Passa al contenuto principale

Archivi: Santo del giorno

Nilo b. mirovlita di Monte Athos.

San Nilo il Mirovlita del Monte Athos nacque in Grecia, in un villaggio chiamato San Pietro, nella diocesi di Zakoneia. Fu allevato da suo zio, lo ieromonaco Macario. Raggiunta l’età matura, ricevette la tonsura monastica e fu ritenuto degno dell’ordinazione a ierodiacono, e poi a ieromonaco.

Il desiderio di più grandi fatiche monastiche condusse zio e nipote al Monte Athos, dove Macario e Nilo vissero in ascesi in un luogo chiamato Le Rocce Sante. Alla beata dipartita di san Macario, il venerabile Nilo, ardendo di zelo per sforzi spirituali ancora più intensi, trovò un luogo isolato, quasi inaccessibile a qualunque essere vivente. Alla sua dipartita nel Signore, nel 1651, san Nilo fu glorificato da un abbondante flusso di mirra guaritrice, per la quale i cristiani si recavano dai più remoti paesi dell’Oriente.

San Nilo ci ha lasciato una profezia straordinariamente accurata riguardo alla condizione della Chiesa a metà del ventesimo secolo, e una descrizione delle persone di quel tempo. Tra le invenzioni da lui previste vi sono il telefono, l’aeroplano e il sottomarino. Avvertì anche che le menti degli uomini sarebbero state ottenebrate dalle passioni carnali, «e il disonore e l’illegalità si rafforzeranno». Gli uomini non sarebbero stati distinguibili dalle donne a causa della loro «sfacciataggine nel vestire e nello stile dei capelli». San Nilo si lamentò che i pastori cristiani, vescovi e preti, sarebbero divenuti uomini vani, e che la morale e le tradizioni della Chiesa sarebbero cambiate. Pochi pastori pii e timorati di Dio sarebbero rimasti, e molte persone si sarebbero smarrite dalla retta via perché nessuno le avrebbe istruite.

Isaia di Georgia

Tra la moltitudine dei santi ricordiamo quei cristiani che dedicarono la loro vita terrena a glorificare Dio e a servire gli altri. In una sola esistenza compirono tutte le imprese spirituali dei venerabili e devoti padri, dei confessori e dei martiri.

Tra i santi canonizzati dalla Chiesa georgiana, solo quattro sono stati chiamati “Giusti”. Essi sono il Santo Ilia Chavchavadze, ben noto come il “padre” e “re senza corona” della nazione georgiana, e i Santi Giovanni, Stefano e Isaia i Georgiani.

Si ritiene che i santi Giovanni, Stefano e Isaia vivessero a Gerusalemme e custodissero il Sepolcro del nostro Signore. È probabile che la Chiesa Ortodossa Georgiana li abbia proclamati degni di onore eccezionale in riconoscimento del loro servizio devoto presso il Sepolcro del Salvatore.

Per diversi secoli la Chiesa georgiana ha glorificato i Giusti Giovanni, Stefano e Isaia e ha chiesto la loro intercessione davanti al Signore.

Lino

I Santi Patrobo, Hermes, Lino, Gaio e Filologo, Apostoli del numero dei Settanta, predicarono il Vangelo in varie città, ciascuno sopportando diverse tribolazioni nel loro servizio come vescovi.

San Patrobo (Rm 16,14) fu vescovo di Neopolis (ora Napoli) e di Puteoli in Italia.

San Hermes fu vescovo nella città di Philippoplis, dove morì martire.

San Lino (2 Tm 4,21) fu successore dell’Apostolo Pietro a Roma.

San Gaio (Rm 16,23) fu vescovo di Efeso dopo San Timoteo.

L’Apostolo Andrea consacrò San Filologo (Rm 16,15) come vescovo della città di Sinope (nella regione del Mar Nero).

Tessalonica mm. in Amphipolis

I Santi Auctus e Taurion soffrirono il martirio insieme a Santa Tessalonica, figlia di un sacerdote pagano. Quando l’empio padre venne a sapere che sua figlia era divenuta cristiana, la percosse spietatamente e la cacciò di casa, senza alcun mezzo per provvedere a se stessa. I Santi Auctus e Taurion cercarono di intercedere per la fanciulla e di ragionare con il padre inasprito. Il sacerdote pagano li denunciò entrambi alle autorità, ed essi furono arrestati.

Dopo aver confessato la loro fede in Cristo davanti ai torturatori e aver subito crudeli tormenti, i santi furono poi decapitati. Subito dopo la loro morte di martiri, morì anche Santa Tessalonica. Il suo corpo fu sepolto con riverenza nella città di Amphipolis in Macedonia, insieme ai santi Martiri Auctus e Taurion.

Matrona

Nessuna informazione disponibile al momento.

Melasippo

I Santi Martiri Melasippo e Karina, insieme al loro figlio Antonino e a quaranta fanciulli convertiti dal loro martirio ad Ancyra, soffrirono durante il regno dell’imperatore Giuliano l’Apostata nella città di Ancyra in Phrygia, nell’anno 363. I santi Martiri Melasippo e Karina, lacerati da uncini di ferro e sfiniti, morirono sotto la tortura.

Il loro figlio Antonino, che il persecutore costrinse ad assistere alla tortura dei suoi genitori, sputò in faccia all’imperatore apostata. Per questo fu sottoposto a crudeli tormenti, ma rimase illeso, e poi fu decapitato. Altri quaranta giovani, vedendo che il Signore aveva preservato il Suo confessore Antonino illeso dalle torture, credettero in Cristo e confessarono apertamente la loro fede, sopportando il martirio.

dormizione di Germano di Kazan

San Germano, arcivescovo di Kazan, visse nel sedicesimo secolo. Nacque nella città di Staritsa, e discendeva dall’antica nobiltà boiara dei Polevi. In gioventù Gregorio (questo il suo nome di battesimo) fu tonsurato al monastero di San Giuseppe di Volokolamsk sotto l’igumeno Gurias, che in seguito divenne arcivescovo di Kazan (5 dicembre). (San Gurias fu a capo del monastero dal 1542 al 1551).

