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Sinassario | 30 marzo 2023

Mar 29, 2023 | Sinassario

30 marzo- memoria di san Giovanni, autore della Scala (606); di san Zaccaria, neomartire, vescovo di Corinto (1684): di san Giovanni, patriarca di Gerusalemme (II sec.); di santa Euvula, madre di san Panteleimon (III sec.); di san Vittore, martire a Tessalonica (fine III- inizio IV sec.)

Kontàkion.

Tono 1. Il coro angelico.

Offrendo a noi come frutti immarcescibili gli insegnamenti del tuo libro, o sapiente, addolcisci i cuori di quanti vi ricorrono sobriamente, o beato. Si tratta infatti di una vera scala che conduce le anime dalla terra al cielo e glorifica quanti ti onorano.

Sinassario

Il 30 di questo mese memoria del nostro santo padre Giovanni Clìmaco, scrittore della Scala.
Stichi. Disposte solidamente come gradini su una scala le tue virtù, salendo giungesti al cielo. Il 30 Giovanni fu sciolto con gioia.

Lo stesso giorno memoria di san Ioad, profeta.

Lo stesso giorno memoria del santo nostro padre Giovanni, che praticò la sua ascesi in un pozzo.

Lo stesso giorno santa Euvula, madre di san Pandeleìmon, si addormentò in pace.
Stichi. Sei nei cieli col figlio martire, o splendida madre di campioni Euvula.

Lo stesso giorno memoria di san Giovanni, patriarca di Gerusalemme, addormentato in pace.

Lo stesso giorno memoria di san Zaccaria, neomartire, vescovo di Corinto, ucciso con la spada nel 1784.

Per le loro sante preghiere, o Dio, abbi pietà di noi. Amìn.

 

 

  • 03: Memoria dei Ss. Clinio Abate; Zosimo vescovo di Siracusa (verso il 640); Iario di Otranto, quinto igumeno del monastero di san Nicola di Casole a Otranto (XIII secolo)

Tratto da http://www.santiebeati.it/dettaglio/47760
Il Baronio pose Clino nel Martirologio Romano al 30 marzo basandosi su di una comunicazione del vescovo di Aquino, Flaminio Filonardi. Né i Bollandisti, né il Ferrari, nella compilazione del suo Catalogus Sanctorum Italiae, poterono avere questa comunicazione; tuttavia, il Ferrari riuscì a consultare alcune memorie della Chiesa di Aquino, da cui raccolse brevi notizie intorno al santo. Clino era di nazionalità greca; fu monaco e successivamente abate nel monastero basiliano di S. Pietro della Foresta, tra Pontecorvo e Rocca Guillermo (attualmente chiamata Esperia) nei primi decenni del sec. XI; infatti, il suo nome figura in un atto di donazione del 1030 da lui sottoscritto. Più tardi, nella seconda metà del sec. XI, il monastero passò sotto quello di Montecassino, per cui il Ferrari dice Clino monaco cassinese. A S. Pietro della Foresta Clino, illustre per santità e miracoli, morì prima del 1050; il suo corpo fu trasferito nella chiesa di S. Maria di Rocca Guillermo (Esperia), dove è festeggiato come patrono principale il 30 marzo.

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San Zosimo vescovo di Siracusa (verso il 640)

Esercitava un’umile funzione nel monastero di Santa Lucia, a Siracusa, perchè considerato incapace di qualsiasi incombenza importante. Quando morì l’abate, il Vescovo, sorprendentemente, lo designò per la carica. Governò con tanta saggezza e virtù che finì per essere eletto Vescovo della città.

Martirologio Romano
A Siracusa, san Zosimo, vescovo, che fu dapprima umile custode della tomba di santa Lucia, poi abate del monastero del luogo.

