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Giurisdizione: Chiese Autonome

Chiesa Autonoma di Finlandia

LA CHIESA ORTODOSSA AUTONOMA DI FINLANDIA

La Chiesa Ortodossa Autonoma di Finlandia (finlandese: Suomen ortodoksinen kirkko) è una delle Chiese ortodosse Autonome.

La diffusione del cristianesimo nel territorio finlandese ebbe luogo attraverso due differenti direttrici ecclesiali e culturali: da oriente mediante la tradizione ortodossa e da occidente attraverso la missione latina. Entrambe le influenze risultano documentate almeno a partire dagli inizi del XII secolo.

Le testimonianze archeologiche confermano la precoce presenza dell’Ortodossia in Finlandia. Alcune delle più antiche croci rinvenute negli scavi archeologici finlandesi, databili dal XII secolo in avanti, presentano infatti evidenti analogie con modelli provenienti da Novgorod e Kiev, indicando così intensi rapporti religiosi e culturali con il mondo della Rus’ e dell’Oriente cristiano. Secondo numerosi studiosi, comunità e parrocchie ortodosse erano presenti anche nelle regioni occidentali della Finlandia, in particolare nella Tavastia, area storicamente abitata dai Tavasti della Finlandia centrale. Tale presenza testimonia come l’influenza ecclesiastica orientale si fosse estesa ben oltre le sole regioni prossime alla Carelia e ai territori direttamente collegati a Novgorod.

Ulteriore conferma dell’antica penetrazione dell’Ortodossia nel territorio finlandese proviene dall’ambito linguistico. Diversi termini fondamentali del vocabolario cristiano finlandese sembrano infatti derivare dall’antico russo ecclesiastico, il quale a sua volta aveva accolto tali espressioni dal greco medievale. Tra questi si possono ricordare i termini pappi (sacerdote), risti (croce) e raamattu (Bibbia), che testimoniano l’influenza esercitata dalla tradizione cristiana orientale nella formazione religiosa e culturale della Finlandia medievale.

Verso la metà del XIII secolo si verificò l’inevitabile confronto tra le due potenze emergenti del Nord europeo, il Regno di Svezia e la Repubblica di Novgorod, insieme alle rispettive tradizioni ecclesiastiche e culturali che esse rappresentavano: il cristianesimo latino d’Occidente e l’Ortodossia orientale. La competizione politico-militare tra le due sfere d’influenza si intrecciò strettamente con la progressiva cristianizzazione delle popolazioni finniche, determinando una divisione religiosa destinata a segnare profondamente la storia della regione.

La delimitazione definitiva tra il dominio occidentale svedese e quello orientale novgorodese venne sancita dal Trattato di Nöteborg del 1323, considerato uno dei più importanti accordi medievali dell’Europa settentrionale. In base a tale trattato, la Carelia fu assegnata stabilmente alla sfera politica di Novgorod e, conseguentemente, alla tradizione ecclesiastica ortodossa. Da quel momento, mentre le regioni occidentali della Finlandia si consolidarono progressivamente sotto l’influenza latina e svedese, la Carelia divenne il principale centro della presenza ortodossa nel territorio finnico, conservando nei secoli successivi un forte legame spirituale e culturale con la tradizione della Rus’ e del Patriarcato Ecumenico mediato attraverso Novgorod.

In questo contesto di consolidamento della presenza ortodossa nei territori careliani, il monachesimo assunse un ruolo decisivo non soltanto nella vita spirituale, ma anche nell’opera missionaria e nell’organizzazione ecclesiastica della regione. L’opera missionaria principale per la diffusione dell’Ortodossia nelle regioni settentrionali della Finlandia e della Carelia fu svolta soprattutto dai monasteri, che sorsero progressivamente nelle vaste aree boschive e nei territori ancora scarsamente abitati della Carelia. Tra i più importanti centri monastici emersi in questo contesto si distinsero, già in epoca medievale, i monasteri fondati sulle isole del lago Ladoga: il monastero di Valaam (finlandese: Valamo) e quello di Konevsky (finlandese: Konevitsa), destinati nei secoli successivi a divenire alcuni dei più celebri luoghi della spiritualità ortodossa nordica.

Accanto alla vita cenobitica, un ruolo fondamentale fu svolto anche dalla tradizione eremitica. Le foreste della Carelia e della Finlandia accolsero infatti numerosi asceti e anacoreti, dediti alla preghiera, all’ascesi e alla contemplazione. Frequentemente, attorno alla cella o alla skiti di un eremita si raccoglievano altri monaci desiderosi di condividere la stessa esperienza spirituale, dando così origine a nuove comunità monastiche. Uno degli esempi più significativi di questo fenomeno fu sant’Alessandro di Svir (finlandese: Aleksanteri Syväriläinen, 1449-1533). Di origine careliana, egli trascorse tredici anni nel monastero di Valaam impegnato nella vita ascetica e nella lotta spirituale. Successivamente lasciò il monastero per ritirarsi in solitudine presso il fiume Svir, dove fondò una nuova comunità monastica, destinata a divenire uno dei principali centri della spiritualità ortodossa dell’area nord-occidentale della Rus’.

Il XVII secolo fu segnato da profonde tensioni religiose e politiche, in un contesto europeo dominato dalle guerre confessionali tra gli Stati protestanti emergenti e i paesi rimasti fedeli al cattolicesimo o all’Ortodossia. In tale quadro storico, il Regno di Svezia si affermò progressivamente come una grande potenza regionale, espandendo il proprio dominio sia verso sud sia verso oriente. Le conseguenze di questa espansione si fecero sentire in maniera particolarmente drammatica nei territori della Carelia ortodossa. Le forze svedesi devastarono e distrussero i grandi monasteri di Valaam e Konevsky, simboli della spiritualità ortodossa della regione. Molti monaci che non riuscirono a fuggire furono uccisi, e la stessa sorte toccò a numerosi contadini careliani.

La popolazione careliana si identificava prevalentemente con il mondo russo e ortodosso piuttosto che con quello finnico-svedese. Non a caso, i careliani chiamavano spesso i finlandesi ruotsalaiset, termine che in finlandese significa “svedesi”, evidenziando così la percezione della Finlandia occidentale come parte integrante della sfera culturale e religiosa svedese. Nel medesimo periodo, la Chiesa luterana di Stato svedese avviò un’intensa politica di conversione nei confronti delle popolazioni ortodosse. Alle comunità ortodosse venne progressivamente impedito di ricevere sacerdoti dalla Russia, circostanza che, nel lungo periodo, provocò una grave crisi della vita sacramentale ed ecclesiastica. Poiché il luteranesimo rappresentava l’unica confessione legalmente riconosciuta nel regno svedese, l’appartenenza all’Ortodossia comportava notevoli difficoltà religiose, sociali e civili.

Di fronte a tali pressioni, circa due terzi della popolazione ortodossa della Carelia abbandonò la Finlandia rifugiandosi nelle regioni centrali della Russia. Da questa migrazione nacque la comunità storica dei Careliani di Tver. Parallelamente, le autorità svedesi incentivarono l’insediamento di popolazioni finlandesi luterane nelle fattorie e nei territori lasciati liberi dagli ortodossi emigrati. Questa massiccia fuga della popolazione ortodossa determinò un mutamento irreversibile dell’equilibrio religioso della Finlandia: da allora, l’Ortodossia non riuscì più a costituire la confessione maggioritaria in alcuna regione del paese. Nonostante ciò, la tradizione ortodossa sopravvisse in alcune aree più isolate della Finlandia orientale e della Carelia, specialmente nella regione di Ilomantsi, dove la fede ortodossa continuò a essere custodita e trasmessa attraverso i secoli.

Il periodo della grande espansione politico-militare della Svezia trovò il proprio limite nel corso di due importanti conflitti con la Russia: la Grande guerra del Nord, conclusasi con il Trattato di Nystad del 1721, e la cosiddetta guerra dei Cappelli (1741-1743), terminata con il Trattato di Turku del 1743. In seguito a tali accordi, la Svezia perse tutti i propri territori nella regione baltica e cedette inoltre alla Russia una parte significativa della Finlandia orientale. Questi mutamenti geopolitici ebbero rilevanti conseguenze anche sul piano ecclesiastico e religioso. Sotto il dominio russo, l’Ortodossia conobbe infatti una nuova fase di consolidamento e di rinascita nelle regioni orientali della Finlandia e della Carelia. Il monastero di Valaam, distrutto durante le guerre precedenti, venne restaurato sulle rive del lago Ladoga, e nel 1719 fu consacrata una nuova chiesa principale. Anche il monastero di Konevsky tornò progressivamente alla vita monastica già prima del 1716, grazie al rientro dei monaci superstiti. Le autorità imperiali russe sostennero attivamente la rinascita della vita ortodossa. Gli zar e le imperatrici promossero la ricostruzione delle chiese distrutte o danneggiate durante i conflitti, favorendo così il ristabilimento delle strutture ecclesiastiche nelle regioni recentemente acquisite. La popolazione ortodossa della Finlandia orientale poté nuovamente intraprendere pellegrinaggi verso i grandi centri spirituali della Russia settentrionale, in particolare ai monasteri di Solovki e di sant’Alessandro di Svir, rinsaldando così i legami religiosi e culturali con il mondo ortodosso russo.

In questo stesso periodo trovarono rifugio nelle regioni periferiche della Finlandia anche gruppi di Vecchi Credenti (Staroveri), appartenenti al movimento sorto in opposizione alle riforme liturgiche introdotte dal patriarca Nikon negli anni 1666-1667. Dopo essere stati condannati e scomunicati dalla Chiesa russa ufficiale, molti di essi abbandonarono i territori centrali della Russia e si stabilirono in aree remote e scarsamente popolate della Finlandia, dove fondarono tre piccoli monasteri. Tuttavia, tali comunità monastiche non riuscirono a mantenersi stabilmente e cessarono la loro attività nel corso del secolo successivo.

Quando, nel 1809, l’intera Finlandia venne incorporata nell’Impero Russo come Granducato autonomo, il paese possedeva già una consolidata organizzazione ecclesiastica luterana, ereditata dal lungo periodo della dominazione svedese. In questo nuovo assetto politico anche la Chiesa ortodossa ottenne un riconoscimento ufficiale e uno status legale all’interno della società finlandese. La costituzione svedese, che continuò sostanzialmente a fungere da fondamento giuridico del Granducato, stabiliva esplicitamente che il sovrano dovesse appartenere alla confessione protestante. Tale principio, tuttavia, non venne applicato agli imperatori russi ortodossi, i quali conservarono pienamente la loro autorità sulla Finlandia autonoma.

Nelle regioni in cui l’Ortodossia non apparteneva alla tradizione storica locale – come Helsinki, Tampere, Viipuri e l’istmo careliano – la presenza ortodossa fu strettamente associata alla popolazione russa residente, costituita in larga parte da truppe imperiali stanziate permanentemente nel territorio finlandese. In tale contesto si colloca anche la nascita della comunità ortodossa di Helsinki, generalmente collegata alla costruzione della chiesa della Santa Trinità nel 1827.

Per buona parte del XIX secolo, l’attività ecclesiastica ortodossa al di fuori della Carelia ruotò prevalentemente attorno alle chiese delle guarnigioni militari russe. Parallelamente aumentò anche il numero degli immigrati russi, soprattutto mercanti e artigiani, molti dei quali finirono progressivamente per integrarsi nella borghesia urbana di lingua svedese. In questo ambiente prese forma anche una componente svedofona della Chiesa Ortodossa Finlandese.

Il XIX secolo rappresentò inoltre un periodo di intensa edificazione ecclesiastica. Tra i principali monumenti religiosi di questo periodo spicca la cattedrale della Dormizione (Uspenski) di Helsinki, simbolo della presenza ortodossa nella capitale. Nuove chiese ortodosse sorsero anche nelle città di Tampere e Turku, sia per le esigenze delle guarnigioni sia per quelle delle comunità russe immigrate. La chiesa di santa Alessandra a Turku, ad esempio, fu consacrata il 9 settembre 1845.

Nelle campagne della Carelia, invece, la vita religiosa ortodossa conservò numerosi elementi della tradizione popolare locale e risentì dell’influenza di pratiche religiose più antiche. L’istruzione religiosa e culturale della popolazione ortodossa rimaneva piuttosto limitata: ancora nel 1900 si stimava che il 32% degli abitanti sopra i quindici anni della Finlandia orientale fosse analfabeta. Molti fedeli conoscevano la propria religione quasi esclusivamente attraverso gli aspetti esteriori del culto e delle tradizioni popolari.

Anche il clero contribuiva, in parte, alla distanza culturale tra la popolazione e la vita ecclesiastica. I sacerdoti erano prevalentemente russi e spesso non conoscevano la lingua finlandese. Le celebrazioni liturgiche si svolgevano in paleoslavo ecclesiastico: una lingua parzialmente comprensibile ai russi, ma praticamente incomprensibile alla maggioranza dei fedeli finlandesi.

Nel 1892 la Chiesa Ortodossa Russa istituì un episcopato finlandese autonomo, guidato da un arcivescovo. La sede episcopale fu stabilita a Vyborg e il primo vescovo fu il russo Antonij Vadkovskij (1892-1898). Tuttavia, quando alla fine del XIX secolo l’Impero Russo iniziò a promuovere una politica di progressiva limitazione dell’autonomia finlandese, una parte significativa della popolazione luterana cominciò a identificare la Chiesa Ortodossa con il potere imperiale russo. In questo contesto si diffuse l’espressione dispregiativa ryssän kirkko (la chiesa dei russi), indice del profondo divario culturale e confessionale esistente tra la maggioranza luterana e la minoranza ortodossa del paese.

Quando la Finlandia proclamò la propria indipendenza dalla Russia nel 1917, anche la Chiesa Ortodossa Finlandese avviò un processo di distacco ecclesiastico dal Patriarcato di Mosca, dichiarando la propria autonomia. La nuova Costituzione finlandese del 1919 riconobbe ufficialmente alla Chiesa Ortodossa uno status giuridico pari a quello della Chiesa evangelico-luterana di Finlandia, garantendole così una posizione istituzionale privilegiata nel nuovo Stato indipendente. Nel clima di ridefinizione dell’identità nazionale finlandese, alcune chiese ortodosse associate alla presenza imperiale russa subirono trasformazioni significative. La chiesa di Suomenlinna, ad esempio, precedentemente ortodossa, venne convertita al culto luterano già nel 1918.

Un passaggio decisivo nella storia ecclesiastica della Finlandia avvenne nel 1923, quando la Chiesa Ortodossa Finlandese si separò definitivamente dalla giurisdizione del Patriarcato di Mosca e venne accolta come Chiesa autonoma sotto il Patriarcato Ecumenico. Contestualmente fu adottato il calendario gregoriano, segnando un ulteriore allontanamento dalla tradizione liturgica russa. Tra le principali riforme introdotte nel periodo successivo all’indipendenza si possono ricordare il passaggio dalla lingua liturgica paleoslava al finlandese e il trasferimento della Sede arcivescovile da Viipuri a Sortavala. Tali cambiamenti riflettevano il tentativo di sviluppare una Chiesa Ortodossa pienamente radicata nella cultura e nella lingua nazionale finlandese.

Fino alla Seconda Guerra Mondiale, la maggioranza degli ortodossi finlandesi viveva in Carelia. Tuttavia, gli eventi bellici e le cessioni territoriali all’Unione Sovietica modificarono radicalmente la geografia ecclesiastica del paese. Gli abitanti delle regioni cedute furono evacuati verso altre parti della Finlandia, provocando una vasta diaspora careliana ortodossa.

Nel 1940 anche il celebre monastero di Valamo dovette essere evacuato; l’anno seguente venne fondato il monastero di Nuovo Valamo a Heinävesi, nel territorio rimasto sotto sovranità finlandese. Successivamente vi confluirono anche i monaci provenienti dai monasteri di Konevsky e Petsamo. Analoga sorte toccò al monastero femminile di Lintula, situato presso Kivennapa nell’istmo careliano, che fu evacuato e ricostituito a Heinävesi nel 1946.

Negli anni Cinquanta la Chiesa Ortodossa di Finlandia intraprese una significativa opera di riorganizzazione pastorale. Venne creata una nuova rete parrocchiale e furono costruite numerose chiese per assistere le comunità ortodosse disperse nel territorio nazionale. Dopo la perdita di Sortavala e Viipuri, l’attuale Vyborg in territorio russo, la Sede arcivescovile fu trasferita a Kuopio, mentre la diocesi di Viipuri venne riorganizzata con sede a Helsinki. Nel 1979 fu inoltre istituita una terza diocesi con sede a Oulu.

Nel secondo dopoguerra il numero degli ortodossi diminuì gradualmente. Molti profughi careliani furono reinsediati in regioni a maggioranza luterana e i matrimoni misti divennero sempre più frequenti; spesso i figli venivano battezzati nella confessione religiosa prevalente, cioè quella luterana.

A partire dagli anni Settanta, tuttavia, si verificò un fenomeno inatteso: in Finlandia emerse un movimento culturale e spirituale che rivalutava profondamente l’Ortodossia. Numerosi finlandesi iniziarono a essere attratti dalla dimensione mistica della liturgia ortodossa, dalla ricchezza simbolica delle icone e da una percezione dell’esperienza spirituale ortodossa considerata più profonda e contemplativa rispetto alla tradizione luterana dominante. In modo analogo a quanto avvenuto per il cattolicesimo in Inghilterra, l’adesione all’Ortodossia divenne progressivamente un fenomeno culturalmente significativo e, in alcuni ambienti, persino una forma di “ritorno spirituale” ricercata.

In questo processo ebbe un ruolo fondamentale l’Arcivescovo Paolo di Carelia e di tutta la Finlandia (1960-1987), il quale promosse importanti riforme liturgiche e pastorali. Egli favorì una maggiore partecipazione attiva dei laici alle celebrazioni, rese le funzioni più comprensibili ai fedeli e sottolineò con particolare forza l’importanza della frequente partecipazione all’Eucaristia, contribuendo così al rinnovamento spirituale della Chiesa Ortodossa Finlandese contemporanea.

Attualmente la Chiesa Ortodossa Autonoma di Finlandia è articolata in tre diocesi ecclesiastiche: la Diocesi di Helsinki, la Diocesi di Kuopio e della Carelia e la Diocesi di Oulu. La guida della Chiesa finlandese è affidata a Sua Eminenza l’Arcivescovo Elia di Helsinki e di tutta la Finlandia, Primate della Chiesa e responsabile della Diocesi di Helsinki, con sede nella capitale finlandese. La Diocesi di Kuopio e della Carelia è invece affidata a Sua Eminenza il Metropolita Arseni, mentre la Diocesi di Oulu è guidata da Sua Grazia Sergei, Vescovo di Hamina.

Accanto alla struttura diocesana, un ruolo significativo continua a essere svolto dalla vita monastica, che rappresenta uno degli elementi più caratteristici della tradizione ortodossa finlandese contemporanea. In Finlandia sono oggi presenti un monastero maschile e un femminile, entrambi situati nella località di Heinävesi. Si tratta del Convento della Santa Trinità di Lintula e del Monastero della Trasfigurazione di Cristo di Nuovo Valamo, che costituiscono i principali centri della spiritualità monastica ortodossa nel paese. Le due comunità monastiche riuniscono complessivamente circa venti persone tra monache, monaci e novizi, impegnati nella vita liturgica, ascetica e spirituale secondo la tradizione della Chiesa Ortodossa.

