda il risultato diplomatico immediato delle trattative, alcune questioni essenziali per Santa Olga rimasero irrisolte. Ella ebbe successo riguardo alle questioni del commercio russo nei territori dell’Impero bizantino, e anche nella riconferma del trattato di pace con Bisanzio concluso da Igor nell’anno 944. Ma non era riuscita a piegare l’imperatore su due questioni importanti per la Rus: il matrimonio dinastico di Svyatoslav con una principessa bizantina, e le condizioni per il ripristino di un metropolita ortodosso a Kiev, come esisteva al tempo di Askold. L’evidente insoddisfacente risultato della sua missione si avverte nella risposta da lei data, quando era già tornata a casa, agli emissari inviati dall’imperatore. Alla richiesta dell’imperatore riguardo all’aiuto militare promesso, Santa Olga rispose seccamente tramite gli emissari: “Se tu avessi passato del tempo con me al Pochaina, come io l’ho passato alla tua corte, allora ti manderei i soldati in aiuto”.

In mezzo a tutto ciò, malgrado i suoi tentativi falliti di stabilire una gerarchia ecclesiastica nella Rus, Santa Olga, dopo essere divenuta cristiana, si dedicò con zelo agli sforzi di evangelizzazione cristiana tra i pagani, e anche alla costruzione di chiese: “esigendo l’angoscia dei demoni e l’inizio della vita per Cristo Gesù”. Ella costruì chiese: di San Nicola e della Santa Sapienza a Kiev, dell’Annunciazione della Santissima Theotokos a Vitebsk, e della Santa e vivificante Trinità a Pskov. Pskov da quel periodo è chiamata nelle cronache la Dimora della Santa Trinità. La chiesa, costruita da Olga sul fiume Velika in un luogo indicatole dall’alto, secondo il cronista, da un “raggio di luce della Trisplendente Divinità”, rimase in piedi per più di un secolo e mezzo. Nell’anno 1137 il santo principe Vsevolod-Gavriil (11 febbraio) sostituì questo tempio di legno con uno di pietra, che a sua volta nel 1363 fu ricostruito e sostituito infine con l’attuale cattedrale della Trinità.

Un altro monumento assai importante della “teologia monumentale” russa, come spesso viene definita l’architettura ecclesiastica, legato al nome di Santa Olga, è il tempio della Sapienza di Dio (Santa Sofia) a Kiev, che fu iniziato poco dopo il suo ritorno da Costantinopoli e consacrato l’11 maggio 960. Questo giorno fu in seguito osservato nella Chiesa russa come festa ecclesiastica particolare.

Nel Mesjacàslov (supplemento di calendario) di un libro delle Epistole in pergamena del 1307, sotto l’11 maggio è scritto: “In questo giorno avvenne la consacrazione della Santa Sofia a Kiev nell’anno 6460.” La data è indicata secondo la cosiddetta cronologia “antiochena”, piuttosto che quella comunemente accettata di Costantinopoli, e corrisponde all’anno 960 dalla Natività di Cristo.

Non fu affatto un caso che Santa Olga ricevette al Battesimo il nome di Santa Elena, che trovò il Venerabile Legno della Croce a Gerusalemme (6 marzo). L’oggetto sacro principale nel nuovo tempio di Santa Sofia a Kiev era un pezzo della Santa Croce, portato da questa nuova Elena da Costantinopoli e da lei ricevuto in benedizione dal Patriarca di Costantinopoli. La Croce, secondo la tradizione, era stata ricavata da un unico pezzo del Legno vivificante del Signore. Sul Legno della Croce era iscritta la frase: “La Santa Croce per la Rigenerazione della Terra Russa, Ricevuta dalla Nobile Principessa Olga.”

Santa Olga fece molto per onorare i primi confessori russi del Nome di Cristo: sulla tomba di Askold fu costruita la chiesa di San Nicola, dove secondo alcune testimonianze ella stessa fu poi sepolta. Sulla tomba di Dir fu costruita la già menzionata cattedrale di Santa Sofia, che rimase in piedi per mezzo secolo e bruciò nell’anno 1017. Su questo luogo Jaroslav il Saggio edificò in seguito una chiesa di Sant’Irene nel 1050, ma le reliquie sacre del tempio della Sofia di Olga furono trasferite in una chiesa di pietra con lo stesso nome, l’attuale Santa Sofia di Kiev, iniziata nel 1017 e consacrata intorno all’anno 1030. Nel Prologo del XIII secolo si dice della Croce di Olga: “essa ora è a Kiev, in Santa Sofia, nell’altare, sul lato destro.” Il saccheggio delle reliquie sacre di Kiev, che dopo i Mongoli fu continuato dai Lituani che catturarono la città nel 1341, non risparmiò neppure questa. Sotto Jagellone, nel periodo dell’Unione di Lublino, che nel 1384 unì Polonia e Lituania in un solo stato, la Croce di Olga fu sottratta alla cattedrale di Santa Sofia e portata dai cattolici a Lublino. La sua ulteriore sorte è sconosciuta.

Ma già al tempo di Olga vi erano a Kiev tra i nobili e i druzhina non poche persone che, nelle parole di Salomone, “odiavano la Sapienza”, e anche Santa Olga, per aver costruito il tempio della Sapienza. Gli zeloti dell’antico paganesimo divennero tanto più audaci, guardando con speranza alla maggiore età di Svyatoslav, che respinse decisamente le esortazioni della madre ad accettare il Cristianesimo, e perfino si adirò con lei per questo. Bisognava affrettarsi con il progetto del Battesimo della Rus. L’inganno di Bisanzio, che in quel tempo non voleva promuovere il Cristianesimo nella Rus, giocò a favore dei pagani. In cerca di una soluzione, Santa Olga guardò a occidente. Non esisteva ancora qui alcuna contraddizione. Santa Olga (+ 969) apparteneva ancora alla Chiesa indivisa (cioè prima del Grande Scisma del 1054), e aveva ben poche possibilità di studiare in profondità le questioni teologiche che dividevano i Simboli di Fede greco e latino. L’opposizione tra Occidente e Oriente le si presentava anzitutto come rivalità politica, di secondaria importanza rispetto al suo compito: la costituzione della Chiesa russa e l’illuminazione cristiana della Rus.

Sotto l’anno 959, il cronista tedesco noto come “il Continuatore di Reginone” registra: “al re giunsero gli emissari di Elena, regina dei Russi, che era stata battezzata a Costantinopoli, e che chiedeva per la sua nazione un vescovo e dei sacerdoti”. Il re Ottone, il futuro fondatore dell’Impero germanico, acconsentì volentieri alla richiesta di Olga, ma insistette che la questione non fosse decisa in fretta. Solo a Natale dell’anno seguente, 960, fu stabilito un vescovo per la Russia, Libuzio, tratto dalla fraternità monastica di Anatolio Alban am Mainz. Ma egli morì ben presto (15 marzo 961). Al suo posto fu ordinato Adalberto di Treviri, che Ottone, “fornendo generosamente tutto il necessario”, inviò infine in Russia. È difficile dire cosa sarebbe accaduto, se il re non avesse indugiato tanto a lungo, ma quando nel 962 Adalberto arrivò a Kiev, “non riuscì in ciò per cui era stato mandato, e considerò vani i suoi sforzi”. Inoltre, al ritorno “alcuni dei suoi compagni furono uccisi, e lo stesso vescovo non sfuggì al pericolo di morte”.