Tratto da http://www.santiebeati.it/dettaglio/47850: Zosimo, vescovo (VII secolo) era un giovane monaco cui era stata affidata per la sua inettitudine la custodia della tomba di Santa Lucia a Siracusa. Un giorno, desideroso di rivedere i genitori, lasciò il monastero senza avvertire i superiori. I genitori, vedendolo arrivare con aria di fuggitivo, lo rimproverarono e lo riaccompagnarono al monastero. Venne perdonato dall’abate e riconsegnato al suo compito di “guardiano della tomba”, che tenne a lungo perché considerato incapace di altre e più impegnative mansioni.
Alla morte dell’abate, i monaci si recarono dal vescovo per conoscere il nome del successore. Fra loro non c’era Zosimo, rimasto a casa come “inutile”. Quando il vescovo ebbe davanti i monaci, chiese: “Ci siete tutti?”. “No, – risposero – a casa c’è il guardiano della tomba di santa Lucia, ma è di poco conto”. “Fatelo venire” ingiunse il vescovo. E quando Zosimo arrivò: “Ecco il vostro abate” affermò solennemente il vescovo.
Così Zosimo, tra la sorpresa di tutti, divenne abate del monastero dimostrando presto di quanta saggezza e virtù fosse ricco, a tal punto che il popolo lo volle quale proprio vescovo. Confermato da papa Teodoro, egli rimase sulla cattedra episcopale siracusana dal 647 al 662 guidando la diocesi con bontà e saggezza