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Chiesa Apostolica di Estonia

CHIESA ORTODOSSA APOSTOLICA DI ESTONIA

La Chiesa Ortodossa Apostolica d’Estonia (in estone: Eesti Apostlik-Õigeusu Kirik), ufficialmente denominata Chiesa Ortodossa d’Estonia, è una Chiesa ortodossa autonoma posta sotto la diretta giurisdizione canonica del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. Secondo l’ordinamento giuridico dello Stato estone, essa è riconosciuta quale legittima continuatrice storica e legale della Chiesa Ortodossa d’Estonia esistente prima della Seconda guerra mondiale, mantenendone così la continuità ecclesiastica, canonica e istituzionale.

L’attività missionaria ortodossa tra le popolazioni estoni ebbe inizio già tra il X e il XII secolo, soprattutto nelle regioni sud-orientali del territorio, maggiormente vicine alla città di Pskov e all’area culturale della Rus’. La più antica testimonianza relativa alla presenza di una comunità ortodossa in Estonia risale all’anno 1030 nella città di Tartu. Già intorno al VI secolo, sul versante orientale della collina di Toome (Toomemägi), le popolazioni estoni avevano edificato una fortezza denominata Tarbatu. Nel 1030 il principe della Rus’ di Kiev Jaroslav I il Saggio (1010-1034) conquistò la località, vi costruì una nuova fortezza e fece edificare una cattedrale dedicata a san Giorgio il Vittorioso, introducendo così stabilmente la presenza ecclesiastica ortodossa nella regione.

Nei secoli successivi, tuttavia, l’espansione dei poteri germanici e delle autorità ecclesiastiche latine modificò profondamente gli equilibri religiosi dell’area. Nel 1472 i cristiani ortodossi furono espulsi da Tartu dalle autorità tedesche, mentre il sacerdote Isidoro, insieme a un gruppo di fedeli ortodossi, subì il martirio. La loro memoria liturgica viene commemorata dalla Chiesa l’8 gennaio.

Poco è noto riguardo alla storia della Chiesa Ortodossa nel territorio estone durante il periodo compreso tra il tardo Medioevo e l’età moderna. Soltanto a partire dai secoli XVII e XVIII le fonti storiche tornano a offrire testimonianze più consistenti sulla presenza ortodossa nella regione. In tale periodo, numerosi Vecchi Credenti (Staroveri) trovarono rifugio in Estonia, fuggendo dalla Russia a causa delle persecuzioni seguite alle riforme liturgiche introdotte dal Patriarca di Mosca Nikon (1652-1666). Queste riforme, volte ad uniformare i libri liturgici e le pratiche ecclesiastiche russe all’uso greco contemporaneo, provocarono una profonda frattura all’interno della Chiesa russa, dando origine al cosiddetto Raskol, ossia lo scisma dei Vecchi Credenti. Le regioni orientali dell’Estonia, soprattutto quelle prossime al lago Peipus, divennero così uno dei principali luoghi di insediamento delle comunità starovere, le quali conservarono rigorosamente le antiche tradizioni liturgiche russe e contribuirono alla presenza stabile dell’elemento ortodosso nel territorio estone.

Nel corso dei secoli XVIII e XIX l’Estonia entrò a far parte dell’Impero russo, dopo la conquista dei territori baltici da parte dello zar Pietro I il Grande (1682-1725). In tale contesto, un numero considerevole di estoni, soprattutto appartenenti alle popolazioni rurali, aderì alla fede ortodossa, spesso nella speranza di ottenere benefici sociali e fondiari. Questo fenomeno favorì la costruzione di numerosi edifici ecclesiastici e la progressiva diffusione dell’Ortodossia nel territorio estone. Nel 1850 la Chiesa Ortodossa Russa istituì la Diocesi di Riga, comprendente anche gran parte dei fedeli ortodossi dell’Estonia. Verso la fine del XIX secolo si intensificò la politica di russificazione promossa dall’autorità imperiale, sostenuta in particolare da settori della gerarchia ecclesiastica russa, ma non sempre condivisa dal clero ortodosso locale estone. A questo periodo risalgono anche importanti fondazioni ecclesiastiche, tra cui la Cattedrale di sant’Aleksandr Nevskij a Tallinn e il Monastero stavropigiale della Dormizione della Madre di Dio di Pühtitsa (Kuremäe), nell’Estonia orientale, che divennero significativi centri della presenza ortodossa nella regione.

Nel 1917 il sacerdote estone Platon (al secolo Paul Kul’busch) fu consacrato vescovo di Riga e vicario di Tallinn (1917-1919), divenendo così il primo vescovo di origine estone nella storia ecclesiastica del paese. Nel contesto delle persecuzioni seguite alla rivoluzione bolscevica, egli fu arrestato e assassinato nel 1919 insieme al proprio diacono, subendo il martirio per motivi legati alla fede e alla situazione politico-ecclesiastica dell’epoca. La sua testimonianza ecclesiale e il sacrificio della vita furono successivamente riconosciuti ufficialmente sia dal Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli sia dalla Chiesa Ortodossa Russa, che nel 2000 lo iscrissero nel catalogo dei santi. La sua memoria liturgica viene celebrata il 14 gennaio.

Dopo la proclamazione della Repubblica d’Estonia nel 1918, il Patriarca della Chiesa Ortodossa Russa, san Tikhon di Mosca (1917-1925), riconobbe nel 1920 l’autonomia ecclesiastica della Chiesa Ortodossa d’Estonia. In tale contesto, l’Arcivescovo Aleksander Paulus (1923-1953) venne eletto e intronizzato quale primate della Chiesa estone. Successivamente, nel 1923, l’Arcivescovo Aleksander si rivolse al Patriarcato Ecumenico chiedendo il riconoscimento canonico della Chiesa estone. Nello stesso anno, la Chiesa Ortodossa d’Estonia fu accolta sotto la giurisdizione canonica del Patriarcato Ecumenico, dal quale ricevette un ampio regime di autonomia ecclesiastica.

Prima del 1941, circa un quinto della popolazione dell’Estonia – tradizionalmente a maggioranza luterana sin dall’epoca della dominazione svedese del XVI secolo – apparteneva alla Chiesa Ortodossa posta sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico. La Chiesa Ortodossa d’Estonia possedeva allora una struttura ecclesiastica pienamente organizzata, comprendente 158 parrocchie e 183 membri del clero. Presso la Facoltà di Teologia dell’Università di Tartu era inoltre attiva una cattedra dedicata agli studi ortodossi, segno del rilevante sviluppo teologico ed ecclesiastico raggiunto dalla comunità ortodossa estone nel periodo interbellico.

Accanto alla vita parrocchiale, notevole importanza rivestiva anche il monachesimo. In Estonia erano presenti il monastero di Petseri, due conventi femminili a Narva e Kuremäe, nonché un priorato a Tallinn e un seminario teologico a Petseri. Particolare rilievo storico ebbe l’antico monastero di Petseri (Pechory), che all’epoca apparteneva al territorio della Repubblica Estone e oggi ricade nella Federazione Russa. Tale monastero riuscì a sopravvivere alle vaste distruzioni di chiese e istituzioni religiose perpetrate durante il periodo sovietico in Russia.

Nel 1940 l’Estonia venne occupata dall’Unione Sovietica e il nuovo regime avviò una sistematica politica di soppressione di ogni forma di autonomia ecclesiastica presente nei territori sottoposti al controllo sovietico. In tale contesto, anche la Chiesa Ortodossa d’Estonia fu privata progressivamente della propria indipendenza canonica e amministrativa. Durante il periodo dell’occupazione tedesca, tra il 1942 e il 1944, l’autonomia ecclesiastica sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico fu temporaneamente ristabilita. Tuttavia, con il ritorno del potere sovietico, la situazione mutò nuovamente in maniera radicale.

Nel 1945 un rappresentante del Patriarcato di Mosca procedette allo scioglimento dei membri del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa d’Estonia rimasti nel paese e istituì una nuova struttura amministrativa, denominata Consiglio Diocesano. In conseguenza di tali eventi, i fedeli ortodossi dell’Estonia occupata furono posti sotto la giurisdizione del Patriarcato di Mosca, e la Chiesa estone cessò di esistere come entità autonoma, venendo trasformata in una diocesi della Chiesa Ortodossa Russa.

Poco prima della seconda occupazione sovietica dell’Estonia, nel 1944, e della successiva dissoluzione del Santo Sinodo estone, il Primate della Chiesa, il Metropolita Aleksander, fu costretto a lasciare il paese insieme a ventuno sacerdoti e a circa ottomila fedeli ortodossi, trovando rifugio in esilio. La Chiesa Ortodossa d’Estonia in esilio, con sede sinodale in Svezia, continuò a esistere e a operare secondo il proprio ordinamento canonico, mantenendo viva la continuità ecclesiastica fino al ristabilimento dell’indipendenza dello Stato estone nel 1991. Prima della sua morte, avvenuta nel 1953, il metropolita Aleksander pose formalmente la comunità ecclesiastica estone in esilio sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico, costituendola quale Esarcato patriarcale. Nel frattempo, gran parte dei vescovi e del clero rimasti in Estonia fu deportata dalle autorità sovietiche nei campi di prigionia e nelle regioni della Siberia, condividendo la sorte di numerosi altri esponenti religiosi perseguitati dal regime ateo sovietico. Nel 1958 venne costituito un nuovo Santo Sinodo in esilio, attraverso il quale la Chiesa Ortodossa d’Estonia proseguì la propria attività ecclesiale e amministrativa dalla Svezia, custodendo la memoria storica, la tradizione liturgica e la continuità canonica della Chiesa estone.

In seguito al crollo dell’Unione Sovietica e al ristabilimento dell’indipendenza dell’Estonia, all’interno della comunità ortodossa del paese emersero profonde divisioni riguardo alla giurisdizione ecclesiastica da cui dipendere canonicamente. Una parte dei fedeli e del clero sosteneva il mantenimento del legame con il Patriarcato di Mosca, mentre un’altra auspicava il ristabilimento della dipendenza canonica dal Patriarcato Ecumenico, richiamandosi alla precedente autonomia della Chiesa Ortodossa d’Estonia nel periodo interbellico.

La controversia assunse anche una marcata dimensione etnica e culturale, poiché una parte considerevole della popolazione ortodossa di lingua russa era giunta in Estonia durante il periodo dell’occupazione sovietica, mentre molti estoni ortodossi vedevano nel ritorno sotto Costantinopoli un elemento strettamente connesso al recupero dell’identità nazionale ed ecclesiale del paese. I lunghi negoziati intercorsi tra il Patriarcato Ecumenico e il Patriarcato di Mosca non riuscirono inizialmente a condurre a una soluzione condivisa, dando origine a una complessa disputa canonica ed ecclesiologica che segnò profondamente la vita dell’Ortodossia estone nel periodo successivo alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Nel 1993 il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa d’Estonia in esilio venne nuovamente registrato quale continuatore giuridico della storica Chiesa Ortodossa Autonoma d’Estonia del periodo interbellico. Successivamente, il 20 febbraio 1996, il Patriarca Ecumenico Bartolomeo rinnovò il Tomos patriarcale concesso nel 1923, ristabilendo ufficialmente la subordinazione canonica della Chiesa Ortodossa d’Estonia al Patriarcato Ecumenico. Tale decisione suscitò l’immediata reazione del Patriarcato di Mosca. Il Patriarca Alessio II (1990-2008) contestò infatti il provvedimento, ritenendo l’Estonia parte integrante del territorio canonico della Chiesa Ortodossa Russa. In segno di protesta, il Patriarca di Mosca dispose temporaneamente la rimozione del nome del Patriarca Ecumenico dai dittici liturgici, interrompendo così la commemorazione ufficiale del Primate di Costantinopoli.

La controversia venne successivamente attenuata attraverso un accordo pratico, in base al quale alle singole comunità parrocchiali fu riconosciuta la facoltà di scegliere liberamente la giurisdizione ecclesiastica alla quale appartenere. Nonostante ciò, la comunità ortodossa dell’Estonia – che rappresenta circa il 14% della popolazione del paese – rimase divisa tra le due obbedienze ecclesiastiche. La maggioranza dei fedeli, prevalentemente di lingua ed etnia russa, continuò a dipendere dal Patriarcato di Mosca, mentre una parte significativa della popolazione ortodossa estone aderì alla Chiesa Autonoma sotto il Patriarcato Ecumenico. Secondo dati governativi pubblicati nel novembre 2003, circa 20.000 fedeli, per lo più di origine estone, appartenenti a 60 parrocchie, facevano parte della Chiesa Ortodossa Autonoma d’Estonia sotto Costantinopoli; circa 150.000 fedeli distribuiti in 31 parrocchie, insieme alla comunità monastica di Pühtitsa, rimanevano invece sotto la giurisdizione del Patriarcato di Mosca.

Nel 1999 la Chiesa Ortodossa Autonoma d’Estonia ottenne nuovamente un proprio vescovo residente. Fino a quel momento, infatti, essa era stata amministrata dall’Arcivescovo di Finlandia del Patriarcato Ecumenico in qualità di locum tenens. In quell’anno venne eletto Metropolita Stephanos (Charalambides), già vescovo ausiliare della Sacra Metropolia di Francia del Patriarcato Ecumenico, al quale fu affidata la guida pastorale della Chiesa estone autonoma.

Un momento di particolare rilievo nella vita ecclesiale dell’Estonia contemporanea si ebbe nel 2013, quando Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo si recò ufficialmente a Tallinn, su invito congiunto della Chiesa Ortodossa autonoma d’Estonia e del Presidente della Repubblica d’Estonia. La visita, avvenuta il 4 settembre 2013, ebbe luogo in occasione delle celebrazioni per il novantesimo anniversario della concessione dell’autonomia ecclesiastica alla Chiesa estone da parte della Chiesa Madre di Costantinopoli.

La presenza del Patriarca Ecumenico in Estonia assunse un forte valore ecclesiologico e simbolico, riaffermando i legami storici e canonici tra il Patriarcato Ecumenico e la Chiesa Ortodossa d’Estonia, nonché il ruolo del Trono Ecumenico nella vita dell’Ortodossia contemporanea.

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Chiesa Semi-autonoma di Creta

LA CHIESA SEMI-AUTONOMA DI CRETA

La Chiesa di Creta costituisce una Chiesa dotata di statuto di semi-autonomia, pur rimanendo canonicamente subordinata al Patriarcato Ecumenico. Tale particolare configurazione ecclesiastica riflette sia la peculiare storia politica dell’isola sia il tradizionale legame spirituale di Creta con il Trono Ecumenico.

Attualmente la Chiesa di Creta è composta dalla Sacra Arcidiocesi di Creta e da otto Sacre Metropolie. La suprema autorità amministrativa dell’isola è il Santo Sinodo Provinciale della Chiesa di Creta, con sede a Heraklion. Il Sinodo è presieduto dall’Arcivescovo di Creta ed è composto dai metropoliti delle diocesi cretesi, che partecipano sinodalmente al governo ecclesiastico dell’isola.

L’Arcivescovo di Creta viene eletto dal Santo e Sacro Sinodo del Patriarcato Ecumenico tra una terna di candidati previamente designati dal Santo Sinodo Provinciale della Chiesa di Creta. Questo sistema elettivo esprime il delicato equilibrio tra l’autonomia amministrativa della Chiesa cretese e la sua dipendenza canonica da Costantinopoli. Lo stesso Sinodo Provinciale esercita inoltre ampie competenze nelle questioni interne della Chiesa locale, inclusa l’elezione degli altri metropoliti dell’isola.

La struttura amministrativa contemporanea della Chiesa di Creta affonda le proprie radici nell’epoca del Vilayet di Creta (1867-1898) e si consolidò ulteriormente durante il periodo dello Stato Cretese (1898-1913). Tale assetto rimase sostanzialmente invariato anche dopo l’unione dell’isola con la Grecia (1913). La Carta Costituzionale della Chiesa di Creta venne riconosciuta ufficialmente come legge dello Stato greco nel 1961 attraverso la Legge 4149/1961, che definì in modo organico il suo ordinamento ecclesiastico.

Un ulteriore sviluppo istituzionale si verificò nel 1962, quando il Santo e Sacro Sinodo del Patriarcato Ecumenico attribuì ai vescovi della Chiesa di Creta il titolo di metropoliti. Successivamente, nel 1967, anche il Metropolita di Creta ricevette la dignità di Arcivescovo. Tali riconoscimenti vennero definitivamente consolidati il 9 marzo 1993, quando il Patriarcato Ecumenico emanò uno speciale Tomo patriarcale che proclamò come metropolie effettive le diocesi cretesi fino ad allora semplicemente onorifiche, conferendo inoltre ai loro vescovi il titolo di «Hypertimos ed Esarca».

Dall’11 gennaio 2022, primate della Chiesa di Creta e presidente del Santo Sinodo Provinciale è Eugenios II, Arcivescovo di Creta, il quale continua la tradizione ecclesiastica dell’isola nel quadro della comunione canonica con il Patriarcato Ecumenico.

La Chiesa di Creta rivendica una origine apostolica, strettamente legata alla primissima diffusione del cristianesimo nel Mediterraneo orientale. Secondo il racconto degli Atti degli Apostoli (2, 11), tra coloro che ascoltarono la predicazione dell’Apostolo Pietro il giorno della Pentecoste a Gerusalemme erano presenti anche ebrei provenienti da Creta. La tradizione ecclesiastica considera tali convertiti i primi portatori del messaggio cristiano nell’isola.

La fondazione organica della Chiesa cretese viene tuttavia collegata all’attività missionaria dell’Apostolo Paolo. Intorno al 64 d.C., durante il suo terzo viaggio missionario, Paolo organizzò stabilmente la comunità cristiana di Creta e affidò l’opera di evangelizzazione al suo discepolo Apostolo Tito, che la tradizione riconosce come primo vescovo dell’isola e fondatore della gerarchia ecclesiastica cretese.

Come avvenne in molte altre regioni dell’Impero Romano, anche a Creta la diffusione del cristianesimo incontrò una forte opposizione da parte del paganesimo tradizionale. Durante la persecuzione dell’imperatore Decio (249-251), la Chiesa cretese diede testimonianza della propria fede attraverso il martirio dei cosiddetti Dieci Martiri di Creta, venerati da allora come i principali santi patroni dell’isola. Parallelamente alla diffusione della fede cristiana, si sviluppò anche l’organizzazione ecclesiastica dell’isola. La Chiesa di Creta venne strutturata attorno a un primate e a un collegio di vescovi riuniti in sinodo locale. Il capo della Chiesa portava il titolo di Arcivescovo, mentre Creta costituiva una delle dodici arcidiocesi dell’Illirico, come veniva allora designata l’area balcanica orientale. Nell’ordine dei ranghi d’onore ecclesiastici, l’Arcidiocesi di Creta occupava l’undicesimo posto tra le sessantaquattro arcidiocesi dipendenti dal Patriarcato Ecumenico.

