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Sinassario | 4 settembre 2023

Set 3, 2023 | Sinassario

  • Memoria del Santo Ieromartire Giorgio Karastamatis (+ 1922)

Traduzione a cura di Joseph Giovanni Fumusa

Tratto da: https://www.johnsanidopoulos.com/2013/09/holy-hieromartyr-george-karastamatis.html

Di Pantelis Houlis

Padre Giorgio Karastamatis fu discendente di una delle più importanti famiglie nobili del villaggio di Agia Paraskevi, a Krini (Çeşme), proprietaria dell’arte della pesca, con vari grandi pescherecci.

Membro sposato del clero, fu parroco della fatiscente Chiesa dei Santi Quaranta Martiri, una delle tre parrocchie del villaggio. Una delle sue caratteristiche erano i suoi capelli dai ciuffi ricci che divennero il motivo del suo soprannome, “Cupola” (Τρούλο), perché lo facevano assomigliare alla cupola di una chiesa.

Aveva un grande amore per l’Antica Grecia e fu conoscitore e amante della gloriosa cultura bizantina.

Non si stancò mai di parlare con orgoglio delle sue origini, e i suoi tratti caratteristici furono la sua bontà, la sua gentilezza ed il suo amore cristiano altruista che sempre lo caratterizzarono fin dalla giovinezza agli ultimi momenti della sua vita terrena. Fu un sacerdote scrupoloso con un’eccellente formazione in scienze liturgiche ortodosse. Aveva una voce stupenda e conosceva la musica bizantina. Diplomato alla Scuola Krinaiki, fu amato da tutti i suoi compaesani.

Il suo zelo e il suo amore per il ministero ricevuto lo portarono a finire lentamente gli uffici divini e la Divina Liturgia ed i suoi compaesani lo criticavano con il soprannome “Οψιμάκι” a causa della sua tardività.

La prima persecuzione dei greci avvenne tra gli anni 1914 e 1919, e Padre Giorgio fu costretto a fuggire con la famiglia in Grecia, probabilmente a Chio come la maggior parte degli abitanti della regione.

L’amore per la sua terra assieme all’atteggiamento -in parte giustificato- dei greci lo ferirono profondamente mentre giungeva al tramonto della propria vita.

Quando tornarono, dopo l’apparente ripresa dai misfatti, l’Anziano decise di non andarsene mai più dal luogo che Dio gli aveva ordinato, così da lodarLo e glorificarLo.

Sfortunatamente, i disordini presto rifecero la loro comparsa ed i calmi ed operosi abitanti di Çeşme presero la via definitiva dei rifugiati e degli esiliati.

La brutalità dei turchi portò al colpo finale e pesante contro l’ellenismo, le cui ferite sono ancora oggi aperte nei ricordi di noi tutti. I villaggi di Çeşme furono abbandonati dalle famiglie che, dalle case in cui avevano lavorato per secoli, salvarono ciò che poterono di ciò che apparteneva loro.

Chio, la Grecia Settentrionale e Skiathos divennero il rifugio della maggior parte di essi.

Ancora oggi, i discendenti di queste famiglie sono il segno della memoria dei rifugiati lungo il corso degli anni.

I parenti di Padre Giorgio lo supplicarono disperatamente di seguirli, sapendo bene che questa volta era finita per davvero, che questa volta la rabbia dei turchi sarebbe stata totale e altamente letale.

(Per quanto ci è dato sapere, una famiglia Karastamatis composta da sette persone si trasferì a Skiathos e, successivamente da lì a Salonicco, ad eccezione di Stamatia e di suo fratello Giorgos Alexandridis della famiglia Karastamatis e la figlia più giovane, che morì. Forse a Salonicco e nelle circostanti aree dei rifugiati si stabilirono altri parenti.)

Padre Giorgio Karastamatis fu irremovibile, la sua brillante barba bianca come un ermellino era pronta a colorarsi del porpora del suo sangue ed egli era pronto ad essere incoronato re con la corona del martirio.