TRATTO DA http://www.antoniorandazzo.it/santisiracusani/san-zosimo.html: Zosimo nacque da agiati parenti, che l’ottennero da Dio con grandi preghiere. Quando ebbe compiuto l’età di sette anni, lo vollero dedicare al servizio di Dio nel monastero benedettino di Santa Lucia al quale, insieme col figlio, offrirono in dono un podere, che avevano lì presso.
Era allora abate del monastero Giovanni, di cui è menzione nel Regesto di S. Gregorio Magno nel luglio del 597; il quale morì poco dopo e gli successe Fausto che dal biografo è detto “santo, ricco di meriti e di virtù, di cui Zosimo si studiava di imitare la vita e i costumi”.
Da lui Zosimo, ancor giovane, fu deputato alla custodia del sepolcro della santa. Preso però dall’amore dei parenti, fuggì a casa loro; ma essi, pii e buoni cristiani, lo persuasero a lasciarsi ricondurre al monastero. Qui la notte in sogno gli parve vedere la Santa, che adirata gli minacciava castighi per averla abbandonata. Ripresa la vita monastica, si diede con grande fervore all’esercizio delle virtù, specialmente della purezza, per la quale spiccò sopra tutti. Dopo aver passato trent’anni in questo tenore di vita, sempre crescendo in perfezione, venne a morire il suo abate San Fausto, pieno di anni e di meriti. Dovendosi passare alla scelta del successore, alcuni sollecitavano questa dignità; ma poi i monaci pensarono di rimettere l’elezione al Vescovo che era allora San Giovanni, cui il Papa del tempo S. Gregorio Magno aveva affidato incarichi per tutta la Sicilia perchè ben conosceva “di quale gravità, mansuetudine e santi costumi egli fosse”. Si recarono perciò tutti a trovarlo, tranne Zosimo, che, alieno da ogni ambizione, era rimasto nelle sue consuete preghiere al sepolcro di Santa Lucia.
Il Vescovo, avuti tutti i monaci dinanzi a sè, chiese loro se mancasse alcuno. Gli fu risposto: nessuno. Avendo ripetuto la domanda la seconda e la terza volta, i monaci risposero: nessuno, tranne l’ostiario del monastero.
Fattolo venire, il Vescovo lo accolse con grande onore e riverenza e lo elesse Abate con grande stupore dei monaci, uno dei quali esclamò: “Si è avverato oggi il detto del profeta Isaia: Sopra chi riposerà il mio spirito, se non nell’umile, e sopra colui che teme la mia parola?” Il medesimo Vescovo ordinò Zosimo sacerdote della Chiesa della Beata Vergine Maria, che era la Cattedrale.
Zosimo tenne l’ufficio di abate del monastero di S. Lucia per ben quarant’anni e diede tali prove di prudenza, di zelo e di ogni virtù che era da tutti ritenuto come uomo consumato nella difficile arte di governare. Venuto a morte il Vescovo di Siracusa, la maggior parte del Clero e del popolo voleva, come successore, Zosimo, stimatissimo per le sue virtù; altri, giudicandolo come uomo semplice e di poca levatura nelle cose del mondo, preferivano un certo Venerio. Non potendosi mettere d’accordo, i rappresentanti delle due parti, coi rispettivi eletti, furono a Roma. Era allora Sommo Pontefice S. Teodoro (642-649), il quale scelse Zosimo, che non voleva affatto quel peso e accettò per le insistenze di Elia, che fu suo arcidiacono e poi suo successore.
Consacrato Vescovo, fu accolto con grandissima letizia da tutta la città, che in breve tempo divenne un solo ovile sotto la guida del santo pastore. Quanto era superiore agli altri per la dignità e i meriti, tanto si faceva inferiore con l’umiltà. Unicamente sollecito della salute spirituale del suo gregge, lo amministrava con la parola e più con l’esempio, nell’esercizio delle virtù, specialmente della carità; sicchè, dice il suo biografo, egli era assai più amato per la sua mansuetudine che non gli altri per il loro rigore.
Narra il suo diacono Giovanni, che facevagli da segretario, che un giorno gli si presentò un povero, chiedendo l’elemosina. Zosimo ordinò a Giovanni che gli desse due monete. Avendogli quegli risposto di non averne, gli ingiunse di vendere il mantello e darne il ricavato al mendico. Mormorando il diacono per l’ordine troppo gravoso, Zosimo si tolse dalle spalle il suo mantello che era nuovo e gli ordinò di venderlo immediatamente. In quel mentre arrivò un giovane che, messosi in ginocchio ai suoi piedi, gli lasciò una buona somma di danaro. Il santo Vescovo riprese il gretto animo e la poca fede del suo diacono.
Benchè Vescovo e vecchio, non tollerava che alcuno lo servisse, ma faceva ogni cosa da sè. Un prete, di nome Mauro, che aveva cura della sua casa e gli era molto caro, vedendolo un pomeriggio dormicchiare sulla sedia molestato dalle mosche, prese un flabello e le cacciava. Come egli se ne accorse, lo sgridò dicendogli di impiegare piuttosto quel tempo nella preghiera.
Era assiduo nell’amministrare e nell’ammonire tutti i fedeli affidati alle sue cure. Restaurò il tempio in onore della Beata Vergine che era la sua Cattedrale; nella quale, dice il suo biografo, offriva il santo Sacrificio e faceva le sue preghiere. Avendolo splendidamente adornato e arricchito, lo consacrò l’anno quinto del suo episcopato e ottantaduesimo anno di età, con grandissima solennità e infinita allegrezza del popolo.
Gli ebrei, che erano allora numerosi in Siracusa, vedendo ciò, volevano riedificare la loro sinagoga, distrutta poco prima in una incursione dei saraceni, ma egli non lo permise. Nell’ultima malattia fu visitato da Euprassio, cubiculario dell’imperatore; il quale, vedutolo giacere sopra poverissima stuoia, gli fece portare degli eleganti trapunti. Il santo vi giacque un poco, ma poi ordinò di venderli e darne il denaro ai poveri. Tornato Euprassio, e vedendolo di nuovo su quella povera stuoia, gliene mosse lamento, ma Zosimo gli disse che in essa riposava meglio che in qualunque altro morbido letto.
Finalmente dopo tredici anni di episcopato e novanta di vita, avendo prima predetto al suo arcidiacono Elia che gli sarebbe succeduto, preso da febbre, placidamente spirò.
La Chiesa greca e latina onora la sua memoria nel 30 marzo, che forse fu il giorno della sua morte. I funerali furono solennissimi e tutti i cittadini cercarono di toccare il feretro e di averne qualche reliquia. Vi si operarono guarigioni miracolose, e il biografo cita i nomi delle persone e si appella ai testimoni, che erano ancora viventi.
Testo tratto da:
Profili di Siracusani Illustri
Mons. Giuseppe Cannarella

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Sant’lario di Otranto, quinto igumeno del monastero di san Nicola di Casole a Otranto (XIII secolo)