Le fonti conservano poche informazioni sui primi successori dell’Apostolo Tito. Sono tuttavia ricordati, tra la fine del II e i primi secoli successivi, i vescovi Filippo di Gortina, Cirillo di Gortina ed Eumenio di Gortina, tutti venerati anche come santi dalla tradizione ortodossa.

Durante il primo periodo bizantino, la sede del primate della Chiesa cretese si trovava a Gortina, antico centro amministrativo dell’isola già in epoca romana. Nel VI secolo, probabilmente sotto il regno dell’imperatore Giustiniano I (527-565), venne edificata a Gortina una monumentale basilica dedicata all’Apostolo Tito. Questo santuario, uno dei più importanti dell’Oriente cristiano, divenne il principale centro religioso della Chiesa di Creta e simbolo della continuità apostolica della comunità ecclesiale cretese.

All’Arcidiocesi di Creta erano subordinate numerose diocesi locali, il cui numero variò nel corso dei secoli tra dodici e venti sedi episcopali. All’inizio dell’VIII secolo le diocesi dell’isola erano dodici, motivo per cui Creta veniva frequentemente designata con l’appellativo di «dodekàthronos», ossia «dai dodici troni episcopali», espressione che sottolineava l’importanza dell’organizzazione ecclesiastica cretese nel contesto del Mediterraneo orientale.

Fino a quel periodo, l’Arcidiocesi di Creta dipendeva amministrativamente dalla Chiesa di Roma, pur appartenendo politicamente all’Impero Romano d’Oriente. Tuttavia, nel contesto della controversia iconoclasta, l’imperatore Leone III Isaurico decise di sottrarre la Chiesa di Creta alla giurisdizione romana e di sottoporla al Patriarcato Ecumenico, probabilmente intorno al 754. Tale trasferimento fu determinato soprattutto dall’opposizione dei papi alla politica iconoclasta promossa dagli imperatori dell’Impero Romano d’Oriente.

Durante il difficile periodo dell’Iconoclastia, occupò il trono arcivescovile di Creta una delle figure più eminenti della spiritualità e della cultura dell’epoca, Andrea di Creta (c. 660-740). Originario di Gerusalemme, Andrea guidò la Chiesa cretese dal 712 al 740 circa, distinguendosi come brillante oratore, autore liturgico e innografo di straordinaria importanza nella tradizione ortodossa. La sua opera pastorale e amministrativa consolidò profondamente la vita ecclesiale dell’isola, mentre i suoi celebri inni liturgici, tra cui il Grande Canone penitenziale, esercitarono un’influenza duratura sulla spiritualità ortodossa.

Poco dopo il periodo di Andrea, la Chiesa di Creta fu guidata da un altro autorevole gerarca, Elia Ι di Creta (VIII sec.). Egli partecipò insieme ai vescovi cretesi al Secondo Concilio di Nicea del 787, il quale ristabilì ufficialmente il culto delle icone nella Chiesa Ortodossa. Gli Atti conciliari conservano i nomi dei vescovi presenti, testimoniando così l’ampia e articolata organizzazione ecclesiastica dell’isola in quell’epoca. Tra essi figurano Epifanio di Lampi, Teodoro di Herakleioupolis, Anastasio di Cnosso, Melitone di Cidonia, Leone di Kissamos, Teodoro di Syvritos, Leone di Fenice, Giovanni di Arcadia, Epifanio di Eleutherna, Fozio di Kantanos e Sisinnio di Chersoneso.

Il periodo della dominazione araba di Creta (c. 824–961) rappresenta una fase di profonda cesura nella storia politica, culturale ed ecclesiastica dell’isola. In seguito alla conquista araba, venne costituito un emirato autonomo con capitale a Candia, l’attuale Heraklion, che si trasformò in un importante centro politico e militare del Mediterraneo orientale islamico. Per circa centotrentacinque anni Creta rimase separata sia dall’Impero Romano d’Oriente sia dalla comunione amministrativa con il Patriarcato Ecumenico. Tale isolamento determinò un lungo periodo di declino e oscurità, durante il quale le informazioni relative alla vita politica ed ecclesiastica dell’isola risultano estremamente limitate e frammentarie.

Le fonti disponibili consentono tuttavia di conoscere alcuni nomi di metropoliti di Creta che continuarono a esistere come vescovi/metropoliti “in esilio”, vivendo al di fuori dell’isola occupata. Ciò dimostra che il Patriarcato Ecumenico non interruppe formalmente la continuità canonica della Chiesa di Creta, continuando a consacrare arcivescovi e metropoliti cretesi a titolo nominale, anche se impossibilitati a esercitare concretamente il proprio ministero sull’isola. Questo mantenimento simbolico della successione episcopale costituì un importante segno di continuità ecclesiale durante il periodo della dominazione musulmana, preservando il legame canonico e spirituale tra Creta e la Chiesa di Costantinopoli fino alla riconquista dell’isola nel X secolo.

Dopo la riconquista di Creta da parte dell’imperatore Niceforo II Foca (963-969) nel 961, ebbe inizio il cosiddetto secondo periodo bizantino dell’isola (961-1204), caratterizzato da una profonda riorganizzazione politica, amministrativa ed ecclesiastica. La riconquista pose fine alla lunga dominazione araba e reintegrò Creta nell’orbita dell’Impero Romano d’Oriente e della piena comunione con il Patriarcato Ecumenico. Durante questo periodo, Candia divenne il principale centro politico e religioso dell’isola, sostituendo definitivamente Gortina come sede del primate ecclesiastico. Secondo l’ordinamento canonico vigente nel Patriarcato Ecumenico, la Chiesa di Creta venne organizzata come metropolia autonoma all’interno della struttura patriarcale, mentre il suo capo assunse il titolo di metropolita. Alla sede metropolitana erano subordinate dodici diocesi suffraganee, continuando così la tradizione ecclesiastica della Creta «dodekàthronos». A Candia fu inoltre costruita una monumentale cattedrale metropolitana dedicata all’Apostolo Tito, considerato patrono e fondatore della Chiesa cretese. Tale santuario, probabilmente edificato nello stesso luogo in cui sorge oggi l’attuale chiesa di San Tito, costituì il principale centro spirituale dell’isola durante questo periodo.

Tra i metropoliti più noti di quest’epoca si ricordano Elia II di Creta, celebre erudito vissuto agli inizi dell’XI secolo, nonché Giovanni di Creta, attestato intorno agli anni 1166-1172, e Nicola di Creta. Quest’ultimo fu costretto ad abbandonare l’isola dopo la conquista veneziana del 1204, rifugiandosi a Nicea insieme ai vescovi Gregorio di Petra e Giovanni di Arcadia. A Creta rimasero invece il vescovo Paolo di Cnosso e i vescovi di Chersoneso e di Agriou, dei quali tuttavia le fonti non hanno conservato i nomi. La conquista veneziana del 1204 segnò così la conclusione del secondo periodo bizantino di Creta e l’inizio di una nuova fase storica, caratterizzata da profonde trasformazioni nei rapporti tra la popolazione ortodossa dell’isola e il dominio latino veneziano.

Durante il lungo periodo della dominazione veneziana su Creta (1204-1669), la struttura ecclesiastica dell’isola subì profonde trasformazioni, determinate dalla politica religiosa della Repubblica di Venezia. Dopo la conquista dell’isola, le autorità veneziane riorganizzarono la Chiesa cretese secondo il modello latino, istituendo un’Arcidiocesi latina con un Arcivescovo e vescovi appartenenti alla Chiesa di Roma. Tale politica mirava chiaramente alla latinizzazione della popolazione ortodossa dell’isola. Nonostante le forti pressioni esercitate dal potere veneziano e dalla gerarchia latina, la popolazione cretese rimase saldamente legata alla Fede e alla Tradizione della Chiesa Ortodossa. La resistenza dell’Ortodossia cretese rappresenta uno degli aspetti più significativi della storia religiosa dell’isola, soprattutto se si considera che essa riuscì a sopravvivere per secoli anche in assenza di una stabile gerarchia episcopale ortodossa residente.

In questo contesto assunsero un ruolo decisivo i monasteri ortodossi, che divennero i principali custodi della tradizione spirituale, culturale e nazionale del popolo cretese. Gli egumeni, i monaci eruditi e il clero locale conservarono viva la coscienza ecclesiale ortodossa e offrirono sostegno religioso e morale alla popolazione. I monasteri si trasformarono così in autentici centri di resistenza religiosa e culturale contro la politica di assimilazione latina perseguita dai Veneziani. Grazie alla loro attività, l’Ortodossia contribuì in modo determinante non solo alla conservazione dell’identità religiosa dell’isola, ma anche alla salvaguardia della sua identità nazionale greca.

Accanto al clero ortodosso tradizionale operavano anche i cosiddetti protopapàs, sacerdoti presenti nei maggiori centri urbani e rurali dell’isola. Essi erano tuttavia strettamente controllati dall’amministrazione veneziana, ricevevano stipendi statali e, in alcuni casi, adottavano atteggiamenti favorevoli all’unione con Roma, mostrando una coscienza ecclesiastica e nazionale meno marcata rispetto al monachesimo ortodosso.

Le autorità veneziane vietarono rigorosamente la presenza di vescovi ortodossi residenti a Creta. Per questa ragione il Patriarcato Ecumenico continuò a nominare metropoliti di Creta soltanto nominalmente, mantenendoli in esilio fuori dall’isola. Tali gerarchi portavano spesso il titolo di «Presidente di Creta» e risiedevano in territori soggetti al Patriarcato. Tra le figure più importanti di questo periodo si ricordano Niceforo Moschopoulos (1283/1285-1332) e Anthimos di Atene (XIV sec.), entrambi originari di Creta e insigniti del titolo di Presidenti della Chiesa di Creta.

Un contributo particolarmente rilevante al sostegno dell’Ortodossia nell’isola fu offerto dal grande teologo e predicatore Giuseppe Vriennio (1350-1431), inviato dal Patriarcato Ecumenico. Vriennio soggiornò a Creta per circa vent’anni (1381-1401), distinguendosi come instancabile difensore della tradizione ortodossa contro le influenze teologiche filoccidentali. Egli polemizzò efficacemente contro intellettuali favorevoli all’avvicinamento con il mondo latino, quali Massimo Crisoverge (…-1420) e Demetrio Cidone (c. 1324-1398), contribuendo così al consolidamento della coscienza ortodossa del popolo cretese durante uno dei periodi più difficili della sua storia ecclesiastica.

La dominazione ottomana (1645-1898) mutò, fra le altre cose, anche la situazione religiosa di Creta. Uno dei primi atti politici dell’amministrazione ottomana fu il ristabilimento della gerarchia ortodossa nella Chiesa di Creta. Su proposta probabilmente del grande interprete della Porta Sublime Panagiotis Nikousios (1613-1673), che seguiva la spedizione turca a Creta, fu consacrato già nel 1647 Metropolita di Creta il Neofito Patellaros (1646-1679), monaco dello storico monastero di Arkadi e parente dell’allora Patriarca Ecumenico Atanasio III Patellaros (1634-…). Questa concessione, che naturalmente era conforme alla politica costante dell’Impero Ottomano, mirava tra l’altro anche a influenzare psicologicamente i Cretesi ortodossi, i quali avrebbero visto ora, per la prima volta dopo il lungo periodo della dominazione veneziana, vescovi ortodossi sull’isola.

La più antica testimonianza dell’esistenza di vescovi nella Creta sotto dominio ottomano si trova in un manoscritto del 1659, cioè dieci anni prima della caduta di Candia (1669). Al metropolita di Creta erano allora soggette dodici diocesi, che conservavano persino i loro nomi storici: Gortyna, Cnosso, Arcadia, Chersoneso, Avlopotamos, Agriou (= Retimo), Lampi, Cidonia, Ierapetra, Petra, Sitia e Kissamos. Durante la dominazione ottomana il numero dei vescovi oscillò fra dieci e dodici, ed è interessante che poco prima del 1821 venga menzionato anche un ausiliare del metropolita di Creta con il titolo di Diopoli. Dopo il 1700 il Metropolita di Creta porta il titolo di «di Creta e di tutta Europa».

Durante la grande rivoluzione del 1821 la Chiesa di Creta fu decapitata. Nel grande massacro di Heraklion del 24 giugno 1821, rimasto nella memoria del popolo come «il grande arpentès», gli ottomani inferociti massacrarono il Metropolita di Creta Gerasimo Pardalis (1800-1821) e cinque vescovi: Neofito di Cnosso, Gioacchino di Chersoneso, Ieroteo di Lampi, Zaccaria di Sitia e il vescovo titolare di Diopoli Callinico. Per due anni e più la Chiesa di Creta rimase nuovamente senza capo. Nel 1823, con il permesso del sultano Mahmud II (1808-1839), il Patriarcato consacrò Metropolita di Creta Callinico di Anchialo (1823-1830) e incorporò nella Metropolia la diocesi di Cnosso, che fu così soppressa. Sotto il metropolita di Creta Meletios I Nikolettakis (1830-1834), le diocesi di Creta furono ridotte a cinque, a causa della forte diminuzione della popolazione. L’ultimo Metropolita del periodo della dominazione ottomana a Creta fu Timoteo Kastrinogiannakis (1870-1898).

Dopo la liberazione di Creta dal dominio ottomano e la costituzione dello Stato Autonomo cretese alla fine del XIX secolo, si aprì per la Chiesa di Creta una nuova fase storica, caratterizzata da un intenso processo di ricostruzione e riorganizzazione ecclesiastica. Dopo secoli di dominazione straniera, persecuzioni, instabilità politica e difficoltà sociali, la Chiesa intraprese un ampio programma di rinnovamento volto a ristabilire la propria struttura amministrativa, rafforzare la vita spirituale del clero e del popolo, promuovere l’istruzione religiosa e sostenere il tessuto sociale dell’isola.

In questo nuovo contesto storico, la Chiesa di Creta cercò di ricostruirsi in tutti i settori della propria attività pastorale ed ecclesiale. Furono restaurati e riorganizzati numerosi monasteri e luoghi di culto, si sviluppò l’educazione teologica del clero, vennero fondate scuole ecclesiastiche e si rafforzò l’attività caritativa e sociale a favore della popolazione locale. Parallelamente, la Chiesa contribuì in modo significativo anche alla formazione della coscienza nazionale e culturale cretese, accompagnando il processo di integrazione politica dell’isola nel moderno Stato greco.

Un momento decisivo di questa evoluzione fu rappresentato dalla definizione del nuovo assetto canonico ed ecclesiastico della Chiesa cretese nel XX secolo. Pur entrando a far parte dello Stato greco, la Chiesa di Creta mantenne la propria dipendenza canonica dal Patriarcato Ecumenico, conservando uno statuto di semi-autonomia che ancora oggi caratterizza la sua posizione all’interno del mondo ortodosso.

La rinascita della Chiesa cretese non si limitò soltanto all’ambito religioso, ma coinvolse anche la vita culturale e sociale dell’isola. La Chiesa divenne infatti uno dei principali punti di riferimento per la popolazione, contribuendo alla conservazione dell’identità ortodossa e greca di Creta e sostenendo il popolo nelle profonde trasformazioni politiche e sociali dell’età contemporanea.

 

ROCOR

LA CHIESA ORTODOSSA RUSSA FUORI DALLA RUSSIA

La Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia, conosciuta internazionalmente con l’acronimo ROCOR (Russian Orthodox Church Outside of Russia), in russo Русская Православная Церковь Заграницей (letteralmente «Chiesa Ortodossa Russa all’Estero»), costituisce una struttura ecclesiastica autonoma interna alla Chiesa Ortodossa Russa del Patriarcato di Mosca, dotata di una larga autonomia amministrativa e pastorale.

La ROCOR nacque nel contesto delle profonde trasformazioni politiche ed ecclesiastiche seguite alla Rivoluzione bolscevica del 1917 e alla successiva instaurazione del regime bolscevico. Le persecuzioni antireligiose promosse dal potere sovietico costrinsero infatti numerosi vescovi, sacerdoti, monaci e fedeli della Chiesa Russa ad abbandonare il territorio dell’ex Impero Russo e a rifugiarsi in Europa, nei Balcani, in Medio Oriente e successivamente nelle Americhe e in altre regioni del mondo.

In tale contesto si sviluppò progressivamente una struttura ecclesiastica destinata a garantire la continuità della vita spirituale, liturgica e canonica della diaspora ortodossa russa al di fuori dei territori controllati dal regime sovietico. La Chiesa Russa all’Estero si considerò fin dall’inizio custode della tradizione spirituale e canonica della Chiesa Russa prerivoluzionaria, opponendosi alle interferenze del potere comunista nella vita ecclesiastica del Patriarcato di Mosca.

Nel corso del XX secolo la ROCOR divenne uno dei principali centri della diaspora ortodossa russa, sviluppando una vasta rete di diocesi, monasteri, parrocchie, scuole teologiche e istituzioni spirituali in Europa occidentale, Nord America, Sud America e Australia. Particolare importanza assunsero alcuni grandi centri monastici e teologici, che contribuirono in maniera decisiva alla conservazione della spiritualità, della liturgia e della tradizione ascetica russa fuori dai confini della Russia sovietica.

Per molti decenni la ROCOR mantenne una posizione di separazione amministrativa dal Patriarcato di Mosca, ritenendo che la Chiesa Russa in patria fosse sottoposta a pesanti condizionamenti da parte del regime comunista sovietico. Tale situazione diede origine a una lunga fase di distanza ecclesiastica e di tensioni canoniche tra la gerarchia della diaspora russa e il Patriarcato moscovita.

Con il crollo dell’Unione Sovietica e la progressiva rinascita religiosa della Russia post-comunista si avviò un processo di riavvicinamento tra la ROCOR e il Patriarcato di Mosca. Tale percorso culminò nel 2007 con la firma dell’Atto di Comunione Canonica, mediante il quale venne ristabilita la piena comunione ecclesiastica tra la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia e il Patriarcato di Mosca. In seguito a tale accordo, la ROCOR conservò una significativa autonomia interna nella gestione delle proprie diocesi, delle attività pastorali, dell’amministrazione ecclesiastica e della vita liturgica, pur riconoscendo la piena unità canonica con la Chiesa Ortodossa Russa.

Oggi la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia rappresenta una delle più importanti realtà della diaspora ortodossa russa contemporanea. Essa continua a custodire con particolare attenzione la tradizione liturgica, monastica e spirituale della Russia ortodossa storica, mantenendo una forte identità ecclesiale legata all’esperienza della diaspora e della testimonianza della fede durante il periodo delle persecuzioni sovietiche.

Nel maggio del 1919, nel pieno della Rivoluzione Russa e della Guerra civile che seguì al crollo dell’Impero zarista, le forze antibolsceviche dell’Armata Bianca guidate dal generale Anton Denikin (9 gennaio 1919-4 aprile 1920) raggiunsero il momento di massima espansione militare nel sud della Russia. In tale contesto di estrema instabilità politica, militare ed ecclesiastica, emerse la necessità di organizzare una struttura amministrativa capace di garantire la continuità della vita della Chiesa Ortodossa Russa nei territori controllati dalle forze antibolsceviche.