Si scoprì che, dopo il passare degli anni, come Olga infatti aveva previsto, gli eventi a Kiev erano alla fine volgendo a favore del paganesimo, e la Rus, divenuta né ortodossa né cattolica, aveva cambiato idea sull’accoglimento del Cristianesimo. La reazione pagana così prodotta fu così forte che non solo i missionari tedeschi, ma anche alcuni dei cristiani di Kiev che erano stati battezzati con Olga a Costantinopoli, soffrirono. Per ordine di Svyatoslav, il nipote di Santa Olga, Gleb, fu ucciso, e alcune delle chiese da lei costruite furono distrutte. Sembra ragionevole che ciò avvenisse non senza la diplomazia segreta di Bisanzio: data la possibilità di una Rus rafforzata in alleanza con Ottone, i Greci avrebbero preferito sostenere i pagani, intrigando contro Olga e provocando disordini.

Il fallimento della missione di Adalberto ebbe un significato provvidenziale per la futura Chiesa Ortodossa russa, che sfuggì al dominio papale. Santa Olga fu costretta ad accettare l’umiliazione e a ritirarsi completamente alle occupazioni della pietà personale, consegnando le redini del governo al figlio pagano Svyatoslav. A motivo del suo precedente ruolo, tutte le questioni difficili venivano tuttavia rimesse a lei per la sua sapienza di governo. Quando Svyatoslav si allontanava da Kiev per campagne e guerre militari, il governo del regno era nuovamente affidato a sua madre. Ma la questione del Battesimo della Rus fu per un certo tempo tolta dall’agenda, e ciò fu estremamente amaro per Santa Olga, che considerava la buona novella del Vangelo di Cristo come l’opera principale della sua vita.

Ella sopportò mansuetamente afflizioni e dolori, cercando di aiutare il figlio negli affari civili e militari e di guidare le cose con intento eroico. Le vittorie dell’esercito russo furono per lei una consolazione, in particolare la distruzione di un vecchio nemico dello stato russo – il kaganato cazaro. Due volte, negli anni 965 e 969, gli eserciti di Svyatoslav attraversarono le terre dei “folli Cazari”, spezzando per sempre la potenza dei governanti ebrei del Ponto Azov e del basso Volga. Un poderoso colpo successivo fu portato ai volgobulgari maomettani, e poi, a loro volta, ai bulgari del Danubio. Diciotto anni furono spesi sul Danubio con le forze militari di Kiev. Olga era sola e in ansia: sembrava che, assorbito da questioni militari nei Balcani, Svyatoslav si fosse dimenticato di Kiev.

Nella primavera del 969 i Peceneghi assediarono Kiev: “ed era impossibile portare i cavalli all’acqua, poiché i Peceneghi stavano presso la Lybeda.” L’esercito russo era lontano, sul Danubio. Avendo inviato messaggeri a suo figlio, Santa Olga prese personalmente la guida della difesa della capitale. Quando ricevette la notizia, Svyatoslav cavalcò rapidamente verso Kiev, e “egli abbracciò sua madre e i suoi figli e si addolorò per ciò che era capitato loro per mano dei Peceneghi.” Ma dopo aver sconfitto i nomadi, il principe guerriero ricominciò a dire a sua madre: “Non mi piace sedere a Kiev, perché desidero vivere a Perejaslav sul Dunaj (Danubio), poiché là è il centro delle mie terre.”

Svyatoslav sognava di creare un vasto dominio russo dal Danubio al Volga, che unisse tutta la Rus, la Bulgaria, la Serbia, la regione del Mar Nero vicino e il Ponto Azov, e estendesse i suoi confini fino a quelli stessi di Costantinopoli. Olga la Saggia comprese tuttavia che tutto il coraggio e l’audacia delle druzhine russe non potevano uguagliare l’antico Impero bizantino, e che l’impresa di Svyatoslav sarebbe fallita. Ma il figlio non volle ascoltare le ammonizioni della madre. Santa Olga allora disse: “Vedi che sono malata. Perché vuoi abbandonarmi? Dopo che mi avrai seppellita, allora va’ dove vuoi”.

I suoi giorni erano contati, e le sue fatiche e pene avevano esaurito le sue forze. L’11 luglio 969 Santa Olga morì: “e con grande lamento la piansero, suo figlio e i suoi nipoti e tutto il popolo.” Negli ultimi anni, in mezzo al trionfo del paganesimo, ella doveva tenere presso di sé un prete in segreto, affinché non si scatenassero nuove esplosioni di fanatismo pagano. Ma prima della morte, avendo ritrovato la sua originaria fermezza e risolutezza, proibì che fosse compiuta per lei la celebrazione pagana dei morti, e diede istruzioni definitive di essere sepolta apertamente secondo il rito ortodosso. Il presbitero Gregorio, che era stato con lei a Costantinopoli nel 957, esaudì la sua richiesta.

Santa Olga visse, morì e fu sepolta come cristiana. “E così avendo vissuto e avendo ben glorificato Dio nella Trinità, Padre e Figlio e Spirito Santo, avendo adorato nella beata fede, ella terminò la sua vita nella pace di Cristo Gesù, nostro Signore.” Come suo testamento profetico per le generazioni successive, con profonda umiltà cristiana ella confessò la sua fede riguardo alla sua nazione: “Sia fatta la volontà di Dio! Se piace a Dio avere misericordia della mia nativa Terra Russa, allora essi volgeranno i loro cuori a Dio, proprio come io ho ricevuto questo dono.”

Dio glorificò la santa operatrice dell’Ortodossia, “iniziatrice della fede” nella Terra Russa, mediante miracoli e mediante le reliquie incorrotte. Jakov Mnih (+ 1072), cento anni dopo la sua morte, scrisse nella sua opera “Memoria e Laus a Vladimir”: “Dio ha glorificato il corpo della Sua serva Olga, e il suo venerabile corpo rimane incorrotto fino ad oggi.”

Santa Olga glorificò Dio con buone opere in ogni cosa, e Dio la glorificò. Sotto il santo principe Vladimir, secondo alcuni nell’anno 1007, le reliquie di Santa Olga furono traslate nella chiesa della Decima (Desjatinna) della Dormizione della Santissima Theotokos e collocate in un sarcofago speciale, come era uso racchiudere le reliquie dei santi in Oriente ortodosso. “E ascoltate un certo miracolo riguardo a lei: la tomba di pietra è piccola nella chiesa della Santa Madre di Dio, questa chiesa edificata dal beato principe Vladimir, e nella tomba è la beata Olga. E fu aperta un’apertura nel sepolcro per vedere il corpo di Olga che giaceva là intero.” Ma non a tutti fu dato di vedere questo miracolo delle reliquie incorrotte della santa: “Poiché per chiunque venisse con fede, l’apertura si apriva, e là si poteva vedere il venerabile corpo disteso intatto, e ci si meravigliava di tale miracolo – il corpo giacente per tanti anni senza corruzione. Degno di ogni lode è questo venerabile corpo: riposando nella tomba integro, come se dormisse. Ma per coloro che non si accostavano con fede, l’apertura della tomba non si apriva, e non vedevano questo venerabile corpo, ma soltanto la tomba.”

