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Archivi: Santo del giorno

Avdas im. vescovo di Persia

San Avdas era vescovo di Bethchasar in Persia. Egli distrusse un tempio degli adoratori del fuoco e fu tradotto in giudizio davanti all’imperatore persiano Izdegerd I (401-402), che ordinò al santo di ricostruire il tempio. Quando il vescovo Avdas rifiutò, l’imperatore comandò ai soldati di distruggere tutte le chiese cristiane, di perseguitare i cristiani e di torturarli.

Nel 418, san Avdas fu il primo ad essere martirizzato. Fu decapitato dopo lunghe torture. Dopo qualche tempo furono uccisi anche gli altri martiri. Tra di essi vi era il diacono Beniamino, che subì tormenti particolarmente crudeli. Gli infissero aghi appuntiti sotto le unghie e lo impalarono su una lancia.

I geromartiri morirono nell’antica città persiana di Suza.

I martiri di S. Saba.

I Santi Giovanni, Sergio, Patrizio e altri furono uccisi nel Monastero di San Savva. Durante l’VIII secolo, la regione attorno a Gerusalemme fu sottoposta a frequenti incursioni dei Saraceni. Il monastero di San Chariton fu devastato e cadde in rovina. Due volte i Saraceni tentarono di saccheggiare la Lavra di San Savva il Santificato, ma la Provvidenza di Dio protesse il monastero. Ma la terza volta che i Saraceni vennero a saccheggiare il monastero, i monaci avrebbero potuto sfuggire ai barbari andando a Gerusalemme, ma decisero di non abbandonare il luogo dove avevano cercato la salvezza per tanti anni.

Il 13 marzo i Saraceni irruppero nel monastero ed esigirono tutti i beni di valore. I monaci dissero loro che nel monastero non vi era nulla, se non una scarsa provvista di cibo e di vecchi indumenti. Allora i Saraceni cominciarono a scagliare frecce contro i monaci.

Tredici uomini furono uccisi e molti feriti, e le celle del monastero furono date alle fiamme. I Saraceni intendevano incendiare la chiesa del monastero, ma, vedendo in lontananza una folla di persone, la scambiarono per un esercito inviato da Gerusalemme. I Saraceni riuscirono a fuggire, portando via quel poco che erano riusciti a saccheggiare. Dopo la fuga del nemico, Padre Tommaso, medico esperto, cominciò ad aiutare coloro che erano rimasti in vita.

Il Grande Giovedì, 20 marzo, i Saraceni scesero di nuovo sulla Lavra con forze più numerose e iniziarono a percuotere i monaci. I superstiti furono spinti dentro la chiesa, dove furono torturati per costringerli a rivelare dove potessero essere nascosti eventuali tesori. Il monastero era circondato, così nessuno poté salvarsi fuggendo. I barbari afferrarono San Giovanni, un giovane monaco che si prendeva cura dei vagabondi. Lo percossero selvaggiamente, poi gli recisero i nervi delle mani e dei piedi e lo trascinarono per i piedi sulle pietre, che lacerarono la pelle della schiena del martire.

Il custode dei vasi sacri della Chiesa, San Sergio, li nascose e tentò di fuggire, ma fu catturato e decapitato. Tuttavia, diversi monaci riuscirono a nascondersi fuori dal monastero, in una grotta, ma furono scorti da una sentinella su una collina, e fu ordinato a tutti di uscire. Dentro la grotta, San Patrizio sussurrò ai fratelli che erano con lui: “Non temete, andrò solo incontro alla mia morte. Nel frattempo, sedete e pregate”.

I Saraceni chiesero se vi fosse qualcun altro nella grotta, e Patrizio disse che era solo. Lo condussero alla Lavra, dove i prigionieri attendevano il loro destino. I Saraceni esigirono da loro un riscatto di 4.000 pezzi d’oro e i vasi sacri. I monaci non furono in grado di dare un tale riscatto. Allora li condussero nella grotta di San Savva, all’interno delle mura del monastero. Accesero un fuoco, sul quale ammucchiarono letame davanti all’ingresso della grotta, sperando di soffocare i monaci con i miasmi velenosi. Diciotto uomini perirono nella grotta, tra i quali i Santi Giovanni e Patrizio. I Saraceni continuarono a torturare coloro che erano ancora vivi, ma non ottennero nulla da loro. Infine, lasciarono il monastero.

Più tardi, nella notte del Grande Venerdì, i monaci nascosti sulle colline tornarono alla Lavra, presero i corpi dei Padri uccisi, li portarono in chiesa e lì li seppellirono.

I barbari che saccheggiarono il monastero furono puniti da Dio. Furono colpiti da una malattia improvvisa, e perirono tutti. I loro corpi furono divorati dalle bestie selvatiche.

I Santi commemorati oggi non vanno confusi con altri martiri della Lavra di San Savva, che soffersero nel 610 e sono commemorati il 16 maggio. Le due date si riferiscono a distinti attacchi contro il monastero, avvenuti in tempi diversi. La storia ci attesta che i barbari razziarono la Lavra di San Savva in diverse occasioni.

Miron di Creta nm

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osiomartire Eufrosino del lago azzuro di Novgorod

San Eufrosino del lago Azzurro (nel mondo Efraim) nacque in Carelia, vicino al lago Ladoga, nella seconda metà del XVI secolo. Da giovane visse vicino al monastero di Valaam, e in seguito si trasferì nella Grande Novgorod. Dopo aver trascorso là qualche tempo, il Santo si ritirò poi in un luogo alla periferia di Novgorod – il “pentar’” di Bezhetsk (un quinto delle “Pyatiny Novgorodskiya,” che comprendevano cinque distretti periferici della Grande Novgorod).

Divenne lettore per le funzioni della Chiesa nel villaggio di Doloska, a venti verste dalla città di Ustiuzhna di Zhelezopolska. Fu tonsurato al monastero della Dormizione di Tikhvin con il nome di Eufrosino. Dopo aver vissuto là per qualche tempo, riferì all’igumeno il suo desiderio di andare nel deserto per una maggiore solitudine, e una vita di digiuno e silenzio. L’igumeno gli parlò di alcuni dei pericoli della vita eremitica, quindi gli diede la benedizione. Così, nel 1600 egli iniziò la sua vita solitaria nelle selvagge terre paludose sulla riva del lago Azzurro. Qui il Santo piantò una Croce e scavò una caverna. Visse là per due anni, nutrendosi soltanto di vegetazione selvatica, bacche e funghi.

Inaspettatamente, abitanti dei villaggi vicini lo trovarono, e vennero da lui per ricevere istruzione, preghiera e consiglio spirituale. Alcuni di loro rimasero con lui. Ben presto divenne necessario costruire una chiesa, dove tutti i fratelli potessero pregare insieme. Disboscarono la foresta, squadrarono il legname, e costruirono una chiesa di tronchi. Poiché l’anziano, per umiltà, non era stato ordinato, la chiesa fu consacrata dal suo conasceta, san Guria di Shalatsk (15 novembre), e dedicata all’Annunciazione alla Santissima Theotokos. Ciò fu fatto con la benedizione dell’arcivescovo Isidoro di Novgorod (1603-1609). San Guria talvolta visitava il lago Azzurro per pregare insieme ai fratelli, conversare con loro di argomenti spirituali e dar loro la santa Comunione. In una di queste visite san Eufrosino fu tonsurato nel Grande Schema da san Guria.

Nel 1612, quando le truppe polacche devastavano la Russia, molti salvarono la propria vita rifugiandosi nel monastero dell’Annunciazione nel deserto. Il 19 marzo, san Eufrosino rivelò a tutti che i Polacchi stavano arrivando al monastero, e consigliò a tutti di fuggire.

«Fratelli miei e figli amati in Cristo, chiunque desideri scampare a morte certa, lasci il monastero della Madre di Dio e salvi se stesso da questa grande calamità, poiché è conforme al giusto giudizio di Dio che presto verranno nemici in questo santo luogo».

Molti non gli credettero. «Allora perché tu stesso non lasci questo posto?» chiesero.

L’anziano rispose: «Io sono venuto qui per morire per Cristo».

Coloro che obbedirono al Santo e lasciarono il monastero furono risparmiati, ma tutti quelli che rimasero subirono una morte orribile.

San Giona era uno dei monaci del monastero. Spaventato dalla previsione chiaroveggente dell’anziano, voleva fuggire con gli altri, ma san Eufrosino lo trattenne, ispirandolo allo zelo per la casa di Dio.

«Fratello Giona», gli disse, «perché permetti a una paura pusillanime di entrare nella tua anima? Quando la battaglia comincia, quello è il momento del coraggio. Per amore di Cristo, non temiamo un timore passeggero. Abbiamo promesso di vivere e morire qui nel deserto. Dobbiamo essere fedeli al nostro voto, fatto davanti al Signore. È diverso per i laici, che non sono vincolati da un voto. Essi devono risparmiarsi per amore dei loro figli».

Infiammandosi nello spirito, san Giona ripose tutta la sua speranza in Dio e decise di morire là nel deserto con il suo anziano.

Dopo di ciò san Eufrosino si rivestì del Grande Schema e passò tutta la notte nella preghiera. Il giorno seguente, 20 marzo, le forze polacche piombarono sul monastero. Con l’abito di uno schemamonaco, il Santo uscì dalla sua cella e si fermò accanto alla Croce che aveva piantato. I nemici gli dissero: «Vecchio, dacci tutti i beni del monastero».

«Tutti i miei beni, e quelli di questo monastero, sono nella chiesa della Tutta-Pura Theotokos», rispose.