Nella città di Stavropol’, allora sotto il controllo dell’Armata Bianca, un gruppo di vescovi russi procedette pertanto alla costituzione di un organismo ecclesiastico provvisorio denominato “Amministrazione Ecclesiastica Suprema Provvisoria della Russia Sud-Orientale” (in russo: Временное высшее церковное управление на Юго-Востоке России). Tale istituzione nacque con l’obiettivo di assicurare il governo ecclesiastico nelle regioni sconvolte dalla guerra civile, in un momento nel quale i normali collegamenti con il Patriarcato di Mosca risultavano gravemente compromessi.

La situazione della Chiesa Russa durante la Guerra civile era infatti estremamente drammatica. Il nuovo regime bolscevico aveva avviato una violenta campagna antireligiosa contro la Chiesa Ortodossa Russa, perseguitando il clero, confiscando beni ecclesiastici e limitando drasticamente la libertà religiosa. In numerose regioni del Paese le comunicazioni con l’autorità patriarcale di Mosca risultavano praticamente impossibili.

In tale situazione, il Patriarca Tikhon di Mosca (1917-1925), insieme al Santo Sinodo e al Supremo Consiglio Ecclesiastico di Mosca, emanò il 7 novembre (20 novembre secondo il calendario gregoriano) 1920 la celebre Risoluzione n. 362, destinata ad assumere un’importanza fondamentale nella storia successiva della diaspora ortodossa russa. Questo documento stabiliva che, qualora i vescovi della Chiesa Russa si fossero trovati impossibilitati a mantenere normali relazioni con la Suprema Amministrazione Ecclesiastica di Mosca a causa delle circostanze politiche o militari, essi avrebbero avuto il diritto e il dovere di organizzarsi autonomamente, creando strutture ecclesiastiche temporanee locali per garantire la continuità della vita canonica della Chiesa. La Risoluzione n. 362 costituiva dunque una misura pastorale straordinaria adottata in una situazione eccezionale di persecuzione e di disintegrazione delle strutture ecclesiastiche centrali. Essa riconosceva implicitamente che la sopravvivenza della Chiesa poteva richiedere, in condizioni estreme, forme temporanee di autogoverno ecclesiastico da parte dei vescovi locali.

Tale documento venne successivamente interpretato dai vescovi della diaspora russa come il fondamento canonico e giuridico della loro organizzazione ecclesiastica autonoma fuori dai confini della Russia sovietica. In particolare, l’Amministrazione Ecclesiastica Suprema Provvisoria della Russia Sud-Orientale venne considerata il primo nucleo istituzionale dal quale si sarebbe sviluppata successivamente la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR). Quando, negli anni successivi, numerosi vescovi, sacerdoti e fedeli russi furono costretti all’esilio a causa della vittoria bolscevica, essi continuarono a considerare la Risoluzione n. 362 come la base canonica della propria organizzazione ecclesiastica indipendente rispetto al controllo esercitato dal regime sovietico sulla Chiesa Russa in patria.

La Risoluzione n. 362 assunse quindi un’importanza decisiva nella formazione dell’identità ecclesiologica della diaspora ortodossa russa. Essa venne interpretata come una legittimazione canonica temporanea dell’autonomia amministrativa della Chiesa Russa all’Estero fino al ristabilimento della piena libertà della Chiesa in Russia. Per questo motivo il documento del 1920 occupa ancora oggi un posto centrale nella memoria storica e canonica della ROCOR, poiché rappresenta il principale fondamento giuridico ed ecclesiologico della sua nascita e della sua successiva evoluzione come struttura ecclesiastica della diaspora russa ortodossa.

Nel novembre del 1920, dopo la definitiva sconfitta dell’Armata Bianca nella Russia meridionale ad opera delle forze bolsceviche, ebbe luogo uno degli eventi più decisivi nella storia della diaspora ortodossa russa contemporanea. Numerosi vescovi, sacerdoti, monaci, militari e civili russi furono costretti ad abbandonare la Crimea insieme alle truppe del generale Pyotr Nikolayevich Wrangel, ultimo grande comandante delle forze antibolsceviche nel sud della Russia (4 aprile -21 novembre 1920) L’evacuazione dalla Crimea rappresentò uno dei momenti simbolicamente più drammatici dell’esodo russo seguito alla Rivoluzione del 1917 e alla Guerra civile. Migliaia di profughi lasciarono il territorio russo dirigendosi verso Costantinopoli, allora occupata dalle potenze alleate – britanniche, francesi e italiane – dopo la Prima Guerra Mondiale e la dissoluzione dell’Impero Ottomano.

Tra coloro che giunsero a Costantinopoli vi erano anche numerosi gerarchi della Chiesa Ortodossa Russa, i quali si trovarono improvvisamente privati della possibilità di mantenere rapporti regolari con il Patriarcato di Mosca, ormai sottoposto alla crescente persecuzione e collaborazione del regime bolscevico. Quando i vescovi russi appresero che il generale Wrangel intendeva mantenere organizzata l’Armata Russa in esilio, essi ritennero necessario conservare anche una struttura ecclesiastica russa autonoma all’estero, capace di assicurare la continuità della vita spirituale e canonica dei profughi ortodossi russi dispersi fuori dalla patria.

Per questo motivo, il 19 novembre 1920, l’Autorità Ecclesiastica Provvisoria si riunì a bordo della nave “Granduca Alessandro Michajlovič” (in russo: Великий князь Александр Михайлович), ancorata nel contesto dell’evacuazione della Crimea. La riunione fu presieduta dal Metropolita di Kiev e Galicia Antonio (Khrapovitsky 1918-1936), una delle figure più autorevoli dell’episcopato russo emigrato e futuro primo Metropolita della Chiesa Russa all’Estero. Nel corso di tale Assemblea, il Metropolita Antonio e il vescovo Benjamin (Fedchenkov 1880-1961) vennero incaricati di esaminare la legittimità canonica della futura organizzazione ecclesiastica della diaspora russa. La questione canonica rivestiva infatti un’importanza fondamentale, poiché i vescovi desideravano garantire che la nuova struttura ecclesiastica rimanesse pienamente inserita nella tradizione canonica della Chiesa Ortodossa.

Il 2 dicembre 1920 i vescovi russi riuniti a Costantinopoli ottennero ufficialmente il permesso dal Metropolita Dorotheos di Prusa (1908-1921), che allora esercitava le funzioni di locum tenens del Patriarcato Ecumenico, di costituire una struttura ecclesiastica provvisoria destinata all’assistenza spirituale dei profughi russi ortodossi. L’autorizzazione prevedeva la creazione, sotto l’autorità del Patriarcato Ecumenico, di un “comitato temporaneo” (ἐπιτροπεία) con il compito di servire pastoralmente la popolazione russa emigrata e di sovrintendere alla vita ecclesiastica delle colonie russe presenti nei Paesi ortodossi.

Questa nuova istituzione assunse il nome di “Amministrazione Ecclesiastica Suprema Provvisoria all’Estero” (Temporary Higher Church Administration Abroad – THCAA). Tale organismo rappresentò il primo nucleo istituzionale stabile della futura Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR). L’intervento del Patriarcato Ecumenico ebbe un’importanza decisiva nella fase iniziale della formazione della diaspora ecclesiastica russa, poiché offrì ai vescovi emigrati una base canonica e una forma di protezione ecclesiastica in un momento di estrema incertezza politica e religiosa.

La nascita della THCAA segnò dunque l’inizio ufficiale dell’organizzazione ecclesiastica della diaspora ortodossa russa fuori dai confini dell’ex Impero Russo. Essa nacque inizialmente come struttura provvisoria, destinata a garantire la continuità della vita religiosa dei profughi fino al ristabilimento della normalità ecclesiastica in Russia. Tuttavia, il consolidarsi del regime sovietico e il protrarsi delle persecuzioni contro la Chiesa Russa trasformarono progressivamente questa struttura temporanea in una realtà ecclesiastica stabile e autonoma, che nel corso del XX secolo sarebbe divenuta la principale espressione della diaspora ortodossa russa nel mondo.

Il 14 febbraio 1921 il Metropolita Antonio (Khrapovitsky), riconosciuto come la figura principale dell’episcopato russo emigrato, si stabilì nella città di Sremski Karlovci, in Serbia, allora appartenente al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, successivamente Regno di Jugoslavia. A lui venne assegnato l’antico palazzo dei Patriarchi di Karlovci, storica sede del Patriarcato serbo di Karlovic, istituzione ecclesiastica che era stata abolita nel 1920 nel quadro della riunificazione della Chiesa Ortodossa Serba. L’arrivo del Metropolita Antonio a Sremski Karlovci segnò una tappa decisiva nel processo di organizzazione stabile della diaspora ecclesiastica russa. La Serbia divenne infatti uno dei principali centri spirituali e amministrativi dell’emigrazione ortodossa russa del periodo post-rivoluzionario. La benevolenza dimostrata dalla Chiesa Ortodossa Serba e dal Patriarca Dimitrije (1920-1930) nei confronti dei vescovi e dei profughi russi costituì un elemento fondamentale per la sopravvivenza e il consolidamento della futura Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia.

Nei mesi successivi, su invito diretto del Patriarca Dimitrije di Serbia, anche gli altri vescovi appartenenti alla Temporanea Amministrazione Ecclesiastica Suprema all’Estero (THCAA) si trasferirono progressivamente in Serbia. Tra essi si trovavano personalità di grande rilievo ecclesiastico e teologico, come l’Arcivescovo Anastasio (Gribanovsky), futuro Primo vescovo della ROCOR (1936-1964), e il vescovo Benjamin (Fedchenkov), insieme a numerosi sacerdoti, monaci e membri del clero emigrato. La Serbia divenne così il principale centro della diaspora ecclesiastica russa negli anni immediatamente successivi alla guerra civile russa. Il governo jugoslavo e la Chiesa Serba offrirono ai profughi russi non soltanto protezione politica, ma anche la possibilità di ricostruire una vita ecclesiastica stabile fuori dai confini della Russia sovietica.

Il 31 agosto 1921 il Consiglio dei Vescovi della Chiesa Ortodossa Serba approvò una decisione di fondamentale importanza canonica ed ecclesiastica. Con tale risoluzione, entrata ufficialmente in vigore il 3 ottobre dello stesso anno, la Chiesa Serba riconobbe la Temporanea Amministrazione Ecclesiastica Suprema all’Estero come una giurisdizione ecclesiastica amministrativamente autonoma per il clero russo emigrato al di fuori del Regno jugoslavo, nonché per quei chierici russi residenti nel Regno che non fossero impegnati nel servizio parrocchiale o nell’insegnamento statale. Questo riconoscimento rappresentò un passaggio decisivo nello sviluppo istituzionale della futura ROCOR, poiché offrì alla gerarchia russa emigrata una base canonica stabile e una legittimazione ecclesiastica riconosciuta da una Chiesa Ortodossa autocefala. La giurisdizione della THCAA venne inoltre estesa anche alla trattazione delle cause matrimoniali e di divorzio riguardanti gli emigrati russi, elemento che testimonia il progressivo ampliamento delle competenze pastorali e amministrative della nuova struttura ecclesiastica.

In questo periodo Sremski Karlovci si trasformò progressivamente nel centro amministrativo, spirituale e culturale della diaspora ortodossa russa. Qui si sviluppò una vivace attività ecclesiastica, teologica e culturale, destinata a esercitare una notevole influenza sulla storia dell’Ortodossia russa nel XX secolo. Particolarmente significativo fu il sostegno personale del Patriarca Dimitrije di Serbia, il quale considerava l’accoglienza dei vescovi e dei profughi russi come un dovere di solidarietà ecclesiale e panortodossa. Grazie a questo sostegno, la gerarchia russa poté organizzare le proprie diocesi, i monasteri, le scuole teologiche e le attività pastorali in condizioni relativamente stabili.

Con il consenso del Patriarca serbo Dimitrije, tra il 21 novembre e il 2 dicembre 1921 si svolse a Sremski Karlovci la cosiddetta “Assemblea Generale dei Rappresentanti della Chiesa Russa all’Estero” (in russo: Всезаграничное Русское Церковное Собрание). Tale assemblea avrebbe successivamente assunto il nome di “Primo Concilio di tutta la Diaspora Russa”. L’Assemblea fu presieduta dal Metropolita Antonio (Khrapovitsky) e rappresentò il primo grande tentativo di organizzazione ecclesiastica unitaria della diaspora ortodossa russa fuori dalla patria. Vi parteciparono vescovi, sacerdoti, monaci e rappresentanti laici delle comunità russe emigrate in differenti Paesi. L’Assemblea di Karlovci del 1921 occupa un posto centrale nella storia della ROCOR, poiché contribuì a definire l’identità ecclesiale e la missione spirituale della diaspora russa ortodossa. I partecipanti considerarono la propria missione come una continuazione temporanea della Chiesa Russa libera al di fuori del controllo del regime bolscevico. Nel corso dei lavori conciliari furono affrontate questioni canoniche, pastorali, amministrative e politiche relative alla situazione della Chiesa Russa sotto il comunismo e alla vita religiosa degli emigrati. L’Assemblea sottolineò inoltre il dovere della diaspora di custodire integralmente la tradizione spirituale, liturgica e canonica della Russia ortodossa storica.

L’atmosfera ecclesiastica e spirituale di Sremski Karlovci in quegli anni contribuì profondamente alla formazione della coscienza della diaspora ortodossa russa. La città divenne simbolicamente una sorta di “capitale spirituale” dell’emigrazione russa bianca e della resistenza ecclesiastica contro il regime sovietico. Fu proprio in questo contesto che prese forma in maniera sempre più chiara quella struttura ecclesiastica che nei decenni successivi sarebbe stata conosciuta ufficialmente come Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR), destinata a svolgere un ruolo fondamentale nella conservazione della tradizione ortodossa russa durante il periodo delle persecuzioni comuniste.

L’Assemblea di Sremski Karlovci del 1921 procedette alla costituzione di un nuovo organismo ecclesiastico centrale destinato a coordinare la vita della diaspora ortodossa russa fuori dai confini della patria. Tale struttura ricevette il nome di “Suprema Amministrazione Ecclesiastica all’Estero” (Supreme Ecclesiastic Administration Abroad – SEAA) e venne organizzata secondo un modello sinodale comprendente un locum tenens patriarcale, un Sinodo dei Vescovi e un Consiglio Ecclesiastico. L’istituzione della SEAA rappresentò un passaggio decisivo nella formazione della futura Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR), poiché per la prima volta la diaspora ecclesiastica russa si dotava di una struttura amministrativa stabile, capace di esercitare il governo ecclesiastico sulle comunità ortodosse russe emigrate.

L’Assemblea propose di affidare la carica di locum tenens patriarcale al Metropolita Antonio (Khrapovitsky), riconosciuto come il più autorevole vescovo della diaspora russa. Tuttavia, il Metropolita Antonio rifiutò formalmente di assumere tale titolo senza un’esplicita autorizzazione da parte dell’autorità ecclesiastica di Mosca. Per questo motivo egli preferì assumere il titolo di Presidente della Suprema Amministrazione Ecclesiastica all’Estero, mantenendo così una posizione che intendeva preservare il legame canonico e spirituale con la Chiesa Russa perseguitata in patria. Questa scelta rifletteva la particolare autocoscienza ecclesiologica della diaspora russa dell’epoca. I vescovi emigrati non si consideravano infatti una Chiesa separata o indipendente dalla Chiesa Russa, bensì una parte temporaneamente libera della medesima Chiesa, costretta dalle circostanze storiche a organizzarsi autonomamente fuori dai confini della Russia sovietica.

Nel corso dei lavori conciliari furono approvate numerose risoluzioni e dichiarazioni indirizzate tanto ai fedeli ortodossi russi dispersi nel mondo quanto alla comunità internazionale. Tra i documenti più significativi vi furono due celebri appelli.

Il primo era rivolto «ai figli della Chiesa Ortodossa Russa che si trovano nella diaspora e nell’esilio» (Чадам Русской Православной Церкви, в рассеянии и изгнании сущим). In tale documento l?Assemblea cercava di offrire una guida spirituale e morale agli emigrati russi dispersi fuori dalla patria dopo la Guerra civile e la rivoluzione bolscevica. Il testo esprimeva chiaramente la percezione dell’esilio come una tragedia religiosa e nazionale, interpretando la diaspora russa come una comunità chiamata a custodire fedelmente la tradizione spirituale, culturale e monarchica della Russia storica. La maggioranza dei partecipanti all’Assemblea considerava infatti il regime bolscevico non soltanto come un potere politico illegittimo, ma anche come una forza apertamente anticristiana e distruttrice della tradizione ortodossa russa. Per questo motivo, il Documento adottato dal Concilio – approvato a maggioranza ma non all’unanimità – proclamava esplicitamente come obiettivo politico la restaurazione della monarchia in Russia sotto un sovrano appartenente alla dinastia dei Romanov. Tra i principali critici di questa impostazione apertamente politica vi fu il Metropolita Evlogij (Georgievsky), il quale riteneva problematico coinvolgere formalmente la struttura ecclesiastica della diaspora in dichiarazioni monarchiche di carattere politico.

Il secondo importante Documento elaborato dall’Assemblea fu l’Appello indirizzato alla Conferenza Internazionale di Genova del 1922, incontro diplomatico convocato dalle potenze europee per discutere la situazione economica e politica della Russia post-rivoluzionaria e dell’Europa del dopoguerra. Nel testo inviato alla Conferenza di Genova, pubblicato nel 1922, i rappresentanti ecclesiastici russi in esilio rivolgevano un appello alle potenze mondiali affinché intervenissero contro il regime bolscevico e aiutassero a “liberare” la Russia dal comunismo. Il Documento rifletteva la convinzione, ampiamente diffusa tra gli emigrati russi dell’epoca, che il bolscevismo rappresentasse una minaccia non soltanto per la Russia, ma per l’intera civiltà cristiana europea.

Parallelamente, la maggioranza dei membri dell’Assemblea prese segretamente la decisione di chiedere al Granduca Nikolaj Nikolaevič Romanov (18 novembre 1856-5 gennaio 1929) di assumere la guida del Movimento monarchico russo in esilio. Tale iniziativa mostrava il profondo legame esistente, nella coscienza della diaspora russa bianca, tra l’idea della restaurazione ecclesiastica e quella della restaurazione monarchica. Tuttavia, la questione della successione dinastica all’interno della Casa Romanov risultava complessa. Secondo le leggi fondamentali dell’Impero Russo, il membro maschile più anziano sopravvissuto della dinastia era infatti il Granduca Kirill Vladimirovič Romanov, 30 settembre 1876-12 ottobre 1938) il quale nel 1924 si proclamò ufficialmente Imperatore di Russia in esilio.