I guerriglieri, che causarono i peggiori disastri, stavano avvicinandosi a Çeşme e Karastamatis attendeva nel villaggio con altri due anziani, due barbieri di nome Giorgio M. (forse Makridakis) e Nikoli K. (forse Karakouda) come citato a pagina 660 del libro di Giannis D. Aikaterinis “ΧΑΜΕΝΕΣ ΠΑΤΡΙΔΕΣ – ΤΟ ΧΩΡΙΟ ΜΟΥ Η ΑΓΙΑ ΠΑΡΑΣΚΕΥΗ ΤΟΥ ΤΣΕΣΜΕ 1760-1922” (“Patrie Perdute – Il mio villaggio di Agia Paraskevi a Çeşme 1760-1922”)

I tre salutarono gli ultimi residenti di Agia Paraskevi e l’Anziano diede loro le sue sincere preghiere e la sua benedizione. Li aveva battezzati, li aveva uniti in matrimonio ed era stato al loro fianco come un vero ministro di amore. Il pastore lasciò andare il suo ragionevole gregge, mentre egli rimase indietro, irremovibile, pronto ad accettare la sofferenza e la morte in una terra ricca di santi come l’Asia Minore, in una seconda Caduta.

Domenica 4 Settembre 1922, una mattinata d’autunno, il silenzio che qualche ora prima avvolgeva il villaggio fu interrotto dal suono della campana. Questo messaggio crocifisso-risurrezionale suonò per l’ultima volta per il venerabile parroco dei Santi Quaranta Martiri.

Papas Giorgio si trovava lì, non volendo lasciare la sua parrocchia senza una Liturgia, nonostante le circostanze. La notte prima era giunto un gruppo di çete, guerriglieri turchi che formavano l’avanguardia ed erano un’unità militare informale usata da Kemal per sterminare i greci.

Indossando i paramenti sacri, iniziò a celebrare imperturbabilmente la Divina Liturgia, mentre gli altri due rimasero in preghiera, aspettandosi che la loro età avanzata sarebbe stata graziata dai turchi.

Furono momenti di apprensione, ed i due barbieri amici dell’Anziano trasalirono appena prima che i turchi entrassero in chiesa e riuscirono a fuggire e a nascondersi, come narrato dagli stessi.

Forse quel momento di pavidità mostrato dai due compagni gli ricordò dei Discepoli di Cristo nell’orto del Getsemani.

Forse gli ricordò il martirio dei Santi Quaranta Martiri nella cui chiesa aveva servito per anni. Quando si trovarono nel lago del loro martirio, uno di essi si scoraggiò e andò via e fu rimpiazzato da una sentinella di nome Aglaio, che aveva veduto in una visione le gloriose corone del martirio sopra le teste di quanti erano stati gettati nel lago ghiacciato.

L’umile Levita stava di fronte al Sacro Altare e non esitò a sacrificare l’Agnello. Poi vi furono delle urla, concitazione, colpi di arma da fuoco.

Il giorno passò, il sole si ritirò pieno di vergogna e di dolore, mentre Giorgio M. e Nikoli K. si azzardavano a lasciare il loro nascondiglio e ad avvicinarsi timidamente alla chiesa.

Il Santo Ieromartire Giorgio Karastamatis – come se macasse uno degli atleti dell’affresco dei Santi Quaranta Martiri – era lì, battezzato nel sangue del suo Lago di Sebaste, disteso davanti alle Porte Sante con il cranio aperto, come il nuovo Ieromartire Philoumenos del Pozzo di Giacobbe nel 1979. Così giunse nel Paradiso che egli aveva amato e servito senza lamentarsi fino al suo ultimo respiro.

Giorgio M., che era fuggito in barca da Capo Koumoudi a Chio, fu testimone di ciò che vide e visse e riportò la propria testimonianza come umile sinassario per il nuovo Ieromartire Giorgio Karastamatis.