Egli si riferiva ai tesori spirituali che non possono essere rubati (Matteo 6,19-21). Non comprendendo ciò, i Polacchi si precipitarono nella chiesa. Uno di loro sguainò la spada e colpì san Eufrosino. Il suo collo fu reciso per metà, e il santo anziano cadde a terra morto. Quando i Polacchi tornarono, adirati perché non avevano trovato nulla in chiesa, uno di loro colpì la testa del Santo con un’ascia. San Giona perì nell’attacco insieme con il suo anziano, e oggi è commemorato anch’egli insieme con san Eufrosino.

Un certo pio cristiano, Ioann Suma, era rimasto anch’egli al monastero con i monaci. Quando i Polacchi attaccarono, egli si trovava nella cella dell’anziano. Nonostante le gravi ferite infertegli da quei malfattori, Ioann rimase in vita, ma privo di sensi. Dopo la partenza dei Polacchi, riacquistò i sensi e raccontò a suo figlio Emilian ciò che era accaduto. Da loro gli abitanti dei dintorni vennero a sapere della distruzione del monastero e della morte martirica di san Eufrosino.

Il 28 marzo, i corpi di san Eufrosino, di san Giona, e di tutti gli altri che erano periti trafitti dalla spada, furono sepolti con la debita riverenza presso la Croce dove avevano subito il martirio.

Trentaquattro anni dopo la morte del Santo, una nuova chiesa fu costruita da un uomo di nome Mosè, e dedicata alla Santissima Trinità. Con la benedizione del metropolita Makarios di Novgorod, le reliquie incorrotte di san Eufrosino furono trasferite in una nuova teca sotto il campanile il 25 marzo 1655.

Secondo i registri del monastero, il monaco martire Eufrosino era di statura media, con spalle larghe e petto ampio. I suoi capelli erano castani, con tracce di grigio. La sua barba era lunga e divisa in due nella parte inferiore.

San Eufrosino fu glorificato dalla Chiesa Ortodossa Russa il 29 giugno 1912.

Fotinì la samaritana m. e i suoi figli Vittorio e Ioses

La santa Martire Fotinì (Photinḗ/Svetlana) la Samaritana, i suoi figli Vittore (detto Photinos) e Iosès; e le sue sorelle Anatolè, Photò, Photida, Paraskevè, Kyriakè, la figlia di Nerone Domnina; e il martire Sebastiano.

La santa Martire Fotinì era la Samaritana con la quale il Salvatore parlò al Pozzo di Giacobbe (Giov. 4,5-42).

Al tempo dell’imperatore Nerone (54-68), che mostrò un’eccessiva crudeltà contro i cristiani, Santa Fotinì viveva a Cartagine con il suo figlio minore Iosès e vi predicava senza timore il Vangelo. Il suo figlio maggiore, Vittore, combatteva valorosamente nell’esercito romano contro i barbari, e fu nominato comandante militare della città di Attalia (Asia Minore). Più tardi, Nerone lo chiamò in Italia per arrestare e punire i cristiani.

Sebastiano, un funzionario in Italia, disse a San Vittore: «So che tu, tua madre e tuo fratello siete seguaci di Cristo. Come amico ti consiglio di sottometterti alla volontà dell’imperatore. Se denuncerai dei cristiani, riceverai le loro ricchezze. Scriverò a tua madre e a tuo fratello, chiedendo loro di non predicare Cristo in pubblico. Lascia che pratichino la loro fede in segreto».

San Vittore rispose: «Io voglio essere un predicatore del cristianesimo come mia madre e mio fratello». Sebastiano disse: «O Vittore, sappiamo tutti quali sventure attendono te, tua madre e tuo fratello». Allora Sebastiano improvvisamente sentì un dolore acuto agli occhi. Rimase sbigottito, e il suo volto divenne cupo.

Per tre giorni rimase lì cieco, senza proferire parola. Il quarto giorno dichiarò: «Il Dio dei cristiani è l’unico vero Dio». San Vittore chiese perché Sebastiano avesse improvvisamente cambiato idea. Sebastiano rispose: «Perché Cristo mi sta chiamando». Ben presto fu battezzato, e immediatamente riacquistò la vista. Dopo aver visto il miracolo, anche i servi di San Sebastiano furono battezzati.

La notizia giunse a Nerone, e questi ordinò che i cristiani fossero condotti da lui a Roma. Allora il Signore stesso apparve ai confessori e disse: «Non temete, perché Io sono con voi. Nerone, e tutti quelli che lo servono, saranno sconfitti».

Il Signore disse a San Vittore: «D’ora in avanti il tuo nome sarà Photinos, perché attraverso di te molti saranno illuminati e crederanno in me». Il Signore poi disse ai cristiani di fortificare e incoraggiare San Sebastiano a perseverare sino alla fine. Tutte queste cose, e perfino gli eventi futuri, furono rivelati a Santa Fotinì. Ella lasciò Cartagine in compagnia di diversi cristiani e si unì ai confessori a Roma.

A Roma l’imperatore ordinò che i Santi fossero condotti davanti a lui e chiese loro se veramente credevano in Cristo. Tutti i confessori rifiutarono di rinnegare il Salvatore. Allora Nerone ordinò che fossero spezzate le giunture delle dita dei martiri. Durante i loro tormenti, i confessori non sentirono alcun dolore, e le loro mani rimasero intatte.

Nerone ordinò che i Santi Sebastiano, Photinos e Iosès fossero accecati e rinchiusi in prigione, e che Santa Fotinì e le sue cinque sorelle Anatolè, Photò, Photida, Paraskevè e Kyriakè fossero mandate alla corte imperiale sotto la sorveglianza della figlia di Nerone, Domnina. Santa Fotinì convertì a Cristo sia Domnina che tutte le sue serve. Convertì anche un mago che le aveva portato del cibo avvelenato.

Trascorsero tre anni, e Nerone mandò in prigione a chiamare uno dei suoi servi che vi era stato rinchiuso. I messaggeri gli riferirono che i Santi Sebastiano, Photinos e Iosès, che erano stati accecati, avevano riacquistato la vista, e che la gente andava a visitarli per ascoltare la loro predicazione, e che in realtà tutta la prigione era stata trasformata in un luogo luminoso e profumato, dove Dio veniva glorificato.

Nerone allora comandò che i Santi fossero crocifissi, e che i loro corpi nudi fossero percossi con flagelli. Il quarto giorno l’imperatore mandò dei servi a vedere se i martiri erano ancora vivi. Ma, avvicinandosi al luogo dei tormenti, i servi divennero ciechi. Un Angelo del Signore liberò i martiri dalle loro croci e li guarì. I Santi ebbero pietà dei servi accecati e, con le loro preghiere al Signore, ne restaurarono la vista. Coloro che furono guariti vennero alla fede in Cristo e furono presto battezzati.

Fuori di sé dall’ira, Nerone ordinò che fosse scorticata la pelle dal corpo di Santa Fotinì, e poi che ella fosse gettata in un pozzo. A Sebastiano, Photinos e Iosès furono amputate le gambe, e furono gettati ai cani. Poi fu strappata loro la pelle. Anche le sorelle di Santa Fotinì subirono terribili tormenti. Nerone ordinò ai soldati di tagliare loro i seni e poi di scorticarle. Esperto in crudeltà, l’imperatore preparò il più doloroso dei supplizi per Santa Photida. I suoi piedi furono legati alle cime di due alberi che erano stati piegati a terra. Quando le corde furono tagliate, gli alberi si raddrizzarono di scatto, squarciando la martire. L’imperatore ordinò che le altre fossero decapitate. Santa Fotinì fu tirata fuori dal pozzo e rinchiusa in prigione per venti giorni.

Dopo questo, Nerone la fece condurre a sé e le chiese se ora si sarebbe piegata a offrire sacrifici agli idoli. La coraggiosa Fotinì sputò in faccia all’imperatore. Deridendolo disse: «O il più empio tra i ciechi, uomo dissoluto e sciocco! Pensi che io sia così illusa da acconsentire a rinnegare il mio Signore Cristo e invece offrire sacrifici a idoli che sono ciechi quanto te?»

Dopo aver udito tali parole, Nerone ordinò che la martire fosse gettata di nuovo nel pozzo. Là ella rese la sua anima a Dio (+ ca. 66).

Nell’uso greco Santa Fotinì è commemorata il 26 febbraio.

A Costantinopoli vi erano due chiese dedicate a Santa Fotinì, nelle quali avvennero molti miracoli, specialmente la guarigione di malattie degli occhi.

Il capo di Santa Fotinì è conservato nel Monastero Grigoriou sul Monte Athos.

e le sue sorelle Anatolia

La Santa Martire Photinì (Photinḗ/Svetlana) la Samaritana, i suoi figli Vittore (chiamato Photinos) e Iosḗs; e le sue sorelle Anatolḗ, Photó, Photida, Paraskevḗ, Kyriakḗ, la figlia di Nerone Domnina; e il Martire Sebastiano.

La santa Martire Photinì era la Samaritana con la quale il Salvatore parlò presso il Pozzo di Giacobbe (Giov. 4,5-42).

Al tempo dell’Imperatore Nerone (54-68), che mostrò un’estrema crudeltà contro i cristiani, Santa Photinì viveva a Cartagine con il figlio più giovane Iosḗs, e là predicava il Vangelo senza paura. Suo figlio maggiore, Vittore, combatteva valorosamente nell’esercito romano contro i barbari e fu nominato comandante militare della città di Attalia (Asia Minore). Più tardi, Nerone lo chiamò in Italia per arrestare e punire i cristiani.