Tratto da http://www.otrantopoint.com/monastero-di-san-nicola-di-casole.html
L’Abbazia rappresenta il momento più alto della diffusione nel Salento del monachesimo basiliano. Alcuni studiosi ritengono il Monastero dedicato a San Nicola sia stato il più ricco dell’Europa di allora (il suo massimo splendore lo raggiunse tra l’XI ed il XIII secolo) così come la sua biblioteca la più grande e fornita di testi del Mondo dell’epoca.
Origini
In questo periodo, e precisamente nel 1071, si assiste al subentro della dominazione normanna a quella bizantina nell’Italia Meridionale ed Otranto rappresenterà l’ultima roccaforte della presenza della cultura bizantina in Occidente.
Il crociato Boemondo I, principe di Taranto e Antiochia, figlio di Roberto il Guiscardo condottiero Normanno, e di sua madre Costanza, allo scopo di aggraziarsi la simpatia dei monaci greci che vivevano nel Sud Italia, in particolare di quelli salentini nonché della popolazione salentina che appoggiava la religiosità greca, fondò il Monastero di San Nicola.
Ai Normanni interessava immediatamente di precludere ogni possibilità di conquista bizantina; non volevano infatti che Bisanzio si intromettesse politicamente in Italia e perciò era necessario affermare la giurisdizione romana nei territori greci del Sud (i normanni avevano dalla loro parte Roma e collaboravano per la conquista del Sud).
Quindi essi non volevano distruggere l’arte e la spiritualità bizantina radicata nel Sud; d’altra parte Roma non mirava tanto a sopprimere la chiesa greca, quanto a far ritornare sotto la propria giurisdizione quella chiesa greca che secoli prima si era staccata da lei (secoli VII-IX).
Boemondo per la prima volta nell’XI secolo lo chiamò di Casole (precedentemente il suo nome era solo “San Nicola”), perché questo fu eretto su un cenobio preesistente costituito da capanne, nicchie, grotte, e casole appunto dove i monaci si recavano per pregare. Boemondo donò il Casale di Casole ad un gruppo di Basiliani guidati da Giuseppe, che poi fu il primo Abate del monastero. San Nicola di Casole presentava delle caratteristiche particolari che fanno risalire la restaurazione proprio a Boemondo:
1. Boemondo lo fece ricostruire (sicuramente dopo il 1000) in muratura mentre le costruzioni italo-greche erano ricavate nella roccia;
2. i monasteri costruiti dai Normanni avevano tutti un Corpus (codice) di regole canoniche che di solito erano quelle del grande Basilio (fu il più grande riformatore, divenuto poi Santo, della Chiesa Bizantina e l’espressione più alta di quella spiritualità; l’aggettivo basiliano oggi equivale anche a bizantino).
Papa Bonifacio IX, nel XIV secolo, ne ebbe una notevole considerazione; chiamò infatti diversi monaci casolani a dirigere altri monasteri sparsi per l’Italia.
Il Typikon di Casole: la sua storia
Il Codice, risalente al 1098-99, era detto Typikon e risultava composto da un insieme di norme che regolavano la vita monastica e materiale dei frati. Non possiamo dire quanto questo codice fosse di Boemondo e quanto del primo Abate Igumeno Giuseppe. Esso è contenuto in un manoscritto compreso nel Codice Torinese C111; questo codice prima si trovava nell’Università di Torino, poi è stato portato, ad opera del Consigliere della Corte d’Appello di Trani, L. De Simone, per motivi di studio alla Vaticana a Roma (1890), ma poi la Biblioteca di Torino l’ha rivendicato a sé.
Di questo Codice abbiamo due copie: un codice quasi identico detto Barberiniano greco 350 e il codice Barberiniano greco 383, custoditi nella Biblioteca Vaticana a Roma. Il codice Barberiniano 350 era posseduto inizialmente da un Arciprete di Soleto di nome Francesco Arcudi che poi lo regalò ad un Cardinale Barberini. In seguito dai Barberini fu donato alla Biblioteca Vaticana. Il Codice Barberiniano fu trascritto nel 1205 dal Typikon del 1098. Il Codice Barberiniano 383, che è la copia della copia, non è identico all’originale. Al momento della stesura del Typikon c’erano altri codici, ma di origine greca (San Basilio, San Saba, San Teodoro). Esiste un gruppo di Typikà così detto Atonito (gruppo autentico), risalente al decimo secolo. Ci sono poi dei gruppi che provengono da altri o sono loro rifacimenti. I Typikà Otrantini sono quelli che più si rifanno alle regole originali dei Typica’ Atoniti.
I principali Abati
Come detto il primo Abate fu Giuseppe Igumeno, che nel 1098-99 fondò il monastero.
Ma il più importante in assoluto, fu il settimo, il Nettario (1219-1235), chiamato così dopo essere divenuto Abate (ma egli usava firmarsi sempre con il suo vero nome Nicola di Otranto). Fu molto rigido con i monaci e di sua mano soppresse “come spregevole e contraria alla regola dei Padri” la regola che esentava dal digiuno i monaci pescatori. Il Nettario fondò la scuola poetica Otrantina.
