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Archivi: Santo del giorno

con Sebastiano m.

La santa martire Photiní (Photinḗ/Svetlana) la Samaritana, i suoi figli Vittore (chiamato Photinos) e Iosḗs; e le sue sorelle Anatolḗ, Photó, Photida, Paraskevḗ, Kyriakḗ, la figlia di Nerone, Domnina; e il martire Sebastiano.

La santa martire Photiní era la Samaritana con la quale il Salvatore conversò al Pozzo di Giacobbe (Gv 4,5-42).

Al tempo dell’imperatore Nerone (54-68), che manifestò un’eccessiva crudeltà contro i cristiani, Santa Photiní viveva a Cartagine con il figlio minore Iosḗs, e lì predicava senza paura il Vangelo. Il figlio maggiore Vittore combatteva valorosamente nell’esercito romano contro i barbari, e fu nominato comandante militare della città di Attalia (Asia Minore). Più tardi Nerone lo chiamò in Italia per arrestare e punire i cristiani.

Sebastiano, un funzionario in Italia, disse a San Vittore: «Io so che tu, tua madre e tuo fratello siete seguaci di Cristo. Come amico ti consiglio di sottometterti alla volontà dell’imperatore. Se denuncerai dei cristiani, riceverai i loro beni. Scriverò a tua madre e a tuo fratello, chiedendo loro di non predicare Cristo in pubblico. Lascia che pratichino la loro fede in segreto».

San Vittore rispose: «Io voglio essere un predicatore del Cristianesimo come mia madre e mio fratello». Sebastiano disse: «O Vittore, noi sappiamo tutti quali sventure attendono te, tua madre e tuo fratello». Allora improvvisamente Sebastiano sentì un dolore acuto agli occhi. Rimase sbigottito, e il suo volto si fece cupo.

Per tre giorni giacque cieco, senza proferire parola. Il quarto giorno dichiarò: «Il Dio dei cristiani è l’unico vero Dio». San Vittore chiese perché Sebastiano avesse improvvisamente cambiato idea. Sebastiano rispose: «Perché Cristo mi sta chiamando». Ben presto fu battezzato, e subito riacquistò la vista. Dopo aver visto il miracolo, anche i servi di San Sebastiano furono battezzati.

La notizia giunse a Nerone, ed egli ordinò che i cristiani fossero condotti da lui a Roma. Allora lo stesso Signore apparve ai confessori e disse: «Non temete, perché Io sono con voi. Nerone, e tutti quelli che lo servono, saranno vinti».

Il Signore disse a San Vittore: «D’ora in poi il tuo nome sarà Photinos, perché per mezzo di te molti saranno illuminati e crederanno in Me». Il Signore poi disse ai cristiani di fortificare e incoraggiare San Sebastiano a perseverare fino alla fine. Tutte queste cose, e perfino eventi futuri, furono rivelati a Santa Photiní. Ella lasciò Cartagine in compagnia di diversi cristiani e si unì ai confessori a Roma.

A Roma l’imperatore ordinò che i Santi fossero condotti al suo cospetto e domandò loro se veramente credessero in Cristo. Tutti i confessori rifiutarono di rinnegare il Salvatore. Allora Nerone ordinò che fossero spezzate le giunture delle dita dei martiri. Durante i tormenti i confessori non provarono dolore, e le loro mani rimasero illese.

Nerone ordinò che i Santi Sebastiano, Photinos e Iosḗs fossero accecati e rinchiusi in prigione, e che Santa Photiní e le sue cinque sorelle Anatolḗ, Photó, Photida, Paraskevḗ e Kyriakḗ fossero mandate alla corte imperiale sotto la supervisione della figlia di Nerone, Domnina. Santa Photiní convertì a Cristo sia Domnina che tutti i suoi servi. Convertì anche un mago che le aveva portato del cibo avvelenato.

Trascorsero tre anni, e Nerone mandò in prigione a cercare uno dei suoi servi che vi era stato rinchiuso. I messaggeri gli riferirono che i Santi Sebastiano, Photinos e Iosḗs, che erano stati accecati, avevano riacquistato la vista, e che la gente andava a visitarli per ascoltare la loro predicazione, e che di fatto l’intera prigione era stata trasformata in un luogo luminoso e profumato, dove Dio era glorificato.

Nerone allora comandò che i Santi fossero crocifissi, e che i loro corpi nudi fossero battuti con corregge. Il quarto giorno l’imperatore mandò dei servi a vedere se i martiri fossero ancora vivi. Ma, avvicinandosi al luogo dei tormenti, i servi divennero ciechi. Un angelo del Signore liberò i martiri dalle loro croci e li guarì. I Santi ebbero pietà dei servi accecati e restituirono loro la vista con le loro preghiere al Signore. Coloro che furono guariti giunsero alla fede in Cristo e furono ben presto battezzati.

Infuriato, Nerone ordinò che fosse scorticata la pelle dal corpo di Santa Photiní, e poi che fosse gettata in un pozzo. A Sebastiano, Photinos e Iosḗs furono amputate le gambe e furono gettati ai cani. Poi fu scorticata anche la loro pelle. Le sorelle di Santa Photiní subirono anch’esse terribili tormenti. Nerone ordinò ai soldati di tagliare loro i seni, e poi di scorticarne la pelle. Esperto nella crudeltà, l’imperatore preparò l’esecuzione più dolorosa per Santa Photida. I suoi piedi furono legati alle cime di due alberi piegati fino a terra. Quando le corde furono tagliate, gli alberi scattarono verso l’alto, squarciando la martire. L’imperatore ordinò che le altre fossero decapitate. Santa Photiní fu tirata fuori dal pozzo e rinchiusa in prigione per venti giorni.

Dopo questo Nerone la fece condurre da lui e le chiese se ora si sarebbe piegata e avrebbe offerto sacrifici agli idoli. La coraggiosa Photiní gli sputò in faccia. Prendendolo in giro, disse: «O più empio dei ciechi, uomo dissoluto e stolto! Pensi che io sia così illusa da acconsentire a rinnegare il mio Signore Cristo e invece offrire sacrifici a idoli che sono ciechi quanto te?»