(La nipote dello Ieromartire, mia nonna, Stamatia Alexandridi-Houlis della famiglia Karastamatis, giunse come profuga all’isola di Skiathos all’età di 12 anni. Inoltre, la madre di Nonna Stamatia, Maria Karastamati, aveva un fratello di nome Giorgio Karastamati che divenne monaco al Monte Athos con il nome di Simone.)

La morte di Papas Giorgio fu un Martirio, un sacrificio, persino un’offerta sull’altare celeste e un’altra gemma preziosa che adorna la grande corona di Cristo Re.

La morte martiriale del Santo Metropolita Crisostomo di Smirne è celebrata fin dal 1923, così come la memoria di quanti morirono durante la Catastrofe dell’Asia Minore. Il Patriarcato di Alessandria fu il primo a concedere l’onore, raccomandando a tutte le Chiese Ortodosse di inserirli in accordo con la tradizione cristiana ortodossa tra i neomartiri.

Il massacro dei greci non ebbe soltanto una connotazione razziale, perché in Asia Minore si registra una lunga ed illustre presenza di fanatismo religioso, poiché tutto ciò che era cristiano fu profanato e distrutto con foga. La coscienza ecclesiastica del popolo greco e la moltitudine di profughi in territorio greco riconobbero la santità di quanti perirono nella terra di Ionia. Per tutti questi, la chiesa governante non poté che accettare questa coscienza ecclesiastica comune come criterio ultimo di verità e la fede della pienezza della Chiesa.

“Il Santo Sinodo della Chiesa di Grecia, nella sua riunione, su suggerimento del fu Metropolita di Patrasso Nicodemo, nell’enciclica n. 2556 del 5 Luglio 1993, annovera nel coro dei Santi della Chiesa Ortodossa quanti furono martirizzati nel 1922 in Asia Minore – Vescovi, sacerdoti e laici.”

Anche il Santo Ieromartire Giorgio Karastamatis fu annoverato tra le schiere di questi Santi Martiti. Mentre celebrava la Divina Liturgia, trovò la morte per mano di un’orda di guerriglieri nel suo villaggio, Agia Paraskevi di Çeşme. Il suo coraggio nello stare di fronte al Santo Altare, l’Altare che sarebbe stato il luogo del suo maritio, fu una confessione di fede.

Onore e benedizioni a tutti coloro i quali discendono da quella denerazione attraverso gli anni. È un dovere sacro rendere onore a questo nuovo Ieromartire della fede durante la celebrazione di quanti morirono durante la Catastrofe dell’Asia Minore, la domenica prima dell’Esaltazione della Santa Croce, ma in particolare nel giorno in cui rese l’anima, il 4 Settembre. Gli abitanti del villaggio di Agia Paraskevi, che adesso si trovano a Chio, onorano questo Ieromartire come Santo attraverso le storie della loro tradizione; la piazza davanti la Chiesa di Santa Parasceve porta il suo nome.

Prego affinché San Giorgio benedica e dia salute a noi tutti, intercedendo presso di Lui affinché la stirpe dei greci non debba rivivere quei giorni dolorosi.

  •  memoria del santo Profeta e Legislatore MOSÈ, che vide Dio

a cura della Chiesa Greco-Ortodossa di San Paolo Apostolo dei Greci, Reggio di Calabria