Nel monastero san Germano si occupava di copiare libri, ed era un amico intimo di san Massimo il Greco (21 gennaio), che vi viveva in reclusione. Nel 1551 i fratelli del monastero della Dormizione di Staritsa, vedendo la sua pietà, lo elessero loro archimandrita.

Assumendo con zelo pastorale il governo di questo monastero, san Germano si preoccupò del suo ordine interno ed esterno, poiché egli stesso era un modello di umiltà e di mansuetudine. Esortava tutti a osservare con rigore il loro impegno monastico, e introdusse nel suo monastero la Regola di san Giuseppe di Volokolamsk (18 ottobre).

Ma dopo due anni e mezzo l’archimandrita Germano lasciò il monastero di Staritsa, affidandone la direzione allo ieromonaco Job (19 giugno), che in seguito sarebbe divenuto il primo patriarca di Mosca, ed era un asceta e sofferente per la Terra Russa.

L’amore di san Germano per le lotte solitarie lo portò a tornare al suo monastero originario di Volokolamsk, dove si sforzò per la salvezza come semplice monaco. Tuttavia, quando il nuovo eretico Mattei Bashkin (che rifiutava di riconoscere i Santi Misteri e negava la fede nella Santa Trinità) comparve a Mosca, san Germano e suo padre (che aveva ricevuto la tonsura al monastero di Volokolamsk con il nome di Filoteo) furono convocati al Concilio di Mosca del 1553. Il Concilio censurò l’eretico Bashkin e deliberò di mandarlo per correzione a san Germano presso il monastero di Volokolamsk, poiché san Germano era noto per la sua vita santa e lo zelo per la fede in Cristo.

Nel 1555, dopo la presa di Kazan, lì fu istituita una sede arcivescovile. San Gurias, l’ex igumeno del monastero di Volokolamsk, fu scelto come arcivescovo. Gli fu affidata la costruzione del monastero della Dormizione nella città di Sviyazhsk a fini missionari. Per decreto di san Gurias, san Germano fu nominato a capo di questo nuovo monastero a Sviyazhsk. Fu costruita una cattedrale in pietra con un campanile e celle monastiche. L’igumeno del monastero viveva in modo molto frugale in una cella angusta sotto il campanile della cattedrale. San Germano si preoccupò in particolare di procurare una biblioteca per il monastero.

Ben presto il suo monastero divenne famoso per le sue buone opere, e divenne un centro di illuminazione per la regione di Kazan.

Il 12 marzo 1564, dopo la morte di san Gurias, san Germano fu consacrato vescovo di Kazan. La breve durata del suo servizio lì fu nondimeno segnata dai suoi sforzi di costruire chiese e di illuminare il popolo della regione con la luce di Cristo.

Nel 1566 Ivan il Terribile convocò san Germano a Mosca e ordinò che fosse eletto alla cattedra metropolitana. In un primo momento, san Germano rifiutò che gli fosse imposto questo peso. Lo zar, però, non tollerò alcuna obiezione, e il santo fu costretto a stabilirsi negli alloggi del Metropolita in attesa della sua elevazione alla posizione di Metropolita.

Vedendo l’ingiustizia tra coloro che facevano parte del circolo più interno dello zar, san Germano, fedele al suo dovere pastorale, cercò di ammonire lo zar. «Non sei ancora elevato a Metropolita, e già poni vincoli alla mia libertà», gli fece dire lo zar tramite i suoi aiutanti. Egli ordinò che san Germano fosse espulso dagli alloggi del Metropolita e che fosse tenuto sotto sorveglianza.

Il santo visse in disgrazia per circa due anni, e morì il 6 novembre 1567. Fu sepolto nella chiesa di San Nicola l’Ospitale. Nel 1595, su richiesta degli abitanti di Sviyazhsk, le reliquie del santo furono trasferite da Mosca al monastero della Dormizione di Sviyazhsk. San Germogene, allora metropolita di Kazan, visitò la sua tomba.

San Germano è commemorato anche il 25 settembre (prima traslazione delle sue reliquie nel 1595) e il 23 giugno (seconda traslazione delle sue reliquie nel 1714).

Teodoro Studita conf.

San Teodoro il Confessore, igumeno dello Studion, nacque nell’anno 758 a Costantinopoli in una famiglia formata dall’esattore imperiale Fotino e dalla sua sposa Teoctiste, entrambi pii cristiani. San Teodoro ricevette una buona educazione dai migliori retori, filosofi e teologi della città imperiale.

In quel tempo l’eresia iconoclasta si era diffusa ampiamente nell’Impero Bizantino, ed era sostenuta anche dall’empio imperatore Costantino Copronimo (741-775). Le posizioni dell’imperatore e della sua corte erano in contrasto con le convinzioni religiose di Fotino, che era un fervente aderente dell’Ortodossia, e così egli lasciò il servizio dello stato. Più tardi, i genitori di san Teodoro, di comune accordo, distribuirono i loro beni ai poveri, si dissero addio e ricevettero la tonsura monastica. Il loro figlio Teodoro divenne presto ampiamente noto nella capitale per la sua partecipazione alle numerose dispute riguardanti la venerazione delle icone.

San Teodoro era versato nell’oratoria, e possedeva la padronanza della terminologia e della logica dei filosofi, perciò discuteva spesso con gli eretici. La sua conoscenza della Sacra Scrittura e del dogma cristiano era così profonda che nessuno poteva prevalere su di lui.