Dopo aver udito tali parole, Nerone ordinò che la martire fosse nuovamente gettata nel pozzo. Là ella consegnò la sua anima a Dio (+ ca. 66).

Nell’uso greco Santa Photiní è commemorata il 26 febbraio.

A Costantinopoli c’erano due chiese dedicate a Santa Photiní, dove avvenivano molti miracoli, in particolare la guarigione delle malattie degli occhi.

La testa di Santa Photiní è conservata nel Monastero Grigoriou sul Monte Athos.

Alessandra

Queste Sante vissero durante il regno dell’empio imperatore Massimiano, che fu co-imperatore con Diocleziano (286-305 e 307-308), e che iniziò una grande persecuzione contro i cristiani. In quel tempo, uomini e donne di ogni età confessavano Cristo e venivano messi a morte. Eseguendo il decreto del tiranno, ma prima di ucciderli, il suo emissario sottopose tutti i cristiani di Amisos (o Aminsos) 1 a terribili tormenti. Allora sette donne, dotate di virile coraggio, si presentarono davanti al governatore, condannandolo apertamente per la sua crudeltà e confessando Cristo come l’unico vero Dio. Poi chiamarono il governatore disumano, mostruoso e nemico della verità.

Il tiranno si infuriò e ordinò che fossero condotte in un luogo pubblico come spettacolo, dove furono percosse con verghe. Poi con le spade furono loro recisi i seni e, dopo averle sospese, tagliarono loro la pelle a tal punto che si vedevano le viscere. Infine furono gettate in una grande fornace ardente. Cantando e pregando, esse consegnarono le loro anime a Dio, dal Quale ricevettero le corone incorruttibili della loro gloriosa lotta. 2

1 Una città sulla sponda meridionale del Mar Nero (l’odierna Samsun, Turchia). Nell’antichità era una città della regione del Ponto. 2 Nel Menaion Teodora è chiamata Theodosia.

Claudia

Queste Sante vissero durante il regno dell’empio imperatore Massimiano, che fu co-imperatore con Diocleziano (286-305 e 307-308), il quale iniziò una grande persecuzione dei cristiani. In quel tempo, uomini e donne di ogni età confessavano Cristo e venivano messi a morte. Eseguendo il decreto del tiranno, ma prima di ucciderli, il suo emissario sottopose tutti i cristiani di Amisos (o Aminsos) 1 a tormenti orribili. Allora sette donne, dotate di virile coraggio, si presentarono al cospetto del governante, condannandolo audacemente per la sua crudeltà e confessando Cristo come l’unico vero Dio. Poi chiamarono il governante disumano, mostruoso e nemico della verità.

Il tiranno si infuriò e ordinò che fossero condotte in un luogo pubblico come spettacolo, dove furono percosse con verghe. Poi tagliarono loro i seni con spade e, dopo averle appese, ne incisero la pelle a tal punto che le viscere erano visibili. Infine, furono gettate in una grande fornace ardente. Cantando e pregando, consegnarono le loro anime a Dio, dal Quale ricevettero le corone incorruttibili della loro gloriosa lotta. 2

1 Una città sulla costa meridionale del Mar Nero (l’odierna Samsun, Turchia). Nell’antichità era una città della regione del Pontos. 2 Nel Menaion Teodora è chiamata Theodosia.

Eufrasia

Queste Sante vissero durante il regno dell’empio imperatore Massimiano, che fu imperatore congiunto con Diocleziano (286-305 e 307-308) e che iniziò una grande persecuzione dei cristiani. In quel tempo, uomini e donne di ogni età confessavano Cristo e venivano messi a morte. Eseguendo il decreto del tiranno, ma prima di ucciderli, il suo emissario sottopose tutti i cristiani di Amisos (o Aminsos) 1 a orribili tormenti. Allora sette donne, dotate di virile coraggio, si presentarono davanti al governatore, condannandolo audacemente per la sua crudeltà e confessando Cristo come il solo vero Dio. Poi chiamarono il governatore inumano, mostruoso e nemico della verità.

Il tiranno si infuriò e ordinò che fossero condotte in un luogo pubblico come spettacolo, dove furono percosse con delle verghe. Poi tagliarono loro i seni con delle spade e, dopo averle sospese, tagliarono la loro pelle a tal punto che le interiora erano visibili. Infine furono gettate in una grande fornace ardente. Cantando e pregando, consegnarono le loro anime a Dio, dal Quale ricevettero le incorrottibili corone del loro glorioso combattimento. 2

1 Una città sulla riva meridionale del Mar Nero (nell’odierna Samsun, Turchia). Nell’antichità era una città della regione del Ponto. 2 Nel Menaion Teodora è chiamata Teodosia.

Matrona

Queste Sante vissero durante il regno dell’empio imperatore Massimiano, che fu imperatore insieme a Diocleziano (286-305 e 307-308) e che iniziò una grande persecuzione contro i cristiani. In quel tempo uomini e donne di tutte le età confessavano Cristo e venivano messi a morte. Eseguendo il decreto del tiranno, ma prima di ucciderli, il suo emissario sottopose tutti i cristiani di Amisos (o Aminsos) 1 a tormenti orribili. Allora sette donne, dotate di virile coraggio, si presentarono davanti al governante, condannandolo arditamente per la sua crudeltà e confessando Cristo quale unico vero Dio. Lo chiamarono poi inumano, mostruoso e nemico della verità.

Il tiranno si adirò e ordinò che fossero condotte in un luogo pubblico come spettacolo, dove furono percosse con verghe. Poi furono loro recisi i seni con le spade e, dopo averle sospese, tagliarono loro la pelle a tal punto che si vedevano le interiora. Infine furono gettate in una grande fornace ardente. Cantando e pregando, esse resero le loro anime a Dio, dal Quale ricevettero le incorruttibili corone del loro glorioso combattimento. 2

1 Una città sulla costa meridionale del Mar Nero (l’odierna Samsun, Turchia). Nell’antichità era una città della regione del Ponto. 2 Nel Menaion Teodora è chiamata Theodosia.