Appartenente alla tribù di Levi, Mosè nacque in Egitto, allorché gli Ebrei erano al servizio del Faraone. Costui, temendo l’accrescimento e la prosperità crescente del popolo ebreo, che i suoi padri avevano accolto in Egitto per ringraziare Giuseppe, aveva dato l’ordine di massacrare tutti gli infanti maschi. Poiché la madre di Mosè non poteva accettare l’idea di farlo morire, pensò di affidarlo alla Provvidenza, deponendolo in un cesto che lasciò andare sulle acque del Nilo. Il bambino fu raccolto dalla figlia del Faraone, che gli diede il nome di Mosè, che significa << salvato dalle acque >>. Cresciuto come figlio stesso della principessa, egli superò ben presto tutta la saggezza e la conoscenza degli Egiziani. Arrivato all’età di quaranta anni, Mosè uccise un giorno un egiziano, che bastonava uno dei suoi fratelli di razza. Egli dovette allora fuggire nel paese di Madian per sfuggire agli inseguitori. Lì sposò Sefora, figlia del prete Jethro, ed ebbe da lei un figlio che chiamò Guerchom, che significa: << io sono straniero su una terra straniera >>. In questo esilio, lontano dal suo popolo, si preparava alla missione che Dio gli aveva riservato e conduceva al pascolo i greggi di suo suocero nella solitudine della montagna e del deserto, prima di divenire pastore del gregge spirituale di Dio. Fu durante questi soggiorni nel deserto che egli purificò il suo cuore e il suo spirito con la preghiera e la meditazione continua delle meraviglie di Dio. Un giorno che conduceva il suo gregge sulla montagna del Sinai (Oreb), Dio gli apparve per quanto è possibile ad un uomo vedere. Con i propri occhi Mosè vide in effetti un roveto che bruciava ed emanava una luce più brillante di quella del sole, ma non si consumava. Egli così ricevette una prefigurazione del grande mistero dell’incarnazione verginale e della una prefigurazione del grande mistero dell’incarnazione verginale e della venuta nella carne del nostro Salvatore che ha sconvolto le leggi della natura, preservandole in tutto.

Dopo quaranta anni trascorsi a Median, su ordine di Dio, Mosè ritornò in Egitto per liberare il popolo dalle tirannia del Faraone. Poiché egli aveva la parola difficile e temeva di assumere da solo questo incarico, Dio gli donò Aronne suo fratello come ausiliario, per servirgli da interprete presso il popolo. Ma il Faraone, con il cuore indurito per permesso di Dio, non voleva lasciar partire gli ebrei, che servivano come schiavi nei suoi lavori di costruzione. Dio allora colpì l’Egitto con i famosi dieci flagelli attraverso l’intermediario Mosè. Egli trasformò in sangue tutte le acque dell’Egitto, invase di cavallette il territorio del Faraone fin nella sua camera da letto, poi trasformò in insetti la polvere del deserto; ma poiché il Faraone comunque non lasciava partire il popolo, infestò d’insetti il paese, fece morire di peste tutto il bestiame, fece venire dei tumori gemmanti in pustole sugli animali e sugli Egiziani, fece cadere una pesante grandine mescolata a fulmini come giammai era successo prima, invase di nuovo il paese di cavallette innumerevoli che divoravano tutto al loro passaggio, ricopri l’Egitto di una spessa tenebra per tre giorni, e infine fece morire di notte tutti i primogeniti d’Egitto dopo il primogenito del Faraone, fino ai primogeniti dei suoi servitori e del su bestiame. Il Faraone, vinto dalla potenza di Dio, lasciò partire il popolo degli Ebrei, che portò con sé molte ricchezze d’Egitto. Su ordine di Mosè, Dio aprì il Mar Rosso perché il popolo potesse passare a piedi asciutti e lo richiuse sulle armate egiziane e sul Faraone che erano partiti alo loro inseguimento. Egli condusse così il suo popolo nel deserto per provarlo ed educarlo per quaranta anni al fine di prepararlo ai beni della Terra Promessa. Malgrado le innumerevoli trasgressioni e infedeltà degli Ebrei e la loro irresistibile tendenza a confidare negli idoli, opera delle loro mani, Dio non levò la sua benevolenza e portò pazienza grazie alla preghiera del suo servitore Mosè. Nel deserto il Signore mostrò attraverso numerosi miracoli la sua misericordia: fece discendere dal cielo la manna per nutrirli quanto desideravano, addolcì le acque amare, li guidò di giorno sottoforma di nuvola e di notte attraverso un bagliore, fece loro riportare vittoria su Amalek e le tribù barbare del deserto … Quando arrivarono presso la montagna del Sinai, Dio chiamò Mosè per salire da solo sulla cima, e gli si rivelò in una nube luminosa e al suono di trombe eclatanti. Mosè parlò a Dio come ad un amico e Dio gli rispose con colpi di fulmini. Durante questa terribile rivelazione della Sua gloria, il Signore insegnò al suo servitore i comandamenti della Legge santa. Mosè restò sulla montagna con Dio sulla montagna per quaranta giorni e quaranta notti, apprendendo tutto ciò che era necessario per acquistare la virtù e la conoscenza di Dio e ricevendo prescrizioni precise sulla costruzione del santuario terrestre ed il culto che si doveva rendere al Creatore dell’universo nell’attesa della sua manifestazione nella carne. Dopo aver ricevuto queste rivelazioni celesti in mezzo alla tenebra più luminosa che la luce sensibile, Mosè discese dalla montagna con la Legge data da Dio su due tavole di pietra. La luce divina aveva così profondamente penetrato il suo cuore che fuoriusciva dal suo corpo, e sul viso era così visibile che il popolo, non iniziato ai misteri di Dio, non poteva sopportare di guardarlo in viso. È perciò che Mosè dovette ricoprirsi d’un velo. Malgrado tutti questi segni e prodigi, gli Ebrei non cessarono di peccare e si allontanarono da Dio con l’idolatria. Mosè tuttavia non smise d’intercedere per il popolo e la sua compassione era così grande che sembrò egli stesso dubitare dell’assistenza di Dio quando l’acqua venne a mancare a Meriba. Su ordine di Dio egli colpì la roccia da cui uscì acqua viva; ma Dio gli annunciò che non sarebbe entrato nella Terra Promessa grondante di latte e miele, lui e tutti gli uomini della generazione che era uscita dall’Egitto e che tante volte aveva dubitato delle promesse divine. In effetti allorché Mosè raggiunse l’età di 120 anni gli ebrei si preparavano ad entrare nella Terra di Canaan, egli ricevette l’ordine di salire sul monte Abarim e di vedere da lontano la terra di Palestina verso la quale aveva condotto attraverso tante tribolazioni i giovani di Israele. È lì che egli morì e fu sepolto, senza che nessuno conoscesse mai il luogo preciso della sua sepoltura.