Così, anche dopo la morte, Santa Olga attestava la vita eterna e la risurrezione, riempiendo di gioia i credenti e confondendo i non credenti. Ella fu, nelle parole di San Nestor il Cronista, “precursore nella terra cristiana, come l’aurora prima del sorgere del sole o il crepuscolo prima della luce”.

Il santo uguale agli Apostoli Gran Principe Vladimir, rendendo egli stesso grazie a Dio nel giorno del Battesimo della Rus, rese testimonianza al suo popolo riguardo a Santa Olga con queste notevoli parole: “I figli della Rus ti benedicono, e così anche le generazioni dei tuoi discendenti.”

Chindeo im.

Il Santo Ieromartire Kindeos era un sacerdote nel villaggio di Talmenia (Sidḗ in Panfilia) in Asia Minore. In quel tempo l’imperatore Diocleziano perseguitava i cristiani. Nonostante ciò, San Kindeos si adoperava instancabilmente per diffondere il messaggio del Vangelo. Per questa ragione fu denunciato all’eparca Stratónikos e condannato a essere bruciato vivo.

Mentre i soldati lo conducevano alla morte, incontrarono un taglialegna con un grosso fascio di legna, che essi confiscarono per usarla come combustibile per il fuoco, e il Martire pagò all’uomo 30 monete di rame per essa. Lungo la strada, l’uomo con la legna si ammalò improvvisamente e cadde a terra. Il Santo prese il fardello sulle proprie spalle e lo portò fino al luogo dell’esecuzione.

Persino nel fuoco, lo Ieromartire Kindeos, con l’aiuto di Dio, rimase un saldo combattente di Cristo. Dopo che fu posto sulla pira, e prima che le fiamme lo avvolgessero, trovò la forza di supplicare gli astanti di accogliere la vera Fede e la grazia del Signore. Poi scoppiò una violenta tempesta di tuoni e il fuoco si spense. Quando la tempesta cessò, il Santo Martire rese la sua anima a Cristo nell’anno 290.

Un sacerdote pagano che aveva ascoltato le parole di San Kindeos rimase stupito dal suo coraggio di fronte alla morte. Il sacerdote e sua moglie credettero in Cristo e furono battezzati. Furono loro a provvedere alla sepoltura del Santo Martire.

Nicodemo m.

Il nuovo monaco martire Nicodemo proveniva da Elbasan, una città dell’Epiro (Albania), ed era cresciuto da genitori devoti. Quando raggiunse un’età adatta, sposò una donna cristiana ed ebbero diversi figli. Poiché frequentava i Turchi, ne fu influenzato e divenne musulmano. Giunse perfino a costringere i suoi figli a seguire il suo esempio, eccetto un figlio, che fu rapito da alcuni cristiani e mandato al Monte Athos. Là fu tonsurato monaco.

Cercando il giovane per convertirlo all’Islam, il misero padre venne a sapere che si trovava sulla Santa Montagna. Si recò all’Athos pieno di grande ira, giurando che avrebbe causato seri problemi ai monasteri se avesse trovato lì suo figlio. Dio, che vuole che tutti siano salvati, operò la sua salvezza in modo mirabile. Invece di trovare suo figlio e convertirlo, egli stesso rientrò in sé e si pentì. Abbandonando sia l’Islam sia il mondo, divenne monaco allo Skete di Sant’Anna, nella kalyva (cella isolata) dell’Ascensione, con il nuovo nome di Nicodemo.

Il suo pentimento fu tale che osservò un severo digiuno per tre anni, piangendo e supplicando Dio di perdonargli il terribile peccato dell’apostasia. Un giorno udì alcuni Padri dire che chiunque rinnega Cristo deve tornare nello stesso luogo e confessarLo davanti agli uomini. Da quel momento arse in lui il desiderio del martirio. Perciò si preparò con l’ascesi, il digiuno e la preghiera.

Avendo sentito parlare di Sant’Akakios (12 aprile) dello Skete di Kausokalyvia [Καυσοκαλύβια], Nicodemo andò a visitarlo per ricevere la sua benedizione e le sue istruzioni. Non appena Nicodemo vide il Santo, cadde ai suoi piedi e pianse a lungo. Sant’Akakios lo prese per mano e lo chiamò per nome, benché non lo conoscesse. Rialzandolo, lo confortò. Poi si ritirò a breve distanza e iniziò a pregare. Coloro che erano presenti videro una luce dal Cielo, splendente come una stella, che illuminò il volto del Santo. Quindi si voltò verso Nicodemo e gli sussurrò qualcosa, e allora la radiosità scomparve.

Sopraffatto dalla contrizione e dalla grazia divina, Nicodemo gridò a gran voce. Poi entrò nella grotta e pianse per un tempo considerevole. Più tardi, tornò da Sant’Akakios e chiese la sua benedizione per andare incontro al martirio. Benedicendolo e ponendo un bastone nella sua mano, il Santo disse: «Prendi questo bastone e va’ davanti al pascià. Per la potenza di Dio, porterai a compimento bene il tuo martirio».

Nicodemo prese il bastone, ed era pronto a partire subito per conseguire il suo scopo. Tuttavia, indebolito dal digiuno, non era in grado di camminare per tutta la strada fino a Elbasan. Perciò chiese a Sant’Akakios se poteva rompere il digiuno per fortificarsi in vista del viaggio.

Il Santo rispose: «Ora, più che mai, devi digiunare, Fratello, poiché presto combatterai per Cristo. Cammina quanto più puoi, e il Signore, che ha detto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Matteo 4,4), ti fortificherà affinché tu possa camminare con facilità».

Il Martire rispose: «O Padre, per le tue preghiere, il Signore nostro Gesù Cristo abbia misericordia di me e mi renda capace di confessare la buona confessione (I Timoteo 6,12). Temo però i demoni».

Sant’Akakios lo rimproverò: «Temi Dio, Fratello, e non i demoni che non hanno alcuna autorità propria su di noi. Perciò, riponi tutta la tua speranza in Cristo, non solo per sconfiggere i demoni, ma anche per aiutarti a renderGli testimonianza».

Udendo questo, Nicodemo pianse lacrime di gioia. Cadendo a terra e baciando i piedi del Santo, ricevette la sua benedizione e si mise in cammino. Mentre si trovava ancora sulla Santa Montagna, il Signore apparve a Nicodemo e lo incoraggiò. Gli rivelò tutte le prove che avrebbe affrontato, e persino il luogo della sua esecuzione.

Rinfrancato da Cristo, Nicodemo giunse a Elbasan. Là fu riconosciuto dai Turchi, arrestato e condotto davanti al pascià, che cercò di farlo ritornare all’Islam. Nicodemo respinse la religione dei Turchi e confessò coraggiosamente Cristo. Allora lo condussero su un alto precipizio e lo spinsero giù. Miracolosamente, egli scese fluttuando dolcemente e atterrò in piedi.