Fu protagonista di diverse missioni diplomatiche: nel 1205 e nel 1214 per conto di Papa Innocenzo III quale interprete ai cardinali che andavano a discutere a Costantinopoli sui rapporti tra Greci e Latini; nel 1223-1224, per conto di Federico II in Oriente, e nel 1232 a Roma, dal Papa, per discutere sulla validità del battesimo delle genti battezzate con il rito greco. Nettario, gran conoscitore del greco e del latino, creò la biblioteca di Casole con le migliaia di volumi greci e latini che raccolse nei suoi viaggi in Oriente.
Il decimo Abate fu Basilio, eletto nel 1259. Il 14 novembre 1267 fu trasferito in un monastero vicino a Taranto.
La Scuola Letteraria di Casole
Il monastero di Casole è stato dal secolo XI centro propulsore di cultura e di civiltà, anticipando e poi affiancando la famosa scuola siciliana di Federico II da cui ha avuto inizio, nel ‘200, quel processo linguistico da cui sarebbe derivata la lingua italiana. Infatti, qui, tra gli scogli più ad est d’Italia, nascono alcuni tra i primi componimenti in poesia della letteratura nazionale. Nella Terra d’Otranto, nell’Età oscura, la lingua greca, quella parlata oltremare, nelle terre di Bisanzio, è la lingua con la quale si esprime la maggior parte della popolazione e con la quale si esprime pure la comunità italo-greca dei monaci basiliani che ha dato vita all’abbazia di Casole. Il Circolo Poetico di Casole, che si poneva sotto l’ala protettrice di Federico II, aveva come guida l’abate Nettario e si proponeva di trattare sia temi religiosi sia temi profani.
Esso promosse un vero e proprio umanesimo italo-bizantino in Terra d’Otranto che determinò la sopravvivenza della lingua greca come lingua letteraria del Salento in un’età in cui invece a Palermo, alla corte del grande Federico II, l’italiano volgare prevaleva sulle lingue classiche. Nella penisola salentina, dunque, che stava con Bisanzio, aveva arte e cultura mentre il centro-nord d’Italia era attraversato dalle invasioni barbariche e segnato dalle lotte intestine tra guelfi e ghibellini e dalle conseguenze di un marcato analfabetismo.
Riportiamo di seguito un bellissimo sonetto in volgare scritto da Guglielmo d’Otranto (sec. XIII), che, collegandosi alla poesia religiosa toscana, esprime un inno alla SS. Trinità.
O salve, sancta Ostia sacrata
Immacolato sangue e carne pura
Summa creatura in Deo comunicata
De Virgo nata senza corruttura.
Oltre misura fosti tormentata
Morta lanzata misa en sepoltura
De la summa natura suscitata
Et enalzata sopra ogn’altra altura.
Tu sei quell’armatura per cui vencimo
L’antico primo perfido serpente
Percuziente spirito dannato.
Corpo sacrato en pane te vedimo
E certi simo che verasimente
Se’ Cristo onnipotente e Deo carnato.
Tra il Salento e la Grecia non ci fu rottura, ma complementarietà, unione, convergenza e ciò creò l’Umanesimo Salentino. Nel XIII sec. esisteva già in Italia una fioritura di “scuole” poetiche, di cui alcune si richiamavano alle scuole di Epiro e di Corfù; una era ad Otranto, un’altra presso Federico II in Sicilia. I poeti di queste scuole si conoscevano e si influenzavano a vicenda. Quella di Otranto è certamente la più antica e risente più delle altre dell’ambiente religioso, ecclesiastico e politico del tempo: la scuola si rivela filo-bizantina e filo-sveva (è il tempo dei principi svevi in Italia Federico I, Enrico IV, Federico II). Il circolo otrantino visse un suo Umanesimo e preluse al Rinascimento italiano. Gli scrittori del monastero di Casole formavano un gruppo compatto di amici, strettamente legati alle tradizioni storico, politiche e culturali del luogo e del tempo.
Il circolo poetico
Questo gruppo di poeti, composto da quattro elementi, utilizzava la lingua bizantina e non disdegnava il ricorso a virtuositiche ed elaborate tecniche letterarie. Enorme è la valenza della loro produzione nel contesto storico e culturale in cui operarono.
Perché poetarono in greco ma erano partecipi di un’attività che pur nelle sue diversità linguistiche, il greco ed il volgare, rappresentava un’unita’ culturale appena nata e che già spiccava il volo verso lidi successivamente noti. Dei quattro poeti due sono religiosi e due laici. Tra loro non vi furono rapporti sistematici, veri e propri contatti regolari. Solo reciproco rispetto ed intesa amichevole. Anche perché li divide per alcuni una generazione.
L’opera di Nettario fu proseguita da Giovanni Grasso, protonotario e maestro imperiale. Figlio di Giovanni Grasso e’ l’altro poeta, Nicola d’Otranto. Infine Giorgio di Gallipoli il rappresentante più importante della scuola poetica greca nel Salento bizantino.