  • Memoria della nostra santa madre Rosalia di Palermo

Archimandrita Alessio Mandaniciota

Βella e interessante figura femminile dalla ricca personalità, vissuta a cavallo fra due ambienti diversi spiritualmente e culturalmente differenziati: eredità liturgica, ascetica e spirituale bizantina e realtà socio-politica normanna. Questa austera ed insieme dolce eremita nacque da facoltosa famiglia normanna: il padre Sinibald era un barone normanno, gradito al re di Sicilia, lei divenne dama di compagnia della regina Margherita, sposa del re Guglielmo I. Ebbe certamente imposto dal padre un nome normanno: Roslind (Rosalinda) latinizzato poi in Rosa-lia (rosa e giglio). Disgustata dalle tristi vicende del suo tempo si ritirò nel monastero greco di Santa Maria “la Dorata” (la Martorana), poi si fece eremita in un selvoso feudo di famiglia, aspro e selvaggio, la Quisquina, ai confini delle odierne province di Palermo e di Agrigento, dipendendo spiritualmente dal priorato italogreco di Melia (oggi ridotto ad un casale di campagna). Ottenuto quindi in donazione dalla corte reale l’uso dell’impervio e aspro monte Pellegrino, vi si trasferì in un’ampia grotta, alla cui imboccatura una chiesetta, officiata dal clero greco, era dedicata a san Nicola di Mira. Qui si spense il 4 Settembre 1170.