Il Settimo Concilio Ecumenico pose fine alle divisioni e portò la pace nella Chiesa sotto l’imperatrice Irene. Il Concilio Ecumenico, quale autorità suprema nella vita della Chiesa, condannò e respinse per sempre l’iconoclastia.

Tra i Padri del Concilio c’era san Platone (5 aprile), zio di san Teodoro, che per lungo tempo aveva condotto vita ascetica sul monte Olympos. Anziano colmo della grazia dello Spirito Santo, san Platone, al termine del Concilio, chiamò suo nipote Teodoro e i suoi fratelli Giuseppe ed Eutimio alla vita monastica nel deserto.

Dopo aver lasciato Costantinopoli, si recarono a Sakkoudion, non lontano da Olympos. La solitudine e la bellezza del luogo, e la sua difficoltà di accesso, incontrarono il favore dell’Anziano e dei suoi nipoti, ed essi decisero di rimanere lì. I fratelli edificarono una chiesa dedicata a san Giovanni il Teologo, e gradualmente il numero dei monaci cominciò a crescere. Si formò un monastero, e san Platone ne fu l’igumeno.

La vita di san Teodoro era veramente ascetica. Egli si affaticava in lavori pesanti e sporchi. Osservava rigorosamente i digiuni, e ogni giorno si confessava al suo padre spirituale, l’Anziano Platone, rivelandogli tutte le sue azioni e i suoi pensieri, adempiendo con cura tutti i suoi consigli e le sue istruzioni.

Teodoro trovava tempo per una quotidiana riflessione spirituale, aprendo la sua anima a Dio. Non turbato da alcuna preoccupazione terrena, Gli offriva un culto mistico. San Teodoro leggeva assiduamente la Sacra Scrittura e le opere dei santi Padri, specialmente le opere di san Basilio il Grande, che erano come cibo per la sua anima.

Dopo diversi anni di vita monastica, san Teodoro fu ordinato sacerdote secondo la volontà del suo padre spirituale. Quando san Platone si addormentò nel Signore, i fratelli scelsero all’unanimità san Teodoro come igumeno del monastero. Non potendo opporsi al desiderio del suo confessore, san Teodoro accettò la scelta dei fratelli, ma impose a se stesso opere di ascesi ancora maggiori. Egli istruiva gli altri con l’esempio della propria vita virtuosa e anche con fervide esortazioni paterne.

Quando l’imperatore trasgredì i canoni della Chiesa, gli eventi della vita esterna turbarono la tranquillità delle celle monastiche. San Teodoro distribuì coraggiosamente una lettera agli altri monasteri, nella quale dichiarava l’imperatore Costantino VI (780-797) scomunicato dalla Chiesa per le sue stesse azioni, per aver violato le disposizioni divine riguardanti il matrimonio cristiano.

San Teodoro e dieci dei suoi compagni di ascesi furono mandati in esilio nella città di Thessalonica. Ma anche lì la voce accusatrice del monaco continuò a farsi sentire. Al suo ritorno al trono nel 796, santa Irene liberò san Teodoro e lo fece igumeno del monastero Studion (dedicato a san Giovanni il Battista) a Costantinopoli, nel quale c’erano soltanto dodici monaci. Il santo restaurò e ampliò presto il monastero, attirando circa mille monaci che desideravano averlo come loro guida spirituale.

San Teodoro compose una Regola di vita monastica, chiamata la “Regola Studita”, per governare il monastero. San Teodoro scrisse anche molte lettere contro gli iconoclasti. Per le sue opere dogmatiche, e anche per i suoi Canoni e Triodi (Canoni a tre odi), san Theoktistos chiamò san Teodoro “un infuocato maestro della Chiesa”.

Quando Nikēphóros si impadronì del trono imperiale, depose la pia imperatrice Irene e violò anch’egli le disposizioni della Chiesa, reintegrando con propria autorità nella Chiesa un sacerdote in precedenza scomunicato. San Teodoro nuovamente denunciò l’imperatore. Dopo le torture, il monaco fu mandato ancora una volta in esilio, dove trascorse più di due anni.

San Teodoro fu liberato dal mite e pio imperatore Michele, che succedette al trono alla morte di Nikēphóros e di suo figlio Staurikios in guerra contro i barbari. La loro morte era stata predetta da san Teodoro molto tempo prima. Per evitare una guerra civile, l’imperatore Michele abdicò al trono in favore del suo comandante militare Leone l’Armeno.

Il nuovo imperatore si rivelò un iconoclasta. Gli ierarchi e i maestri della Chiesa tentarono di ragionare con l’empio imperatore, ma invano. Leone proibì la venerazione delle sante icone e le profanò. Afflitto da tale iniquità, san Teodoro e i fratelli fecero una processione religiosa intorno al monastero con le icone innalzate in alto, cantando il tropario all’icona del Salvatore “Non-fatta-da-mano-d’uomo” (16 agosto). L’imperatore minacciò con ira il santo di morte, ma egli continuò a incoraggiare i credenti nell’Ortodossia. Allora l’imperatore condannò san Teodoro e il suo discepolo Nicola all’esilio, dapprima in Illiria alla fortezza di Metopa, e poi in Anatolia a Bonias. Ma anche dalla prigione il confessore continuò la sua lotta contro l’eresia.

Tormentati dai carnefici che l’imperatore mandò a Bonias, quasi privati di cibo e di bevanda, coperti di piaghe e appena vivi, Teodoro e Nicola sopportarono ogni cosa con preghiera e rendimento di grazie a Dio. A Smyrna, dove mandarono i martiri da Bonias, san Teodoro guarì un comandante militare da una terribile malattia. Quest’uomo era nipote dell’imperatore e del suo stesso sentire. San Teodoro gli disse di pentirsi delle sue malvagie azioni iconoclaste e di abbracciare l’Ortodossia. Ma quell’uomo in seguito ricadde nell’eresia, e poi morì di una morte orribile.