 

 

Eubula, madre di San Panteleimon (303)

 

 

  • 03: Memoria di San Giovanni Climaco

Vicariato Arcivescovile della Campania- Chiesa dei SS. Pietro e Paolo – Napoli

Il pio Giovanni Climaco nacque nel VI secolo, ed ebbe una attenta educazione, cosa che viene sottolineata dall’altro nome con cui viene chiamato, “Scolastico”. All’età di 16 anni si ritirò dal mondo, seguendo l’anziano Martirio, un monaco asceta, sul monte Sinai, dove sarebbe rimasto sino alla fine della sua vita. Ebbe esperienza sia della vita eremitica che cenobitica: perciò, dopo aver condotto per circa quarant’anni una vita di ascesi, divenne igumeno del Monastero di Santa Caterina al Sinai. Alcuni anni più tardi si ritirò di nuovo in solitudine, morendo intorno al 603. Attingendo alla sua esperienza ascetica personale scrisse la famosissima “Scala del Paradiso”, una guida sicura per la vita ascetica, strutturata in trenta omelie, una per ogni virtù; il cammino spirituale dell’essere umano viene raffigurato come una salita verso le altezze del cielo attraverso varie tappe, raffigurate come gradini di una scala: dalle virtù legate ad una vita santa e giusta (prassi) a quelle che conducono alla visione divina (teoria), all’umiltà e all’amore divino. Vengono descritte le passioni umane e la guerra che contro di esse va svolta, così come i tranelli tesi dai demoni per sviare l’asceta.

30.03: Memoria di San Quirino tribuno militare martire a Roma sotto Antonino (verso il 130)        

 

P.Alessio 30-Ilario, igumeno di Càsole

                       Clinio di Esperia, fondatore ed igumeno

 

  • 03: Memoria di San Quirino tribuno militare martire a Roma sotto Antonino (verso il 130)

a cura del Protopresbitero Giovanni Festa

San Quirino tribuno militare martire a Roma sotto Antonino (verso il 130 )

TRATTO dal quotidiano Avvenire

Era un tribuno romano al quale furono affidati i martiri Alessandro, Evenzio e Teodulo, arrestati per ordine dell’imperatore Traiano (53-117); si convertì dopo aver visto i miracoli da loro operati e fu battezzato insieme con la figlia Balbina, in seguito subì egli stesso il martirio, venendo decapitato un 30 marzo di un anno dell’inizio del III secolo; il suo corpo fu sepolto nel cimitero di Pretestato sulla via Appia. Un’epigrafe funeraria del secolo V ritrovata nel cimitero, riporta il suo nome. Le reliquie del santo tribuno martire, ebbero una storia a parte, come del resto quelle di tanti martiri delle catacombe romane, che furono inviate in celebri monasteri e chiese di tutt’Europa. Secondo un documento redatto a Colonia nel 1485, il suo corpo sarebbe stato donato nel 1050 dal papa Leone IX ad una badessa di nome Gepa, la quale le trasferì a Neuss sul Reno in Germania. Ancora oggi le reliquie si venerano nella cattedrale di San Quirino (1206) di questa città. Il suo culto ebbe il maggior picco nel 1471, durante l’assedio che Neuss subì; da questa città il culto si diffuse in tutta la Germania specie a Colonia, in Belgio e in Italia
Martirologio Romano: A Roma nel cimitero di Pretestato sulla via Appia, san Quirino, martire, che, tribuno, coronò con il martirio la sua testimonianza di fede.

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