  • memoria della Santa Candida, la prima cristiana di Napoli, nel 78

Era un’anziana donna del paese, afflitta da una grave infermità; allorché l’apostolo Pietro passò dalla città campana per raggiungere Roma, la santa lo supplicò di guarirla, promettendogli in cambio la sua adesione al Cristianesimo. Pietro compì dunque un esorcismo, risanando finalmente la donna. A prodigio compiuto, Candida decise di convocare anche un suo amico malato, Aspreno, il quale ricevette anch’egli la guarigione da parte dell’apostolo, venendo infine nominato, al momento della sua partenza, vescovo di Napoli. Candida morì nel 78, probabilmente martire nella sua città natale, al tempo dell’imperatore Vespasiano (68-79).

Parte delle sue reliquie si custodiscono a Napoli, presso la Basilica di San Pietro ad Aram.

  • memoria della Santa ERMIONE, uno dei quattro figli dell’Apostolo Filippo, morta in pace

a cura della Chiesa Greco-Ortodossa di San Paolo Apostolo dei Greci, Reggio di Calabria

Tra i quattro figli dell’Apostolo Filippo, che secondo la testimonianza degli Atti degli Apostoli (Atti 21,8) erano vergini e profetizzavano, Ermione ed Eutichio partirono verso l’Asia Minore per raggiungere san Giovanni il Teologo. Ma arrivando là, non lo trovarono poiché si era trasferito in cielo. Così servirono al suo posto san Petronio, suo discepolo. Ermione conosceva l’arte medica, ma apprese così a guarire le anime e numerosi erano quelli che accorrevano da lei per trovare conforto. Quando l’imperatore Traiano venne da Roma e Efeso per lottare contro i Persiani, la reputazione di taumaturga e di profetessa di Ermione arrivò fino a lui e la fece comparire avanti al suo tribunale tentando di farle rinnegare Cristo; poiché non ci riuscì, la fece percuotere al viso per lungo tempo. La santa non badava ai colpi che le venivano dati, ella scoraggiava i suoi carnefici con la sua impassibilità e la sua gioia poiché vedeva il Cristo seduto in mezzo al tribunale sotto l’apparenza del suo padre spirituale Petronio. Ella profetizzò all’imperatore che avrebbe vinto i Persiani e che il potere, dopo la sua morte, sarebbe caduto nelle mani del suo generale Adriano (117); ciò che effettivamente successe qualche anno più tardi.

Poiché la fama sempre più crescente della santa era arrivata fino ad Adriano, costui la fece a sua volta chiamare avanti al suo tribunale, chiedendole quale fosse la sua età e la sua origine. Questa rispose:<< Il mio Cristo conosce quale sia la mia età e a quale patria appartengo >>. L’imperatore, colpito dalla sua audacia, la fece spogliare e crudelmente flagellare. Mentre la flagellavano sant’Ermione non cesso di rendere grazie a Dio che l’aveva resa degna di soffrire per Lui, e la sua bocca, al posto di grida di dolore, non proferiva che delle parti di Salmi. La sua risoluzione e la sua speranza nei beni celesti, promessi a quelli che avrebbero condotto fino alla fine il combattimento della fede, erano tali che nessuna tortura sembrava colpirla. Ciò aveva come effetto eccitare ancor più la rabbia dell’imperatore impotente. Nel momento in cui i carnefici si preparavano ad eseguire la sentenza finale e alzavano le spade per tagliare la testa di Ermione, essi ebbero ambedue le mani improvvisamente paralizzate. Ma, a immagine di Dio che spande la sua misericordia sui buoni come sui peccatori, la santa li guarì con la sua preghiera ed essi cedettero al Cristo. Essendo così sfuggita a tutte le imprese del diavolo, santa Ermione rimise in pace la sua anima a Dio e fu sepolta a Efeso.

  • Memoria di nostro venerando padre Giuseppe, rifondatore del Sacro Monastero di San Nicola di Càsula

Archimandrita Antonio Scordino

Di lui si sa soltanto che fu il rifondatore del Monastero di San Nicola di Càsole d’Otranto, e che si addormentò in pace nel 1124.