Sebastiano, un funzionario in Italia, disse a San Vittore: «So che tu, tua madre e tuo fratello siete seguaci di Cristo. Come amico ti consiglio di sottometterti alla volontà dell’Imperatore. Se denuncerai dei cristiani, riceverai le loro ricchezze. Scriverò a tua madre e a tuo fratello, chiedendo loro di non predicare Cristo in pubblico. Lascia che pratichino la loro fede in segreto».

San Vittore rispose: «Voglio essere un predicatore del cristianesimo come mia madre e mio fratello». Sebastiano disse: «O Vittore, sappiamo tutti quali sciagure attendono te, tua madre e tuo fratello». Allora Sebastiano improvvisamente sentì un dolore acuto agli occhi. Rimase sbalordito e il suo volto era cupo.

Per tre giorni giacque là cieco, senza pronunciare una parola. Il quarto giorno dichiarò: «Il Dio dei cristiani è l’unico vero Dio». San Vittore chiese perché Sebastiano avesse improvvisamente cambiato idea. Sebastiano rispose: «Perché Cristo mi sta chiamando». Presto fu battezzato e immediatamente riacquistò la vista. Dopo aver visto il miracolo, anche i servi di San Sebastiano furono battezzati.

La notizia giunse a Nerone, che comandò che i cristiani fossero condotti da lui a Roma. Allora il Signore stesso apparve ai confessori e disse: «Non temete, perché io sono con voi. Nerone, e tutti coloro che lo servono, saranno sconfitti».

Il Signore disse a San Vittore: «D’ora in avanti il tuo nome sarà Photinos, perché per mezzo di te molti saranno illuminati e crederanno in me». Il Signore poi disse ai cristiani di fortificare e incoraggiare San Sebastiano a perseverare sino alla fine. Tutte queste cose, e persino eventi futuri, furono rivelati a Santa Photinì. Ella lasciò Cartagine in compagnia di diversi cristiani e si unì ai confessori a Roma.

A Roma l’Imperatore ordinò che i Santi fossero condotti al suo cospetto e chiese loro se credevano davvero in Cristo. Tutti i confessori rifiutarono di rinnegare il Salvatore. Allora Nerone ordinò che le giunture delle dita dei martiri fossero spezzate. Durante i loro tormenti, i confessori non sentirono alcun dolore, e le loro mani rimasero intatte.

Nerone ordinò che i Santi Sebastiano, Photinos e Iosḗs fossero accecati e rinchiusi in prigione, e che Santa Photinì e le sue cinque sorelle Anatolḗ, Photó, Photida, Paraskevḗ e Kyriakḗ fossero mandate alla corte imperiale sotto la sorveglianza della figlia di Nerone, Domnina. Santa Photinì convertì a Cristo sia Domnina che tutte le sue serve. Convertì anche un mago che le aveva portato del cibo avvelenato.

Trascorsero tre anni, e Nerone mandò in prigione a chiamare uno dei suoi servi che vi era stato rinchiuso. I messaggeri gli riferirono che i Santi Sebastiano, Photinos e Iosḗs, che erano stati accecati, avevano riacquistato la vista, e che la gente andava a visitarli per ascoltare la loro predicazione, e che in realtà tutta la prigione era stata trasformata in un luogo luminoso e profumato dove Dio era glorificato.

Nerone allora comandò che i Santi fossero crocifissi, e che i loro corpi nudi fossero percossi con fruste. Il quarto giorno l’Imperatore mandò dei servi a vedere se i martiri erano ancora vivi. Ma, avvicinandosi al luogo dei tormenti, i servi diventarono ciechi. Un Angelo del Signore liberò i martiri dalle croci e li guarì. I Santi ebbero pietà dei servi accecati e restituirono loro la vista con le loro preghiere al Signore. Coloro che furono guariti vennero a credere in Cristo e furono presto battezzati.

Infuriato, Nerone ordinò che la pelle fosse scorticata dal corpo di Santa Photinì, e poi che fosse gettata in un pozzo. A Sebastiano, Photinos e Iosḗs furono amputate le gambe, e furono gettati ai cani. Poi fu scorticata anche la loro pelle. Le sorelle di Santa Photinì subirono anch’esse terribili tormenti. Nerone ordinò ai soldati di tagliare loro i seni e poi di scorticarne la pelle. Esperto in crudeltà, l’Imperatore preparò il supplizio più doloroso per Santa Photida. I suoi piedi furono legati alle cime di due alberi che erano stati piegati fino a terra. Quando le corde furono tagliate, gli alberi si raddrizzarono di scatto, squarciando la martire. L’Imperatore ordinò che le altre fossero decapitate. Santa Photinì fu tirata fuori dal pozzo e rinchiusa in prigione per venti giorni.

Dopo questo, Nerone la fece condurre davanti a sé e le chiese se ora avrebbe ceduto e offerto sacrifici agli idoli. La coraggiosa Photinì sputò in faccia all’Imperatore. Deridendolo, disse: «O più empio tra i ciechi, uomo dissoluto e stolto! Pensi che io sia così illusa da acconsentire a rinunciare al mio Signore Cristo e invece offrire sacrifici a idoli che sono ciechi quanto te?»

Dopo aver udito tali parole, Nerone ordinò che la martire fosse di nuovo gettata nel pozzo. Là ella rese la sua anima a Dio (+ ca. 66).

Nell’uso greco Santa Photinì è commemorata il 26 febbraio.

A Costantinopoli vi erano due chiese dedicate a Santa Photinì, nelle quali avvenivano molti miracoli, specialmente la guarigione di malattie agli occhi.

La testa di Santa Photinì è custodita nel Monastero di Grigoriou sul Monte Athos.

Fotò

La santa Martire Photini (Photinḗ/Svetlana) la Samaritana, i suoi figli Victor (chiamato Photinos) e Iosḗs; e le sue sorelle Anatolḗ, Photó, Photida, Paraskevḗ, Kyriakḗ, la figlia di Nerone Domnina; e il martire Sebastiano.

La santa Martire Photini era la Samaritana con la quale il Salvatore parlò al pozzo di Giacobbe (Giovanni 4,5-42).

Al tempo dell’imperatore Nerone (54-68), che dimostrò un’eccessiva crudeltà contro i cristiani, santa Photini viveva a Cartagine con il figlio minore Iosḗs, e là predicava senza paura il Vangelo. Il figlio maggiore Victor combatteva valorosamente nell’esercito romano contro i barbari, e fu nominato comandante militare della città di Attalia (Asia Minore). In seguito, Nerone lo chiamò in Italia per arrestare e punire i cristiani.

Sebastiano, un funzionario in Italia, disse a san Victor: «So che tu, tua madre e tuo fratello siete seguaci di Cristo. Da amico ti consiglio di sottometterti alla volontà dell’imperatore. Se denunciarai dei cristiani, riceverai i loro beni. Io scriverò a tua madre e a tuo fratello, chiedendo loro di non predicare Cristo in pubblico. Che pratichino la loro fede in segreto».

San Victor rispose: «Voglio essere un predicatore del cristianesimo come mia madre e mio fratello». Sebastiano disse: «O Victor, sappiamo tutti quali sventure attendono te, tua madre e tuo fratello». Allora improvvisamente Sebastiano sentì un dolore acuto agli occhi. Rimase sbalordito, e il suo volto si fece cupo.

Per tre giorni giacque lì cieco, senza pronunciare una parola. Il quarto giorno dichiarò: «Il Dio dei cristiani è l’unico vero Dio». San Victor chiese perché Sebastiano avesse all’improvviso cambiato idea. Sebastiano rispose: «Perché Cristo mi sta chiamando». Presto fu battezzato, e immediatamente riacquistò la vista. Dopo aver visto il miracolo anche i servi di san Sebastiano furono battezzati.

La notizia giunse a Nerone, e questi ordinò che i cristiani fossero condotti da lui a Roma. Allora il Signore stesso apparve ai confessori e disse: «Non temete, perché io sono con voi. Nerone, e tutti quelli che lo servono, saranno vinti».

Il Signore disse a san Victor: «D’ora in poi il tuo nome sarà Photinos, perché per mezzo tuo molti saranno illuminati e crederanno in me». Poi il Signore disse ai cristiani di fortificare e incoraggiare san Sebastiano a perseverare fino alla fine. Tutte queste cose, e perfino avvenimenti futuri, furono rivelati a santa Photini. Ella lasciò Cartagine in compagnia di diversi cristiani e si unì ai confessori a Roma.

A Roma l’imperatore ordinò che i santi fossero condotti al suo cospetto e chiese loro se credevano veramente in Cristo. Tutti i confessori rifiutarono di rinnegare il Salvatore. Allora Nerone ordinò che fossero spezzate le giunture delle dita dei martiri. Durante i loro tormenti, i confessori non sentirono alcun dolore e le loro mani rimasero intatte.

Nerone ordinò che i santi Sebastiano, Photinos e Iosḗs fossero accecati e rinchiusi in prigione, e che santa Photini e le sue cinque sorelle Anatolḗ, Photó, Photida, Paraskevḗ e Kyriakḗ fossero mandate alla corte imperiale sotto la sorveglianza della figlia di Nerone, Domnina. Santa Photinḗ convertì a Cristo sia Domnina che tutti i suoi servi. Convertì anche un mago che le aveva portato del cibo avvelenato.

Trascorsero tre anni, e Nerone mandò in prigione a cercare uno dei suoi servi che vi era stato rinchiuso. I messaggeri gli riferirono che i santi Sebastiano, Photinos e Iosḗs, che erano stati accecati, avevano riacquistato la vista, e che la gente li andava a trovare per ascoltare la loro predicazione, e in effetti l’intera prigione era stata trasformata in un luogo luminoso e profumato, dove Dio veniva glorificato.