Leone l’Armeno fu assassinato dai suoi stessi soldati, e fu sostituito dall’altrettanto empio, sebbene tollerante, imperatore Michele II Traulos (il Balbuziente). Il nuovo imperatore liberò tutti i Padri e confessori ortodossi dalla prigione, ma proibì la venerazione delle icone nella capitale.

San Teodoro non volle tornare a Costantinopoli e decise così di stabilirsi in Bitinia sul promontorio di Akrita, vicino alla chiesa del santo martire Tryphon. Nonostante una grave malattia, san Teodoro celebrava quotidianamente la Divina Liturgia e istruiva i fratelli. Prevedendo la sua fine, il santo convocò i fratelli e comandò loro di conservare l’Ortodossia, di venerare le sante icone e di osservare la regola monastica. Poi ordinò ai fratelli di prendere le candele e di cantare il Canone per la Partenza dell’Anima dal Corpo. Proprio prima di cantare le parole: “Non dimenticherò mai i tuoi statuti, perché per mezzo di essi ho vissuto”, san Teodoro si addormentò nel Signore, nell’anno 826. Alla stessa ora san Ilarione di Dalmazia (6 giugno) vide una visione di una luce celeste durante il canto, e si udì una voce: “Questa è l’anima di san Teodoro, che ha sofferto fino al sangue per le sante icone, che ora parte verso il Signore.”

San Teodoro compì molti miracoli durante la sua vita e dopo la sua morte. Coloro che invocano il suo nome sono stati liberati dagli incendi e dagli attacchi di bestie selvagge, e hanno ricevuto guarigione, grazie a Dio e a san Teodoro lo Studita. Il 26 gennaio celebriamo la traslazione delle reliquie di Teodoro lo Studita da Cherson a Costantinopoli nell’anno 845.

Coloro che hanno disturbi di stomaco implorano l’aiuto di san Teodoro.

Manatò v m.

La Santa Manatò (Μαναθῶ) soffrì per Cristo durante il regno dell’imperatore Massimiano (286 – 305).

Fu arrestata insieme ad altri martiri e sopportò molti tormenti perché era cristiana. In seguito fu condotta nuda attraverso la città e fu schernita. Infine, fu bruciata viva.

Nell’uso greco la Santa Vergine Martire Manatò è commemorata il 20 ottobre.

Paolo di C.poli il conf.

San Paolo il Confessore, Arcivescovo di Costantinopoli, fu scelto al trono patriarcale dopo la morte del Patriarca Alessandro (+ 340), quando l’eresia ariana si era nuovamente riaccesa. Molti degli ariani erano presenti al Concilio che elesse il nuovo Arcivescovo di Costantinopoli. Essi insorsero in opposizione alla scelta di San Paolo, ma gli ortodossi al Concilio erano in maggioranza.

L’imperatore Costanzo, che governava sulla metà orientale dell’Impero Romano, era ariano. Non si trovava a Costantinopoli al momento dell’elezione dell’Arcivescovo, e così essa ebbe luogo senza il suo consenso. Al suo ritorno, egli convocò un concilio che depose illegalmente San Paolo, e l’imperatore lo bandì dalla capitale. Al posto del santo essi innalzarono Eusebio di Nicomedia, un empio eretico. L’Arcivescovo Paolo si ritirò a Roma, dove altri vescovi ortodossi erano stati anch’essi banditi da Eusebio.

Eusebio non resse a lungo la Chiesa di Costantinopoli. Quando morì, San Paolo tornò a Costantinopoli, e fu accolto dal suo gregge con amore. Ma Costanzo esiliò il santo una seconda volta, e così egli tornò a Roma. L’imperatore d’Occidente Costante scrisse una dura lettera al suo collega d’Oriente, che inviò a Costantinopoli insieme con il santo arcivescovo esiliato. Le minacce ebbero effetto, e San Paolo fu reinsediato sul trono arcivescovile.

Ma presto il pio imperatore Costante, difensore dell’Ortodossia, fu traditamente ucciso durante un colpo di palazzo. Di nuovo bandirono San Paolo da Costantinopoli e questa volta lo mandarono in esilio in Armenia, nella città di Cucuso, dove egli subì una morte di martire.

Quando l’Arcivescovo stava celebrando la Divina Liturgia, gli ariani si scagliarono contro di lui con la forza e lo strangolarono con il suo stesso omoforion. Ciò avvenne nell’anno 350. Nel 381, il santo imperatore Teodosio il Grande trasferì solennemente le reliquie di San Paolo il Confessore da Cucuso a Costantinopoli. Nel 1326, le reliquie di San Paolo furono trasferite a Venezia.

San Atanasio il Grande, contemporaneo di San Paolo, scrive brevemente dei suoi esili: “San Paolo la prima volta fu mandato da Costantino nel Ponto, la seconda volta fu incatenato da Costanzo, e poi fu rinchiuso nella Mesopotamica Syngara e di lì trasferito a Emesa, e la quarta volta nel cappadoce Cucuso nel deserto taurico”.

Parte del cranio del Santo si trova nel Santo Monastero di Simonópetra sul Monte Athos. Le reliquie incorrotte del Santo si trovano nella chiesa cattolica romana di San Giorgio della Grande Venezia. Un frammento delle reliquie del Santo si trova nella Lavra di Sant’Alessandro Nevskij a San Pietroburgo.

Taurione

I Santi Aucto e Taurione subirono il martirio insieme a Santa Thessalonica, la figlia di un sacerdote pagano. Quando l’empio padre venne a sapere che sua figlia era diventata cristiana, la percosse spietatamente e la cacciò di casa, senza alcun mezzo per provvedere a se stessa. I Santi Aucto e Taurione cercarono di intercedere per la fanciulla e di ragionare con il padre inasprito. Il sacerdote pagano li denunciò entrambi alle autorità, e furono arrestati.

