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Sinassario | 22 febbraio 2024

Feb 21, 2024 | Sinassario

  • Memoria del ritrovamento delle reliquie dei santi martiri di Eugenio

Vicariato Arcivescovile della Campania- Chiesa dei SS. Pietro e Paolo – Napoli

Durante le persecuzioni contro i cristiani le reliquie dei santi martiri venivano solitamente sepolte dai credenti in luoghi nascosti. Così a Costantinopoli, vicino alle porte e alla torre nel quartiere Eugenio, furono trovati i corpi di diversi martiri. I loro nomi rimangono sconosciuti alla Chiesa. Quando i miracoli di guarigione iniziarono a verificarsi in questo punto, le reliquie dei santi furono scoperte dopo un’indagine e trasferite in una chiesa con grande onore. La scoperta avvenne ai tempi dell’imperatore Arcadio (395-408); altre testimonianze indicano invece il periodo del patriarca Tommaso I, nel VII secolo. Quando le reliquie furono esposte per la venerazione, molti malati presenti furono guariti. Molti anni dopo fu rivelato a un pio sacerdote, Nicola il Calligrafo, che tra le reliquie scoperte a Eugenio c’erano quelle dei santi apostoli Andronico e Giunia (17 maggio e 30 luglio), che san Paolo menziona nell’Epistola ai Romani: “Salutate Andronico e Giunia, i miei parenti e i miei compagni di prigionia; sono prominenti tra gli apostoli ed erano in Cristo prima di me” (Rm 16, 7). Nel XII secolo fu costruita una grande chiesa a cupola sul luogo in cui furono scoperte le reliquie dei santi Martiri. Questo lavoro fu intrapreso dall’imperatore Andronico I Comneno (1183-1185), il cui santo patrono era il santo apostolo Andronico.

  • Memoria di Baradate, monaco eremita della regione di Antiochia

Vicariato Arcivescovile della Campania- Chiesa dei SS. Pietro e Paolo – Napoli

Baradate fu un eremita nella regione di Antiochia che visse dapprima in una cella, poi all’interno di una cassa fino a quando fu dissuaso dal vescovo Teodoto di Antiochia. Successivamente praticò la condizione di ‘stazionario’, cioè rimase sempre in piedi.

Di lui scrisse Teodoreto di Cirro, nel suo ‘Storia di monaci siri’:

“Lo spirito vendicatore comune agli uomini ha escogitato molte vie del male nel suo zelo per consegnare l’intera razza umana alla distruzione totale, ma pietosi soccorritori hanno escogitato molte e diverse scale per l’ascesa al cielo. Alcuni, lottando in gruppo – sono una miriade tali comunità, impossibile enumerarle – godono di corone senza tempo e ascendono alla meta desiderata; altri, abbracciando la vita solitaria, praticando la conversazione con Dio solo e non ricevendo consolazione umana, raggiungono in questo modo la vittoria. Alcuni che vivono in capanne e altri nelle celle cantano inni a Dio; altri abbracciano la vita in grotte e anfratti. Molti non sono stati portati a vivere in una grotta o in un anfratto o in una capanna o in una cella, ma esponendo i loro corpi all’aria aperta sopportano i contrasti di temperatura, a volte congelati da gelate inesorabili, a volte bruciati dal fuoco del raggi solari. Di questi ancora la vita è varia: alcuni stanno sempre in piedi, altri dividono la giornata tra seduti e in piedi; alcuni, rinchiusi in recinti, evitano la compagnia dei molti; altri, senza tale copertura, sono esposti a tutti coloro che desiderano vederli. Sono obbligato in questo momento a considerare ciascuno di questi, poiché desidero registrare la vita del meraviglioso Baradate, che escogitò nuove forme di resistenza.