Ritornato al palazzo, si presentò davanti al pascià, che fu atterrito nel vederlo vivo. Stava quasi per liberare Nicodemo, ma temendo la folla dei Turchi, consegnò il Martire a loro. Essi lo torturarono per tre giorni e tre notti prima di condurlo al luogo dell’esecuzione. Lungo il cammino, lo fecero inginocchiare più volte, come se intendessero decapitarlo.

Quando giunsero al luogo che il Signore gli aveva rivelato, il Martire di Cristo non mostrò alcun segno di paura. Chinò il collo e fu decapitato con una spada, e la sua anima salì al Cielo con la corona del martirio l’11 luglio 1722.

Dopo il martirio del Santo, i cristiani lo seppellirono nella chiesa della Theotokos, dove le sue reliquie incorrotte e profumate sono tuttora conservate, operando miracoli per coloro che ricorrono a lui con fede. Un frammento delle sue reliquie è conservato anche nello Skete di Sant’Anna, dove si trova un manoscritto con il suo ufficio liturgico. Un nuovo ufficio fu composto dal monaco Giovanni Danielidis e da altri.

traslazione delle reliquie di Santa Barbara

Nel VI secolo le reliquie della Santa Grande Martire Barbara (4 dicembre) furono trasferite da Heliopolis a Costantinopoli, e nel XII secolo la principessa Barbara, figlia dell’imperatore bizantino Alexios Komnenos (regnò dal 1081 al 1118), sposò il principe russo Michail Izjaslavich, portando con sé le reliquie di Santa Barbara. Esse rimangono nella cattedrale del Santo Principe Vladimir (15 luglio) fino ai nostri giorni. Lì ogni martedì viene celebrato un Akathistos a Santa Barbara.

La mano di Santa Barbara è custodita in un’arca speciale nel Monastero di San Michail a Kiev, sul lato sinistro della chiesa. Il guanto che copre la sua mano viene cambiato frequentemente, poi il vecchio guanto viene tagliato e i pezzi sono distribuiti ai pellegrini.

Arcadio di Novotorsk

Il santo Arcadio di Vyazma e Novotorsk era originario della città di Vyazma, da pii genitori che fin dall’infanzia gli insegnarono la preghiera e l’obbedienza. Il mite, perspicace, prudente e buono giovane scelse come propria impresa ascetica quella della stoltezza in Cristo. Viveva di elemosine e dormiva ovunque si trovasse, sia nel bosco che sul portico della chiesa.

La sua beata serenità e la sua vicinanza alla natura conferirono alla figura del giovane Arcadio un peculiare aspetto spirituale e un distacco dalla vanità del mondo. In chiesa, quando era assorto nella preghiera, il santo Arcadio spesso versava lacrime di tenerezza e di gioia spirituale. Benché parlasse raramente, i suoi consigli erano sempre buoni e le sue predizioni si avveravano.

Una guida esperta, il santo Efrem il Taumaturgo di Novotorsk (28 gennaio), aiutò il giovane asceta ad evitare i pericoli spirituali mentre attraversava la difficile e insolita impresa della stoltezza. Dopo di ciò, gli abitanti di Vyazma furono testimoni di diversi miracoli compiuti attraverso le preghiere del beato Arcadio, ma il santo fuggiva la gloria umana e si mise in viaggio lungo il corso superiore del fiume Tvertsa. Qui il santo Arcadio condivise il lavoro con la sua guida spirituale, il santo Efrem, e insieme fondarono una chiesa e un monastero in onore dei santi Portatori della Passione Boris e Gleb (2 maggio).

Entrato nel monastero appena costruito, il santo Arcadio divenne monaco e si assunse l’impresa dell’obbedienza piena al suo padre spirituale, il santo Efrem. Il santo Arcadio non mancò mai alla Liturgia ed era sempre il primo a presentarsi ai Mattutini insieme con la sua guida spirituale. Dopo la beata morte del santo Efrem (28 gennaio 1053), il santo Arcadio continuò a praticare l’ascesi secondo le ultime volontà del suo Anziano, dimorando nella preghiera, nel digiuno e nel silenzio. Dopo diversi anni, anche lui si addormentò nel Signore (13 dicembre 1077).

Nel 1594, in una delle chiese di Vyazma fu costruita una cappella dedicata al santo Arcadio. Una celebrazione congiunta dei santi Arcadio ed Efrem fu istituita dal metropolita Dionisio negli anni 1584-1587. Le reliquie del santo Arcadio, glorificate da miracoli di guarigione, furono rinvenute l’11 giugno 1572, e l’11 luglio 1677 furono deposte in una cripta di pietra della cattedrale dei santi Boris e Gleb nella città di Novotorsk (Nuovo Mercato). Nel 1841, la cappella laterale sinistra della chiesa cattedrale dei santi Boris e Gleb fu dedicata in onore del santo Arcadio. La solenne celebrazione del trecentesimo anniversario dell’invenzione delle sante reliquie del santo Arcadio ebbe luogo nella città di Novotorsk nel luglio 1977. Egli è commemorato anche il 14 agosto e l’11 giugno (Traslazione delle sue reliquie).

invenzione delle reliquie di Ilarione di Verey

Il nuovo ieromartire Ilarione (Troitsky) si addormentò nel Signore il 15 dicembre 1929 dopo aver trascorso sei anni nei campi di lavoro. Quando il Metropolita Serafim (Chichagov) di Leningrado ottenne dalle autorità il permesso di prendere il corpo di San Ilarione dall’ospedale della prigione per la sepoltura, lo rivestì con paramenti bianchi e una mitra, e poi lo portò nella chiesa del Monastero Novodevichii a Leningrado. Quando i parenti del Santo videro il suo corpo, a stento lo riconobbero. I suoi anni nei campi di lavoro avevano trasformato il suo aspetto da quello di un uomo di quarantaquattro anni in quello di un vecchio dai capelli grigi.

Il Metropolita Serafim presiedette il servizio funebre e la sepoltura, assistito dall’Arcivescovo Aleksei (Simansky), il futuro Patriarca di Mosca, e da altri cinque ierarchi. San Ilarione fu sepolto nel cimitero del Monastero Novodevichii a Leningrado.

Le reliquie di San Ilarione furono ritrovate l’11 luglio 1998.

Il 10 maggio 1999 San Ilarione, Arcivescovo di Verey, fu glorificato come santo dalla Chiesa Ortodossa Russa. Alla vigilia della sua canonizzazione, le reliquie del Santo Ieromartire furono ricomposte e traslate da San Pietroburgo a Mosca e furono collocate nella chiesa del Monastero Sretensky.

San Ilarione è commemorato il 15 dicembre (il suo riposo nel 1929); il 10 maggio (la sua glorificazione nel 1999); la terza domenica dopo Pentecoste (Tutti i Santi di San Pietroburgo); l’11 luglio (il ritrovamento delle sue reliquie nel 1998); nella domenica più vicina al 26 agosto (Tutti i Santi di Mosca).

Proclo e Ilario mm.