Dopo aver confessato la loro fede in Cristo davanti ai torturatori e subito crudeli tormenti, i santi furono poi decapitati. Subito dopo la loro morte di martirio, anche Santa Thessalonica morì. Il suo corpo fu sepolto con venerazione nella città di Amphypolis in Macedonia, insieme ai santi Martiri Aucto e Taurione.

Stefano

Tra la moltitudine dei santi ricordiamo quei cristiani che dedicarono la loro vita terrena a glorificare Dio e a servire il prossimo. In una sola vita essi compirono tutte le imprese spirituali dei venerabili e devoti padri, dei confessori e dei martiri.

Tra i santi canonizzati dalla Chiesa georgiana, solo quattro sono stati chiamati “Giusti”. Essi sono il Santo Ilia Chavchavadze, ben conosciuto come il “padre” e “re non incoronato” della nazione georgiana, e i Santi Giovanni, Stefano e Isaia i Georgiani.

Si ritiene che i Santi Giovanni, Stefano e Isaia vivessero a Gerusalemme e custodissero il Sepolcro del Signore nostro. È probabile che la Chiesa Ortodossa Georgiana li abbia proclamati degni di un onore eccezionale in riconoscimento del loro devoto servizio presso il Sepolcro del Salvatore.

Per diversi secoli la Chiesa georgiana ha glorificato i Giusti Giovanni, Stefano e Isaia e chiesto la loro intercessione davanti al Signore.

Luca delle Grotte delle Kiev

San Luca si dedicò all’ascesi nel Monastero delle Grotte di Kiev (Grotte Vicine) nel XIII secolo, dove adempié il podvig dell’obbedienza come economo. Non si sa nulla della sua vita prima che giungesse alla Lavra delle Grotte di Kiev.

Nell’Ode 7 del Canone per i Santi Padri delle Grotte Vicine, san Luca è lodato come “icona” e come colui che osservò i comandamenti del Signore.

San Luca è commemorato il 6 novembre, e ancora insieme ai Santi Padri delle Grotte Vicine di sant’Antonio (28 settembre), dove riposano le sue reliquie incorrotte.

Coloro che svolgono l’ufficio di economo alla Lavra delle Grotte di Kiev lo onorano come loro patrono e tengono l’icona di san Luca nella propria cella.

Antonino e i 40 bambini convertiti mm. Auctus

I santi martiri Melasippo e Karina, e il loro figlio Antonino, e 40 bambini convertiti dal loro martirio ad Ancyra, soffrirono durante il regno dell’imperatore Giuliano l’Apostata nella città di Ancyra in Frigia nell’anno 363. I santi martiri Melasippo e Karina, lacerati da uncini di ferro ed esausti, morirono sotto le torture.

Il loro figlio Antonino, che il persecutore costrinse ad assistere al tormento dei suoi genitori, sputò in faccia all’imperatore apostata. Per questo fu sottoposto a crudeli torture, ma rimase illeso, e poi fu decapitato. Altri quaranta giovani, vedendo che il Signore aveva preservato il suo confessore Antonino illeso dalle torture, credettero in Cristo, e apertamente confessarono la loro fede e subirono il martirio.

Nettario di Egina

San Nectario, il grande taumaturgo dei tempi moderni, nacque con il nome di Anastasio Kephalas a Selebria, in Tracia, il 1 ottobre 1846.

Poiché la sua famiglia era povera, Anastasio andò a Costantinopoli quando aveva quattordici anni per cercare lavoro. Benché non avesse denaro, chiese al capitano di una barca di portarlo con sé. Il capitano gli disse di fare una passeggiata e poi tornare. Anastasio capì e, tristemente, si allontanò.

Il capitano diede l’ordine di avviare i motori, ma non accadde nulla. Dopo diversi tentativi andati a vuoto, alzò lo sguardo e incontrò gli occhi di Anastasio, che stava sul molo. Impietosito dal ragazzo, il capitano gli disse di salire a bordo. Immediatamente, i motori si avviarono e la barca cominciò a muoversi.

Anastasio trovò lavoro presso un commerciante di tabacco a Costantinopoli, che non lo pagava molto. Nel desiderio di condividere con gli altri informazioni utili, Anastasio scriveva brevi massime tratte da libri spirituali sui sacchetti di carta e sui pacchetti del negozio di tabacco. I clienti le leggevano per curiosità, e forse ne traevano qualche beneficio.

Il ragazzo girava scalzo e con vestiti stracciati, ma confidava in Dio. Vedendo che il commerciante riceveva molte lettere, anche Anastasio desiderò scrivere una lettera. A chi avrebbe potuto scrivere? Non ai suoi genitori, perché non c’erano consegne postali al suo villaggio. Non ai suoi amici, perché non ne aveva. Decise dunque di scrivere a Cristo per parlargli delle sue necessità.

«Mio piccolo Cristo», scrisse. «Non ho un grembiule né scarpe. Mandamele Tu. Tu sai quanto Ti amo».

Anastasio sigillò la lettera e scrisse all’esterno: «Al Signore Gesù Cristo in Cielo». Mentre andava a spedire la lettera, incontrò l’uomo che possedeva il negozio di fronte a quello in cui lavorava. L’uomo gli chiese dove stesse andando, e Anastasio gli sussurrò qualcosa in risposta. Vedendo la lettera nelle sue mani, l’uomo si offrì di spedirla per lui, dal momento che stava andando all’ufficio postale.

Il commerciante mise la lettera in tasca e assicurò ad Anastasio che l’avrebbe spedita assieme alle sue lettere. Il ragazzo tornò al negozio di tabacco, pieno di gioia. Quando prese la lettera di tasca per spedirla, il commerciante notò per caso l’indirizzo. Stupito e incuriosito, non resistette alla tentazione di aprire la lettera per leggerla. Toccato dalla semplice fede del ragazzo, il commerciante mise del denaro in una busta e glielo mandò anonimamente. Anastasio fu colmo di gioia e rese grazie a Dio.