Anzitutto, si rinchiuse per lungo tempo in una cella, godendo in solitudine della consolazione divina. Da questo luogo si portò in luogo situato più in alto, dove costrì una piccola cassa di legno che non corrispondeva nemmeno al suo corpo, in questo dimorando, obbligato a chinarsi tutto il tempo – perché la sua lunghezza non era di dimensioni pari all’altezza del suo corpo. Non era nemmeno completamente coperto con le assi, ma aveva aperture come una grata, ed era simile a finestre che hanno aperture piuttosto larghe per la luce; per questo non era al riparo nè dall’assalto della pioggia né dalle fiamme del sole, ma li sopportava entrambi come gli altri asceti all’aperto, che superava solo riguardo alla reclusione. Dopo aver trascorso molto tempo in questo modo, in seguito uscì, cedendo alle richieste dell’ispirato Teodoto, che era stato nominato alla sede episcopale di Antiochia (intorno al 420). Tuttavia, sta sempre in piedi, elevando le mani e inneggiando al Dio dell’universo, e coprendo tutto il suo corpo con una tunica di pelli – e lasciando solo intorno al naso e alla bocca una piccola apertura per poter respirare, poiché altrimenti la natura umana non può vivere. Sopporta tutta questa ascesi, anche se dotato di un corpo non robusto ma afflitto da numerose malattie; ma uno zelo ardente come il suo, infiammato dall’amore divino, costringe all’ascesi anche chi non potrebbe sostenerla.

Adornato di ogni comprensione intellettuale, è eccellente nel formulare domande e risposte, a volte sillogizzando meglio e più potentemente di quelli ben versati nei labirinti di Aristotele.3 Sebbene sia al vertice della virtù, non permette al suo spirito di librarsi in alto, ma gli ordina di strisciare sotto le pendici della montagna, perché sa quale danno è causato da un’intelligenza gonfia di vanità. Questa, in sintesi, è la filosofia di quest’uomo. Possa aumentare tanto da raggiungere il traguardo della corsa, perché la gloria di questi vincitori è comune gioia per i pii. Per me può essere che, sostenuto dalle preghiere di questi uomini, non mi allontani da questa montagna, ma la ascenda gradualmente e mi delizi nel guardarli.”

[da www.johnsanidopoulos.com]

  • Memoria di sant’Atanasio il confessore

Vicariato Arcivescovile della Campania- Chiesa dei SS. Pietro e Paolo – Napoli

Il nostro venerabile padre Atanasio nacque a Costantinopoli da una famiglia pia e ricca. Fin dall’infanzia desiderava ardentemente la vita monastica, così entrò nel Monastero di Paulopetrion sul Golfo di Nicomedia in Bitinia. Là ottenne attraverso la lotta ascetica i suoi nobili frutti, cioè le virtù. Subito dopo essere diventato igumeno di questo monastero scoppiò la persecuzione, durante il regno dell’imperatore Leone V l’Armeno (813-820), che restaurò l’iconoclastia. Atanasio si attivò subito in difesa della fede, firmando con altri igumeni due lettere che il suo amico san Teodoro Studita indirizzò a papa Pasquale I di Roma (817-824). Numerosi monaci orientali iconoduli, che erano stati esiliati, si recarono a Roma, dove furono accolti con ospitalità. Mentre Costantinopoli era in uno stato di agitazione, il nostro santo padre Atanasio collaborò con Teodoro Studita e il Giovanni del monastero di Kathara per restaurare le icone sacre e difendere la fede ortodossa. L’imperatore Leone fece flagellare due volte Atanasio e lo condannò all’esilio, sopportando la prigionia e pesanti afflizioni fino a quando l’imperatore Michele II (820-829) salì al trono. Durante il suo periodo di prigionia, Atanasio scrisse forti lettere in difesa della venerazione delle sacre icone, incoraggiò i confessori a rimanere saldi fino alla fine e rimproverò coloro che cedevano alle minacce di punizione. Subito dopo la pacifica morte di sant’Atanasio, tra l’821 e l’826, San Teodoro pronunciò una catechesi ai suoi monaci a Stoudion lodando Atanasio come un coraggioso confessore, ed esortò i suoi monaci a imitare la sua costanza nella persecuzione e la sua incrollabile perseveranza nelle virtù della vita monastica.

  • Memoria del santo ieromartire Telesforo, papa di Roma (verso 137)

Vicariato Arcivescovile della Campania- Chiesa dei SS. Pietro e Paolo – Napoli

Il nostro santo padre Telesforo era un greco di Terranova di Sibari, in Calabria, il cui nome in greco significa “portare i frutti alla perfezione”. Secondo Ireneo di Lione ed Eusebio di Cesarea, fu il settimo papa di Roma. Eusebio pone l’inizio del suo pontificato nel dodicesimo anno del regno dell’imperatore Adriano (117–138) e indica la data della sua morte nel primo anno del regno del successore Antonino Pio.

Prima di giungere a Roma, avrebbe vissuto da anacoreta per un lungo periodo in Palestina ed in Egitto Forse fu tra gli eremiti del Monte Carmelo.