Queste tensioni dinastiche e politiche si rifletterono anche negli ambienti ecclesiastici della diaspora russa, dove convivevano differenti orientamenti riguardo al futuro politico della Russia. Nonostante tali divergenze, l’Assemblea di Karlovci del 1921 contribuì in maniera decisiva alla formazione dell’identità spirituale e storica della futura ROCOR. L’Assemblea consolidò infatti l’idea della diaspora russa come custode della “Russia ortodossa storica” al di fuori del controllo del regime sovietico. In questo senso la ROCOR sviluppò progressivamente una forte autocoscienza ecclesiale caratterizzata dalla difesa della tradizione liturgica e spirituale russa, dall’opposizione all’ateismo comunista e dalla convinzione di rappresentare la continuità della Chiesa Russa libera durante il periodo delle persecuzioni sovietiche.

Le decisioni assunte dal Concilio di Sremski Karlovci del 1921, specialmente quelle di carattere apertamente politico e monarchico, suscitarono notevoli preoccupazioni presso il Patriarcato di Mosca. Il Patriarca Tikhon, che in quegli anni si trovava in una situazione estremamente difficile a causa delle persecuzioni del regime bolscevico e delle forti pressioni esercitate dalle autorità sovietiche sulla Chiesa Russa, ritenne necessario intervenire per chiarire la posizione ufficiale della Chiesa riguardo all’attività della diaspora ecclesiastica russa all’estero.

Con decreto del 5 maggio 1922, il Patriarca Tikhon indirizzò una Comunicazione ufficiale al Metropolita Evlogij (Georgievsky), nella quale decretava l’abolizione della Suprema Amministrazione Ecclesiastica all’Estero (SEAA). Nel medesimo documento il Patriarca dichiarava che le decisioni politiche adottate durante l’Assemblea di Karlovci non corrispondevano alla posizione ufficiale della Chiesa Ortodossa Russa. In particolare, Tikhon riteneva problematico il coinvolgimento diretto della struttura ecclesiastica della diaspora in questioni politiche e monarchiche, soprattutto in un momento in cui la Chiesa Russa in patria era sottoposta a gravissime persecuzioni e cercava di evitare ulteriori accuse da parte del potere sovietico. Nella medesima Communicazione, il Patriarca Tikhon nominò il Metropolita Evlogij quale Amministratore delle «Chiese Ortodosse Russe all’Estero», affidandogli la responsabilità della supervisione pastorale delle comunità russe della diaspora. La scelta di Evlogij rifletteva anche la sua posizione più prudente riguardo alle implicazioni politiche dell’attività ecclesiastica della diaspora. La reazione dei vescovi russi emigrati fu, tuttavia, caratterizzata da un atteggiamento di rispetto formale verso l’autorità patriarcale unito al desiderio di preservare una struttura ecclesiastica autonoma capace di governare efficacemente le comunità della diaspora.

Per questo motivo, riunitosi nuovamente a Sremski Karlovci il 2 settembre 1922, il Consiglio dei Vescovi della diaspora russa decise, in obbedienza formale alla Comunicazione patriarcale, di sciogliere ufficialmente la Suprema Amministrazione Ecclesiastica all’Estero (SEAA). Al posto della SEAA venne però istituito un nuovo organismo ecclesiastico denominato “Temporaneo Santo Sinodo dei Vescovi della Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia”. Tale nuova struttura costituiva di fatto la continuazione dell’organizzazione ecclesiastica della diaspora russa, ma sotto una forma canonica e amministrativa differente, ritenuta maggiormente conforme alle indicazioni del Patriarca Tikhon.

Alla guida del nuovo Santo Sinodo fu posto il Metropolita Antonio (Khrapovitsky), il quale ne assunse la presidenza in virtù della propria anzianità gerarchica e del prestigio di cui godeva all’interno dell’episcopato russo emigrato. La figura del Metropolita Antonio continuò così a svolgere un ruolo centrale nella vita della diaspora ortodossa russa e nella formazione della futura identità della ROCOR. Il nuovo Sinodo esercitava un’autorità diretta sulle parrocchie russe presenti in differenti regioni del mondo, in particolare nei Balcani, nel Medio Oriente e nell’Estremo Oriente. Tali territori ospitavano numerose comunità di emigrati russi fuggiti dalla Russia sovietica dopo la guerra civile.

Nei Balcani, specialmente in Serbia e nel Regno di Jugoslavia, si trovava il principale centro amministrativo della diaspora ecclesiastica russa. In Medio Oriente, importanti comunità russe si svilupparono soprattutto in Palestina e nelle regioni storicamente legate alla presenza ortodossa russa. Nell’Estremo Oriente, invece, la giurisdizione della ROCOR comprendeva numerose comunità russe sorte in Cina, Manciuria e altri territori asiatici dove si erano rifugiati molti emigrati antibolscevichi. La formazione del Temporaneo Santo Sinodo dei Vescovi rappresentò una tappa fondamentale nell’evoluzione della Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia. Pur dichiarando formalmente la propria fedeltà al Patriarca Tikhon e alla Chiesa Russa perseguitata in patria, la diaspora russa consolidava progressivamente una propria struttura ecclesiastica autonoma e stabile.

Questa fase contribuì inoltre a definire sempre più chiaramente il carattere ecclesiologico della ROCOR: una Chiesa della diaspora che si considerava temporaneamente separata amministrativamente dalla Russia a causa delle persecuzioni comuniste, ma che continuava a ritenersi parte integrante della Chiesa Ortodossa Russa.

Nel Nord America, tuttavia, la situazione ecclesiastica della diaspora russa assunse progressivamente caratteristiche differenti rispetto a quelle sviluppatesi nei Balcani e in Europa orientale. Inizia, infatti, a manifestarsi un conflitto tra alcuni vescovi russi emigrati che non riconoscevano pienamente l’autorità del Sinodo dei Vescovi stabilitosi a Sremski Karlovci. La figura principale di questa corrente fu il metropolita Platon (Rozhdestvensky 1907-1914, 1922-1944)), il quale guidava le comunità ortodosse russe negli Stati Uniti e in Canada. Il Metropolita Platon riteneva che la particolare situazione pastorale del continente nordamericano richiedesse una maggiore autonomia amministrativa rispetto alle decisioni del Sinodo di Karlovci. Da questa divergenza nacque progressivamente un’entità ecclesiastica distinta, nota come “Metropolia Americana” (American Metropolia), che rappresentò il nucleo originario della futura Orthodox Church in America (OCA). La Metropolia sviluppò progressivamente una propria struttura amministrativa autonoma, adattandosi al contesto ecclesiale e culturale nordamericano e ponendo maggiore attenzione alla dimensione missionaria dell’Ortodossia nel continente americano.

Le tensioni tra il Sinodo della ROCOR e la Metropolia Americana riflettevano differenti concezioni ecclesiologiche e pastorali all’interno della diaspora russa. Da un lato, la ROCOR tendeva a considerarsi principalmente custode della tradizione della Russia ortodossa storica in esilio; dall’altro, la Metropolia Americana iniziava gradualmente a sviluppare una visione più orientata verso la formazione di una Chiesa ortodossa locale nordamericana.

Una situazione analoga si sviluppò anche nell’Europa occidentale. Il Metropolita Evlogij (Georgievsky), che dalla fine del 1922 aveva stabilito la propria sede a Parigi, iniziò progressivamente a prendere le distanze dall’autorità del Sinodo di Karlovci. Pur mantenendo inizialmente rapporti formali con la struttura della ROCOR, egli sosteneva che il Sinodo all’Estero doveva essere considerato soltanto una «autorità morale» e non un organo dotato di piena giurisdizione amministrativa universale sulla diaspora russa. La posizione del Metropolita Evlogij era influenzata anche dalla particolare realtà ecclesiastica dell’Europa occidentale, caratterizzata da un forte contatto con altre giurisdizioni ortodosse e da un ambiente culturale differente rispetto a quello dei Balcani. Le comunità russe presenti in Francia e in altri Paesi europei occidentali svilupparono infatti un’intensa attività teologica, culturale ed ecumenica. Parigi divenne progressivamente uno dei principali centri intellettuali dell’emigrazione ortodossa russa. Qui operarono importanti teologi, filosofi e pensatori della diaspora, tra cui Sergej Bulgakov (28 luglio 1871-13 luglio 1944), Georges Florovsky (28 agosto 1893-11 agosto 1979), Nikolaj Berdjaev (18 marzo 1874-24 marzo 1948) e altri, che contribuirono significativamente allo sviluppo della teologia ortodossa contemporanea.

Le divergenze tra il Metropolita Evlogij e il Sinodo della ROCOR si accentuarono progressivamente fino a condurre a una vera e propria separazione ecclesiastica. Nel febbraio del 1931 Evlogij interruppe ufficialmente i rapporti con la Chiesa Russa all’Estero e decise di porsi sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico. Questo passaggio rappresentò un evento di grande importanza nella storia della diaspora ortodossa russa in Europa occidentale. Attraverso tale decisione venne infatti costituito l’Esarcato Patriarcale per le Parrocchie Ortodosse di Tradizione Russa nell’Europa Occidentale, struttura ecclesiastica dipendente dal Patriarcato Ecumenico. La separazione tra la ROCOR, la Metropolia Americana e il gruppo guidato dal Metropolita Evlogij segnò dunque la frammentazione della diaspora ortodossa russa in differenti giurisdizioni ecclesiastiche, ciascuna caratterizzata da proprie specificità pastorali, culturali ed ecclesiologiche.

Nonostante tali divisioni, tutte queste realtà continuarono a considerarsi eredi della tradizione spirituale e liturgica della Chiesa Ortodossa Russa storica, cercando di preservarne il patrimonio teologico, ascetico e culturale nel difficile contesto dell’esilio e della dispersione seguiti alla Rivoluzione Russa e alla persecuzione sovietica.

Il 5 settembre 1927 il Consiglio dei Vescovi della Chiesa Russa all’Estero, riunito a Sremski Karlovci sotto la presidenza del Metropolita Antonio (Khrapovitsky), adottò una decisione destinata ad avere conseguenze decisive nella storia dei rapporti tra la diaspora ortodossa russa e il Patriarcato di Mosca. In tale occasione il Sinodo della ROCOR proclamò formalmente l’interruzione dei rapporti amministrativi con la “autorità ecclesiastica di Mosca”, segnando una delle fratture più significative nella storia contemporanea dell’Ortodossia russa. La decisione fu presa in risposta alla politica ecclesiastica adottata dal Metropolita Sergij (Stragorodsky) di Nižnij Novgorod, il quale in quel momento agiva in qualità di vice locum tenens patriarcale, il metropolita Pietro (Poljanskij) di Krutitsy. Quest’ultimo era stato arrestato dalle autorità sovietiche ed era detenuto nei campi di prigionia del Gulag, dove sarebbe successivamente morto.

Nel luglio del 1927 il Metropolita Sergij aveva pubblicato la celebre “Dichiarazione di lealtà” nei confronti del governo sovietico. In tale documento egli affermava la piena fedeltà della Chiesa Ortodossa Russa all’Unione Sovietica e dichiarava che le gioie e i successi dello Stato sovietico dovevano essere considerati anche gioie e successi della Chiesa. Questa posizione venne giustificata dal Metropolita Sergij come un tentativo necessario di garantire la sopravvivenza della Chiesa all’interno di un regime violentemente persecutorio. Le autorità sovietiche avevano infatti arrestato migliaia di vescovi, sacerdoti e fedeli, confiscato proprietà ecclesiastiche e cercato sistematicamente di distruggere la struttura della Chiesa Russa. Tuttavia, molti esponenti della diaspora russa interpretarono la Dichiarazione del 1927 come una grave compromissione della libertà spirituale e canonica della Chiesa. Secondo i vescovi della ROCOR, la gerarchia ecclesiastica rimasta in Russia agiva ormai sotto il controllo diretto del potere sovietico e non poteva più esercitare liberamente il proprio ministero pastorale e canonico.

Per questo motivo, il Consiglio dei Vescovi riunito a Sremski Karlovci rifiutò esplicitamente la richiesta avanzata dal Metropolita Sergij di dichiarare fedeltà politica alle autorità sovietiche. I vescovi della diaspora ritenevano incompatibile una simile dichiarazione con la libertà della Chiesa e con la testimonianza cristiana di fronte a un regime apertamente ateo e persecutorio. Nel Documento approvato il 5 settembre 1927, il Consiglio episcopale affermò che l’amministrazione ecclesiastica di Mosca guidata dal Metropolita Sergij si trovava «asservita al potere sovietico senza Dio, il quale l’ha privata della libertà nell’espressione della propria volontà e nel governo canonico della Chiesa». Questa formulazione esprimeva chiaramente la convinzione della ROCOR secondo cui il Patriarcato di Mosca non fosse più in grado di agire liberamente a causa della pressione esercitata dallo Stato sovietico. La diaspora russa considerava quindi necessario preservare al di fuori della Russia una Chiesa libera dalle interferenze del potere comunista.

La rottura del 1927 rappresentò uno degli eventi fondamentali nella definizione dell’identità ecclesiologica della ROCOR. Da quel momento la Chiesa Russa all’Estero sviluppò una forte autocoscienza come custode della tradizione della “Chiesa Russa libera”, in opposizione a ciò che veniva percepito come la subordinazione della gerarchia moscovita al regime ateo sovietico. Questa posizione influenzò profondamente la spiritualità, la teologia e la vita ecclesiastica della ROCOR nel corso del XX secolo. La diaspora russa sviluppò infatti una particolare venerazione per i “Nuovi Martiri e Confessori della Russia”, cioè i vescovi, sacerdoti, monaci e fedeli perseguitati dal regime sovietico per la loro fede. Parallelamente, la ROCOR mantenne per molti decenni una posizione estremamente critica nei confronti del Patriarcato di Mosca, considerato compromesso con il potere comunista. Tale atteggiamento contribuì a consolidare una separazione ecclesiastica e psicologica tra la diaspora e la Chiesa in patria, che sarebbe durata fino alla fine dell’Unione Sovietica.

Pur rigettando sia il regime bolscevico sia la linea ecclesiastica adottata dal Metropolita Sergij (Stragorodsky), la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia continuò formalmente a riconoscere l’autorità canonica del Metropolita Pietro (Poljanskij) di Krutitsy, legittimo locum tenens patriarcale, che in quel periodo si trovava imprigionato nei campi sovietici del Gulag e che sarebbe successivamente morto durante la detenzione. Questa posizione riveste una particolare importanza ecclesiologica nella storia della ROCOR, poiché dimostra come la diaspora russa non intendesse considerarsi una Chiesa separata o indipendente dalla Chiesa Russa storica, ma piuttosto una parte temporaneamente autonoma della medesima Chiesa, costretta dalle circostanze politiche a organizzarsi al di fuori della patria. Il 9 settembre 1927 il Consiglio dei Vescovi della ROCOR espresse chiaramente questa autocoscienza ecclesiale in una Dichiarazione ufficiale nella quale affermava: «La parte della Chiesa Russa che si trova all’estero si considera un ramo inseparabile e spiritualmente unito della grande Chiesa Russa. Essa non si separa dalla sua Chiesa Madre e non si considera autocefala».

La ROCOR cercava dunque di distinguere tra la Chiesa Russa come realtà spirituale e canonica – che continuava a riconoscere – e la dirigenza ecclesiastica di Mosca, considerata sottoposta alla pressione e al controllo delle autorità sovietiche.  Nel frattempo, all’interno dell’Unione Sovietica, la Dichiarazione del Metropolita Sergij del 1927 provocò una profonda crisi ecclesiastica e diede origine a uno scisma interno tra i fedeli della Chiesa Russa. Molti vescovi, sacerdoti, monaci e laici considerarono infatti inaccettabile la Dichiarazione di lealtà verso il regime sovietico ateo.

Una parte significativa del clero e dei fedeli ruppe quindi i rapporti con il Metropolita Sergij, accusandolo di aver compromesso la libertà spirituale della Chiesa e di aver subordinato l’autorità ecclesiastica al potere comunista. Da questo dissenso nacquero differenti gruppi ecclesiastici clandestini e movimenti di resistenza spirituale, che rifiutavano di commemorare il nome del metropolita Sergij nelle celebrazioni liturgiche. Questi gruppi sarebbero stati successivamente indicati con il nome di “Chiesa delle Catacombe” o “Chiesa Catacombale”, poiché molti dei loro membri continuarono a praticare clandestinamente la vita sacramentale e liturgica al di fuori delle strutture ufficialmente controllate dal regime sovietico. La ROCOR guardò con grande simpatia a questi movimenti di resistenza interna, considerandoli autentici testimoni della libertà della Chiesa Russa sotto la persecuzione ateistica.

Il 22 giugno 1934 il Metropolita Sergij (Stragorodsky) e il Santo Sinodo di Mosca emisero una decisione ufficiale contro il Metropolita Antonio (Khrapovitsky) e il Sinodo della Chiesa Russa all’Estero, dichiarandoli sospesi dalle loro funzioni ecclesiastiche. Tale atto rappresentò una delle più gravi escalation del conflitto ecclesiastico tra il Patriarcato di Mosca e la ROCOR, consolidando ulteriormente la separazione tra la Chiesa Russa in patria e la diaspora ortodossa russa. La decisione di Mosca si inseriva nel contesto della politica ecclesiastica perseguita dal Metropolita Sergij dopo la sua Dichiarazione di lealtà del 1927 nei confronti dello Stato sovietico. Sergij cercava infatti di riaffermare l’autorità amministrativa del Patriarcato di Mosca su tutte le comunità ortodosse russe sparse nel mondo, esigendo che il clero russo all’estero riconoscesse formalmente la propria fedeltà alla gerarchia ecclesiastica operante in Unione Sovietica.

Il Metropolita Antonio respinse fermamente la decisione del Sinodo di Mosca, rifiutandosi di riconoscerne la validità canonica. Egli sosteneva infatti che tale provvedimento fosse stato adottato sotto la pressione politica delle autorità sovietiche e che il Metropolita Sergij avesse illegittimamente usurpato la posizione di locum tenens patriarcale, spettante invece al Metropolita Pietro di Krutitsy, allora imprigionato dal regime comunista. Secondo la posizione della ROCOR, la Chiesa di Mosca non poteva più agire liberamente a causa del controllo esercitato dal potere ateo sovietico. Per questo motivo il Sinodo della diaspora riteneva che le decisioni disciplinari emanate da Mosca fossero gravemente compromesse dall’interferenza politica dello Stato comunista e dunque prive di piena libertà canonica.

La posizione del metropolita Antonio ricevette un importante sostegno da parte del Patriarca serbo Barnaba (12 maggio 1930-23 luglio 1937), il quale continuò a mantenere la comunione ecclesiastica con il Sinodo della ROCOR. La Chiesa Ortodossa Serba, che fin dagli anni Venti aveva accolto e protetto i vescovi russi emigrati, svolse in questo periodo un ruolo fondamentale quale principale sostegno canonico e morale della diaspora ortodossa russa. Tuttavia, il Patriarca Barnaba cercò anche di assumere un ruolo di mediazione tra il Sinodo di Karlovci e il Metropolita Sergij a Mosca, nella speranza di evitare una frattura definitiva all’interno della Chiesa Russa. Egli era profondamente consapevole della drammaticità della situazione ecclesiastica russa e desiderava trovare una soluzione canonica che preservasse l’unità spirituale della Chiesa nonostante le condizioni eccezionali imposte dalla persecuzione sovietica.