Nerone allora comandò che i santi fossero crocifissi, e che i loro corpi nudi fossero percossi con cinghie. Il quarto giorno l’imperatore mandò dei servi a vedere se i martiri erano ancora vivi. Ma, avvicinandosi al luogo dei tormenti, i servi divennero ciechi. Un Angelo del Signore liberò i martiri dalle loro croci e li guarì. I santi ebbero pietà dei servi accecati e, con le loro preghiere al Signore, ridonarono loro la vista. Quelli che furono guariti giunsero alla fede in Cristo e furono presto battezzati.

Furioso, Nerone ordinò che la pelle fosse scorticata dal corpo di santa Photini, e poi che fosse gettata in un pozzo. A Sebastiano, Photinos e Iosḗs furono amputate le gambe, e furono gettati ai cani. Poi fu scorticata anche la loro pelle. Le sorelle di santa Photini subirono anch’esse terribili tormenti. Nerone ordinò ai soldati di tagliare loro i seni, e poi di scorticare la loro pelle. Esperto in crudeltà, l’imperatore preparò il supplizio più doloroso per santa Photida. I suoi piedi furono legati alle cime di due alberi che erano stati piegati fino a terra. Quando le corde furono tagliate, gli alberi scattarono verso l’alto, facendo a pezzi la martire. L’imperatore ordinò che le altre fossero decapitate. Santa Photini fu tirata fuori dal pozzo e rinchiusa in prigione per venti giorni.

Dopo di ciò Nerone la fece condurre al suo cospetto e chiese se ora si sarebbe arresa e avrebbe offerto sacrifici agli idoli. La coraggiosa Photini sputò in faccia all’imperatore. Prendendolo in giro, disse: «O il più empio dei ciechi, uomo dissoluto e stolto! Pensi che io sia così illusa da acconsentire a rinnegare il mio Signore Cristo e invece offrire sacrifici a idoli che sono ciechi quanto te?»

Dopo aver udito tali parole, Nerone ordinò che la martire fosse gettata di nuovo nel pozzo. Là ella rese la sua anima a Dio (+ ca. 66).

Nell’uso greco santa Photini è commemorata il 26 febbraio.

A Costantinopoli c’erano due chiese dedicate a santa Photini, nelle quali avvenivano molti miracoli, in particolare la guarigione delle malattie degli occhi.

La testa di santa Photini è conservata nel Monastero Grigoriou sul Monte Athos.

Fotida

La Santa Martire Fotini (Photinḗ/Svetlana) la Samaritana, i suoi figli Vittore (chiamato Photinos) e Iosḗs; e le sue sorelle Anatolḗ, Photó, Fotida, Paraskevḗ, Kyriakḗ, la figlia di Nerone Domnina; e il Martire Sebastiano.

La santa Martire Fotini era la Samaritana con la quale il Salvatore conversò al Pozzo di Giacobbe (Giovanni 4,5-42).

Al tempo dell’Imperatore Nerone (54-68), che mostrò una crudeltà eccessiva contro i cristiani, Santa Fotini viveva a Cartagine con il figlio più giovane Iosḗs e là predicava senza paura il Vangelo. Il suo figlio maggiore Vittore combatteva valorosamente nell’esercito romano contro i barbari, e fu nominato comandante militare della città di Attalia (Asia Minore). Più tardi, Nerone lo chiamò in Italia per arrestare e punire i cristiani.

Sebastiano, un funzionario in Italia, disse a San Vittore: «So che tu, tua madre e tuo fratello siete seguaci di Cristo. Come amico ti consiglio di sottometterti alla volontà dell’Imperatore. Se denuncerai dei cristiani, riceverai le loro ricchezze. Scriverò a tua madre e a tuo fratello, chiedendo loro di non predicare Cristo in pubblico. Che pratichino la loro fede in segreto».

San Vittore rispose: «Voglio essere predicatore del Cristianesimo come mia madre e mio fratello». Sebastiano disse: «O Vittore, sappiamo tutti quali mali attendono te, tua madre e tuo fratello». Allora Sebastiano sentì all’improvviso un dolore acuto negli occhi. Rimase sbalordito, e il suo volto si fece cupo.

Per tre giorni giacque là cieco, senza proferire parola. Il quarto giorno dichiarò: «Il Dio dei cristiani è l’unico vero Dio». San Vittore chiese perché Sebastiano avesse improvvisamente cambiato idea. Sebastiano rispose: «Perché Cristo mi sta chiamando». Fu ben presto battezzato, e recuperò immediatamente la vista. Dopo aver visto il miracolo, anche i servi del Santo Sebastiano furono battezzati.

La notizia giunse a Nerone, e questi comandò che i cristiani fossero condotti da lui a Roma. Allora il Signore stesso apparve ai confessori e disse: «Non temete, perché Io sono con voi. Nerone, e tutti coloro che lo servono, saranno vinti».

Il Signore disse a San Vittore: «D’ora innanzi il tuo nome sarà Photinos, perché per mezzo tuo molti saranno illuminati e crederanno in Me». Il Signore quindi disse ai cristiani di fortificare e incoraggiare San Sebastiano a perseverare fino alla fine. Tutte queste cose, e perfino eventi futuri, furono rivelati a Santa Fotini. Ella lasciò Cartagine in compagnia di diversi cristiani e si unì ai confessori a Roma.

A Roma l’Imperatore ordinò che i Santi fossero condotti al suo cospetto e domandò loro se davvero credessero in Cristo. Tutti i confessori rifiutarono di rinnegare il Salvatore. Allora Nerone ordinò che fossero spezzate le giunture delle dita dei martiri. Durante i loro tormenti, i confessori non sentirono alcun dolore, e le loro mani rimasero intatte.

Nerone ordinò che i Santi Sebastiano, Photinos e Iosḗs fossero accecati e rinchiusi in prigione, e che Santa Fotini e le sue cinque sorelle Anatolḗ, Photó, Fotida, Paraskevḗ e Kyriakḗ fossero inviate alla corte imperiale sotto la sorveglianza della figlia di Nerone, Domnina. Santa Photinḗ convertì a Cristo sia Domnina che tutte le sue serve. Convertì anche un mago che le aveva portato del cibo avvelenato.

Passarono tre anni, e Nerone mandò alla prigione per uno dei suoi servi, che era stato rinchiuso. I messaggeri gli riferirono che i Santi Sebastiano, Photinos e Iosḗs, che erano stati accecati, avevano riacquistato la vista, e che la gente li andava a trovare per ascoltare la loro predicazione, e in realtà tutta la prigione era stata trasformata in un luogo luminoso e profumato, dove Dio era glorificato.

Nerone allora comandò che i Santi fossero crocifissi, e che i loro corpi nudi fossero percossi con cinghie. Il quarto giorno l’Imperatore mandò dei servi a vedere se i martiri fossero ancora vivi. Ma, avvicinandosi al luogo dei tormenti, i servi divennero ciechi. Un Angelo del Signore liberò i martiri dalle loro croci e li guarì. I Santi ebbero pietà dei servi accecati e ristabilirono la loro vista con le loro preghiere al Signore. Quelli che furono guariti vennero alla fede in Cristo e furono ben presto battezzati.

Infuriato, Nerone ordinò che fosse scorticata la pelle dal corpo di Santa Fotini e che poi fosse gettata in un pozzo. A Sebastiano, Photinos e Iosḗs furono amputate le gambe, e furono gettati ai cani. Poi anche la loro pelle fu scorticata. Le sorelle di Santa Fotini subirono anch’esse terribili tormenti. Nerone ordinò ai soldati di tagliare loro i seni, e poi di scorticarne la pelle. Esperto nella crudeltà, l’Imperatore preparò il supplizio più doloroso per Santa Fotida. I suoi piedi furono legati alle cime di due alberi che erano stati piegati fino a terra. Quando le corde furono tagliate, gli alberi balzarono in alto, lacerando la martire. L’Imperatore ordinò che le altre fossero decapitate. Santa Fotini fu tirata fuori dal pozzo e rinchiusa in prigione per venti giorni.

Dopo ciò Nerone la fece condurre a sé e le chiese se ora avrebbe ceduto e offerto sacrifici agli idoli. La coraggiosa Fotini sputò in faccia all’Imperatore. Deridendolo, disse: «O più empio fra i ciechi, tu, dissoluto e stolto uomo! Pensi che io sia così illusa da acconsentire a rinnegare il mio Signore Cristo e invece offrire sacrifici a idoli che sono ciechi quanto te?»

Dopo aver udito tali parole, Nerone ordinò che la martire fosse nuovamente gettata nel pozzo. Là rese la sua anima a Dio (+ ca. 66).

Nell’uso greco Santa Fotini è commemorata il 26 febbraio.

A Costantinopoli c’erano due chiese dedicate a Santa Fotini, dove avvenivano molti miracoli, specialmente guarigioni di malattie degli occhi.

La testa di Santa Fotini è conservata al Monastero di Grigoriou sul Monte Athos.

Domenica

Domnina mm.

La santa Martire Photinì (Photinḗ/Svetlana) la Samaritana, i suoi figli Victor (chiamato Photinos) e Iosḗs; e le sue sorelle Anatolḗ, Photó, Photida, Paraskevḗ, Kyriakḗ, la figlia di Nerone Domnina; e il Martire Sebastian.

La santa Martire Photinì era la Samaritana con la quale il Salvatore conversò al Pozzo di Giacobbe (Giov. 4,5-42).