Giuliana

Queste Sante vissero durante il regno dell’empio imperatore Massimiano, che fu co-imperatore con Diocleziano (286-305 e 307-308) e che iniziò una grande persecuzione contro i cristiani. In quel tempo uomini e donne di ogni età confessavano Cristo e venivano messi a morte. Eseguendo il decreto del tiranno, ma prima di ucciderli, il suo emissario sottopose tutti i cristiani di Amisos (o Aminsos) 1 a orribili tormenti. Allora sette donne, dotate di virile coraggio, si presentarono al cospetto del governatore, condannandolo audacemente per la sua crudeltà e confessando Cristo quale unico vero Dio. Poi chiamarono il governatore disumano, mostruoso e nemico della verità.

Il tiranno si infuriò e ordinò che fossero condotte in un luogo pubblico come spettacolo, dove furono percosse con delle verghe. Poi vennero loro recisi i seni con delle spade e, dopo averle sospese, fu lacerata loro la pelle a tal punto che si vedevano le viscere. Infine furono gettate in una grande fornace ardente. Cantando e pregando, resero le loro anime a Dio, dal Quale ricevettero le incorruttibili corone della loro gloriosa gara. 2

1 Una città sulla riva meridionale del Mar Nero (l’odierna Samsun, in Turchia). Nell’antichità era una città della regione del Ponto. 2 Nel Menaion Teodora è chiamata Theodosia.

Eufemia e Teodora vmm.

Queste Sante vissero durante il regno dell’empio imperatore Massimiano, che fu imperatore congiunto con Diocleziano (286-305 e 307-308), i quali iniziarono una grande persecuzione contro i cristiani. In quel tempo, uomini e donne di ogni età confessavano Cristo e venivano messi a morte. Eseguendo il decreto del tiranno, ma prima di ucciderli, il suo emissario sottopose tutti i cristiani di Amisos (o Aminsos) 1 a orribili tormenti. Allora sette donne, dotate di virile coraggio, si presentarono al governatore, condannandolo audacemente per la sua crudeltà e confessando Cristo come l’unico vero Dio. Poi chiamarono il governatore disumano, mostruoso e nemico della verità.

Il tiranno si infuriò e ordinò che fossero condotte in un luogo pubblico come spettacolo, dove furono percosse con verghe. Poi tagliarono loro i seni con le spade e, dopo averle sospese, tagliarono la loro pelle a tal punto che le loro viscere erano visibili. Infine, furono gettate in una grande fornace ardente. Cantando e pregando, consegnarono le loro anime a Dio, dal Quale ricevettero le incorruttibili corone della loro gloriosa lotta. 2

1 Una città sulla costa meridionale del Mar Nero (l’odierna Samsun, Turchia). Nell’antichità era una città della regione del Ponto. 2 Nel Menaion Teodora è chiamata Teodosia.

Niceta conf. arcivescovo di Apollonia

San Nikita il Confessore, Arcivescovo di Apollonias in Bitinia, era noto per la sua profonda conoscenza della Sacra Scrittura, ed era un uomo pio e benevolo. Durante il regno dell’imperatore iconoclasta Leone l’Armeno (813-820), il santo difese la venerazione delle sante icone, e per questo fu esiliato e morì in prigione.

Cutberto taum. della Gran Bretagna.

San Cutberto, taumaturgo della Gran Bretagna, nacque in Northumbria intorno al 634. Molto poche informazioni ci sono giunte sulla prima parte della vita di Cutberto, ma esiste una storia straordinaria che lo riguarda all’età di otto anni.

Da bambino, Cutberto amava i giochi e giocare con gli altri bambini. Riusciva a battere chiunque avesse la sua età, e persino alcuni più grandi di lui, nella corsa, nel salto, nella lotta e in altri esercizi. Un giorno lui e altri ragazzi si stavano divertendo mettendosi a testa in giù con i piedi in aria. Un bambino di circa tre anni rimproverò Cutberto per il suo comportamento sconveniente. «Sii ragionevole», disse, «e smetti con queste sciocche buffonate».

Cutberto e gli altri lo ignorarono, ma il bambino cominciò a piangere così pietosamente che fu impossibile calmarlo. Quando gli chiesero che cosa avesse, egli gridò: «O santo vescovo e sacerdote Cutberto, queste acrobazie sconvenienti, fatte per esibire la tua abilità atletica, non si addicono a te né alla dignità del tuo ufficio». Cutberto smise immediatamente ciò che stava facendo e cercò di consolare il bambino.

Sulla via del ritorno a casa, meditò sul significato di quelle strane parole. Da quel momento in avanti, Cutberto divenne più riflessivo e serio. Questo episodio ci rivela San Cutberto come il vaso prescelto di Dio (2 Tim 2,20-21), proprio come Samuele, Davide, Geremia, Giovanni il Battista e altri che, fin dalla prima età, furono destinati a servire il Signore.

In un’altra occasione, soffriva per un ginocchio ferito. Era molto gonfio e i muscoli erano così contratti che zoppicava e riusciva appena a poggiare il piede a terra. Un giorno un bell’uomo d’aspetto nobile, vestito di bianco, arrivò a cavallo nel luogo dove Cutberto era seduto al sole accanto alla casa. Lo straniero chiese cortesemente se il ragazzo lo avrebbe accolto come ospite. Cutberto rispose che, se solo non fosse stato ostacolato dalle sue ferite, non sarebbe stato lento nell’offrire ospitalità al suo ospite.

L’uomo scese da cavallo ed esaminò il ginocchio di Cutberto, consigliandolo di cuocere della farina di frumento con il latte e di spalmare la calda pasta sul ginocchio dolorante. Dopo che lo straniero se ne fu andato, gli venne in mente che quell’uomo fosse in realtà un angelo inviato da Dio. Alcuni giorni dopo, era completamente guarito. Da allora in poi, come San Cutberto rivelò negli anni successivi a pochi amici fidati, egli ricevette sempre aiuto dagli angeli ogni volta che pregava Dio nelle situazioni disperate.

Nella sua Vita in prosa di San Cutberto, San Beda di Jarrow (27 maggio) ricorda agli scettici che non è cosa sconosciuta che un angelo appaia a cavallo, citando 2 Maccabei 11,6-10 e 4 Maccabei 4,10.