I santi martiri Proclo e Ilarione erano originari del villaggio di Kallippi, vicino ad Ancyra, e soffrirono durante una persecuzione sotto l’imperatore Traiano (98-117). San Proclo fu arrestato per primo. Condotto davanti al governatore Massimo, confessò senza paura la sua fede in Cristo. Il governatore decise di costringere il santo a sottomettersi all’imperatore e ad offrire sacrifici agli dèi pagani. Durante i suoi tormenti, il martire predisse a Massimo che presto egli stesso sarebbe stato costretto a confessare Cristo come vero Dio. Costrinsero il martire a correre dietro al carro del governatore, diretto verso il villaggio di Kallippi. Sfinito, san Proclo pregò che il Signore fermasse il carro. Per la potenza di Dio il carro si fermò, e nessuna forza riuscì a muoverlo dal posto. Il dignitario che vi sedeva sopra rimase come pietrificato. Il martire gli disse che sarebbe rimasto immobile fino a quando non avesse firmato un documento con la confessione di Cristo. Solo dopo questo il carro poté riprendere il suo cammino con il governatore.

Il pagano umiliato si vendicò ferocemente di san Proclo. Comandò che Proclo fosse condotto fuori dalla città, legato a una colonna e trafitto con le frecce. I soldati, conducendo san Proclo al luogo dell’esecuzione, gli dissero di cedere e salvare la propria vita, ma il santo rispose che essi dovevano eseguire i loro ordini.

Lungo la strada verso il luogo dell’esecuzione, essi incontrarono Ilarione, il nipote di san Proclo, che tra le lacrime abbracciò suo zio e confessò anch’egli di essere cristiano. I soldati lo afferrarono, e venne gettato in prigione. Il santo martire Proclo pregò per i suoi torturatori e rese la sua anima a Dio sotto una pioggia di frecce.

San Ilarione fu condotto a processo e, con il medesimo coraggio di san Proclo, confessò di essere cristiano. Dopo i tormenti fu condannato a morte. Legarono le mani del martire e lo trascinarono per i piedi attraverso la città, ferito e sanguinante, e poi lo decapitarono tre giorni dopo la morte di suo zio, il santo martire Proclo. I cristiani li seppellirono insieme in un’unica tomba.

Paisio dell’Athos

Il venerabile padre Paisios (Paϊsios) della Santa Montagna nacque da pii genitori, Pródromos (Prodromos) ed Eulampía Enzepíde (Enzepídē), a Pharasa (Phárasa) in Cappadocia il 25 luglio 1924. Poco prima che la famiglia partisse per la Grecia a causa dello scambio di popolazioni,1 egli fu battezzato da Sant’Arsenios di Cappadocia (10 novembre). Il padrino voleva dare al bambino il nome Christos, come il nonno, ma l’archimandrita Arsenios, parroco, si rifiutò dicendo: «Non così! Si chiamerà Arsenios. Avrai molti altri figli, ma io sono monaco; non avrò figli. Voglio che lui sia un mio ricordo.»

L’archimandrita Arsenios, uomo che condusse una vita santissima, preannunciò anche che lasciava al suo posto un monaco. Diede al bambino una benedizione speciale e così, come Elia ed Eliseo,2 la grazia passò dal padre spirituale al suo figlio. Predisse anche che egli stesso non avrebbe vissuto più di quaranta giorni dopo il suo arrivo in Grecia. Quaranta giorni dopo il loro arrivo in Grecia, Sant’Arsenios andò al Signore e fu sepolto sull’isola di Kephalonia (Kephaloniá).

In Grecia, la famiglia del piccolo Arsenios si stabilì a Konitsa in Epiro, dove egli trascorse l’infanzia e la giovinezza. Nutrito dai racconti sulla vita mirabile di Sant’Arsenios, il ragazzo, all’età di cinque anni, dichiarò che sarebbe diventato monaco. Quando imparò a leggere, fu amato da coloro che non erano stati istruiti. Andava nella foresta per studiare e pregare in silenzio. Traendo gioia dalle Vite dei Santi, cercava di imitare le loro lotte ascetiche con fervente zelo e stupefacente esattezza. Allo stesso tempo coltivava le virtù dell’umiltà e dell’amore.

Dopo aver completato i suoi studi, Arsenios non volle proseguire con l’istruzione, preferendo imitare Cristo, e così imparò il mestiere di falegname, che esercitò con diligenza e abilità.

All’età di quindici anni, fu ritenuto degno di vedere il Signore, a causa di un pensiero pieno di philotimo,3 mediante il quale respinse un assalto demoniaco e una tentazione verso l’empietà. Da quel momento, il fuoco dell’amore di Dio crebbe in lui ancor più, così come il desiderio per la vita monastica.

Seguì per la Grecia un tempo di turbamento e sconvolgimento, a causa dell’occupazione straniera e della guerra civile (1945-1949). Tuttavia, egli fu sia cittadino che soldato durante il suo servizio, manifestando un coraggio e un abnegazione impareggiabili. Talvolta si offriva volontario per prendere il posto di uomini sposati con famiglia, che stavano per essere mandati al fronte. Era disposto a dare ogni istante, e persino la propria vita, per salvare gli altri. Di fatto, fu spesso sulla linea del fuoco. Non solo proteggeva molti soldati con le sue ferventi preghiere, ma egli stesso veniva custodito in modo miracoloso.

Per la maggior parte del suo servizio militare, Arsenios prestò servizio come operatore radio. Diceva che tutti si sentivano sicuri solo quando comunicavano con la loro Divisione ogni ora. «Quando la nostra comunicazione era limitata a ogni due ore,» rivelò in seguito, «ci sentivamo un po’ insicuri. Talvolta, quando potevamo metterci in contatto con loro solo due volte al giorno, ci sentivamo a disagio, soli e smarriti. Lo stesso vale per le nostre preghiere. Quanto più preghiamo, tanto più ci sentiamo sicuri, su un piano spirituale, naturalmente.»

Dopo tutte queste cose, egli volle abbracciare la vita angelica del monachesimo, che dona ali d’amore divino.4 Così andò alla Santa Montagna cercando una guida a una vita di santa hesychia. Tuttavia, non riuscì a realizzare subito il suo desiderio. Nello stesso tempo, la gente si trovò in grande difficoltà economica e ricorreva a lui per aiuto. Così tornò a Konitsa e lavorò come falegname. Nel 1953, all’età di 29 anni, rinunciò al mondo e andò alla Santa Montagna.

Dopo aver visitato varie Skiti (Skḗtēs) e Kalyves,5 il Santo alla fine seguì il consiglio di un anziano venerabile e si unì alla fratellanza del Sacro Monastero di Esphigmenou, allora conosciuto per la sua severità. Là visse in mezzo a tutti e si dedicò a una severa ascesi, superando gli altri nelle sue fatiche per la grazia di Cristo e dei suoi fratelli. Poi, il 27 marzo 1954, fu tonsurato e ricevette il nome Averkios. Ma desiderando una vita ascetica più rigorosa, ricevette la benedizione dell’igumeno e andò a vivere nel Sacro Monastero di Philotheou, che allora era idioritmico. Sotto la guida di un eremita, essi condussero una vita ascetica molto severa. Quando il suo anziano si addormentò, egli lo lasciò e andò da un altro eremita. Questo anziano salutava per nome le persone che non aveva mai visto, e così fece con padre Averkios. Tuttavia, non gli permise di vivere con lui. Invece, gli disse di prendersi cura di un altro eremita vecchio e malato, e poi di tornare da lui per la Confessione. In questo modo, padre Averkios si preparò alla vita eremitica, sotto la guida di un monaco sapiente, l’anziano Simeon.