Poiché la capitale dell’impero era un luogo che permetteva una ampia diffusione di idee, durante il suo pontificato si trasferirono a Roma molti eretici.  In questo periodo la principale dottrina eretica era la gnosi, che Telesforo combatté vigorosamente poiché riteneva che potesse indirizzare la fede nella direzione di un misticismo lontano dalla realtà, in quanto per gli gnostici Dio era completamente separato dall’uomo. Il principale esponente di questa dottrina fu il filosofo Valentino, che proprio in questo periodo si trasferì dall’Egitto a Roma riuscendo ad avere anche un gran numero di seguaci nella capitale dell’impero per più di vent’anni.

In base a quanto riportato dal Liber Pontificalis, si devono a Telesforo l’istituzione della messa di mezzanotte, della liturgia dell’aurora e della liturgia della terza ora a Natale, della celebrazione della Pasqua di domenica, del digiuno durante la Quaresima, e del canto del Gloria in excelsis Deo, secondo alcuni composto proprio da Telesforo. Un frammento di una lettera di Ireneo a papa Vittorio I (189-199) durante la controversia pasquale alla fine del II secolo, conservata anche da Eusebio, testimonia che Telesforo era uno dei vescovi romani che celebravano sempre la Pasqua la domenica, piuttosto che in altri giorni della settimana, che corrispondevano al quattordicesimo giorno di Nisan secondo il calcolo della Pasqua ebraica. A differenza di papa Vittorio, tuttavia, Telesforo rimase in comunione con quelle comunità dell’Asia Minore guidate dal vescovo Policrate di Efeso che non seguivano questa usanza.

Sant’Ireneo testimonia che papa Telesforo fu il primo vescovo di Roma ad andare incontro a “un glorioso martirio”. Nel Martirologio Romano la sua festa si celebra il 5 gennaio; la Chiesa ortodossa lo celebra il 22 febbraio.

  • Santi apostoli Andronico e Giunia (IV-V sec.)

Come sappiamo poco della vita e della reale identità dei santi Andronico e Giunia, non abbiamo certezza neppure sulla data del ritrovamento delle loro reliquie, ma si ritiene con maggior possibilità che il ritrovamento sia avvenuto sotto l’Imperatore Arcadio (395-408). Le reliquie sarebbero state trovate nel quartiere di Eugenio, a Costantinopoli, e la loro identità sarebbe stata rivelata da un angelo ad un religioso molti anni dopo.

Andronico e Giunia vivevano a Roma verso l’anno 58 d.C., quando l’apostolo Paolo li salutò calorosamente nella Lettera ai Romani (Rom 16,7) sogiungendo: “Sono miei parenti e compagni di prigionia, illustri tra gli apostoli, e fattisi cristiani prima di me”. Il legame di parentela potrebbe essere effettivo oppure in senso più esteso come spesso accadeva in Oriente. Come Paolo anch’essi erano di origine giudea e forse appartenenti alla stessa tribù di Beniamino, mentre la comune prigionia alluderebbe ad una delle molteplici occasioni in cui l’apostole delle genti soffrì ceppi e catene. Definirli “illustri tra gli apostoli” costituisce una lode al loro zelo, esplicato in modo particolare tra i loro connazionali giudei presenti a Roma. Andronico e Giunia erano cristiani della prima ora, convertitisi probabilmente già a Gerusalemme e poi trasferitisi a Roma.
Come si è visto sono assai scarse le informazioni sul loro conto contenute negli scritti paolini, ma la tradizione cristiana ha sopperito a tale carenza tramandando non poche leggende su questi misteriosi santi. Lo stesso nome di Giunia non è chiaro se sia il nome di un uomo, contrazione di Giuniano, o di una donna, in questo caso sorella o piuttosto moglie di Andronico, come infatti ipotizzarono il Crisostomo e molti altri studiosi più recenti. Andronico e Giunia sarebbero allora una coppia di coniugi giudeo-cristiani, proprio come Aquila e Priscilla citati poco prima da San Paolo, che per il loro zelo meritarono l’appellativo di “apostoli”. Secondo Ippolito di Roma, Andronico sarebbe stato uno dei settanta discepoli inviati da Gesù, poi vescovo in Pannonia, mentre il “Catalogus virorum apostolicorum” lo vuole vescovo in Spagna.

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