Quando il santo era ancora giovane, custodiva le pecore del suo padrone sulle colline di Lammermuir a sud di Edimburgo, vicino al fiume Leader. Una notte, mentre pregava, ebbe una visione di angeli che portavano l’anima di Sant’Aidan (31 agosto) in cielo in una sfera di fuoco. Cutberto svegliò gli altri pastori e raccontò loro ciò che aveva visto. Disse che doveva trattarsi dell’anima di un santo vescovo o di qualche altra grande persona. Alcuni giorni dopo essi seppero che il vescovo Aidan di Lindisfarne era spirato proprio all’ora in cui Cutberto aveva avuto la sua visione.

Da adulto, San Cutberto decise di abbandonare la vita nel mondo e di progredire verso cose migliori. Entrò nel monastero di Melrose nella valle del Tweed, dove fu ricevuto dall’abate San Boisil (23 febbraio). San Cutberto fu accolto nella comunità e si dedicò al servizio di Dio. I suoi digiuni e le sue veglie erano così straordinari che gli altri monaci ne restavano meravigliati. Trascorreva spesso intere notti in preghiera, e non mangiava nulla per giorni interi.

Chi può descrivere la sua vita angelica, la sua purezza o la sua virtù? Molto di ciò è conosciuto solo da Dio, poiché San Cutberto faticava in segreto per evitare la lode degli uomini.

Pochi anni dopo, San Eata (26 ottobre) scelse alcuni monaci di Melrose per vivere nel nuovo monastero di Ripon. Tra loro c’era San Cutberto. Sia Eata che Cutberto furono espulsi da Ripon e rimandati a Melrose nel 661 perché essi (e alcuni altri monaci) si rifiutarono di seguire il calcolo romano per la data della Pascha. La Chiesa celtica, che seguiva un computo diverso e più antico, resistette a lungo alle pratiche romane. Tuttavia, nel 664 il Sinodo di Whitby stabilì che le usanze romane erano superiori a quelle della Chiesa celtica e dovevano essere adottate da tutti. San Beda discute questa questione nella sua Storia Ecclesiastica del Popolo Inglese (Libro III, 25).

Dopo la morte di San Boisil, San Cutberto fu scelto come abate di Melrose, guidando i fratelli con le sue parole e con il suo esempio. Compié viaggi in tutta la regione circostante per incoraggiare i cristiani e per predicare il Vangelo a coloro che non l’avevano mai udito. A volte rimaneva lontano dal monastero per un mese intero, insegnando e predicando. Operò anche molti miracoli, guarendo i malati e liberando coloro che erano posseduti dai demoni.

Nel 664 Cutberto si recò con San Eata a Lindisfarne ed estese il suo campo d’azione per includere gli abitanti del Northumberland e di Durham. Presto San Eata nominò Cutberto priore di Lindisfarne (Holy Island). In quel tempo entrambi i monasteri erano sotto la giurisdizione di San Eata. Mentre si trovava a Lindisfarne, San Cutberto continuò la sua abitudine di visitare il popolo semplice per ispirarlo a cercare il Regno dei Cieli.

Benché alcuni monaci preferissero il loro modo di vita negligente alla regola monastica, San Cutberto a poco a poco li riportò a una migliore disposizione d’animo. All’inizio dovette sopportare molte discussioni e insulti, ma alla fine li condusse all’obbedienza attraverso la sua pazienza e le sue dolci ammonizioni. Aveva una grande sete di giustizia e perciò non esitava a correggere coloro che sbagliavano. Tuttavia, la sua mitezza lo rendeva pronto a perdonare quanti si pentivano. Quando le persone si confessavano a lui, spesso piangeva in simpatia per la loro debolezza. Mostrava loro anche come riparare i propri peccati compiendo egli stesso le loro penitenze.

San Cutberto fu un vero padre per i suoi monaci, ma la sua anima anelava alla completa solitudine, così andò a vivere su una piccola isola (Isola di San Cutberto), a breve distanza da Lindisfarne. Dopo aver riportato vittoria sui demoni mediante la preghiera e il digiuno, il santo decise di allontanarsi ancora di più dai suoi simili. Nel 676 si ritirò a Inner Farne, un luogo ancora più remoto. San Cutberto costruì una piccola cella che non poteva essere vista dalla terraferma. Pochi metri più in là, costruì una casa per gli ospiti che giungevano da Lindisfarne. Qui rimase per quasi nove anni.

Un sinodo a Twyford, presieduto dal santo arcivescovo Teodoro (19 settembre), elesse Cutberto vescovo di Hexham nel 684. Furono inviate lettere e messaggeri per informarlo della decisione del sinodo, ma egli si rifiutò di lasciare la sua solitudine. Il re Ecgfrith e il vescovo Trumwine (10 febbraio) andarono da lui di persona, supplicandolo nel nome di Cristo di accettare. Infine, San Cutberto uscì e andò con loro al sinodo. Con grande riluttanza, si sottomise alla volontà del sinodo e accettò l’ufficio di vescovo. Quasi subito, scambiò la propria sede con quella di San Eata e divenne vescovo di Lindisfarne, mentre San Eata andò a Hexham.

Il vescovo Cutberto rimase umile come era stato prima della sua consacrazione, evitando gli abiti sfarzosi e vestendo con semplicità. Esercitò il suo ufficio con dignità e affabilità, continuando a vivere come monaco. La sua virtù e la santità della sua vita non fecero che accrescere l’autorità della sua posizione.

La sua vita come vescovo di Lindisfarne fu molto simile a quando era priore di quel monastero. Si dedicò al suo gregge, predicando e visitando il popolo in tutta la sua diocesi, scacciando i demoni e guarendo ogni sorta di malattie. Tuttavia, servì come vescovo solo per due anni.

Una volta, San Cutberto fu invitato a Carlisle per ordinare sette diaconi al santo sacerdozio. Il santo sacerdote Hereberht viveva in solitudine su un’isola in quella regione. Avendo saputo che il suo amico spirituale Cutberto si trovava a Carlisle, andò a vederlo per discutere con lui di questioni spirituali. San Cutberto gli disse che avrebbe dovuto chiedergli tutto ciò che avesse bisogno di chiedere, poiché non si sarebbero più rivisti in questa vita. Quando seppe che San Cutberto sarebbe morto presto, Hereberht cadde ai suoi piedi e pianse. Per disposizione divina, i due uomini sarebbero morti lo stesso giorno.