All’inizio del 1934 il Patriarca Barnaba inviò pertanto una proposta al Metropolita Sergij, suggerendo che i vescovi della ROCOR fossero temporaneamente trasferiti sotto la giurisdizione canonica della Chiesa Ortodossa Serba. Tale soluzione avrebbe potuto offrire una base canonica riconosciuta per la diaspora russa senza costringerla a sottomettersi direttamente a un’amministrazione ecclesiastica percepita come controllata dal regime sovietico. La proposta del Patriarca serbo venne tuttavia respinta dal Metropolita Sergij. Quest’ultimo continuò a esigere che tutto il clero russo all’estero dichiarasse formalmente la propria lealtà verso le autorità sovietiche e riconoscesse pienamente la giurisdizione amministrativa del Patriarcato di Mosca. Per la ROCOR tale richiesta risultava inaccettabile sia dal punto di vista spirituale sia da quello ecclesiologico. I vescovi della diaspora ritenevano infatti impossibile giurare fedeltà a un potere politico apertamente ateo e responsabile della persecuzione sistematica della Chiesa Ortodossa Russa.

Nel corso degli anni Trenta il Patriarca Barnaba proseguì i propri tentativi di riconciliazione tra le differenti giurisdizioni russe in esilio, ma senza successo. Le tensioni ecclesiastiche risultavano infatti aggravate dal contesto politico internazionale, dall’intensificarsi delle persecuzioni sovietiche e dalle profonde divergenze ecclesiologiche maturate nel corso degli anni. La questione non riguardava soltanto problemi amministrativi o disciplinari, ma toccava il tema fondamentale del rapporto tra la Chiesa e il potere politico in condizioni di persecuzione. La ROCOR accusava il Patriarcato di Mosca di aver sacrificato la libertà spirituale della Chiesa per garantirne la sopravvivenza istituzionale; Mosca, invece, considerava l’atteggiamento della diaspora come uno scisma motivato anche da posizioni politiche monarchiche e antibolsceviche.

Il metropolita Antonio (Khrapovitsky), figura centrale nella formazione e nello sviluppo iniziale della Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia, morì nel 1936 dopo aver guidato per oltre quindici anni la diaspora ecclesiastica russa in esilio. La sua morte rappresentò un momento di grande importanza nella storia della ROCOR, poiché Antonio era considerato non soltanto il principale leader ecclesiastico dell’emigrazione russa, ma anche uno dei più autorevoli teologi e vescovi dell’Ortodossia russa contemporanea.

Alla sua morte gli succedette il metropolita Anastasio (Gribanovsky), già strettissimo collaboratore di Antonio e una delle figure più influenti dell’episcopato russo emigrato. Anastasio avrebbe guidato la ROCOR durante uno dei periodi più difficili e complessi della sua storia, segnato dalla Seconda Guerra Mondiale, dalle trasformazioni geopolitiche dell’Europa e dalle profonde tensioni interne alla diaspora russa.

La successione di Anastasio avvenne in un momento particolarmente delicato anche per un’altra ragione. Nell’ottobre del 1937 morì infatti il Metropolita Pietro di Krutitsy, considerato della ROCOR legittimo locum tenens patriarcale della Chiesa Russa, detenuto ormai da anni nei campi sovietici. La sua morte, inizialmente comunicata in maniera imprecisa già un anno prima, segnò simbolicamente la fine dell’ultimo riferimento canonico universalmente riconosciuto dalla diaspora russa come legittima autorità patriarcale libera dalle influenze del regime sovietico. In questo contesto, i vescovi russi emigrati decisero di convocare il Secondo Concilio di tutta la Diaspora Russa, che si svolse nell’agosto del 1938, inizialmente a Belgrado e successivamente a Sremski Karlovci. Il Concilio fu presieduto dal metropolita Anastasio (Gribanovsky) e costituì uno degli eventi più importanti nella storia della ROCOR tra le due guerre mondiali.

Al Concilio parteciparono dodici vescovi russi emigrati – un numero che, significativamente, risultava almeno doppio rispetto al numero dei vescovi ortodossi ufficialmente autorizzati a esercitare il ministero all’interno dell’Unione Sovietica in quel periodo – oltre a ventisei sacerdoti e cinquantotto rappresentanti laici della diaspora russa. La composizione del Concilio evidenziava chiaramente la gravità della persecuzione religiosa in corso nell’URSS staliniana. Durante gli anni della Grande Purga, infatti, la quasi totalità dell’episcopato russo era stata arrestata, deportata o giustiziata, mentre migliaia di chiese e monasteri erano stati chiusi o distrutti.

Il Concilio del 1938 assunse dunque un forte significato spirituale e simbolico. I vescovi emigrati si consideravano sempre più i custodi della continuità storica della Chiesa Russa libera, in un momento in cui la Chiesa in patria appariva quasi completamente annientata dalla persecuzione ateistica sovietica. Nel corso dei lavori conciliari venne riaffermato il ruolo guida della Chiesa e dell’episcopato nella vita delle organizzazioni dell’emigrazione russa. La ROCOR continuava infatti a considerarsi non soltanto una struttura ecclesiastica, ma anche un centro di conservazione dell’identità spirituale, culturale e storica della Russia ortodossa prerivoluzionaria. Il Concilio approvò inoltre due importanti Messaggi pastorali. Il primo era rivolto «al popolo russo sofferente nella patria» (К Русскому народу в Отечестве страждущему), mentre il secondo era indirizzato «al gregge russo disperso nella diaspora» («К Русской пастве в рассеянии сущей»).

Nel Messaggio rivolto ai fedeli rimasti nell’Unione Sovietica, i vescovi della diaspora esprimevano solidarietà spirituale verso la Chiesa perseguitata e commemoravano i numerosi martiri e confessori della fede vittime del regime comunista. Il documento sottolineava il carattere spirituale della sofferenza della Russia e interpretava le persecuzioni sovietiche come una prova escatologica per la Chiesa Ortodossa Russa.

Nel Messaggio destinato alla diaspora, invece, il Concilio esortava gli emigrati russi a conservare la propria fede ortodossa, la lingua, le tradizioni liturgiche e la memoria storica della Russia cristiana. La diaspora veniva descritta come una comunità chiamata a preservare il patrimonio spirituale della Santa Rus’ in attesa della futura rinascita religiosa della patria.

Parallelamente, la situazione politica europea stava rapidamente mutando con l’ascesa dei regimi totalitari e l’espansione dell’influenza della Germania nazista. A partire dal febbraio 1938, le autorità tedesche iniziarono a intervenire direttamente anche nella questione delle giurisdizioni ortodosse russe presenti nei territori sotto il controllo del Terzo Reich. Il governo tedesco pretese che tutto il clero russo presente nei territori controllati dalla Germania fosse posto sotto la giurisdizione ecclesiastica del Sinodo di Karlovci, e non sotto quella del gruppo guidato dal Metropolita Evlogij a Parigi, allora dipendente dal Patriarcato Ecumenico. Questa scelta rifletteva anche gli interessi politici del regime nazista, che considerava la ROCOR – fortemente antibolscevica – più vicina alle proprie strategie antisovietiche rispetto alla giurisdizione di Evlogij, percepita come più indipendente e meno politicizzata. Le autorità tedesche imposero inoltre la nomina del vescovo Seraphim (Lade, febbraio 1938- 14 settembre 1950), di origine etnica tedesca, alla guida della diocesi ortodossa di Berlino. Tale intervento politico nelle questioni ecclesiastiche mostrava chiaramente come la situazione della diaspora russa fosse ormai strettamente intrecciata con le tensioni geopolitiche europee alla vigilia della Seconda guerra mondiale.

I rapporti tra alcuni membri della Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR) e il regime nazionalsocialista alla vigilia e durante la Seconda Guerra Mondiale costituiscono ancora oggi una delle questioni più delicate e discusse della storia della diaspora ortodossa russa del XX secolo. Tale problematica è stata oggetto sia di critiche esterne sia di approfondimenti interni da parte della stessa ROCOR e degli studiosi della sua storia ecclesiastica. Nel contesto degli anni Trenta, una parte significativa dell’emigrazione russa bianca vedeva nella Germania nazista un possibile baluardo contro il bolscevismo sovietico, considerato il principale responsabile della distruzione della Russia imperiale e delle terribili persecuzioni contro la Chiesa Ortodossa Russa. Questo atteggiamento antibolscevico influenzò inevitabilmente anche alcuni ambienti ecclesiastici della diaspora. In tale quadro si colloca la lettera inviata nel 1938 dal Metropolita Anastasio (Gribanovsky) ad Adolf Hitler. In essa si esprimeva gratitudine al governo tedesco per l’assistenza fornita alla diaspora russa nella costruzione di una cattedrale ortodossa russa a Berlino e lodava il patriottismo del Führer tedesco. Questo documento è stato successivamente oggetto di numerose controversie storiografiche. Alcuni critici hanno interpretato tali espressioni come una forma di simpatia politica verso il regime nazista. Altri studiosi e membri della ROCOR hanno invece sostenuto che tali dichiarazioni vadano comprese nel contesto storico dell’epoca, quando molti esponenti della diaspora russa non avevano ancora piena conoscenza della reale natura ideologica e criminale del Terzo Reich.

La stessa ROCOR ha affrontato in maniera critica questa complessa eredità storica. Durante la Seconda Conferenza sulla Storia della ROCOR, tenutasi nel 2002, uno degli interventi ufficiali sottolineò che il tentativo delle autorità naziste di dividere la Chiesa Ortodossa Russa in differenti strutture ecclesiastiche rivali incontrò una significativa opposizione interna da parte della stessa ROCOR. Secondo tale interpretazione, la dirigenza ecclesiastica della diaspora cercò di preservare l’unità canonica e spirituale della Chiesa russa anche di fronte alle pressioni esercitate dal regime nazista, che tentava di utilizzare le giurisdizioni ortodosse russe per finalità politiche e propagandistiche. La questione deve inoltre essere collocata nel più ampio contesto delle drammatiche trasformazioni che coinvolsero contemporaneamente la Chiesa Russa all’interno dell’Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale.

A partire dal 1943, infatti, la politica religiosa del governo sovietico subì un cambiamento significativo. Dopo oltre due decenni di persecuzioni violentissime contro la Chiesa, il regime di Stalin decise di modificare parzialmente il proprio atteggiamento nei confronti del Patriarcato di Mosca, soprattutto per ragioni politiche e patriottiche legate allo sforzo bellico contro la Germania nazista. All’inizio di settembre del 1943 Joseph Stalin convocò al Cremlino i tre metropoliti superstiti della Chiesa Ortodossa Russa guidati dal Metropolita Sergij (Stragorodsky). Questo incontro rappresentò un evento storico di enorme importanza per la sopravvivenza istituzionale della Chiesa Russa nell’URSS. Stalin autorizzò infatti il Patriarcato di Mosca a convocare un Concilio episcopale per eleggere un nuovo Patriarca, permettendo inoltre la riapertura di scuole teologiche, seminari, alcune chiese e alcuni grandi monasteri precedentemente chiusi dalle autorità sovietiche. In parte, tali aperture erano già state avviate nei territori temporaneamente occupati dalle forze tedesche durante la guerra. Nel settembre del 1943 il Metropolita Sergij venne così eletto Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, restaurando ufficialmente il patriarcato dopo anni di paralisi istituzionale dovuta alle persecuzioni comuniste.

Parallelamente, il governo sovietico decise di sostenere apertamente il Patriarcato di Mosca come unica struttura ecclesiastica ortodossa ufficialmente riconosciuta nell’URSS. Al contrario, il movimento degli Obnovlentsy (Rinnovazionisti), cioè la corrente modernista e filosovietica della Chiesa Russa precedentemente favorita dal regime negli anni Venti, venne progressivamente emarginato e infine eliminato dalla scena ecclesiastica sovietica. Molti dei suoi esponenti scomparvero rapidamente dalla vita pubblica ecclesiastica. Tuttavia, questi cambiamenti nella politica religiosa sovietica non modificarono sostanzialmente i rapporti tra il Patriarcato di Mosca e la ROCOR. La Chiesa Russa all’Estero continuò infatti a guardare con profonda diffidenza alla gerarchia moscovita, ritenendo che essa rimanesse subordinata al controllo politico dello Stato sovietico nonostante le apparenti concessioni di Stalin. Dal canto suo, il Patriarcato di Mosca continuava a considerare la ROCOR una struttura ecclesiastica irregolare e separata dalla piena obbedienza canonica alla Chiesa Russa.

Pochi giorni dopo l’elezione del Metropolita Sergij (Stragorodsky) a Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, avvenuta nel settembre del 1943 con l’approvazione delle autorità sovietiche, il Metropolita Anastasio (Gribanovsky), espresse pubblicamente la propria opposizione al riconoscimento di tale elezione. Secondo la posizione della ROCOR, l’elezione patriarcale del 1943 non poteva essere considerata pienamente libera né canonicamente valida, poiché si era svolta sotto il controllo diretto del regime sovietico e in condizioni di grave limitazione della libertà ecclesiastica. I gerarchi della diaspora ritenevano infatti che la Chiesa Russa in patria continuasse a essere sottoposta alla pressione politica dello Stato ateo comunista.

In questo contesto, le autorità tedesche permisero al Sinodo della ROCOR di convocare una nuova Assemblea episcopale a Vienna, che si svolse tra il 21 e il 26 ottobre 1943. Tale incontro rappresentò uno delle ultime grandi Assemblee della ROCOR in Europa durante il periodo della Seconda guerra Mondiale. Nel corso della riunione il Sinodo adottò una risoluzione nella quale dichiarava l’elezione patriarcale di Mosca non canonica e dunque invalida. Il Documento esprimeva inoltre un forte appello a tutti i fedeli ortodossi russi affinché proseguissero la lotta contro il comunismo, considerato dalla ROCOR una forza apertamente anticristiana e persecutoria. Queste dichiarazioni riflettevano il clima ideologico e spirituale che caratterizzava gran parte dell’emigrazione russa bianca durante la guerra. La ROCOR continuava infatti a interpretare il conflitto contro il bolscevismo anche come una lotta religiosa per la sopravvivenza della tradizione ortodossa russa e della “Santa Rus’”. Tuttavia, il rapido sviluppo degli eventi bellici modificò profondamente la situazione della diaspora russa in Europa orientale. L’avanzata dell’Armata Rossa nei Balcani rese infatti sempre più pericolosa la permanenza della gerarchia della ROCOR nei territori jugoslavi.

L’8 settembre 1944, pochi giorni prima della conquista di Belgrado da parte delle truppe sovietiche, il Metropolita Anastasio, insieme alla propria cancelleria e agli altri vescovi della ROCOR, lasciò la Serbia dirigendosi verso Vienna. Tale fuga rappresentò un momento drammatico nella storia della diaspora ecclesiastica russa, poiché segnava la fine del lungo periodo durante il quale la Jugoslavia aveva costituito il principale centro spirituale e amministrativo della ROCOR. Nei mesi successivi, a causa dell’instabilità politica dell’Europa del dopoguerra e della crescente espansione dell’influenza sovietica nell’Europa orientale, la dirigenza della ROCOR si trasferì progressivamente in Germania, stabilendosi temporaneamente a Monaco di Baviera.

La Germania del dopoguerra divenne uno dei principali luoghi di raccolta dei profughi russi e dell’emigrazione ortodossa proveniente dall’Europa orientale. Numerosi sacerdoti, monaci, vescovi e fedeli russi si concentrarono nei campi per sfollati istituiti nelle zone di occupazione occidentale. Infine, nel novembre del 1950, il Sinodo della ROCOR e molti altri rifugiati ortodossi russi emigrarono negli Stati Uniti d’America. Questo trasferimento segnò una nuova fase nella storia della Chiesa Russa all’Estero, il cui centro amministrativo e spirituale venne definitivamente stabilito a New York.

Con il trasferimento negli Stati Uniti, la ROCOR assunse progressivamente una dimensione sempre più globale, sviluppando diocesi, parrocchie e monasteri nelle Americhe, in Europa occidentale e in Australia. New York divenne il nuovo centro della diaspora ortodossa russa libera durante il periodo della Guerra Fredda. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il Patriarcato di Mosca emerse come la principale e dominante struttura della Chiesa Ortodossa Russa sul piano internazionale. L’espansione dell’influenza sovietica nell’Europa orientale comportò infatti profonde conseguenze anche per le giurisdizioni ortodosse della diaspora. Paesi che nel periodo interbellico ospitavano diocesi e comunità appartenenti alla ROCOR – come la Jugoslavia, la Bulgaria, la Cina e la Germania orientale – finirono progressivamente all’interno della sfera di influenza politica dell’Unione Sovietica. In tali condizioni, l’attività della ROCOR divenne in molti casi praticamente impossibile.

Numerose parrocchie e membri del clero della diaspora russa decisero quindi di passare sotto la giurisdizione del Patriarcato di Mosca. Tra questi vi furono anche gruppi precedentemente legati al Metropolita Evlogij (Georgievsky), che già dal 1931 appartenevano canonicamente al Patriarcato Ecumenico. Alcuni ecclesiastici e fedeli russi rientrarono persino nell’Unione Sovietica nel contesto delle politiche di rimpatrio promosse nel dopoguerra. Parallelamente, la ROCOR consolidò sempre più la propria identità come centro della “Russia ortodossa libera” in esilio. Stabilitasi definitivamente negli Stati Uniti entro il 1950, la Chiesa Russa all’Estero mantenne una posizione fortemente critica sia nei confronti del regime comunista sovietico sia verso il Patriarcato di Mosca.

La dirigenza della ROCOR considerava infatti il Patriarcato moscovita una “Chiesa sovietica”, subordinata e controllata dagli apparati statali e dai servizi segreti dell’URSS. Secondo questa interpretazione, la collaborazione del Patriarcato con le autorità comuniste comprometteva gravemente la sua libertà ecclesiastica e la sua indipendenza spirituale. Questa convinzione divenne uno degli elementi centrali dell’identità ideologica ed ecclesiologica della ROCOR durante tutto il periodo della Guerra Fredda. La diaspora ortodossa russa sviluppò una forte coscienza di continuità con la Chiesa perseguitata dei Nuovi Martiri della Russia, considerandosi custode della tradizione ortodossa russa libera dalle influenze del potere ateo sovietico.

Nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, la questione del controllo delle proprietà ecclesiastiche russe in Terra Santa assunse una notevole rilevanza sia sul piano ecclesiastico sia su quello geopolitico. Fino a molti anni dopo il conflitto, gran parte delle proprietà ortodosse russe presenti in Palestina rimase sotto il controllo di vescovi e amministratori ecclesiastici contrari tanto al regime sovietico quanto al Patriarcato di Mosca, e quindi generalmente legati alla giurisdizione della Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR). La presenza ecclesiastica russa in Terra Santa possedeva una lunga storia che risaliva al XIX secolo, quando l’Impero Russo aveva sviluppato un’intensa attività religiosa, culturale e pellegrinale in Palestina attraverso la Missione Ecclesiastica Russa di Gerusalemme e la Società Imperiale Ortodossa di Palestina. Tale presenza comprendeva monasteri, chiese, ospizi per pellegrini, terreni e numerose altre proprietà ecclesiastiche.