Alcuni giorni dopo, vedendo Anastasio vestito un po’ meglio del solito, il suo datore di lavoro pensò che gli avesse rubato del denaro e cominciò a picchiarlo. Anastasio gridò: «Non ho mai rubato nulla. È stato il mio piccolo Cristo a mandarmi il denaro».

Sentendo il trambusto, l’altro commerciante venne, prese da parte il venditore di tabacco e gli spiegò la situazione.

Quando era ancora giovane, Anastasio fece un pellegrinaggio in Terra Santa. Durante il viaggio, la nave rischiò di affondare in una tempesta. Anastasio guardò il mare in tempesta, poi il capitano. Andò e si mise accanto al capitano e prese il timone, pregando Dio di salvarli. Poi si tolse dal collo la croce che sua nonna gli aveva dato (contenente un frammento della Croce di Cristo) e la legò alla cintura. Sporgendosi fuori bordo, immerse la croce nell’acqua tre volte e comandò al mare: «Silenzio! Taci». Immediatamente, il vento si placò e il mare divenne calmo.

Anastasio fu però rattristato, perché la sua croce era caduta in mare e si era persa. Mentre la barca proseguiva, si udirono colpi provenire dallo scafo sotto la linea di galleggiamento. Quando la nave attraccò, il giovane scese e cominciò ad allontanarsi.

Improvvisamente, il capitano cominciò a gridare: «Kephalas, Kephalas, torna qui». Il capitano aveva mandato alcuni uomini su una piccola imbarcazione per esaminare lo scafo e scoprire la causa di quei colpi, ed essi avevano trovato la croce incastrata nello scafo. Anastasio fu esultante nel ricevere di nuovo il suo «Tesoro» e da allora la portò sempre con sé. Esiste una fotografia scattata molti anni dopo, che mostra il santo con la skufia monastica. La croce è chiaramente visibile nella foto.

Il 7 novembre 1875, Anastasio ricevette la tonsura monastica nel Monastero di Nea Moni a Chios, e il nuovo nome di Lazzaro. Due anni dopo fu ordinato diacono. In quell’occasione il suo nome fu cambiato in Nectario.

In seguito, quando era sacerdote, padre Nectario lasciò Chios e andò in Egitto. Lì fu eletto Metropolita di Pentapoli. Alcuni dei suoi colleghi divennero gelosi di lui a causa delle sue grandi virtù, delle sue omelie ispirate e di tutto ciò che distingueva san Nectario da loro.

Altri metropoliti e vescovi del Patriarcato di Alessandria furono pieni di malizia nei confronti del santo, e così dissero al patriarca Sofronio che Nectario stava tramando per diventare egli stesso patriarca. Dissero al patriarca che il Metropolita di Pentapoli mostrava solo una pietà esteriore per guadagnarsi il favore del popolo. Così il patriarca e il suo sinodo rimossero san Nectario dalla sua sede. Il patriarca Sofronio scrisse una lettera ambigua di sospensione che provocò scandalo e speculazioni sulle vere ragioni della rimozione del santo dalla sua posizione.

San Nectario non fu tuttavia deposto dal suo grado. Gli era ancora permesso di esercitare il suo ministero episcopale. Se qualcuno lo invitava a celebrare un matrimonio o un Battesimo, poteva farlo, purché ottenesse il permesso dal vescovo locale.

San Nectario sopportò le sue prove con grande pazienza, ma coloro che lo amavano cominciarono a chiedere con insistenza perché fosse stato rimosso. Vedendo che questo causava turbamento nella Chiesa di Alessandria, decise di andare in Grecia. Arrivò ad Atene e scoprì che le false voci su di lui erano già giunte in città. La sua lettera di sospensione diceva solo che era stato rimosso «per ragioni note al Patriarcato», e così tutte le calunnie su di lui furono credute.

Poiché le autorità statali ed ecclesiastiche non gli concedevano alcun incarico, l’ex Metropolita rimase senza mezzi di sostentamento e senza un posto dove vivere. Ogni giorno andava dal Ministro della Religione chiedendo aiuto. Ben presto si stancarono di lui e cominciarono a maltrattarlo.

Un giorno, mentre stava uscendo dall’ufficio del Ministro, san Nectario incontrò un amico che aveva conosciuto in Egitto. Sorpreso di trovare il vescovo amato in una simile condizione, quell’uomo parlò con il Ministro della Religione e dell’Educazione e chiese che gli fosse trovato qualcosa. Così san Nectario fu nominato umile predicatore nella diocesi di Vitineia ed Eubea. Il santo non considerò ciò umiliante per lui, benché un semplice monaco avrebbe potuto ricoprire quel posto. Si recò in Eubea a predicare nelle chiese, abbracciando con zelo i suoi doveri.

Eppure anche qui le voci di scandalo lo seguirono. Talvolta, mentre predicava, la gente cominciava a ridere e a sussurrare. Perciò l’innocente rassegnò le dimissioni e tornò ad Atene. A quel punto alcuni avevano cominciato a rendersi conto che le voci erano false, perché non vedevano nella sua vita o nelle sue parole nulla che suggerisse che fosse colpevole di qualcosa. Con il loro aiuto e la loro influenza, san Nectario fu nominato Direttore del Seminario Rizarios ad Atene l’8 marzo 1894. Rimase in tale posizione fino al dicembre 1908.