Benché avesse solo poco più di cinquant’anni, San Cutberto sentì che si avvicinava il momento della sua morte. Depose i suoi doveri arcivescovili e si ritirò nella solitudine di Inner Farne poco dopo la festa della Natività del Signore nel 686 per prepararsi. In un primo tempo fu in grado di ricevere visitatori da Lindisfarne, ma gradualmente si indebolì e non fu più in grado di scendere fino allo sbarcadero per salutarli.

La sua ultima malattia sopraggiunse il 27 febbraio 687. Il pio sacerdote Herefrith (più tardi abate di Lindisfarne) venne a fargli visita quella mattina. Quando fu pronto a ripartire, chiese a San Cutberto la sua benedizione per tornare. Il santo rispose: «Fa’ come intendi. Sali sulla tua barca e ritorna a casa sano e salvo».

San Cutberto diede anche a padre Herefrith istruzioni per la sua sepoltura. Chiese di essere deposto a riposo a oriente della croce che egli stesso aveva innalzato. Gli disse dove trovare una bara di pietra nascosta sotto il manto erboso. «Mettete il mio corpo in essa», disse, «e avvolgetelo nel panno che troverete lì». Il panno era un dono della badessa Verca, ma San Cutberto lo riteneva troppo fine per essere indossato. Per affetto verso di lei, lo conservò perché fosse usato come suo sudario.

Padre Herefrith desiderava inviare alcuni fratelli a prendersi cura del vescovo morente, ma San Cutberto non lo permise. «Andate ora, e tornate al momento opportuno».

Quando Herefrith chiese quando sarebbe stato quel momento, San Cutberto rispose: «Quando Dio vorrà. Egli ve lo mostrerà».

Herefrith tornò a Lindisfarne e disse ai fratelli di pregare per il sofferente Cutberto. Le tempeste impedirono ai fratelli di tornare a Inner Farne per cinque giorni. Quando finalmente sbarcarono là, trovarono il santo seduto sulla spiaggia vicino alla casa degli ospiti. Disse loro che era uscito affinché, quando fossero arrivati per prendersi cura di lui, non dovessero andare fino alla sua cella per trovarlo. Era stato seduto lì per cinque giorni e cinque notti, senza mangiare altro che cipolle. Rivelò anche che durante quei cinque giorni era stato assalito dai demoni più duramente che mai.

Questa volta, San Cutberto acconsentì che alcuni dei fratelli lo assistessero. Uno di questi era il suo servo personale, il sacerdote Beda. Chiese in particolare che il monaco Walhstod rimanesse con lui per aiutare Beda a prendersi cura di lui. Padre Herefrith tornò a Lindisfarne e informò i fratelli del desiderio di Cutberto di essere sepolto sulla sua isola.

Herefrith e gli altri, tuttavia, volevano seppellirlo nella loro chiesa con il dovuto onore. Pertanto Herefrith tornò da Cutberto e chiese il permesso di farlo. San Cutberto disse che voleva essere sepolto là, nel luogo delle sue lotte spirituali, e fece notare che la pace dei fratelli sarebbe stata turbata dal numero di pellegrini che sarebbero venuti a Lindisfarne per venerare la sua tomba.

Herefrith insistette che avrebbero sopportato volentieri ogni disagio per amore di Cutberto. Infine, il vescovo acconsentì a essere sepolto nella chiesa di Lindisfarne affinché i monaci lo avessero sempre con loro, e perché potessero anche decidere quali estranei avrebbero avuto il permesso di visitare la sua tomba.

San Cutberto divenne sempre più debole, così i monaci lo riportarono nella sua cella. Nessuno vi era mai entrato, perciò si fermarono alla porta e chiesero che almeno uno di loro fosse ammesso a provvedere ai suoi bisogni. Cutberto chiese che Walhstod entrasse con lui. Ora, Walhstod soffriva di dissenteria da lungo tempo. Benché fosse malato, accettò di prendersi cura di Cutberto. Non appena toccò il santo vescovo, la sua malattia lo lasciò. Benché fosse malato e prossimo alla morte, San Cutberto guarì il suo servo Walhstod. In modo sorprendente, la potenza spirituale del santo uomo non era menomata dalla sua debolezza corporale. Verso le tre del pomeriggio Walhstod uscì e annunziò che il vescovo desiderava che essi entrassero.

Padre Herefrith chiese a Cutberto se avesse qualche ultima istruzione per i monaci. Egli parlò di pace e di armonia, mettendoli in guardia contro coloro che alimentavano l’orgoglio e la discordia. Sebbene li incoraggiasse ad accogliere i visitatori e a offrire loro ospitalità, li ammonì anche di non avere alcun rapporto con gli eretici o con coloro che conducevano una vita malvagia. Disse loro di imparare gli insegnamenti dei Padri e di metterli in pratica, e di attenersi alla regola monastica che egli aveva insegnato loro.

Dopo aver trascorso la sera in preghiera, San Cutberto si sedette e ricevette la Santa Comunione da padre Herefrith. Consegnò la sua santa anima a Dio il 20 marzo 687, all’ora stabilita per l’ufficio notturno.

Undici anni dopo, la tomba di San Cutberto fu aperta e le sue reliquie furono trovate incorrotte. Nel IX secolo, le reliquie furono trasferite a Norham, poi di nuovo a Lindisfarne. A causa della minaccia delle incursioni vichinghe, il corpo di San Cutberto fu spostato da un luogo all’altro per sette anni, affinché non fosse distrutto dagli invasori.

Le reliquie di San Cutberto furono trasferite a Chester-le-Street nel 995. Furono poi nuovamente spostate a causa di un’altra invasione vichinga e quindi portate a Durham per essere tenute al sicuro. Intorno al 1020 le reliquie dei Santi Beda (27 maggio), Aidan (31 agosto), Boisil (23 febbraio), Aebbe (25 agosto), Eadberht (6 maggio), Aethilwald (12 febbraio) e di altri santi associati a San Cutberto furono anch’esse portate a Durham.