Il 12 marzo 1956 fu tonsurato nel Piccolo Schema e ricevette il nome Paisios (che significa «bambino»), in onore del metropolita Paisios II di Cesarea, che era anche suo compatriota.

Nell’agosto 1958, obbedendo a un consiglio divino, non si trasferì nel deserto, per il quale era stato preparato, ma nel Monastero in rovina della Madre di Dio di Stomio, che si trova vicino a Konitsa. Là visse per quattro anni, conducendo una vita angelica, lottando contro la tentazione, operando per la gente della regione, salvandone molti dalle false dottrine delle sette protestanti che erano attive in mezzo a loro, e restaurando il monastero con grande fatica.

Nel 1962, quando furono terminati il lavoro di restauro e il pericolo da parte dei gruppi eterodossi, egli partì. Il Santo supplicava ardentemente Dio di allontanare le tentazioni che lo assediavano ogni giorno e di mostrargli la via che doveva seguire. Così accettò l’invito di un certo ierodiacono ad accompagnarlo al Monte Sinai calpestato da Dio. In questo luogo senza acqua, nella kelli6 dei Santi Galaktion ed Episteme (Epistḗmē) (5 novembre), vicino al Monastero di Santa Katerina, viveva nella solitudine e nell’ascesi. Un giorno, mentre cercava dei fiammiferi per accendere la sua lampada per poter leggere, una luce brillò nella sua cella indicando dove si trovavano i fiammiferi. Padre Paisios non si fidò di ciò, fece il Segno della Croce e la luce scomparve. Finalmente visse come aveva desiderato vivere per anni, solo e vicino a Dio.

Era amato dai beduini, ai quali dava cibo e denaro che guadagnava vendendo ai pellegrini crocifissi di legno che faceva lui stesso. I bambini arabi della zona visitavano spesso padre Paisios. Egli desiderava avere qualcosa da dare loro, ma quando portò il suo lavoro al monastero chiese dei biscotti e gli fu detto che doveva portare più lavori per ottenere i biscotti. Padre Paisios abbreviò la sua Regola di preghiera e dedicò più tempo al suo lavoro manuale, affinché potesse avere dei biscotti per i bambini. Con questo atto d’amore, comprese che riceveva ancora più grazia da Dio.

Tornando al Monte Athos nel 1964, non cessò le sue lotte ascetiche nonostante le infermità del corpo, ma mantenne nel suo animo il fervore di prima. Così, vivendo come straniero e pellegrino sulla terra (Genesi 23,4 LXX), divenne cittadino dei Cieli. Raggiunse le altezze e divenne partecipe dei misteri divini, con la benedizione della Madre di Dio. Inoltre, conversava con i Santi che gli apparivano, e ebbe la visione del suo Angelo Custode. Udì anche inni angelici e rifulse di luce celeste.

Nel 1966 si ammalò gravemente e fu ricoverato al Centro per le Malattie Toraciche della Grecia del Nord (Ospedale Papanikolaou). Subì un’operazione importante, che comportò la rimozione parziale dei polmoni. Alcune giovani donne che desideravano diventare monache donarono il loro sangue per la sua operazione. Quando si riprese le aiutò a fondare il loro monastero a Sourote (Sourotḗ), e poté tornare alla Santa Montagna. Si ristabilì nel Sacro Monastero di San Giovanni l’Evangelista a Sourote, a Thessaloniki, e dopo la guarigione tornò alla Santa Montagna.

Nel 1967 si trasferì a Katounákia, precisamente alla kelli Lavriota di Hypatios (Vlachika), dove ebbe la visione della Luce Increata. Vide anche vari Santi, la Madre di Dio e persino Cristo stesso. In un’occasione fu visitato da Sant’Eufemia, con la quale discusse di alcune questioni ecclesiastiche.

Il 12 agosto 1968, San Paisios giunse al Sacro Monastero di Stavronikita e visse da solo nella kelli della Santa Croce. Là fu tonsurato nel Grande Schema dall’anziano russo Tikhon, che possedeva il dono delle lacrime. Dopo la sua dormizione, padre Paisios andava a visitare la tomba dell’anziano per rivolgergli domande, e padre Tikhon rispondeva dalla tomba.

San Paisios si ammalò poco dopo, e dovette lasciare la Santa Montagna. Visse quindi per un certo tempo in un monastero nella Grecia del Nord. Come consolazione, prese con sé le reliquie di Sant’Arsenios, che lo aveva battezzato. Padre Paisios tornò poi al Monte Athos e si stabilì in una cella.

Nel 1979 lasciò la Santa Croce e, cercando una kelli, andò alla kelli Panagouda del Monastero di Koutloumousíou, vicino a Karyes. Lavorò duramente per creare una kelli con un «Confessore», dove rimase fino alla fine della sua vita. Dal momento in cui si stabilì a Panagouda, un gran numero di persone lo visitava. In realtà, diventò così affollato che furono posti appositi segni che indicavano la strada per la sua cella, affinché i monaci non fossero disturbati da così tanti visitatori. Riceveva anche un numero eccessivo di lettere. Come diceva il Santo, si turbava molto leggendo le lettere, perché vi apprendeva solo di divorzi e di malattie mentali o fisiche. Nonostante il suo programma intenso, continuava la sua ascesi rigorosa, fermandosi a riposare solo due o tre ore al giorno. Ma continuava a ricevere e ad aiutare i visitatori. Era solito anche fare piccole icone stampate che donava a loro come benedizione.

Alla fatica quotidiana di San Paisios si aggiunsero alcuni problemi di salute che lo tormentavano. Negli ultimi anni della sua vita, le sofferenze di varie malattie come la colite, che lo rese permanentemente dispeptico, un’ernia inguinale, e in particolare il cancro di cui era stato diagnosticato. Tutto questo sempre di più; nondimeno, egli era sereno e non si lamentava affatto. Al contrario, continuava a pregare per tutti.

All’inizio degli anni ’80 si trasferì vicino a Karyes, in una kelli del Monastero di Koutloumousíou.

Dopo il 1993 iniziò ad avere emorragie, per le quali fu ricoverato in ospedale, dicendo che «si farà tutto, mi è conveniente». Nel novembre dello stesso anno lasciò il Monte Athos per l’ultima volta e andò a Sourote, al Monastero di San Giovanni il Teologo per la sua festa; e poi per la festa di Sant’Arsenios (10 novembre). Rimase per alcuni giorni, ma mentre si preparava a partire, si ammalò e fu portato al Theageneio, dove gli fu diagnosticato un tumore al grosso intestino.