Il santo celebrava le funzioni nella chiesa del seminario, insegnava agli studenti e scrisse diversi libri edificanti e utili. Poiché era un uomo tranquillo, san Nectario non amava il rumore e il trambusto di Atene. Desiderava ritirarsi da qualche parte per poter pregare. Sull’isola di Egina trovò un monastero abbandonato dedicato alla Santissima Trinità, che iniziò a restaurare con le sue stesse mani.

Riunì una comunità di monache, nominando la monaca cieca Xenia come igumena, mentre egli stesso serviva come padre spirituale. Poiché aveva il dono della direzione spirituale, molte persone venivano a Egina per confessarsi da lui. Alla fine, la comunità crebbe fino a trenta monache. Era solito dire loro: «Sto costruendo un faro per voi, e Dio vi porrà una luce che risplenderà sul mondo. Molti vedranno questa luce e verranno a Egina». Esse non comprendevano ciò che diceva loro, cioè che egli stesso sarebbe stato quel faro, e che la gente sarebbe venuta lì a venerare le sue sante reliquie.

Il 20 settembre 1920 la monaca Eufemia portò all’Ospedale Aretaieion di Atene un vecchio in abiti neri, che evidentemente soffriva. Era un ospedale statale per i poveri. L’internista chiese alla monaca delle informazioni sul paziente.

«È un monaco?» chiese.

«No, è un vescovo».

L’internista rise e disse: «Smetta di scherzare e mi dica il suo nome, Madre, così posso registrarlo».

«È davvero un vescovo, figlio mio. È Sua Eminenza il Metropolita di Pentapoli».

L’internista borbottò: «Per la prima volta in vita mia vedo un vescovo senza panaghia o croce, e ancor più, senza denaro».

Allora la monaca mostrò le credenziali del santo al medico stupefatto, che lo fece ricoverare. Per due mesi san Nectario soffrì di una malattia della vescica. Alle dieci e trenta della sera dell’8 novembre 1920, consegnò la sua santa anima a Dio. Morì in pace all’età di settantaquattro anni.

Nel letto accanto a san Nectario vi era un uomo paralizzato. Appena il santo ebbe esalato l’ultimo respiro, l’infermiera e la monaca che stavano con lui cominciarono a vestirlo con abiti puliti per prepararlo alla sepoltura a Egina. Gli tolsero il maglione e lo posarono sul letto dell’uomo paralizzato. Immediatamente, il paralitico si alzò dal letto, glorificando Dio.

San Nectario fu sepolto nel Monastero della Santissima Trinità a Egina. Diversi anni dopo, la sua tomba fu aperta per rimuovere le ossa (come è consuetudine in Grecia). Il suo corpo fu trovato intero e incorrotto, come se fosse stato sepolto quel giorno stesso.

Fu mandato un messaggio all’Arcivescovo di Atene, che venne a vedere le reliquie con i propri occhi. L’arcivescovo Chrysostomos disse alle monache di lasciarle al sole per alcuni giorni, poi di seppellirle di nuovo affinché si decompressero. Un mese o due dopo, aprirono nuovamente la tomba e trovarono il santo incorrotto. Allora le reliquie furono poste in un sarcofago di marmo.

Diversi anni dopo, le sante reliquie si dissolsero, lasciando solo le ossa. La testa del santo fu posta in una mitra episcopale, e la parte superiore fu aperta per permettere alla gente di baciare il suo capo.

San Nectario fu glorificato da Dio, poiché tutta la sua vita fu una continua dossologia al Signore. Sia durante la sua vita che dopo la sua morte, san Nectario ha compiuto migliaia di miracoli, specialmente per coloro che soffrono di cancro. Ci sono più chiese dedicate a san Nectario che a qualsiasi altro santo ortodosso dei tempi moderni.

Serafino im di Uglich

Il santo ieromartire Serafim, Arcivescovo di Uglich (nel secolo Semën N. Samojlovič) nacque il 19 luglio 1881 nella città di Myrgorod, governatorato di Poltava.

Semën si diplomò al Seminario Teologico di Poltava nel 1902 e ricevette un incarico come insegnante alla scuola biennale di Unalaškinskaja, in Alaska. Nel 1905 ricoprì lo stesso ruolo a Sitka, dove fu tonsurato alla mantija dal vescovo Innocentij (Pustynskij) e un mese dopo fu ordinato ieromonaco. Nel 1906, padre Serafim fu rettore della Missione Spirituale di Nugek nel Nord America. Nel 1907-1908 insegnò al Seminario Teologico di Sitka. In America, Vladika fu collaboratore di Sua Eminenza l’arcivescovo Tikhon, il futuro Patriarca, che apprezzava grandemente il fervente missionario-asceta.

Nel 1908, padre Serafim fu assistente del missionario diocesano di Vladikavkaz, e nel 1909 fu confessore del Seminario Teologico di Alexander Ardon. Nel 1910 fu nominato primo vicario del Monastero di Prima Classe della Fratellanza di Mogilev e poi, su richiesta di Sua Eminenza l’arcivescovo Tikhon, che allora occupava la cattedra di Jaroslavl’, fu trasferito all’incarico di vicario del Monastero di Tolžsk a Jaroslavl’.

Là, padre Serafim scrisse un’opera importante sulla storia del Monastero di Tolžsk, in occasione del suo 600° anniversario. Fondò una scuola di apicoltura per ragazzi orfani e, all’inizio della guerra, istituì un’infermeria.

Dal 1915, padre Serafim fu vicario del Monastero della Protezione di Uglich. Nel febbraio 1920 fu consacrato vescovo di Uglich e vicario della diocesi di Jaroslavl’.

Vladika fu membro del cosiddetto “Sinodo Parallelo”, che esisteva con il tacito consenso di Sua Santità il Patriarca Tikhon nel Monastero Danilov. Esso fu fondato dallo ieromartire arcivescovo Feodor (Pozdevskij) e ne facevano parte vescovi di rilievo: l’arcivescovo Andrej (Uchtomskij), il vescovo Arsenij (Žadanovskij), il vescovo Serafim (Zvezdinskij) e il vescovo Gurij (Stepanov).