La tomba fu riaperta il 24 agosto 1104, e le reliquie incorrotte e fragranti furono collocate nella cattedrale appena completata. Le reliquie degli altri santi sopra menzionati furono collocate in vari luoghi della chiesa. Il capo di Sant’Oswald di Northumbria (5 agosto), tuttavia, fu lasciato nella bara di San Cutberto.

Nel 1537 tre commissari del re Enrico VIII vennero a depredare la tomba e a profanare le reliquie. Il corpo di San Cutberto era ancora incorrotto e fu poi nuovamente sepolto. La tomba fu riaperta nel 1827. Nella cassa esterna fu trovata una pila di ossa, probabilmente le reliquie dei vari santi che erano state raccolte sette secoli prima e poi rimesse a posto dopo che i commissari protestanti ebbero completato il loro lavoro.

Nella cassa interna c’era uno scheletro avvolto in un sudario di lino e in cinque vesti. Nelle vesti fu trovata una croce d’oro e granati, probabilmente la croce pettorale di San Cutberto. Furono trovati anche un pettine d’avorio, un altare portatile di legno e argento, un omophorion (epitrachilion), pezzi di una bara di legno intagliato e altri oggetti. Essi possono essere visti oggi nella biblioteca del Dean and Chapter della cattedrale di Durham. La tomba fu nuovamente aperta nel 1899, e un esame scientifico determinò che le ossa erano quelle di un uomo sulla cinquantina, l’età di Cutberto al momento della sua morte.

Oggi le reliquie di San Cutberto (e il capo di Sant’Oswald) riposano sotto una semplice lastra di pietra nel luogo dell’originario santuario medievale nella Cappella dei Nove Altari, e le reliquie di San Beda riposano all’estremità opposta della cattedrale. Le reliquie e i tesori nella biblioteca rendono Durham un luogo adatto per la visita dei pellegrini.

Giacomo conf.

San Giacomo, vescovo e confessore, fu incline alla vita ascetica fin dai suoi primi anni. San Giacomo lasciò il mondo ed entrò nel monastero Studita, dove fu tonsurato. Condusse una vita rigorosa, piena di opere, digiuno e preghiera. Pio e ben versato nelle Sacre Scritture, san Giacomo fu elevato al trono vescovile di Catania (Sicilia).

Durante il regno dell’imperatore iconoclasta Costantino V Copronimo (741-775), san Giacomo fu ripetutamente esortato a non venerare le sante icone. Lo sfinirono in prigione, lo affamarono e lo percossero, ma egli sopportò coraggiosamente tutti questi tormenti. San Giacomo morì in esilio.

Paolo il Confessore in Bitinia

San Paolo il Confessore fu vescovo della città di Plousias (nella provincia della Bitinia in Asia Minore) in un’epoca in cui gli iconoclasti infuriavano contro la Chiesa di Cristo. La sua zelante difesa delle sante icone era fondata sulla Sacra Scrittura. San Paolo fu sottoposto a molestie e persecuzioni insieme con San Theophylactus (8 marzo). Il santo confessore fu mandato in esilio e si addormentò nel Signore intorno all’anno 850.

Emiliano di Roma.

San Emiliano d’Italia (nel secolo Victorinus) era romano di nascita e, fino alla vecchiaia, condusse una vita peccaminosa. Finalmente si pentì, si ritirò in un monastero e divenne monaco con il nome di Emiliano. Per il resto dei suoi giorni servì Dio con umiltà, stupendo i fratelli con la sua obbedienza senza lamenti e il suo severo digiuno. I monaci notarono che di notte Emiliano visitava in segreto una grotta vicino al monastero. Una volta l’igumeno lo seguì e trovò sant’Emiliano nella grotta, in preghiera con lacrime di contrizione, illuminato da una luce non di questo mondo. Udì una Voce che diceva: «Emiliano, i tuoi peccati ti sono perdonati».

Profondamente commosso da quanto era accaduto, l’igumeno, dopo i servizi del mattino, chiese al Vecchio di rivelare ai fratelli il suo segreto, e il santo raccontò a tutti la grande misericordia di Dio verso di lui. Allora l’igumeno disse ai fratelli: «Il Signore avrebbe potuto perdonargli il suo peccato in segreto, ma per il nostro bene Egli ha manifestato la Sua misericordia con la luce e con una voce, affinché potessimo contemplare la Sua grazia e la Sua misericordia verso i peccatori che si pentono».

San Emiliano trascorse il resto dei suoi giorni in gioia spirituale e serenamente si addormentò nel Signore.

Teofilatto di Nicomedia conf.

San Teofilatto visse a Costantinopoli nell’VIII secolo, al tempo dell’eresia iconoclasta. Dopo la morte dell’imperatore iconoclasta Leone IV il Khazar (775-780), salì al trono l’imperatore Costantino VI (780-797). Nello stesso periodo, il santo patriarca Paolo (30 agosto), non avendo la forza di continuare a guidare il gregge di fronte all’iconoclastia, rinunciò volontariamente al suo ufficio (784). Al suo posto fu scelto San Tarasio (25 febbraio). A quel tempo egli era un eminente consigliere imperiale. Sotto la supervisione del nuovo patriarca fu convocato il Settimo Concilio Ecumenico (787) per condannare l’eresia iconoclasta. Per la Chiesa cominciò un periodo relativamente pacifico, e i monasteri tornarono di nuovo a riempirsi di monaci.

San Teofilatto, dotato discepolo di San Tarasio, con la benedizione del patriarca si recò in un monastero sulla costa del Mar Nero insieme a San Michele (23 maggio). Gli zelanti asceti, per le loro fatiche gradite a Dio e l’intensa preghiera, ricevettero da Dio il dono dei miracoli. Durante una siccità, quando gli operai nei campi erano sfiancati dalla sete, i santi pregarono e un vaso vuoto si riempì di acqua a sufficienza per l’intera giornata.

Dopo alcuni anni nel monastero, entrambi furono consacrati vescovi dal patriarca Tarasio. San Michele fu fatto vescovo di Synada, e San Teofilatto fu fatto vescovo di Nicomedia.

Alla guida della Chiesa di Nicomedia, San Teofilatto si prese cura del gregge che gli era stato affidato. Egli costruì chiese, ospizi, case per viandanti, distribuì generosamente elemosine, fu il protettore di orfani, vedove e malati, e si dedicava personalmente a coloro che erano affetti da lebbra, senza esitare a lavarne le piaghe.