Chiese a Dio di concedergli salute fisica e spirituale. Il 4 febbraio 1994 fu operato. La malattia non si arrestò, ma fece metastasi ai polmoni e al fegato. Il Santo annunciò il suo desiderio di tornare alla Santa Montagna il 13 giugno, ma l’alta febbre e la difficoltà respiratoria lo costrinsero a restare. Alla fine di giugno, i medici annunciarono che gli restavano al massimo due o tre settimane di vita. Lunedì 11 luglio 1994 (festa di Sant’Eufemia), padre Paisios ricevette la Santa Comunione per l’ultima volta, inginocchiato accanto al suo letto. Negli ultimi giorni della sua vita decise di non prendere medicinali o antidolorifici, nonostante i dolori terribili della sua malattia. Si addormentò nel Signore martedì 12 luglio 1994 alle ore 11:00 e fu sepolto nel Santo Hesychasterion di San Giovanni il Teologo a Sourotei, Thessaloniki, accanto a Sant’Arsenios di Cappadocia, la cui Vita fu scritta da San Paisios.

Il 13 gennaio 2015, il Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli si riunì e decise di includere San Paisios della Santa Montagna nell’Agiologion della Chiesa Ortodossa. Possa la sua benedizione essere su di noi.

1 In base ai termini del Trattato di Losanna, i greci che vivevano in Asia Minore furono costretti a trasferirsi in Grecia, e i turchi che vivevano in Grecia dovettero tornare in Turchia. 2 4 Re 2,15 (Settanta). 3 Secondo San Paisios, il philotimo è una riverente distribuzione del bene, l’amore dimostrato da persone umili, dalle quali è stata sradicata ogni traccia di sé (ego). I loro cuori sono colmi di gratitudine verso Dio e verso il prossimo; e, per sensibilità spirituale, cercano di ricambiare il più piccolo bene che gli altri fanno loro. 4 «Beata è la vita di coloro che sono nel deserto, poiché volano sulle ali dell’amore divino» (Mattutino domenicale: Canto delle Anabasi, Tono 5, Prima antifona). 5 Skiti: di solito un insediamento di eremiti presso una chiesa comune, detta kyriakon. Kalyva: celle raccolte attorno a una chiesa. 6 Una cella monastica, o un insediamento monastico costituito da un edificio con una cappella e un po’ di terra. Di solito, una kelli era abitata da tre monaci.

Teodoro e Giovanni di Kiev mm.

I santi martiri Teodoro il Varangiano e suo figlio Giovanni vissero a Kiev nel X secolo, quando i Varangiani, antenati degli attuali Svedesi e Norvegesi, ebbero un ruolo attivo nel governo e nella vita militare della Rus. Mercanti e soldati, essi aprirono nuove vie commerciali verso Bisanzio e verso l’Oriente, presero parte a campagne contro Costantinopoli, e costituivano una parte significativa della popolazione dell’antica Kiev e delle schiere mercenarie principesche. La principale via commerciale della Rus, dal Mar Baltico al Mar Nero, veniva allora chiamata “la Via dai Varangiani ai Greci”.

I principi e gli organizzatori del primo Stato russo si appoggiavano alle loro schiere varangiane nelle loro imprese. Come gli Slavi, in mezzo ai quali vivevano, molti dei nuovi venuti, uomini di mare, sotto l’influsso della Chiesa bizantina accettarono il santo Battesimo. La Rus’ di Kiev stava tra gli Scandinavi pagani e i Bizantini ortodossi. Perciò la vita spirituale a Kiev fu interessata dall’influsso vivificante della fede cristiana (sotto il santo Askold negli anni 860-882, sotto Igor e santa Olga negli anni 940-950), e poi dal turbine distruttivo del paganesimo, che soffiava dal nord dal Mare Varangiano (sotto il regno di Oleg, che uccise Askold nell’882; sotto la rivolta dei Drevliani che assassinarono Igor nel 945; sotto il principe Svyatoslav, che rifiutò di accettare il Battesimo malgrado l’insistenza di sua madre, santa Olga).

Quando Svyatoslav fu ucciso dai Peceneghi nel 972 (altre fonti dicono nel 970), il principato di Kiev fu affidato al suo figlio maggiore, Jaropolk. Oleg, il figlio di mezzo, deteneva la terra dei Drevliani, mentre Vladimir, il figlio minore, deteneva Novgorod. Il regno di Jaropolk (970-978), proprio come quello di sua nonna Olga, divenne di nuovo un’epoca in cui l’influsso cristiano predominava nella vita spirituale della Rus. Jaropolk stesso, secondo l’opinione degli storici, confessava il cristianesimo, benché forse di rito latino, e ciò non corrispondeva affatto agli interessi della schiera mercenaria scandinava. Essi erano pagani, abituati a considerare Kiev un baluardo della propria influenza nelle terre slave. I loro capi si sforzavano di creare discordia tra i fratelli stessi. Essi suscitarono una guerra fratricida tra Jaropolk e Oleg. Dopo che Oleg fu ucciso, essi sostennero Vladimir nella lotta contro Jaropolk.

Il futuro Battezzatore della Rus iniziò il suo cammino come convinto pagano e si appoggiò ai Varangiani, specialmente a quelli giunti a lui da oltre mare, come sua forza militare. La sua campagna contro Kiev nel 978, coronata da completo successo, non perseguiva solo fini politico-militari: era anche una campagna religiosa del paganesimo russo-varangiano contro il germoglio del cristianesimo kievano. L’11 giugno 978 Vladimir “si sedette sul trono di suo padre a Kiev”, e il disgraziato Jaropolk, invitato dal fratello a trattative, fu traditamente assassinato quando giunse all’atrio da due Varangiani che lo trafissero con le spade. Per intimidire i Kievani, tra i quali vi erano già molti cristiani sia russi che varangiani, per rinnovare e rafforzare con nuovi idoli, furono compiuti sacrifici umani nel santuario pagano, pratica fino ad allora sconosciuta agli Slavi del Dnepr. Le cronache raccontano che Vladimir eresse degli idoli: “E portarono loro sacrifici, acclamandoli dèi, e portarono loro i propri figli e le proprie figlie, e questi sacrifici andarono ai demoni… sia la terra russa che questa collina furono contaminate dal sangue”.

Il martirio dei santi Teodoro e suo figlio Giovanni potrebbe essere avvenuto durante questo primo periodo del trionfo del paganesimo a Kiev con l’ascesa al potere di Vladimir. In tal caso, la data potrebbe essere il 12 luglio 978. È però probabile che l’impresa dei santi martiri abbia avuto luogo nell’anno 983, quando l’ondata della reazione pagana si abbatté non solo sulla Rus, ma su tutto il mondo slavo-germanico. Quasi simultaneamente i pagani si levarono contro Cristo e contro la Chiesa in Danimarca, in Germania, nei principati slavo-baltici, e ovunque i disordini furono accompagnati dalla distruzione di chiese e dall’uccisione di chierici e di confessori cristiani. Questo fu l’anno in cui Vladimir marciò contro la tribù lituana degli Jatviaghi e riportò su di loro la vittoria. In riconoscimento di questa vittoria i sacerdoti pagani di Kiev decisero di nuovo di offrire un sanguinoso sacrificio.