La ragione dell’emergere del “Sinodo Parallelo” fu che, a giudizio dei suoi membri, il Sinodo Patriarcale, che era sotto il rigido controllo della G.P.U., era inefficace ed era costretto a mantenere una posizione conciliante. Esso fu concepito come una “Conferenza Pre-conciliare permanente”, ma il suo scopo principale era la preparazione di un segreto Concilio Locale capace di risolvere i problemi della Chiesa senza la pressione delle autorità. Le decisioni fondamentali dei “Danilovcy” furono:

1. L’affermazione dei principi di decentralizzazione della vita ecclesiale come il modo più efficace di resistere al controllo bolscevico sulla Chiesa;

2. Le segrete installazioni (nomine) di vescovi e presbiteri. Così, il “Sinodo Parallelo” fu la pietra angolare sulla quale cominciò a costituirsi la Chiesa delle Catacombe.

Dal luglio 1922 Vladika fu in prigione a Jaroslavl’, e dopo la sua liberazione nel 1924 fu elevato al grado di arcivescovo da Sua Santità il Patriarca Tikhon. Nel 1925, Vladika divenne amministratore temporaneo della diocesi di Jaroslavl’.

Lo ieromartire metropolita Iosif (Petrov), in quanto uno dei vicari del Locum Tenens patriarcale, in caso di suo arresto nel 1925 nominò dei vicari temporanei, tra i quali il vescovo Serafim. Nel 1926, il 16 (29) dicembre, dopo l’arresto dello ieromartire metropolita Iosif (Petrov), Vladika emise un’Epistola sull’assunzione dell’ufficio di Vicario del Locum Tenens patriarcale. Egli guidò la Chiesa fino all’aprile 1927, poi consegnò l’amministrazione al metropolita Sergij (Stragorodskij), che era stato rilasciato dalla prigione.

È noto che nel 1927 Vladika fu convocato alla sede centrale della G.P.U. a Mosca, dove gli fu proposto di accettare condizioni compromissorie per la legalizzazione della Chiesa, indicando chi nominare come membri del Sinodo. Il Santo rifiutò di farlo, proponendo egli stesso i membri del Sinodo, fra i quali il metropolita Kirill (Smirnov). “Ma lui sta là seduto”, dissero i cekisti.

“Ma è in vostro potere, liberatelo”, rispose il Santo. Dopo tale risposta, fu presto arrestato.

Dopo la pubblicazione della Dichiarazione del metropolita Sergij, il Santo si unì all’Opposizione di Jaroslavl’, guidata dallo ieromartire metropolita Agafangel (commemorato il 3 ottobre). Con rammarico, egli scrisse nel gennaio 1928 di aver “affrettatamente e incondizionatamente” consegnato i Diritti di Vicario al metropolita Sergij. Supplicò il metropolita Sergij di essere coraggioso e di pubblicare un’altra Dichiarazione “per correggere la prima”, che “sminuisce il servizio alla Verità, e Dio non aiuta la menzogna.”

Egli invitava il metropolita a guardare al più anziano dei gerarchi, il metropolita Agafangel di Jaroslavl’, e a trasferire a lui i Diritti di Vicario. Nell’aprile 1928, il metropolita Sergij privò Vladika della sua cattedra e lo sospese dal sacerdozio. Fu arrestato e poi espulso da Jaroslavl’ a Mogilev, nel Monastero dello Spirito Santo a Buynichi.

Nella sua Epistola del gennaio 1929 a tutta la Chiesa, il Santo continuò a denunciare la politica del metropolita Sergij e il grave peccato del “traviare i nostri fratelli pusillanimi e deboli verso il nuovo rinnovazionismo”, per il quale fu presto nuovamente arrestato (nel febbraio 1929) e condannato a cinque anni in un campo di prigionia. Ma il Messaggio del Santo fu largamente diffuso in tutto il paese e fu pubblicato a Belgrado.

Fu rilasciato dal campo ed esiliato per tre anni nel Territorio del Nord, dove guidò la Chiesa segreta, assegnando presbiteri e compiendo tonsure. Secondo le memorie dei suoi figli spirituali, “si indebolì fisicamente, ma era forte nello spirito.” Egli riteneva che in un’epoca di persecuzione non dovesse esistere un’Amministrazione centrale della Chiesa. Il vescovo doveva governare personalmente la propria diocesi.

Intorno al 1934, Vladika scrisse un’altra Epistola, nella quale il metropolita Sergij veniva sospeso dal sacerdozio per la sua attività non canonica iniziata nel 1927. Per approvare questa Epistola, fu tenuto ad Arkhangel’sk un “piccolo concilio delle catacombe”, le cui decisioni dovevano costituire la base per tutti i vescovi e il clero in esilio. Vi sono testimonianze che il Vicario patriarcale metropolita Pietro (Poljanskij) scrisse dall’esilio che i vescovi russi stessi dovevano rimproverare il metropolita Sergij per le sue azioni non canoniche.

Nel maggio 1934, il Santo fu nuovamente arrestato ad Arkhangel’sk con l’accusa di aver creato una nuova “organizzazione controrivoluzionaria di sostenitori della vera Chiesa ortodossa” e fu condannato a cinque anni di campo di concentramento. Scontò la pena nella sezione Suslov di Siblaga. Vladika fu fucilato nel campo il 22 ottobre 1937 (4 novembre secondo il nuovo stile).

Egli fu canonizzato come Santo insieme ai Nuovi Martiri e Confessori di Russia al Concilio Giubilare dei Vescovi di Russia. Nell’agosto del 2000, lo ieromartire Serafim è stato approvato dalla Chiesa Ortodossa per la venerazione generale in tutta la Chiesa.