Al tempo dell’imperatore Nerone (54-68), che manifestò un’eccessiva crudeltà contro i cristiani, santa Photinì viveva a Cartagine con il figlio minore Iosḗs, e là predicava senza paura il Vangelo. Il suo figlio maggiore Victor combatteva valorosamente nell’esercito romano contro i barbari, ed era stato nominato comandante militare della città di Attalia (Asia Minore). In seguito, Nerone lo chiamò in Italia per arrestare e punire i cristiani.

Sebastian, un funzionario in Italia, disse a san Victor: «So che tu, tua madre e tuo fratello siete seguaci di Cristo. Come amico ti consiglio di sottometterti alla volontà dell’imperatore. Se denunci dei cristiani, riceverai le loro ricchezze. Scriverò a tua madre e a tuo fratello, chiedendo loro di non predicare Cristo in pubblico. Che pratichino la loro fede in segreto».

San Victor rispose: «Voglio essere un predicatore del cristianesimo come mia madre e mio fratello». Sebastian disse: «O Victor, sappiamo tutti quali sciagure attendono te, tua madre e tuo fratello». Allora Sebastian sentì improvvisamente un dolore acuto agli occhi. Rimase sbalordito e il suo volto si fece fosco.

Per tre giorni giacque là cieco, senza pronunciare una parola. Il quarto giorno dichiarò: «Il Dio dei cristiani è l’unico vero Dio». San Victor chiese perché Sebastian avesse improvvisamente cambiato idea. Sebastian rispose: «Perché Cristo mi sta chiamando». Ben presto fu battezzato, e immediatamente riacquistò la vista. Dopo aver visto il miracolo, anche i servi di san Sebastian furono battezzati.

La notizia giunse a Nerone, che ordinò che i cristiani gli fossero condotti a Roma. Allora lo stesso Signore apparve ai confessori e disse: «Non temete, perché Io sono con voi. Nerone, e tutti coloro che lo servono, saranno vinti».

Il Signore disse a san Victor: «D’ora in avanti, il tuo nome sarà Photinos, perché per mezzo di te molti saranno illuminati e crederanno in me». Il Signore poi disse ai cristiani di fortificare e incoraggiare san Sebastian a perseverare fino alla fine. Tutte queste cose, e persino gli eventi futuri, furono rivelati a santa Photinì. Ella lasciò Cartagine in compagnia di diversi cristiani e si unì ai confessori a Roma.

A Roma l’imperatore ordinò che i Santi gli fossero condotti davanti e chiese loro se davvero credessero in Cristo. Tutti i confessori si rifiutarono di rinnegare il Salvatore. Allora Nerone ordinò che fossero spezzate le articolazioni delle dita dei martiri. Durante i tormenti, i confessori non provarono alcun dolore, e le loro mani rimasero illese.

Nerone ordinò che i santi Sebastian, Photinos e Iosḗs fossero accecati e rinchiusi in prigione, e che santa Photinì e le sue cinque sorelle Anatolḗ, Photó, Photida, Paraskevḗ e Kyriakḗ fossero mandate alla corte imperiale sotto la supervisione della figlia di Nerone, Domnina. Santa Photinì convertì a Cristo sia Domnina che tutti i suoi servi. Convertì anche un incantatore, che le aveva portato del cibo avvelenato.

Trascorsero tre anni, e Nerone mandò in prigione a prendere uno dei suoi servi che vi era stato rinchiuso. I messaggeri gli riferirono che i santi Sebastian, Photinos e Iosḗs, che erano stati accecati, avevano riacquistato la vista, e che la gente li andava a trovare per ascoltare la loro predicazione, e che addirittura l’intera prigione era stata trasformata in un luogo luminoso e profumato dove Dio veniva glorificato.

Allora Nerone comandò che i Santi fossero crocifissi, e che i loro corpi nudi fossero battuti con fruste. Il quarto giorno l’imperatore mandò dei servi a vedere se i martiri fossero ancora vivi. Ma, avvicinandosi al luogo dei tormenti, i servi divennero ciechi. Un Angelo del Signore liberò i martiri dalle loro croci e li guarì. I Santi ebbero compassione dei servi accecati e, con le loro preghiere al Signore, restituirono loro la vista. Quelli che furono guariti vennero a credere in Cristo e furono presto battezzati.

Infuriato, Nerone ordinò che fosse scorticata la pelle dal corpo di santa Photinì, e poi che fosse gettata in un pozzo. A Sebastian, Photinos e Iosḗs furono amputate le gambe, e furono gettati ai cani. Poi fu loro scorticata la pelle. Le sorelle di santa Photinì subirono anch’esse orribili tormenti. Nerone ordinò ai soldati di tagliare loro i seni, e poi di scorticarle. Esperto in crudeltà, l’imperatore preparò il supplizio più doloroso per santa Photida. I suoi piedi furono legati alle cime di due alberi che erano stati piegati fino a terra. Quando le corde furono recise, gli alberi scattarono verso l’alto, squarciando la martire. L’imperatore ordinò che le altre fossero decapitate. Santa Photinì fu tirata fuori dal pozzo e rinchiusa in prigione per venti giorni.

Dopo questo, Nerone la fece condurre davanti a sé e chiese se ora si sarebbe piegata a offrire sacrifici agli idoli. La coraggiosa Photinì sputò in faccia all’imperatore. Schernendolo, disse: «O il più empio dei ciechi, uomo dissoluto e stolto! Credi che io sia così illusa da acconsentire a rinnegare il mio Signore Cristo e invece offrire sacrifici a idoli che sono ciechi quanto lo sei tu?»

Dopo aver ascoltato tali parole, Nerone ordinò che la martire fosse di nuovo gettata nel pozzo. Là ella consegnò la sua anima a Dio (+ ca. 66).

Nell’uso greco santa Photinì è commemorata il 26 febbraio.

A Costantinopoli c’erano due chiese dedicate a santa Photinì, nelle quali avvenivano molti miracoli, in particolare la guarigione delle malattie degli occhi.

Il capo di santa Photinì è conservato nel Monastero Grigoriou sul Monte Athos.

con Sebastiano m.

La santa martire Photiní (Photinḗ/Svetlana) la Samaritana, i suoi figli Vittore (chiamato Photinos) e Iosḗs; e le sue sorelle Anatolḗ, Photó, Photida, Paraskevḗ, Kyriakḗ, la figlia di Nerone, Domnina; e il martire Sebastiano.

La santa martire Photiní era la Samaritana con la quale il Salvatore conversò al Pozzo di Giacobbe (Gv 4,5-42).

Al tempo dell’imperatore Nerone (54-68), che manifestò un’eccessiva crudeltà contro i cristiani, Santa Photiní viveva a Cartagine con il figlio minore Iosḗs, e lì predicava senza paura il Vangelo. Il figlio maggiore Vittore combatteva valorosamente nell’esercito romano contro i barbari, e fu nominato comandante militare della città di Attalia (Asia Minore). Più tardi Nerone lo chiamò in Italia per arrestare e punire i cristiani.

Sebastiano, un funzionario in Italia, disse a San Vittore: «Io so che tu, tua madre e tuo fratello siete seguaci di Cristo. Come amico ti consiglio di sottometterti alla volontà dell’imperatore. Se denuncerai dei cristiani, riceverai i loro beni. Scriverò a tua madre e a tuo fratello, chiedendo loro di non predicare Cristo in pubblico. Lascia che pratichino la loro fede in segreto».

San Vittore rispose: «Io voglio essere un predicatore del Cristianesimo come mia madre e mio fratello». Sebastiano disse: «O Vittore, noi sappiamo tutti quali sventure attendono te, tua madre e tuo fratello». Allora improvvisamente Sebastiano sentì un dolore acuto agli occhi. Rimase sbigottito, e il suo volto si fece cupo.

Per tre giorni giacque cieco, senza proferire parola. Il quarto giorno dichiarò: «Il Dio dei cristiani è l’unico vero Dio». San Vittore chiese perché Sebastiano avesse improvvisamente cambiato idea. Sebastiano rispose: «Perché Cristo mi sta chiamando». Ben presto fu battezzato, e subito riacquistò la vista. Dopo aver visto il miracolo, anche i servi di San Sebastiano furono battezzati.

La notizia giunse a Nerone, ed egli ordinò che i cristiani fossero condotti da lui a Roma. Allora lo stesso Signore apparve ai confessori e disse: «Non temete, perché Io sono con voi. Nerone, e tutti quelli che lo servono, saranno vinti».

Il Signore disse a San Vittore: «D’ora in poi il tuo nome sarà Photinos, perché per mezzo di te molti saranno illuminati e crederanno in Me». Il Signore poi disse ai cristiani di fortificare e incoraggiare San Sebastiano a perseverare fino alla fine. Tutte queste cose, e perfino eventi futuri, furono rivelati a Santa Photiní. Ella lasciò Cartagine in compagnia di diversi cristiani e si unì ai confessori a Roma.

A Roma l’imperatore ordinò che i Santi fossero condotti al suo cospetto e domandò loro se veramente credessero in Cristo. Tutti i confessori rifiutarono di rinnegare il Salvatore. Allora Nerone ordinò che fossero spezzate le giunture delle dita dei martiri. Durante i tormenti i confessori non provarono dolore, e le loro mani rimasero illese.

Nerone ordinò che i Santi Sebastiano, Photinos e Iosḗs fossero accecati e rinchiusi in prigione, e che Santa Photiní e le sue cinque sorelle Anatolḗ, Photó, Photida, Paraskevḗ e Kyriakḗ fossero mandate alla corte imperiale sotto la supervisione della figlia di Nerone, Domnina. Santa Photiní convertì a Cristo sia Domnina che tutti i suoi servi. Convertì anche un mago che le aveva portato del cibo avvelenato.