“Tra i Kievani,” riferisce san Nestor il Cronachista, “viveva un Varangiano di nome Teodoro, che molto tempo prima era stato al servizio militare a Costantinopoli, e là era stato battezzato. Il suo nome pagano, conservato nell’espressione ‘tempio pagano di Turov’, era Tur (scandinavo Thor) o Utor (scandinavo Ottar), e quest’altra grafia si trova pure negli antichi manoscritti. Teodoro aveva un figlio, Giovanni, un giovane devoto e bello, che confessava il cristianesimo come suo padre.”

“E gli anziani e i boiari dissero: tiriamo a sorte tra i ragazzi e le ragazze. Su chi cadrà, quello sgozzeremo in sacrificio agli dèi.” Il sorteggio dei sacerdoti pagani, evidentemente non per caso, cadde sul cristiano Giovanni.

Quando i messaggeri dissero a Teodoro che suo figlio “era stato scelto dagli dèi stessi per essere sacrificato loro”, il vecchio guerriero rispose con decisione: “Questo non è un dio, ma legno. Oggi è, e domani marcisce. Non mangiano, non bevono, non parlano, ma sono lavorati dalle mani umane a partire dal legno. Dio invece è Uno, e i Greci Lo servono e Lo adorano. Egli ha creato il cielo e la terra, le stelle e la luna, il sole e l’uomo, e ha preordinato che egli viva sulla terra. Ma questi dèi, che cosa hanno creato? Essi stessi sono stati fatti. Io non darò mio figlio ai demoni.”

Questa fu una sfida diretta, da parte del cristiano, alle usanze e alle credenze dei pagani. Una folla infuriata di pagani si precipitò contro Teodoro, distrusse il suo cortile e circondò la casa. Teodoro, secondo le parole del cronachista, “stava sulla galleria d’ingresso con suo figlio”, e con l’arma in mano affrontò coraggiosamente il nemico. (La galleria d’ingresso nelle antiche case russe, come è stato detto, era costruita su pali, come un portico coperto del secondo piano, cui si accedeva per una scala). Egli guardò con calma i pagani indemoniati e disse: “Se sono dèi, mandino uno degli dèi a prendere mio figlio.” Vedendo che i valorosi e temprati guerrieri Teodoro e Giovanni non potevano essere vinti in leale combattimento, gli assedianti abbatterono i pali della galleria. Quando furono spezzati, la folla si precipitò sui confessori e li uccise.

Già al tempo di san Nestor, meno di cento anni dopo l’impresa di testimonianza dei Varangiani, la Chiesa ortodossa russa li annoverava tra i santi. Teodoro e Giovanni divennero i primi martiri per la santa fede ortodossa nella terra russa. Essi furono chiamati i primi “cittadini russi della città celeste” dal trascrittore del Paterikon delle Grotte di Kiev, il santo vescovo Simone di Suzdal (10 maggio). L’ultimo dei sanguinosi sacrifici pagani a Kiev divenne il primo santo sacrificio cristiano con la co-sofferenza per Cristo. Il cammino “dai Varangiani ai Greci” divenne per la Rus il cammino dal paganesimo all’Ortodossia, dalle tenebre alla luce.

Nel luogo del martirio dei Varangiani, il santo Vladimir costruì in seguito la Chiesa della Decima della Dormizione della santissima Theotokos, consacrata il 12 maggio 996. In essa furono traslate le reliquie di santa Olga nell’anno 1007.

Mirabile è Dio nei Suoi santi! Il tempo non risparmia le pietre e il bronzo, ma l’intelaiatura inferiore della casa di legno dei santi martiri varangiani, bruciata mille anni prima, è giunta conservata fino ai nostri giorni. Fu scoperta nell’anno 1908 durante gli scavi dell’altare della chiesa della Decima a Kiev.

I santi Teodoro e Giovanni sono invocati dalle donne che hanno avuto un aborto spontaneo.

Michele Maleinos

San Michele visse durante il regno dell’imperatore Costantino VII (913-959) fino al regno di Basilio II, lo Sterminatore dei Bulgari (976-1025). Nacque in Cappadocia da genitori devoti e facoltosi, Eudokimos e Anastasò (Ἀναστασῶ). Eustàthios, suo nonno paterno, era un patrizio; e suo nonno materno, Adráestos, deteneva il grado di Generale dell’Oriente.

Manouḗl (il nome del Santo nel mondo) fu allevato in Oriente, ma ben presto comprese la vanità degli onori e dei beni mondani. Intorno all’anno 925 fuggì al monte Kyminas (Όρος Κύμινας) in Bitinia. Lì incontrò un monaco di nome Giovanni Heladites, un Anziano di grande virtù, e gli chiese se poteva dimorare nelle vicinanze. L’Anziano lo accolse, ma dopo un po’ suo padre scoprì dove si trovava e, dopo molte suppliche, lo ricondusse a casa.

Dopo alcuni mesi, però, e con il permesso dei suoi genitori, egli tornò dal suo Anziano, che lo ricevette con grande gioia. Ben presto pregò padre Giovanni di permettergli di vivere da solo in una grotta, e l’Anziano lo benedisse a fare questo. Per cinque giorni alla settimana si dedicava al digiuno, alla veglia e alla preghiera. Il sabato e la domenica veniva al monastero per partecipare ai Divini Servizi e per comunicarsi ai Santi Misteri.

Dopo tre anni di prova, Manouḗl fu tonsurato monaco con il nome di Michele. In seguito, dopo che l’anziano Giovanni si fu addormentato, padre Michele prese la grande eredità che aveva ricevuto dalla sua famiglia e la distribuì ai poveri e ai sofferenti.

San Michele fu giudicato degno dell’ordinazione al sacerdozio. A partire dalle Sacre Scritture, mostrava come il sacerdozio dovesse essere unito al monachesimo. Raggiunse un alto grado di apatheia e ricevette anche il dono della chiaroveggenza. Era molto compassionevole e gentile verso le persone. Non poteva sopportare di lasciare coloro che erano nel bisogno o nel dolore senza aiuto e consolazione. Con le sue ardenti preghiere compì molti miracoli.

San Michele fondò anche la famosa Lavra di Kyminas, dove molti fratelli ricevettero la loro formazione spirituale. Egli l’aveva organizzata come un monastero cenobitico, permeandolo di amore fraterno. Molti grandi asceti passarono per questo monastero, tra i quali sant’Athanasios l’Athonita (5 luglio), il fondatore della Megiste Lavra (Μεγίστη Λαύρα) sul Monte Santo. Il monastero di Kyminas era rinomato anche per i suoi calligrafi e per la copiatura di libri spirituali.

Una volta che il monastero fu ben stabilito, san Michele si recò in un luogo ancora più remoto, dove costruì un nuovo monastero. Per mezzo delle sue fatiche, tutto il monte Kyminas fu ricoperto di comunità monastiche, dove preghiere incessanti erano offerte per il mondo intero davanti al Trono dell’Altissimo.

In età avanzata, ma ancora vigoroso nella fede e nello spirito, san Michele rese la sua santa anima a Dio nell’anno 962.