Quando l’iconoclasta Leone l’Armeno (813-820) salì al trono imperiale, la terribile eresia esplose con rinnovata forza.

Ma l’imperatore iconoclasta non poté influenzare San Nikēphóros (2 giugno), successore del patriarca Tarasio, il quale con gli altri vescovi esortò invano Leone a non distruggere la pace della Chiesa. San Teofilatto era presente alle trattative dell’imperatore con il patriarca. Denunciando gli eretici, San Teofilatto predisse una rapida morte a Leone l’Armeno. Per la sua coraggiosa profezia il santo fu mandato in esilio alla fortezza di Strobil (in Asia Minore). Egli languì per trent’anni fino alla sua morte, che ebbe luogo intorno all’anno 845.

Dopo il ristabilimento della venerazione delle icone nell’anno 847 sotto l’imperatrice Santa Teodora (11 febbraio) e suo figlio Michele, le sante reliquie di San Teofilatto furono riportate a Nicomedia.

Erma ap.

San Hermes (Hermḗs) è menzionato dal Santo Apostolo Paolo nella sua Epistola ai Romani (16,14). Secondo la Tradizione, fu vescovo della Dalmazia e si addormentò nel Signore in pace. Nel Sinassarion di Hippolyte Delehaye (1902) è chiamato Ermylos. Nel Codice di Parigi 13 f. 296 è elencato l’8 aprile insieme a Erodione, Asynkritos (vescovo di Hyrkania in Asia), Phlegon (vescovo di Marathon), Rufus e sua madre (che il Santo Paolo chiama anche sua madre), Epaphras e Agabos.

Domezio b.

È possibile che questo Santo Domezio sia lo stesso di San Domezio il Persiano che è commemorato il 7 agosto insieme ai suoi due discepoli.

sinassi dei Venerabili padri delle Grotte di Kiev

La seconda domenica della Grande Quaresima si celebra la Sinassi di tutti i Venerabili Padri del Monastero delle Grotte di Kiev: coloro che riposano nelle Grotte Vicine di Sant’Antonio (vedi 28 settembre), così come coloro che riposano nelle Grotte Lontane di San Theodosios (vedi 28 agosto).

Il Canone, che è stato aggiunto al servizio per la festa di oggi, è stato composto dallo ieromonaco Meletios nella seconda metà del XVII secolo.

Lazzaro di Murom

San Lazzaro di Murom era un Greco, nato a Costantinopoli. Nella sua città natale divenne monaco nel monastero di High-Mount sotto la guida dello starec Atanasio Diskotes, fondatore di molti monasteri. Otto anni dopo, Lazzaro fu sotto la guida del vescovo Basilio di Cesarea. Nell’anno 1343 il vescovo Basilio, desiderando incoraggiare la Chiesa Russa, inviò san Lazzaro, noto iconografo, insieme a monaci e doni a san Basilio, arcivescovo di Novgorod (10 febbraio, 4 ottobre, 3 giugno).

San Lazzaro fece una copia dell’icona di Novgorod della Sophia, Sapienza di Dio (15 agosto) per la diocesi di Cesarea, e compilò una descrizione delle chiese e dei monasteri di Novgorod. Incontrando il monaco, il gerarca di Novgorod si inchinò fino a terra davanti al suo ospite e lo benedisse a rimanere in un monastero da lui fondato. Per dieci anni san Lazzaro servì fedelmente san Basilio, e nel 1352, alla morte del santo arcivescovo, egli “vestì il santo corpo con le vesti preparate e sparse molte lacrime”.

In precedenza, san Lazzaro aveva ricevuto lettere che lo informavano della morte del vescovo Basilio di Cesarea. Addolorato perché era stato privato di entrambi le sue guide, il santo pensò di ritornare nella sua terra natale. Tuttavia, in sogno il gerarca di Novgorod gli apparve e lo indirizzò “ad andare verso nord, verso il mare, all’Isola Mucha nel Lago Onega” (Isola Murom nel Lago Onega). In breve tempo la sua prima guida, il vescovo Basilio di Cesarea, gli comandò in sogno di andare nello stesso luogo e di fondarvi un monastero. Le Cronache dicono che in quel tempo i Novgorodiani facevano i loro primi tentativi di convertire al cristianesimo i popoli della regione costiera del Mar Bianco.

Ma san Lazzaro non poté giungere subito a questa isola. Per molto tempo il proprietario dell’isola, il mercante novgorodiano Ivan, non glielo permise. Il monaco pregò fervidamente la Santissima Theotokos e san Giovanni Precursore, e pianse presso la tomba di san Basilio; e la resistenza del proprietario venne meno. San Basilio gli apparve ancora una volta in sogno e gli ordinò di donare l’isola “al nostro amico Lazzaro”, affinché là fosse onorata la Madre di Dio.

San Lazzaro arrivò da solo nel luogo benedetto. Eresse una croce, una capanna e una cappella. Presto i Lopari e i nativi Chud che abitavano sull’isola vennero a conoscenza di lui, ed egli sopportò da parte loro molte sofferenze. Essi incendiarono la sua capanna e fecero quanto danno poterono. Lo picchiarono, lo scacciarono dall’isola e lo inseguirono per ucciderlo. Ma Dio e la Regina del Cielo custodivano il santo.

Nel luogo della capanna bruciata l’icona della Dormizione della Santissima Theotokos apparve di nuovo a san Lazzaro, miracolosamente non danneggiata dal fuoco. Fu con questa icona che lo avevano benedetto quando era diventato monaco, e da essa si udì una Voce che comandava: “Il popolo infedele diventerà fedele, e vi sarà una sola Chiesa e un solo gregge di Cristo. Stabilisci in questo luogo una chiesa della Dormizione della Santissima Theotokos.”