Trascorsero tre anni, e Nerone mandò in prigione a cercare uno dei suoi servi che vi era stato rinchiuso. I messaggeri gli riferirono che i Santi Sebastiano, Photinos e Iosḗs, che erano stati accecati, avevano riacquistato la vista, e che la gente andava a visitarli per ascoltare la loro predicazione, e che di fatto l’intera prigione era stata trasformata in un luogo luminoso e profumato, dove Dio era glorificato.

Nerone allora comandò che i Santi fossero crocifissi, e che i loro corpi nudi fossero battuti con corregge. Il quarto giorno l’imperatore mandò dei servi a vedere se i martiri fossero ancora vivi. Ma, avvicinandosi al luogo dei tormenti, i servi divennero ciechi. Un angelo del Signore liberò i martiri dalle loro croci e li guarì. I Santi ebbero pietà dei servi accecati e restituirono loro la vista con le loro preghiere al Signore. Coloro che furono guariti giunsero alla fede in Cristo e furono ben presto battezzati.

Infuriato, Nerone ordinò che fosse scorticata la pelle dal corpo di Santa Photiní, e poi che fosse gettata in un pozzo. A Sebastiano, Photinos e Iosḗs furono amputate le gambe e furono gettati ai cani. Poi fu scorticata anche la loro pelle. Le sorelle di Santa Photiní subirono anch’esse terribili tormenti. Nerone ordinò ai soldati di tagliare loro i seni, e poi di scorticarne la pelle. Esperto nella crudeltà, l’imperatore preparò l’esecuzione più dolorosa per Santa Photida. I suoi piedi furono legati alle cime di due alberi piegati fino a terra. Quando le corde furono tagliate, gli alberi scattarono verso l’alto, squarciando la martire. L’imperatore ordinò che le altre fossero decapitate. Santa Photiní fu tirata fuori dal pozzo e rinchiusa in prigione per venti giorni.

Dopo questo Nerone la fece condurre da lui e le chiese se ora si sarebbe piegata e avrebbe offerto sacrifici agli idoli. La coraggiosa Photiní gli sputò in faccia. Prendendolo in giro, disse: «O più empio dei ciechi, uomo dissoluto e stolto! Pensi che io sia così illusa da acconsentire a rinnegare il mio Signore Cristo e invece offrire sacrifici a idoli che sono ciechi quanto te?»

Dopo aver udito tali parole, Nerone ordinò che la martire fosse nuovamente gettata nel pozzo. Là ella consegnò la sua anima a Dio (+ ca. 66).

Nell’uso greco Santa Photiní è commemorata il 26 febbraio.

A Costantinopoli c’erano due chiese dedicate a Santa Photiní, dove avvenivano molti miracoli, in particolare la guarigione delle malattie degli occhi.

La testa di Santa Photiní è conservata nel Monastero Grigoriou sul Monte Athos.

Alessandra

Queste Sante vissero durante il regno dell’empio imperatore Massimiano, che fu co-imperatore con Diocleziano (286-305 e 307-308), e che iniziò una grande persecuzione contro i cristiani. In quel tempo, uomini e donne di ogni età confessavano Cristo e venivano messi a morte. Eseguendo il decreto del tiranno, ma prima di ucciderli, il suo emissario sottopose tutti i cristiani di Amisos (o Aminsos) 1 a terribili tormenti. Allora sette donne, dotate di virile coraggio, si presentarono davanti al governatore, condannandolo apertamente per la sua crudeltà e confessando Cristo come l’unico vero Dio. Poi chiamarono il governatore disumano, mostruoso e nemico della verità.

Il tiranno si infuriò e ordinò che fossero condotte in un luogo pubblico come spettacolo, dove furono percosse con verghe. Poi con le spade furono loro recisi i seni e, dopo averle sospese, tagliarono loro la pelle a tal punto che si vedevano le viscere. Infine furono gettate in una grande fornace ardente. Cantando e pregando, esse consegnarono le loro anime a Dio, dal Quale ricevettero le corone incorruttibili della loro gloriosa lotta. 2

1 Una città sulla sponda meridionale del Mar Nero (l’odierna Samsun, Turchia). Nell’antichità era una città della regione del Ponto. 2 Nel Menaion Teodora è chiamata Theodosia.

Claudia

Queste Sante vissero durante il regno dell’empio imperatore Massimiano, che fu co-imperatore con Diocleziano (286-305 e 307-308), il quale iniziò una grande persecuzione dei cristiani. In quel tempo, uomini e donne di ogni età confessavano Cristo e venivano messi a morte. Eseguendo il decreto del tiranno, ma prima di ucciderli, il suo emissario sottopose tutti i cristiani di Amisos (o Aminsos) 1 a tormenti orribili. Allora sette donne, dotate di virile coraggio, si presentarono al cospetto del governante, condannandolo audacemente per la sua crudeltà e confessando Cristo come l’unico vero Dio. Poi chiamarono il governante disumano, mostruoso e nemico della verità.

Il tiranno si infuriò e ordinò che fossero condotte in un luogo pubblico come spettacolo, dove furono percosse con verghe. Poi tagliarono loro i seni con spade e, dopo averle appese, ne incisero la pelle a tal punto che le viscere erano visibili. Infine, furono gettate in una grande fornace ardente. Cantando e pregando, consegnarono le loro anime a Dio, dal Quale ricevettero le corone incorruttibili della loro gloriosa lotta. 2

1 Una città sulla costa meridionale del Mar Nero (l’odierna Samsun, Turchia). Nell’antichità era una città della regione del Pontos. 2 Nel Menaion Teodora è chiamata Theodosia.

Eufrasia

Queste Sante vissero durante il regno dell’empio imperatore Massimiano, che fu imperatore congiunto con Diocleziano (286-305 e 307-308) e che iniziò una grande persecuzione dei cristiani. In quel tempo, uomini e donne di ogni età confessavano Cristo e venivano messi a morte. Eseguendo il decreto del tiranno, ma prima di ucciderli, il suo emissario sottopose tutti i cristiani di Amisos (o Aminsos) 1 a orribili tormenti. Allora sette donne, dotate di virile coraggio, si presentarono davanti al governatore, condannandolo audacemente per la sua crudeltà e confessando Cristo come il solo vero Dio. Poi chiamarono il governatore inumano, mostruoso e nemico della verità.

Il tiranno si infuriò e ordinò che fossero condotte in un luogo pubblico come spettacolo, dove furono percosse con delle verghe. Poi tagliarono loro i seni con delle spade e, dopo averle sospese, tagliarono la loro pelle a tal punto che le interiora erano visibili. Infine furono gettate in una grande fornace ardente. Cantando e pregando, consegnarono le loro anime a Dio, dal Quale ricevettero le incorrottibili corone del loro glorioso combattimento. 2

1 Una città sulla riva meridionale del Mar Nero (nell’odierna Samsun, Turchia). Nell’antichità era una città della regione del Ponto. 2 Nel Menaion Teodora è chiamata Teodosia.

Matrona

Queste Sante vissero durante il regno dell’empio imperatore Massimiano, che fu imperatore insieme a Diocleziano (286-305 e 307-308) e che iniziò una grande persecuzione contro i cristiani. In quel tempo uomini e donne di tutte le età confessavano Cristo e venivano messi a morte. Eseguendo il decreto del tiranno, ma prima di ucciderli, il suo emissario sottopose tutti i cristiani di Amisos (o Aminsos) 1 a tormenti orribili. Allora sette donne, dotate di virile coraggio, si presentarono davanti al governante, condannandolo arditamente per la sua crudeltà e confessando Cristo quale unico vero Dio. Lo chiamarono poi inumano, mostruoso e nemico della verità.

Il tiranno si adirò e ordinò che fossero condotte in un luogo pubblico come spettacolo, dove furono percosse con verghe. Poi furono loro recisi i seni con le spade e, dopo averle sospese, tagliarono loro la pelle a tal punto che si vedevano le interiora. Infine furono gettate in una grande fornace ardente. Cantando e pregando, esse resero le loro anime a Dio, dal Quale ricevettero le incorruttibili corone del loro glorioso combattimento. 2

1 Una città sulla costa meridionale del Mar Nero (l’odierna Samsun, Turchia). Nell’antichità era una città della regione del Ponto. 2 Nel Menaion Teodora è chiamata Theodosia.

Giuliana

Queste Sante vissero durante il regno dell’empio imperatore Massimiano, che fu co-imperatore con Diocleziano (286-305 e 307-308) e che iniziò una grande persecuzione contro i cristiani. In quel tempo uomini e donne di ogni età confessavano Cristo e venivano messi a morte. Eseguendo il decreto del tiranno, ma prima di ucciderli, il suo emissario sottopose tutti i cristiani di Amisos (o Aminsos) 1 a orribili tormenti. Allora sette donne, dotate di virile coraggio, si presentarono al cospetto del governatore, condannandolo audacemente per la sua crudeltà e confessando Cristo quale unico vero Dio. Poi chiamarono il governatore disumano, mostruoso e nemico della verità.

Il tiranno si infuriò e ordinò che fossero condotte in un luogo pubblico come spettacolo, dove furono percosse con delle verghe. Poi vennero loro recisi i seni con delle spade e, dopo averle sospese, fu lacerata loro la pelle a tal punto che si vedevano le viscere. Infine furono gettate in una grande fornace ardente. Cantando e pregando, resero le loro anime a Dio, dal Quale ricevettero le incorruttibili corone della loro gloriosa gara. 2

1 Una città sulla riva meridionale del Mar Nero (l’odierna Samsun, in Turchia). Nell’antichità era una città della regione del Ponto. 2 Nel Menaion Teodora è chiamata Theodosia.