Dopo la Rivoluzione Russa del 1917 e la guerra civile, il controllo di queste istituzioni divenne oggetto di conflitti tra differenti giurisdizioni ortodosse russe. La maggior parte delle strutture ecclesiastiche russe in Palestina passò progressivamente sotto l’autorità della ROCOR, poiché il Patriarcato di Mosca era fortemente limitato dalle persecuzioni sovietiche e non era in grado di esercitare efficacemente il proprio controllo sulle proprietà all’estero. La situazione mutò profondamente nel 1948 con la nascita dello Stato di Israele. In quel contesto il governo israeliano decise di trasferire tutte le proprietà russe presenti nei territori sotto il proprio controllo alla Chiesa Ortodossa Russa dipendente dal Patriarcato di Mosca, ormai sostenuto dall’Unione Sovietica. Questa decisione fu in larga misura influenzata dal temporaneo sostegno politico e diplomatico che l’Unione Sovietica aveva offerto alla creazione dello Stato d’Israele nei primi anni della sua esistenza. Sebbene tale sostegno sovietico sarebbe presto venuto meno nel contesto delle tensioni della Guerra Fredda, esso contribuì inizialmente a rafforzare i rapporti tra Israele e l’URSS.

Per la ROCOR, tuttavia, la perdita delle proprietà russe in Israele rappresentò un duro colpo sia simbolico sia materiale. La Chiesa Russa all’Estero considerava infatti il Patriarcato di Mosca una struttura ecclesiastica sottoposta al controllo del regime sovietico e vedeva con preoccupazione l’espansione della sua influenza in Terra Santa. Nonostante ciò, la ROCOR riuscì a mantenere il controllo delle proprie chiese e proprietà situate nella Cisgiordania allora governata dalla Giordania. Questa situazione si protrasse fino alla fine degli anni Ottanta, consentendo alla ROCOR di conservare una presenza significativa in alcune aree della Palestina storica.

Nel gennaio del 1951, l’Unione Sovietica procedette inoltre alla riattivazione della Società Russa di Palestina (Russian Palestine Society), storica istituzione originariamente fondata nell’epoca imperiale per sostenere la presenza russa in Terra Santa. La nuova organizzazione venne però posta sotto la direzione di funzionari strettamente legati al Partito Comunista sovietico e agli apparati statali di Mosca. In tale contesto, l’archimandrita Vladimir venne sostituito da Ignatij Polikarp, ecclesiastico formato sotto l’influenza delle autorità comuniste sovietiche. Questo cambiamento rifletteva chiaramente il tentativo del governo sovietico di utilizzare le strutture ecclesiastiche russe in Medio Oriente anche come strumenti di influenza politica e diplomatica nel contesto della Guerra Fredda. Le autorità ecclesiastiche legate al Patriarcato di Mosca cercarono inoltre di attirare nella propria giurisdizione numerosi arabi cristiani ortodossi che manifestavano simpatie verso il comunismo o verso l’Unione Sovietica, particolarmente influente in alcune regioni del Medio Oriente nel secondo dopoguerra. Tuttavia, questa politica suscitò diffidenza in molti ambienti ortodossi locali. Diverse componenti dell’Ortodossia mediorientale guardarono con sospetto all’espansione dell’influenza sovietica attraverso il Patriarcato di Mosca e rifiutarono di collaborare strettamente con le strutture ecclesiastiche considerate dipendenti dal controllo politico dell’URSS.

Nel 1985, dopo la morte del metropolita Filarete (1964-1985), la guida della ROCOR passò al metropolita Vitalij (Ustinov, 1985-2001), quarto “primate” della Chiesa Russa all’Estero. Egli avrebbe guidato la ROCOR durante gli anni cruciali della dissoluzione dell’Unione Sovietica e delle profonde trasformazioni del mondo ortodosso post-comunista. Nonostante il crollo dell’URSS nel dicembre del 1991, la ROCOR continuò inizialmente a mantenere la propria indipendenza amministrativa rispetto al Patriarcato di Mosca. La memoria delle persecuzioni sovietiche e la diffidenza verso la gerarchia moscovita rimanevano infatti ancora molto forti all’interno della diaspora.

Già nel maggio del 1990, alcuni mesi prima della completa dissoluzione dell’Unione Sovietica, la ROCOR aveva deciso di avviare una nuova fase della propria attività missionaria all’interno stesso dei territori sovietici. Essa deliberò infatti la creazione di nuove parrocchie denominate “Libere Russe” (Free Russian parishes) e procedette alla consacrazione di vescovi destinati a sovrintendere tali comunità. Questa iniziativa rifletteva la convinzione della ROCOR secondo cui la rinascita religiosa della Russia post-sovietica dovesse svilupparsi indipendentemente dalle strutture ecclesiastiche precedentemente compromesse con il regime comunista. Tuttavia, tali decisioni avrebbero anche contribuito a generare nuove tensioni con il Patriarcato di Mosca nel delicato periodo successivo alla fine del comunismo.

Nel periodo successivo alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, le tensioni tra il Patriarcato di Mosca e la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR) continuarono a manifestarsi anche attraverso dispute riguardanti il controllo delle proprietà ecclesiastiche russe in Terra Santa. La questione della giurisdizione sui monasteri e sulle chiese storicamente appartenenti alla presenza ortodossa russa in Palestina assunse infatti una notevole rilevanza sia sul piano canonico sia su quello politico-diplomatico.

Nel 1997 il Patriarca di Mosca Alessio II (1990-2008) tentò di visitare un monastero situato a Hebron e controllato dalla ROCOR, accompagnato dal leader palestinese Yasser Arafat (1994-2004). Il Patriarcato di Mosca intratteneva da tempo rapporti relativamente stretti con la leadership palestinese, risalenti già agli anni della Guerra Fredda e ai rapporti sviluppati dall’Unione Sovietica con il movimento palestinese. Il clero della ROCOR presente nel monastero si oppose tuttavia all’ingresso del Patriarca Alessio II e di Yasser Arafat, ritenendo che il Patriarca di Mosca non possedesse una legittima autorità canonica sulla comunità ecclesiastica dipendente dalla Chiesa Russa all’Estero. L’episodio evidenziò quanto profonde fossero ancora, negli anni Novanta, le divisioni ecclesiastiche e psicologiche maturate durante il lungo periodo della separazione tra Mosca e la diaspora russa. Per molti membri della ROCOR, infatti, il Patriarcato di Mosca continuava a essere percepito come una struttura ecclesiastica segnata dalla lunga subordinazione al regime sovietico.

Poche settimane dopo tale episodio, le autorità della Palestina autonoma intervennero direttamente nella controversia. Agenti della polizia dell’Autorità Palestinese procedettero infatti all’espulsione del clero della ROCOR dal monastero, trasferendo successivamente il controllo della proprietà al Patriarcato di Mosca. La disputa non si concluse con questo episodio. All’inizio del gennaio del 2000 il Patriarca Alessio II tornò nuovamente a incontrare Yasser Arafat, chiedendo il suo sostegno nella restituzione delle proprietà ecclesiastiche che il Patriarcato di Mosca considerava appartenenti storicamente alla Chiesa Russa. Tale iniziativa si inseriva nel più ampio processo promosso dal Patriarcato di Mosca dopo la fine dell’URSS per recuperare chiese, monasteri e proprietà ecclesiastiche che nel corso del XX secolo erano passate sotto differenti giurisdizioni ortodosse della diaspora.

Poco tempo dopo, le autorità palestinesi intervennero nuovamente contro il clero della ROCOR, questa volta presso il celebre Monastero della Quercia di Abramo a Hebron, complesso monastico situato su un’area di circa tre acri e considerato uno dei luoghi simbolicamente più importanti della presenza ortodossa russa in Terra Santa. Anche in questo caso il clero della ROCOR venne espulso e il controllo della proprietà trasferito al Patriarcato di Mosca. Tali eventi suscitarono forti tensioni all’interno della diaspora russa e furono interpretati dalla ROCOR come un segno dell’espansione dell’influenza ecclesiastica del Patriarcato di Mosca nei territori tradizionalmente controllati dalla diaspora.

Nel frattempo, all’interno della stessa ROCOR si stavano verificando importanti cambiamenti. Nel 2001 il Metropolita Vitalij (Ustinov), lasciò la guida della ROCOR e venne succeduto dal Metropolita Laurus (Škurla, 2001-2008). L’elezione del Metropolita Laurus segnò una svolta significativa nella storia contemporanea della ROCOR. A differenza delle generazioni precedenti della diaspora, profondamente segnate dall’esperienza della Rivoluzione Russa e della Guerra Fredda, la nuova leadership iniziò progressivamente a sviluppare un atteggiamento più favorevole verso una possibile riconciliazione con il Patriarcato di Mosca.

Il cambiamento della situazione politica e religiosa nella Russia post-sovietica contribuì fortemente a questo processo. Dopo il crollo del comunismo, infatti, il Patriarcato di Mosca aveva conosciuto una vasta rinascita ecclesiastica, con la riapertura di migliaia di chiese e monasteri, il ristabilimento della vita teologica e la canonizzazione dei Nuovi Martiri della persecuzione sovietica.

L’elezione del metropolita Laurus (Škurla) nel 2000 segnò l’inizio di una nuova fase nella storia della ROCOR, caratterizzata da un progressivo e prudente avvicinamento al Patriarcato di Mosca dopo decenni di separazione ecclesiastica. Fin dall’inizio del suo ministero, il Metropolita Laurus manifestò infatti interesse verso la possibilità di una futura riconciliazione canonica con la Chiesa Ortodossa Russa in patria. Tuttavia, all’interno della ROCOR permanevano ancora profonde riserve e forti diffidenze nei confronti del Patriarcato di Mosca, radicate nella memoria delle persecuzioni sovietiche e nella convinzione che la gerarchia moscovita avesse a lungo collaborato con il regime comunista. In particolare, la ROCOR insisteva affinché il Patriarcato affrontasse apertamente alcune questioni considerate essenziali per una reale riconciliazione ecclesiale. Tra queste occupava un posto centrale il riconoscimento del martirio dello zar Nicola II e della famiglia imperiale Romanov, assassinati dai bolscevichi nel 1918.

La diaspora russa attribuiva infatti un forte significato spirituale e simbolico alla memoria della famiglia imperiale, considerata vittima innocente della rivoluzione atea e del crollo della Russia ortodossa tradizionale. Per molti membri della ROCOR, il culto dei Nuovi Martiri della Russia rappresentava uno degli elementi fondamentali della propria identità ecclesiale. La ROCOR continuava inoltre a guardare con sospetto ai rapporti tra il Patriarcato di Mosca e lo Stato russo post-sovietico, temendo che persistessero forme di subordinazione o eccessiva vicinanza al potere politico. Ulteriori preoccupazioni riguardavano anche i rapporti ecumenici della Chiesa Russa con altre confessioni cristiane, in particolare con la Chiesa Cattolica Romana, che alcuni ambienti della diaspora consideravano problematici dal punto di vista ecclesiologico.

In questo contesto assunse una grande importanza il Concilio Giubilare dei Vescovi della Chiesa Ortodossa Russa tenutosi a Mosca nel 2000. Durante tale Concilio il Patriarcato di Mosca procedette alla canonizzazione dello zar Nicola II, della famiglia imperiale e di oltre mille nuovi martiri e confessori della persecuzione sovietica. Questo evento ebbe un notevole impatto sulla ROCOR, poiché rappresentava il riconoscimento ufficiale da parte del Patriarcato di Mosca della santità delle vittime del regime comunista e della tragedia spirituale vissuta dalla Chiesa Russa nel XX secolo. Il Concilio del 2000 adottò inoltre un importante documento riguardante i rapporti tra la Chiesa e le autorità civili, nel quale venivano criticati atteggiamenti di servilismo o eccessiva dipendenza della Chiesa dal potere politico. Parallelamente, il Concilio respinse esplicitamente l’idea di una possibile unione dogmatica tra Ortodossia e Cattolicesimo romano, rassicurando così molti ambienti conservatori della diaspora.

Questi sviluppi contribuirono a creare condizioni più favorevoli per il dialogo tra la ROCOR e il Patriarcato di Mosca. Tuttavia, la sola prospettiva di un possibile riavvicinamento provocò forti tensioni interne nella Chiesa Russa all’Estero. Nel 2001 si verificò infatti un nuovo scisma all’interno della ROCOR. Il Metropolita Vitalij (Ustinov), annunciò il proprio ritiro per motivi di salute. Dopo l’elezione del Metropolita Laurus nell’ottobre dello stesso anno, Vitalij pubblicò però un’epistola nella quale contestava la validità della successione e rivendicava la continuazione della propria autorità come Primo vescovo.

Attorno alla figura del Metropolita Vitalij si raccolsero numerosi sacerdoti, monaci e fedeli contrari a qualsiasi forma di riconciliazione con il Patriarcato di Mosca. Tra essi vi era anche il vescovo Varnava (Prokofieff) di Cannes, precedentemente sospeso dalla ROCOR. Questo gruppo costituì una nuova struttura ecclesiastica separata, inizialmente denominata “Chiesa Ortodossa Russa in Esilio” (Russian Orthodox Church in Exile – ROCiE), successivamente identificata comunemente come ROCOR-Vitalij o ROCOR(V) (in russo: РПЦЗ(В)). La nuova formazione si presentava come la continuatrice della linea storica originaria della ROCOR, accusando invece la leadership del Metropolita Laurus di aver tradito la missione della diaspora attraverso il dialogo con Mosca.

Dal canto suo, l’episcopato ufficiale della ROCOR sostenne che il Metropolita Vitalij fosse stato manipolato da ambienti scismatici che avrebbero approfittato delle sue condizioni di salute ormai compromesse per promuovere una divisione ecclesiastica. Secondo il Sinodo ufficiale della ROCOR, alcuni membri dell’entourage del Metropolita Vitalij avrebbero persino falsificato la sua firma su lettere e documenti utilizzati per sostenere la legittimità dello scisma. Le divisioni interne continuarono anche negli anni successivi. Una delle realtà ecclesiastiche sorte dalla frammentazione della ROCOR(V) fu la cosiddetta “Chiesa Ortodossa Russa Vera” (Russian True Orthodox Church), costituita nel 2002 e caratterizzata da posizioni fortemente anti-ecumeniche e anti-moscovite. Questi eventi mostrano come il processo di riconciliazione tra la ROCOR e il Patriarcato di Mosca sia stato lungo, complesso e doloroso. Per una parte significativa della diaspora russa, infatti, la memoria delle persecuzioni sovietiche e la diffidenza verso il Patriarcato di Mosca continuarono a rappresentare ostacoli profondi a qualsiasi forma di riavvicinamento ecclesiale.

Nel corso dei primi anni del XXI secolo, il processo di riavvicinamento tra la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR) e il Patriarcato di Mosca conobbe un’accelerazione significativa, favorita sia dal mutato contesto politico post-sovietico sia dalla crescente consapevolezza, da entrambe le parti, della necessità di superare una divisione ecclesiastica ormai protrattasi per quasi ottant’anni. Nel 2003 il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin incontrò a New York il Metropolita Laurus (Škurla). Tale incontro possedette un notevole significato simbolico e politico, poiché rappresentò uno dei primi contatti ufficiali ad alto livello tra lo Stato russo post-sovietico e la dirigenza della diaspora ecclesiastica russa all’estero.

L’interesse mostrato dal governo russo verso il ristabilimento dell’unità ecclesiastica rifletteva il nuovo ruolo attribuito alla Chiesa Ortodossa nella costruzione dell’identità nazionale della Russia contemporanea. Parallelamente, all’interno della ROCOR cresceva progressivamente la convinzione che le condizioni storiche che avevano originato la separazione da Mosca fossero radicalmente mutate dopo la caduta del comunismo sovietico.

Nel maggio del 2004 il Metropolita Laurus compì una storica visita ufficiale in Russia, partecipando a diverse celebrazioni liturgiche comuni con i rappresentanti del Patriarcato di Mosca. Tale viaggio costituì una tappa fondamentale nel processo di riconciliazione, poiché segnò il primo ritorno ufficiale del Primo vescovo della ROCOR nella patria storica della Chiesa Russa dopo decenni di separazione.

Pochi mesi dopo, nel giugno del 2004, una delegazione del clero della ROCOR incontrò il Patriarca Alessio II di Mosca, proseguendo il dialogo ecclesiastico avviato negli anni precedenti. Questi incontri contribuirono a creare un clima di maggiore fiducia reciproca e permisero di affrontare numerose questioni canoniche, storiche ed ecclesiologiche rimaste aperte dalla separazione del 1927.

Successivamente venne istituita una serie di commissioni miste incaricate di preparare concretamente il ristabilimento della piena comunione canonica. Dopo sei incontri ufficiali di riconciliazione, il 21 giugno 2005 la ROCOR e il Patriarcato di Mosca annunciarono simultaneamente che i colloqui stavano conducendo verso il ristabilimento delle relazioni ecclesiastiche complete tra le due parti. Nel Comunicato congiunto veniva specificato che la ROCOR avrebbe conservato uno status di ampia autonomia interna all’interno della Chiesa Ortodossa Russa. Questo punto risultava particolarmente importante per la diaspora, poiché consentiva alla Chiesa Russa all’Estero di preservare le proprie tradizioni amministrative, pastorali e spirituali sviluppatesi durante il lungo periodo dell’esilio. Il Patriarca Alessio II sottolineò pubblicamente che la ROCOR avrebbe mantenuto la propria indipendenza amministrativa e patrimoniale e che il suo livello di autonomia non sarebbe cambiato «nel prossimo futuro». Egli aggiunse inoltre che eventuali modifiche future sarebbero potute emergere soltanto nel corso del tempo, ma che in quel momento la priorità principale consisteva nel ristabilire l’unità spirituale e canonica della Chiesa Russa.

Il processo di riconciliazione raggiunse una tappa decisiva il 12 maggio 2006, quando il Congresso Generale della ROCOR approvò ufficialmente la volontà di ristabilire la piena comunione con il Patriarcato di Mosca. Il Patriarcato accolse tale decisione come: «un importante passo verso la restaurazione della piena unità tra il Patriarcato di Mosca e quella parte dell’emigrazione russa che ne era stata separata a causa della rivoluzione, della guerra civile in Russia e delle successive empie persecuzioni contro la Chiesa Ortodossa». Questa formulazione mostrava chiaramente come entrambe le parti interpretassero ormai la separazione non come uno scisma dogmatico, ma come una divisione storica prodotta dalle drammatiche circostanze politiche del XX secolo.

Nel settembre del 2006 il Sinodo dei Vescovi della ROCOR approvò ufficialmente il testo del documento preparato dalle commissioni miste: l’Atto di Comunione Canonica. Tale documento costituiva il fondamento giuridico ed ecclesiastico della futura restaurazione della piena unità tra la ROCOR e il Patriarcato di Mosca.

Nell’ottobre dello stesso anno le commissioni si riunirono nuovamente per definire le procedure concrete e la data ufficiale della firma dell’Atto. Il documento doveva entrare in vigore soltanto dopo la ratifica ufficiale sia da parte del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa sia da parte del Sinodo dei Vescovi della ROCOR.