Un’altra volta il santo vide come questo luogo fu benedetto da “una Donna maestosa, radiosa di un bagliore dorato, e da uomini splendenti che Le rendevano reverenza.” Ben presto il più anziano dei Lopari si recò dal monaco e lo pregò di guarire un bambino nato cieco: “… allora noi lasceremo l’isola, come è stato comandato ai tuoi servi.” San Lazzaro comprese che si trattava di un angelo, e rese grazie al Signore. Guarì il bambino cieco dopo aver pregato e averlo asperso con acqua santa. Allora quelli che si opponevano al santo lasciarono l’isola. Il padre del bambino guarito in seguito divenne monaco e tutti i suoi figli furono battezzati.

Da quel momento, la gente cominciò a venire al santo da luoghi lontani. Egli li battezzava e li tonsurava al monachesimo. Anche suoi connazionali vennero a lui da Costantinopoli, i santi monaci Eleazaro, Eumenio e Nazario (4 giugno), futuri fondatori del Monastero del Precursore nella regione di Olonetsk.

Visitando Novgorod, san Lazzaro ricevette dal vescovo Mosè (1352-1360) la sua benedizione per la costruzione di un monastero, insieme a un antiminsion e ad alcuni vasi sacri. Fu costruita una chiesa in onore della Dormizione della Santissima Theotokos, la prima in tutta la regione costiera; inoltre una chiesa della Resurrezione di Lazzaro, e persino una chiesa di legno di san Giovanni Precursore con annessa trapeza.

Il monastero della Dormizione di Murom fu edificato e fortificato dal suo zelante capo, san Lazzaro, fino alla sua vecchiaia.

Il tempo della sua morte gli fu rivelato in una visione dal suo fedele protettore, san Basilio di Novgorod. Avendo scelto un degno successore, lo starec athonita Teodosio, e dopo aver ricevuto i santi Misteri vivificanti e aver benedetto tutti, san Lazzaro si addormentò nel Signore l’8 marzo 1391 all’età di 105 anni. Fu sepolto in una cappella accanto alla chiesa della Dormizione della Santissima Theotokos.

La Vita di san Lazzaro fu scritta dallo starec Teodosio a partire dalle parole dello stesso monaco.

Atanasio di Murom

L’igumeno Atanasio faticò nel monastero di San Lazzaro di Murom, o Murmansk, a metà del XV secolo. Purtroppo, non vi sono informazioni sulla sua vita pia. Dopo la sua dormizione, il corpo di Sant’Atanasio fu deposto in una cappella speciale, e qui sono conservate le sue catene come testimonianza delle sue fatiche ascetiche. L’asceta è venerato localmente nel monastero di San Lazzaro insieme a quest’ultimo. La venerazione di Sant’Atanasio risale a molto tempo fa. Nella seconda metà del XVII secolo l’igumeno Atanasio fu descritto come un “venerabile taumaturgo”.

Si sa dell’esistenza di un tropario e di un kondakion in onore di Sant’Atanasio.

Nell’iconografia Sant’Atanasio è raffigurato con una corda da preghiera nella mano sinistra, mentre nella mano destra tiene un rotolo arrotolato come simbolo del suo insegnamento. Se il rotolo è aperto, l’iscrizione recita: “Ascolta, fratello mio, e non peccare fino alla fine dei secoli.” In un’icona dei Santi Lazzaro e Atanasio del Monastero della Dormizione di Murom, i Santi sono raffigurati a figura intera, in preghiera al Salvatore nei cieli.

Talvolta Sant’Atanasio è mostrato con il capo scoperto, capelli corti e lunga barba scura, appuntita sulla punta. Indossa una veste verde chiaro e un mantello marrone con uno schema blu e un kukulion sulle spalle. In alto vi è l’iscrizione: “Santo Atanasio di Murom, Taumaturgo.”

Ermete ap. dei 70

Il Santo Ermete (Hermḗs) è menzionato dal Santo Apostolo Paolo nella sua Epistola ai Romani (16,14). Secondo la Tradizione, egli fu vescovo della Dalmazia e si addormentò nel Signore in pace. Nel Synaxarion di Hippolyte Delehaye (1902) è chiamato Ermylos. Nel Codice di Parigi 13 f. 296 è elencato all’8 aprile insieme con Herodion, Asynkritos (vescovo di Hyrkania in Asia), Phlegon (vescovo di Marathon), Rufus e sua madre (che il Santo Apostolo Paolo chiama anche sua madre), Epaphras e Agabos.

Teodorito di Antiochia im.

San Theodoritus era un presbitero e custode dei sacri vasi presso la chiesa cattedrale di Antiochia. Questa chiesa fu costruita e riccamente ornata dall’imperatore San Costantino il Grande (21 maggio) e da suo figlio Costanzo, e il popolo la chiamava “la chiesa d’Oro”. Dopo aver occupato il trono alla morte dell’imperatore Costanzo (337-361), Giuliano l’Apostata (361-363) decise di restaurare il paganesimo in tutto l’Impero Romano.

L’imperatore nominò suo zio, anch’egli chiamato Giuliano, prefetto di Antiochia. Gli ordinò di chiudere le chiese cristiane e di mandare i loro beni al tesoro imperiale. Volendo compiacere l’imperatore, il prefetto, anch’egli apostata dal cristianesimo, si accinse al suo empio compito con zelo.

Giunto ad Antiochia con il dignitario Felix, diede ordine di rinchiudere sotto custodia il sacerdote Theodoritus, e iniziò il suo saccheggio, profanando l’altare e la santa mensa. Uno dei presenti, Euzoios, cercò di ammonirlo per la sua empietà, e per questo fu ucciso. Giuliano accusò Theodoritus di nascondere i beni della chiesa, ma il venerabile custode dei vasi negò l’accusa e apertamente denunciò Giuliano per la sua apostasia.

Nonostante bestiali torture, il santo martire mantenne la sua fede in Cristo Salvatore, e predisse una morte imminente per Giuliano e per l’imperatore a causa del loro sacrilegio.

I soldati che torturavano il fedele presbitero furono colpiti dalla sua fermezza e resistenza, e dalla potenza della Parola di Dio. Si convertirono a Cristo, e per questo furono annegati in mare.

Il santo confessore fu decapitato. La derisione e il sacrilegio dei pagani non rimasero impuniti, e le predizioni di San Theodoritus si compirono presto. Il prefetto Giuliano morì tra atroci dolori per una grave malattia, e l’imperatore Giuliano perì durante una campagna contro i Persiani.