Eufemia e Teodora vmm.

Queste Sante vissero durante il regno dell’empio imperatore Massimiano, che fu imperatore congiunto con Diocleziano (286-305 e 307-308), i quali iniziarono una grande persecuzione contro i cristiani. In quel tempo, uomini e donne di ogni età confessavano Cristo e venivano messi a morte. Eseguendo il decreto del tiranno, ma prima di ucciderli, il suo emissario sottopose tutti i cristiani di Amisos (o Aminsos) 1 a orribili tormenti. Allora sette donne, dotate di virile coraggio, si presentarono al governatore, condannandolo audacemente per la sua crudeltà e confessando Cristo come l’unico vero Dio. Poi chiamarono il governatore disumano, mostruoso e nemico della verità.

Il tiranno si infuriò e ordinò che fossero condotte in un luogo pubblico come spettacolo, dove furono percosse con verghe. Poi tagliarono loro i seni con le spade e, dopo averle sospese, tagliarono la loro pelle a tal punto che le loro viscere erano visibili. Infine, furono gettate in una grande fornace ardente. Cantando e pregando, consegnarono le loro anime a Dio, dal Quale ricevettero le incorruttibili corone della loro gloriosa lotta. 2

1 Una città sulla costa meridionale del Mar Nero (l’odierna Samsun, Turchia). Nell’antichità era una città della regione del Ponto. 2 Nel Menaion Teodora è chiamata Teodosia.

Niceta conf. arcivescovo di Apollonia

San Nikita il Confessore, Arcivescovo di Apollonias in Bitinia, era noto per la sua profonda conoscenza della Sacra Scrittura, ed era un uomo pio e benevolo. Durante il regno dell’imperatore iconoclasta Leone l’Armeno (813-820), il santo difese la venerazione delle sante icone, e per questo fu esiliato e morì in prigione.

Cutberto taum. della Gran Bretagna.

San Cutberto, taumaturgo della Gran Bretagna, nacque in Northumbria intorno al 634. Molto poche informazioni ci sono giunte sulla prima parte della vita di Cutberto, ma esiste una storia straordinaria che lo riguarda all’età di otto anni.

Da bambino, Cutberto amava i giochi e giocare con gli altri bambini. Riusciva a battere chiunque avesse la sua età, e persino alcuni più grandi di lui, nella corsa, nel salto, nella lotta e in altri esercizi. Un giorno lui e altri ragazzi si stavano divertendo mettendosi a testa in giù con i piedi in aria. Un bambino di circa tre anni rimproverò Cutberto per il suo comportamento sconveniente. «Sii ragionevole», disse, «e smetti con queste sciocche buffonate».

Cutberto e gli altri lo ignorarono, ma il bambino cominciò a piangere così pietosamente che fu impossibile calmarlo. Quando gli chiesero che cosa avesse, egli gridò: «O santo vescovo e sacerdote Cutberto, queste acrobazie sconvenienti, fatte per esibire la tua abilità atletica, non si addicono a te né alla dignità del tuo ufficio». Cutberto smise immediatamente ciò che stava facendo e cercò di consolare il bambino.

Sulla via del ritorno a casa, meditò sul significato di quelle strane parole. Da quel momento in avanti, Cutberto divenne più riflessivo e serio. Questo episodio ci rivela San Cutberto come il vaso prescelto di Dio (2 Tim 2,20-21), proprio come Samuele, Davide, Geremia, Giovanni il Battista e altri che, fin dalla prima età, furono destinati a servire il Signore.

In un’altra occasione, soffriva per un ginocchio ferito. Era molto gonfio e i muscoli erano così contratti che zoppicava e riusciva appena a poggiare il piede a terra. Un giorno un bell’uomo d’aspetto nobile, vestito di bianco, arrivò a cavallo nel luogo dove Cutberto era seduto al sole accanto alla casa. Lo straniero chiese cortesemente se il ragazzo lo avrebbe accolto come ospite. Cutberto rispose che, se solo non fosse stato ostacolato dalle sue ferite, non sarebbe stato lento nell’offrire ospitalità al suo ospite.

L’uomo scese da cavallo ed esaminò il ginocchio di Cutberto, consigliandolo di cuocere della farina di frumento con il latte e di spalmare la calda pasta sul ginocchio dolorante. Dopo che lo straniero se ne fu andato, gli venne in mente che quell’uomo fosse in realtà un angelo inviato da Dio. Alcuni giorni dopo, era completamente guarito. Da allora in poi, come San Cutberto rivelò negli anni successivi a pochi amici fidati, egli ricevette sempre aiuto dagli angeli ogni volta che pregava Dio nelle situazioni disperate.

Nella sua Vita in prosa di San Cutberto, San Beda di Jarrow (27 maggio) ricorda agli scettici che non è cosa sconosciuta che un angelo appaia a cavallo, citando 2 Maccabei 11,6-10 e 4 Maccabei 4,10.

Quando il santo era ancora giovane, custodiva le pecore del suo padrone sulle colline di Lammermuir a sud di Edimburgo, vicino al fiume Leader. Una notte, mentre pregava, ebbe una visione di angeli che portavano l’anima di Sant’Aidan (31 agosto) in cielo in una sfera di fuoco. Cutberto svegliò gli altri pastori e raccontò loro ciò che aveva visto. Disse che doveva trattarsi dell’anima di un santo vescovo o di qualche altra grande persona. Alcuni giorni dopo essi seppero che il vescovo Aidan di Lindisfarne era spirato proprio all’ora in cui Cutberto aveva avuto la sua visione.

Da adulto, San Cutberto decise di abbandonare la vita nel mondo e di progredire verso cose migliori. Entrò nel monastero di Melrose nella valle del Tweed, dove fu ricevuto dall’abate San Boisil (23 febbraio). San Cutberto fu accolto nella comunità e si dedicò al servizio di Dio. I suoi digiuni e le sue veglie erano così straordinari che gli altri monaci ne restavano meravigliati. Trascorreva spesso intere notti in preghiera, e non mangiava nulla per giorni interi.

Chi può descrivere la sua vita angelica, la sua purezza o la sua virtù? Molto di ciò è conosciuto solo da Dio, poiché San Cutberto faticava in segreto per evitare la lode degli uomini.

Pochi anni dopo, San Eata (26 ottobre) scelse alcuni monaci di Melrose per vivere nel nuovo monastero di Ripon. Tra loro c’era San Cutberto. Sia Eata che Cutberto furono espulsi da Ripon e rimandati a Melrose nel 661 perché essi (e alcuni altri monaci) si rifiutarono di seguire il calcolo romano per la data della Pascha. La Chiesa celtica, che seguiva un computo diverso e più antico, resistette a lungo alle pratiche romane. Tuttavia, nel 664 il Sinodo di Whitby stabilì che le usanze romane erano superiori a quelle della Chiesa celtica e dovevano essere adottate da tutti. San Beda discute questa questione nella sua Storia Ecclesiastica del Popolo Inglese (Libro III, 25).

Dopo la morte di San Boisil, San Cutberto fu scelto come abate di Melrose, guidando i fratelli con le sue parole e con il suo esempio. Compié viaggi in tutta la regione circostante per incoraggiare i cristiani e per predicare il Vangelo a coloro che non l’avevano mai udito. A volte rimaneva lontano dal monastero per un mese intero, insegnando e predicando. Operò anche molti miracoli, guarendo i malati e liberando coloro che erano posseduti dai demoni.

Nel 664 Cutberto si recò con San Eata a Lindisfarne ed estese il suo campo d’azione per includere gli abitanti del Northumberland e di Durham. Presto San Eata nominò Cutberto priore di Lindisfarne (Holy Island). In quel tempo entrambi i monasteri erano sotto la giurisdizione di San Eata. Mentre si trovava a Lindisfarne, San Cutberto continuò la sua abitudine di visitare il popolo semplice per ispirarlo a cercare il Regno dei Cieli.

Benché alcuni monaci preferissero il loro modo di vita negligente alla regola monastica, San Cutberto a poco a poco li riportò a una migliore disposizione d’animo. All’inizio dovette sopportare molte discussioni e insulti, ma alla fine li condusse all’obbedienza attraverso la sua pazienza e le sue dolci ammonizioni. Aveva una grande sete di giustizia e perciò non esitava a correggere coloro che sbagliavano. Tuttavia, la sua mitezza lo rendeva pronto a perdonare quanti si pentivano. Quando le persone si confessavano a lui, spesso piangeva in simpatia per la loro debolezza. Mostrava loro anche come riparare i propri peccati compiendo egli stesso le loro penitenze.

San Cutberto fu un vero padre per i suoi monaci, ma la sua anima anelava alla completa solitudine, così andò a vivere su una piccola isola (Isola di San Cutberto), a breve distanza da Lindisfarne. Dopo aver riportato vittoria sui demoni mediante la preghiera e il digiuno, il santo decise di allontanarsi ancora di più dai suoi simili. Nel 676 si ritirò a Inner Farne, un luogo ancora più remoto. San Cutberto costruì una piccola cella che non poteva essere vista dalla terraferma. Pochi metri più in là, costruì una casa per gli ospiti che giungevano da Lindisfarne. Qui rimase per quasi nove anni.