  • Memoria di san Babila e dei tre fanciulli, Martiri

San Babila fu vescovo di Antiochia dal 237 alla morte. Succedette al vescovo Zebino sotto l’impero di Gordiano III, divenendo il dodicesimo presule di Antiochia (il più famoso dopo Ignazio).

Secondo quanto riporta san Giovanni Crisostomo (nativo anch’egli di Antiochia e quindi la fonte più autorevole su Babila), Babila avrebbe condannato pubblicamente l’imperatore Filippo l’Arabo (244-249) per aver fatto uccidere il figlio del suo predecessore Gordiano e, durante le celebrazioni della vigilia della Pasqua, lo invitò a prendere posto in chiesa tra i penitenti, presso le porte cosa che l’imperatore fece.

Secondo la tradizione Babila fu arrestato durante le persecuzioni bandite dall’imperatore Decio (249-251) e rinchiuso in carcere insieme ai suoi tre più fedeli discepoli: Urbano, Prilidano ed Epolono.

Babila morì in carcere in attesa dell’esecuzione della sentenza di morte, mentre i tre scolari vennero decapitati: Barbado, di 12 anni d’età; Apollonio, di 9 anni, e Urbano di 7.

Sempre dal Crisostomo apprendiamo che, in onore di Babila, il caesar Costanzo Gallo fece costruire una basilica nel sobborgo di Dafne, presso Antiochia, dove già si celebravano feste in onore di Apollo. Allo scopo di stroncare il culto del dio pagano, vi fece traslare il corpo del santo per creare un luogo di pellegrinaggio alternativo e concorrente.

Il tentativo ebbe successo, al punto che quando l’imperatore Giuliano visitò l’oracolo di Apollo Dafnio, trovò il santuario pagano semideserto e in abbandono; fedele al suo progetto di rivitalizzare i culti pagani diede allora ordine che le reliquie fossero rimosse e riportate ad Antiochia.

Giovanni Crisostomo e le altre fonti cristiane assicurano che il trasporto delle reliquie al cimitero di Antiochia, donde erano state raccolte alcuni anni prima, si trasformò in una grande manifestazione di fede e in una processione trionfale in onore del Santo. Ma non fu questa l’ultima traslazione: nel 379-380 il vescovo Melezio fece costruire di fronte ad Antiochia, al di là del fiume Oronte, un martyrion in onore di san Babila: in esso le sue reliquie vennero definitivamente trasferite e accanto ad esse fu pure tumulato, nel 381, lo stesso Melezio.

Il culto di san Babila e dei tre fanciulli, diffuso precocemente in Occidente, giunse anche a Milano.

La presenza di questa memoria liturgica di origine siriaca in ambito milanese – attestata già negli antichi messali ambrosiani del IX secolo e nella chiesa stessa di San Babila di cui si hanno testimonianze certe a partire dal secolo XI – deve essere collocata fra i numerosi segni, noti e ampiamente studiati, del profondo influsso orientale sulla liturgia e sulla vita della Chiesa di Milano.

Gli storici dell’arte e dell’architettura lombarda hanno accertato che la costruzione della basilica risale agli ultimi decenni del secolo XI, sorta nei pressi delle allora mura della città.

Secondo la tradizione l’edificio fu infatti eretto sulle vestigia del Concilium Sanctorum (Concilio dei santi), primitiva residenza del clero missionario orientale, sorto nel secolo VII sulle rovine di un tempio pagano dedicato al dio Sole.

San Ambrogio diceva: «Ogni giorno sei chiamato ad essere testimone di Cristo. Lo testimoni confermando con i fatti l’adesione agli insegnamenti del Signore Gesù».

  • Memoria di san Bonifacio, papa dell’Antica Roma

Archimandrita Antonio Scordino

Nello stesso giorno, san Bonifacio, papa dell’Antica Roma, che si addormentò in pace nell’anno 422.

Martirologio Romano: A Roma nel cimitero di Massimo sulla via Salaria, deposizione di san Bonifacio I, papa, che risolse molte controversie inerenti alla disciplina ecclesiastica.

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