Un sinodo a Twyford, presieduto dal santo arcivescovo Teodoro (19 settembre), elesse Cutberto vescovo di Hexham nel 684. Furono inviate lettere e messaggeri per informarlo della decisione del sinodo, ma egli si rifiutò di lasciare la sua solitudine. Il re Ecgfrith e il vescovo Trumwine (10 febbraio) andarono da lui di persona, supplicandolo nel nome di Cristo di accettare. Infine, San Cutberto uscì e andò con loro al sinodo. Con grande riluttanza, si sottomise alla volontà del sinodo e accettò l’ufficio di vescovo. Quasi subito, scambiò la propria sede con quella di San Eata e divenne vescovo di Lindisfarne, mentre San Eata andò a Hexham.

Il vescovo Cutberto rimase umile come era stato prima della sua consacrazione, evitando gli abiti sfarzosi e vestendo con semplicità. Esercitò il suo ufficio con dignità e affabilità, continuando a vivere come monaco. La sua virtù e la santità della sua vita non fecero che accrescere l’autorità della sua posizione.

La sua vita come vescovo di Lindisfarne fu molto simile a quando era priore di quel monastero. Si dedicò al suo gregge, predicando e visitando il popolo in tutta la sua diocesi, scacciando i demoni e guarendo ogni sorta di malattie. Tuttavia, servì come vescovo solo per due anni.

Una volta, San Cutberto fu invitato a Carlisle per ordinare sette diaconi al santo sacerdozio. Il santo sacerdote Hereberht viveva in solitudine su un’isola in quella regione. Avendo saputo che il suo amico spirituale Cutberto si trovava a Carlisle, andò a vederlo per discutere con lui di questioni spirituali. San Cutberto gli disse che avrebbe dovuto chiedergli tutto ciò che avesse bisogno di chiedere, poiché non si sarebbero più rivisti in questa vita. Quando seppe che San Cutberto sarebbe morto presto, Hereberht cadde ai suoi piedi e pianse. Per disposizione divina, i due uomini sarebbero morti lo stesso giorno.

Benché avesse solo poco più di cinquant’anni, San Cutberto sentì che si avvicinava il momento della sua morte. Depose i suoi doveri arcivescovili e si ritirò nella solitudine di Inner Farne poco dopo la festa della Natività del Signore nel 686 per prepararsi. In un primo tempo fu in grado di ricevere visitatori da Lindisfarne, ma gradualmente si indebolì e non fu più in grado di scendere fino allo sbarcadero per salutarli.

La sua ultima malattia sopraggiunse il 27 febbraio 687. Il pio sacerdote Herefrith (più tardi abate di Lindisfarne) venne a fargli visita quella mattina. Quando fu pronto a ripartire, chiese a San Cutberto la sua benedizione per tornare. Il santo rispose: «Fa’ come intendi. Sali sulla tua barca e ritorna a casa sano e salvo».

San Cutberto diede anche a padre Herefrith istruzioni per la sua sepoltura. Chiese di essere deposto a riposo a oriente della croce che egli stesso aveva innalzato. Gli disse dove trovare una bara di pietra nascosta sotto il manto erboso. «Mettete il mio corpo in essa», disse, «e avvolgetelo nel panno che troverete lì». Il panno era un dono della badessa Verca, ma San Cutberto lo riteneva troppo fine per essere indossato. Per affetto verso di lei, lo conservò perché fosse usato come suo sudario.

Padre Herefrith desiderava inviare alcuni fratelli a prendersi cura del vescovo morente, ma San Cutberto non lo permise. «Andate ora, e tornate al momento opportuno».

Quando Herefrith chiese quando sarebbe stato quel momento, San Cutberto rispose: «Quando Dio vorrà. Egli ve lo mostrerà».

Herefrith tornò a Lindisfarne e disse ai fratelli di pregare per il sofferente Cutberto. Le tempeste impedirono ai fratelli di tornare a Inner Farne per cinque giorni. Quando finalmente sbarcarono là, trovarono il santo seduto sulla spiaggia vicino alla casa degli ospiti. Disse loro che era uscito affinché, quando fossero arrivati per prendersi cura di lui, non dovessero andare fino alla sua cella per trovarlo. Era stato seduto lì per cinque giorni e cinque notti, senza mangiare altro che cipolle. Rivelò anche che durante quei cinque giorni era stato assalito dai demoni più duramente che mai.

Questa volta, San Cutberto acconsentì che alcuni dei fratelli lo assistessero. Uno di questi era il suo servo personale, il sacerdote Beda. Chiese in particolare che il monaco Walhstod rimanesse con lui per aiutare Beda a prendersi cura di lui. Padre Herefrith tornò a Lindisfarne e informò i fratelli del desiderio di Cutberto di essere sepolto sulla sua isola.

Herefrith e gli altri, tuttavia, volevano seppellirlo nella loro chiesa con il dovuto onore. Pertanto Herefrith tornò da Cutberto e chiese il permesso di farlo. San Cutberto disse che voleva essere sepolto là, nel luogo delle sue lotte spirituali, e fece notare che la pace dei fratelli sarebbe stata turbata dal numero di pellegrini che sarebbero venuti a Lindisfarne per venerare la sua tomba.

Herefrith insistette che avrebbero sopportato volentieri ogni disagio per amore di Cutberto. Infine, il vescovo acconsentì a essere sepolto nella chiesa di Lindisfarne affinché i monaci lo avessero sempre con loro, e perché potessero anche decidere quali estranei avrebbero avuto il permesso di visitare la sua tomba.

San Cutberto divenne sempre più debole, così i monaci lo riportarono nella sua cella. Nessuno vi era mai entrato, perciò si fermarono alla porta e chiesero che almeno uno di loro fosse ammesso a provvedere ai suoi bisogni. Cutberto chiese che Walhstod entrasse con lui. Ora, Walhstod soffriva di dissenteria da lungo tempo. Benché fosse malato, accettò di prendersi cura di Cutberto. Non appena toccò il santo vescovo, la sua malattia lo lasciò. Benché fosse malato e prossimo alla morte, San Cutberto guarì il suo servo Walhstod. In modo sorprendente, la potenza spirituale del santo uomo non era menomata dalla sua debolezza corporale. Verso le tre del pomeriggio Walhstod uscì e annunziò che il vescovo desiderava che essi entrassero.

Padre Herefrith chiese a Cutberto se avesse qualche ultima istruzione per i monaci. Egli parlò di pace e di armonia, mettendoli in guardia contro coloro che alimentavano l’orgoglio e la discordia. Sebbene li incoraggiasse ad accogliere i visitatori e a offrire loro ospitalità, li ammonì anche di non avere alcun rapporto con gli eretici o con coloro che conducevano una vita malvagia. Disse loro di imparare gli insegnamenti dei Padri e di metterli in pratica, e di attenersi alla regola monastica che egli aveva insegnato loro.

Dopo aver trascorso la sera in preghiera, San Cutberto si sedette e ricevette la Santa Comunione da padre Herefrith. Consegnò la sua santa anima a Dio il 20 marzo 687, all’ora stabilita per l’ufficio notturno.

Undici anni dopo, la tomba di San Cutberto fu aperta e le sue reliquie furono trovate incorrotte. Nel IX secolo, le reliquie furono trasferite a Norham, poi di nuovo a Lindisfarne. A causa della minaccia delle incursioni vichinghe, il corpo di San Cutberto fu spostato da un luogo all’altro per sette anni, affinché non fosse distrutto dagli invasori.

Le reliquie di San Cutberto furono trasferite a Chester-le-Street nel 995. Furono poi nuovamente spostate a causa di un’altra invasione vichinga e quindi portate a Durham per essere tenute al sicuro. Intorno al 1020 le reliquie dei Santi Beda (27 maggio), Aidan (31 agosto), Boisil (23 febbraio), Aebbe (25 agosto), Eadberht (6 maggio), Aethilwald (12 febbraio) e di altri santi associati a San Cutberto furono anch’esse portate a Durham.

La tomba fu riaperta il 24 agosto 1104, e le reliquie incorrotte e fragranti furono collocate nella cattedrale appena completata. Le reliquie degli altri santi sopra menzionati furono collocate in vari luoghi della chiesa. Il capo di Sant’Oswald di Northumbria (5 agosto), tuttavia, fu lasciato nella bara di San Cutberto.

Nel 1537 tre commissari del re Enrico VIII vennero a depredare la tomba e a profanare le reliquie. Il corpo di San Cutberto era ancora incorrotto e fu poi nuovamente sepolto. La tomba fu riaperta nel 1827. Nella cassa esterna fu trovata una pila di ossa, probabilmente le reliquie dei vari santi che erano state raccolte sette secoli prima e poi rimesse a posto dopo che i commissari protestanti ebbero completato il loro lavoro.

Nella cassa interna c’era uno scheletro avvolto in un sudario di lino e in cinque vesti. Nelle vesti fu trovata una croce d’oro e granati, probabilmente la croce pettorale di San Cutberto. Furono trovati anche un pettine d’avorio, un altare portatile di legno e argento, un omophorion (epitrachilion), pezzi di una bara di legno intagliato e altri oggetti. Essi possono essere visti oggi nella biblioteca del Dean and Chapter della cattedrale di Durham. La tomba fu nuovamente aperta nel 1899, e un esame scientifico determinò che le ossa erano quelle di un uomo sulla cinquantina, l’età di Cutberto al momento della sua morte.

Oggi le reliquie di San Cutberto (e il capo di Sant’Oswald) riposano sotto una semplice lastra di pietra nel luogo dell’originario santuario medievale nella Cappella dei Nove Altari, e le reliquie di San Beda riposano all’estremità opposta della cattedrale. Le reliquie e i tesori nella biblioteca rendono Durham un luogo adatto per la visita dei pellegrini.