L’Atto di Comunione Canonica si fondava inoltre su precedenti decisioni ufficiali assunte da entrambe le parti. In particolare, esso faceva riferimento alla risoluzione adottata dal Concilio Episcopale della Chiesa Ortodossa Russa tenutosi a Mosca tra il 3 e l’8 ottobre 2004, dedicata ai rapporti con la ROCOR, nonché alla risoluzione approvata dal Concilio dei Vescovi della ROCOR celebrato a San Francisco tra il 15 e il 19 maggio 2006. Questi sviluppi prepararono definitivamente il terreno alla storica firma dell’Atto di Comunione Canonica del 17 maggio 2007, che avrebbe ufficialmente ristabilito la piena unità ecclesiastica tra la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia e il Patriarcato di Mosca dopo quasi un secolo di separazione.

Dopo la firma dell’Atto di Comunione Canonica del 2007, la riconciliazione tra la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR) e il Patriarcato di Mosca non fu accolta unanimemente all’interno della diaspora russa. Una parte minoritaria del clero e dei fedeli della ROCOR rifiutò infatti di accettare il ristabilimento della piena comunione canonica, dando origine a un nuovo scisma ecclesiastico.

I critici della riunificazione continuarono a sostenere che la gerarchia del Patriarcato di Mosca non avesse affrontato in modo adeguato il problema della collaborazione di alcuni membri dell’episcopato con gli organi di sicurezza sovietici, in particolare con il KGB, durante il periodo comunista. Secondo tali ambienti, la riconciliazione del 2007 sarebbe avvenuta senza una sufficiente chiarificazione storica e morale riguardo ai rapporti tra la Chiesa Russa ufficiale e il regime sovietico.

In questo contesto emerse la figura del Metropolita Mikhail “Agathangel” Ivanovich Pashkovsky di Odessa e Tauride, uno dei principali oppositori dell’Atto di Comunione Canonica. Agathangel, seguito da alcune parrocchie della ROCOR presenti in Ucraina e in altri Paesi, rifiutò di entrare nella giurisdizione ecclesiastica collegata al Patriarcato di Mosca. Per il Metropolita Agathangel e per i suoi sostenitori, il ristabilimento della comunione con Mosca costituiva un tradimento della missione storica della ROCOR quale custode della libertà spirituale della Chiesa Russa durante il periodo delle persecuzioni comuniste. A causa della sua opposizione aperta alle decisioni sinodali, Agathangel venne sospeso per disobbedienza da una sessione straordinaria del Sinodo della ROCOR nel giugno del 2007. Tuttavia, nonostante la censura canonica, egli continuò la propria attività ecclesiastica sostenuto da alcune comunità della diaspora russa sia all’interno sia all’esterno dell’Ucraina che avevano anch’esse rifiutato di sottomettersi all’Atto di Comunione Canonica.

Lo scisma si consolidò definitivamente il 7 dicembre 2007, quando Agathangel procedette alla consacrazione di due nuovi vescovi: Andronik (Kotrliaroff), nominato vescovo di Richmond Hill e New York, e Sofronij (Musienko), designato vescovo di San Pietroburgo e della Russia Settentrionale. Attraverso queste ordinazioni episcopali, Agathangel diede formalmente vita a una nuova struttura ecclesiastica separata dalla ROCOR ufficiale. Tale organismo assunse il nome di “Chiesa Ortodossa Russa all’Estero – Autorità Ecclesiastica Suprema Provvisoria” (Russian Orthodox Church Abroad – Provisional Supreme Church Authority, ROCA-PSCA). Nell’uso comune, questa giurisdizione venne frequentemente indicata anche come ROCOR-Agathangel o ROCOR(A), per distinguerla dalla ROCOR ufficialmente riconciliata con il Patriarcato di Mosca. La nuova formazione ecclesiastica si presentava come la continuatrice autentica della tradizione storica della ROCOR pre-2007, sostenendo che la Chiesa Russa all’Estero doveva mantenere la propria totale indipendenza da Mosca fino a una piena purificazione ecclesiastica della Chiesa Russa dalle conseguenze del periodo sovietico.

Dal punto di vista ecclesiologico e storico, questo scisma rifletteva le persistenti tensioni esistenti all’interno della diaspora russa riguardo alla valutazione del passato sovietico e dei rapporti tra la Chiesa e il potere politico durante il XX secolo. Per una parte degli emigrati e dei loro discendenti, infatti, la memoria delle persecuzioni comuniste continuava a rappresentare un elemento identitario centrale, rendendo particolarmente difficile l’accettazione di una piena riconciliazione con il Patriarcato di Mosca. Nonostante ciò, la grande maggioranza della ROCOR accolse positivamente l’Atto di Comunione Canonica del 2007, considerandolo il compimento di un processo storico di guarigione ecclesiale e di restaurazione dell’unità della Chiesa Russa dopo le tragiche divisioni provocate dalla Rivoluzione del 1917, dalla guerra civile e dalle persecuzioni sovietiche.

Nel periodo successivo alla riconciliazione del 2007, la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR) ha generalmente mantenuto un atteggiamento di notevole prudenza nei confronti delle questioni politiche interne della Federazione Russa e dei rapporti sempre più stretti sviluppatisi tra il Patriarcato di Mosca e lo Stato russo sotto la presidenza di Vladimir Putin. Pur essendo ritornata in piena comunione canonica con il Patriarcato di Mosca, la ROCOR ha cercato di preservare una certa autonomia spirituale e pastorale, evitando nella maggior parte dei casi di assumere posizioni ufficiali dirette riguardo agli sviluppi politici della Russia contemporanea. Tale atteggiamento riflette anche la particolare storia della diaspora russa, profondamente segnata dall’esperienza dell’esilio, delle persecuzioni sovietiche e della volontà di mantenere una certa distanza dalle dinamiche politiche statali.

In particolare, la ROCOR ha mostrato grande cautela anche rispetto al crescente avvicinamento tra il Patriarcato di Mosca e il governo russo negli ultimi decenni. Sebbene non abbia generalmente criticato pubblicamente tali rapporti, la Chiesa Russa all’Estero ha preferito concentrarsi prevalentemente sulla propria missione spirituale, liturgica e pastorale all’interno della diaspora ortodossa russa internazionale. Questa linea di prudenza è emersa con particolare evidenza nel contesto della guerra in Ucraina. A differenza del Patriarcato di Mosca, che ha espresso posizioni percepite da molti osservatori come vicine alla narrativa ufficiale dello Stato russo, la ROCOR ha evitato dichiarazioni politiche esplicite riguardo al conflitto.

Il Sinodo della ROCOR non ha formalmente condannato l’intervento militare russo in Ucraina, ma allo stesso tempo non lo ha nemmeno sostenuto apertamente. La posizione ufficiale della Chiesa Russa all’Estero si è concentrata soprattutto sugli aspetti umanitari della guerra, esprimendo preoccupazione per le sofferenze della popolazione civile e continuando a manifestare sostegno ecclesiastico alla Chiesa Ortodossa Ucraina legata canonicamente al Patriarcato di Mosca. Tuttavia, all’interno della ROCOR non sono mancate voci critiche nei confronti del conflitto. Una delle eccezioni più significative si verificò nel 2023, quando il vescovo Irenei di Londra e dell’Europa Occidentale pubblicò una Dichiarazione nella quale affrontava direttamente la dimensione morale e spirituale della guerra.

Un’altra significativa presa di posizione da parte della ROCOR si verificò nel 2025, quando il Sinodo della Chiesa Russa all’Estero pubblicò una Dichiarazione fortemente critica nei confronti dei tentativi, attribuiti ad alcuni ambienti politici russi contemporanei, di riabilitare l’immagine storica del regime comunista sovietico e di minimizzare i crimini commessi durante il periodo dell’URSS. Questa Dichiarazione possiede una particolare importanza storica e simbolica, poiché dimostra come la memoria delle persecuzioni sovietiche continui a occupare un posto centrale nella coscienza ecclesiale della ROCOR. La Chiesa Russa all’Estero, infatti, è nata storicamente proprio dall’esperienza dell’esilio provocato dalla Rivoluzione Russa e dalla persecuzione ateistica contro la Chiesa Ortodossa. Per questo motivo, la ROCOR continua a considerare la commemorazione dei Nuovi Martiri e Confessori della Russia come uno degli elementi fondamentali della propria identità spirituale e storica. Ogni tentativo di attenuare o relativizzare i crimini del regime sovietico viene dunque percepito da molti ambienti della diaspora come una minaccia alla memoria del martirio vissuto dalla Chiesa Russa nel XX secolo. In tal senso, la posizione assunta dal Sinodo nel 2025 evidenzia come, nonostante la riconciliazione canonica con il Patriarcato di Mosca, la ROCOR continui a conservare una propria specifica sensibilità storica e spirituale, profondamente legata all’esperienza della diaspora anticomunista e alla testimonianza dei martiri della persecuzione sovietica.

All’interno della storia della Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR) occupa un posto particolare anche la presenza del cosiddetto “Rito Occidentale” (Western Rite), fenomeno ecclesiastico che rappresenta uno degli aspetti più peculiari e complessi dell’Ortodossia contemporanea. La presenza del Rito Occidentale nella ROCOR possiede infatti una lunga storia, benché il numero delle comunità coinvolte sia sempre rimasto relativamente limitato e gli atteggiamenti nei suoi confronti siano variati significativamente nel corso del tempo.

Per “Rito Occidentale” si intendono quelle comunità ortodosse che, pur appartenendo pienamente alla Chiesa Ortodossa canonica, utilizzano forme liturgiche derivate dalla tradizione latina occidentale, adattate alla teologia e alla spiritualità ortodossa. Tali esperienze si fondano sull’idea che l’Ortodossia possa esprimersi legittimamente anche attraverso antiche tradizioni liturgiche occidentali precedenti alla separazione tra Oriente e Occidente.

Nel contesto della ROCOR, il Rito Occidentale si sviluppò soprattutto nel mondo anglofono, in particolare negli Stati Uniti, in Canada, in Australia e in alcuni altri Paesi occidentali. La diaspora russa mostrò talvolta interesse verso queste esperienze missionarie come possibile strumento per l’evangelizzazione delle popolazioni occidentali all’interno della tradizione ortodossa. Tuttavia, il tema rimase spesso oggetto di dibattito interno. Alcuni ambienti della ROCOR guardavano con favore alla possibilità di integrare elementi della tradizione liturgica occidentale nell’Ortodossia, mentre altri manifestavano forti riserve, temendo possibili influenze teologiche o rituali estranee alla tradizione ortodossa orientale.

Tra le principali istituzioni legate al Rito Occidentale all’interno della ROCOR vi è il monastero di San Petroc in Tasmania, oggi posto sotto la supervisione del Metropolita Daniel del Metropolia di Mosca. Tale monastero rappresenta uno dei centri più significativi della spiritualità occidentale ortodossa collegata alla tradizione russa all’estero.

Un’altra importante realtà fu il monastero benedettino del Cristo Salvatore (Benedictine Christ the Savior Monastery), fondato nel 1993 nel Rhode Island e successivamente trasferito nel 2008 a Hamilton, in Ontario, Canada. Questo monastero cercò di integrare la spiritualità monastica benedettina occidentale con la piena appartenenza ecclesiale ortodossa. All’interno del complesso monastico venne incorporato anche l’Oratorio di Nostra Signora di Glastonbury, utilizzato come cappella monastica. Tale comunità possedeva una storia particolare, poiché in precedenza aveva fatto parte del Vicariato di Rito Occidentale dell’Arcidiocesi Cristiana Ortodossa Antiochena del Nord America. Nell’ottobre del 2007 essa passò però sotto la giurisdizione della ROCOR.

Accanto a queste realtà esistono inoltre alcune altre parrocchie che utilizzano integralmente oppure parzialmente il Rito Occidentale. Tra queste si può ricordare la parrocchia di San Benedetto da Norcia a Oklahoma City, negli Stati Uniti, che utilizza sia il Rito Occidentale sia il tradizionale Rito Costantinopolitano, rappresentando così un esempio di coesistenza liturgica all’interno della medesima comunità ecclesiale.

Nel 2011 la ROCOR cercò di offrire una struttura più stabile e organizzata alle comunità occidentali presenti al proprio interno, dichiarando ufficialmente tutte le proprie parrocchie di Rito Occidentale come costituenti un vero e proprio “Vicariato”, modellato in maniera parallela al Vicariato di Rito Occidentale della Chiesa Antiochena. La creazione di tale Vicariato rappresentò un tentativo di coordinare in modo più organico la vita liturgica, pastorale e amministrativa delle comunità occidentali della ROCOR. Contestualmente venne anche istituito un sito ufficiale destinato a promuovere e organizzare il lavoro pastorale del Rito Occidentale all’interno della Chiesa Russa all’Estero. Tuttavia, le tensioni e le difficoltà interne riguardanti il Rito Occidentale non scomparvero. Alcuni ambienti della ROCOR continuavano infatti a manifestare dubbi circa la stabilità liturgica e canonica di tali esperienze, temendo possibili deviazioni rituali o disciplinari.

Queste problematiche emersero chiaramente nel luglio del 2013. Il 10 luglio di quell’anno una sessione straordinaria del Sinodo dei Vescovi della ROCOR adottò una serie di importanti decisioni riguardanti il Vicariato di Rito Occidentale. Il Sinodo rimosse dalle loro funzioni il vescovo Jerome di Manhattan e padre Anthony Bondi, figure centrali nella guida del Vicariato occidentale. Contestualmente venne ordinata la sospensione di tutte le nuove ordinazioni sacerdotali e fu avviata una revisione delle ordinazioni recentemente conferite dal vescovo Jerome. Inoltre, il Sinodo decretò l’avvio di preparativi finalizzati alla progressiva assimilazione delle comunità di Rito Occidentale alla prassi liturgica ordinaria della ROCOR, cioè alla tradizione costantinopolitana comunemente utilizzata nella Chiesa Ortodossa Russa. Queste decisioni riflettevano la crescente prudenza della dirigenza della ROCOR nei confronti dello sviluppo del Rito Occidentale e il desiderio di rafforzare l’unità liturgica interna della Chiesa Russa all’Estero.

La vicenda del Rito Occidentale all’interno della ROCOR rappresenta dunque un interessante capitolo della storia dell’Ortodossia contemporanea, nel quale si intrecciano questioni missionarie, liturgiche, ecclesiologiche e identitarie. Essa evidenzia anche le difficoltà incontrate dalla Chiesa Ortodossa nel tentativo di integrare tradizioni liturgiche occidentali all’interno della propria struttura canonica senza compromettere la continuità della tradizione ortodossa storica.

Attualmente la carica di Primate della ROCOR è ricoperta da Sua Eminenza il Metropolita Nicholas (Olhovsky), il quale guida la Chiesa Russa all’Estero, presiedendo il Sinodo dei Vescovi della ROCOR e rappresentando la Chiesa nei rapporti con il Patriarcato di Mosca e con le altre Chiese Ortodosse.

La Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR) possiede oggi una vasta presenza ecclesiastica internazionale, sviluppatasi progressivamente nel corso del XX secolo attraverso le comunità della diaspora russa emigrate in seguito alla Rivoluzione del 1917, alla guerra civile russa e alle persecuzioni religiose del periodo sovietico.

Attualmente la giurisdizione della ROCOR comprende circa 400 parrocchie distribuite in diverse regioni del mondo, con una consistenza stimata superiore ai 400.000 fedeli. Tale presenza internazionale riflette il carattere eminentemente diasporico della Chiesa Russa all’Estero, la quale nel corso della sua storia si è configurata come uno dei principali punti di riferimento spirituali per le comunità ortodosse russe emigrate fuori dai confini dell’ex Impero Russo e successivamente dell’Unione Sovietica.

Particolarmente significativa risulta la presenza della ROCOR negli Stati Uniti d’America, che costituiscono uno dei principali centri della sua attività ecclesiastica contemporanea. Nel territorio statunitense la ROCOR dispone infatti di 199 parrocchie e 10 monasteri, con circa 23.727 aderenti ufficialmente registrati e quasi 9.879 partecipanti regolari alla vita liturgica e sacramentale delle comunità ecclesiastiche.

La vita ecclesiastica della ROCOR si sviluppa attraverso una struttura articolata di diocesi, parrocchie, monasteri, scuole teologiche e istituzioni spirituali che operano in numerosi Paesi del mondo. Attualmente la Chiesa è guidata da tredici vescovi, che costituiscono il Sinodo episcopale della ROCOR sotto la presidenza del Primate.

Particolare rilievo continua ad avere la tradizione monastica, che rappresenta uno degli elementi centrali dell’identità spirituale della Chiesa Russa all’Estero. La ROCOR possiede monasteri maschili e femminili negli Stati Uniti, in Canada e in altri Paesi delle Americhe, oltre che in Australia, Nuova Zelanda ed Europa occidentale. Questi monasteri non costituiscono soltanto centri di vita ascetica e liturgica, ma svolgono anche un’importante funzione pastorale e culturale, contribuendo alla conservazione della spiritualità ortodossa russa tradizionale all’interno delle comunità della diaspora. In molti casi essi hanno inoltre rappresentato luoghi di preservazione della memoria storica della Russia prerivoluzionaria e della tradizione ecclesiastica russa durante il periodo delle persecuzioni sovietiche.

La presenza internazionale della ROCOR testimonia dunque la trasformazione della diaspora ortodossa russa in una realtà ecclesiale stabile e strutturata, capace di mantenere la propria identità liturgica, spirituale e culturale pur operando in contesti sociali e culturali profondamente differenti rispetto alla tradizione storica russa.

 

Arcivescovado Russo di Parigi

L’ARCIVESCOVADO RUSSO DELL’EUROPA OCCIDENTALE

L’allora Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale costituiva una particolare struttura ecclesiastica autonoma posta sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico e con sede principale a Parigi. Essa riuniva numerose parrocchie ortodosse di tradizione russa distribuite in vari Paesi dell’Europa occidentale, rappresentando per gran parte del XX secolo una delle più importanti espressioni della diaspora ortodossa russa al di fuori dei territori storicamente appartenenti alla Chiesa Russa.

Le origini dell’Arcidiocesi risalgono alle drammatiche vicende seguite alla Rivoluzione Russa del 1917 e alla guerra civile, quando migliaia di fedeli, sacerdoti, teologi e intellettuali russi furono costretti all’esilio in Europa occidentale. In tale contesto si svilupparono differenti giurisdizioni ecclesiastiche della diaspora russa, tra le quali occupò un posto di particolare rilievo il gruppo guidato dal Metropolita Evlogij (Georgievsky, 10 aprile 1868-8 aprile 1946).

Il Metropolita Evlogij si era progressivamente separato dalla Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR) negli anni Trenta, ritenendo che il Sinodo di Sremski Karlovci (1921) stesse assumendo posizioni eccessivamente politicizzate e monarchiche. Nel 1931 egli passò sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico, dando origine a una nuova realtà ecclesiastica destinata a esercitare una notevole influenza sull’Ortodossia occidentale contemporanea.

L’Arcidiocesi sviluppò progressivamente una propria specifica identità ecclesiale, caratterizzata dalla conservazione della tradizione liturgica, spirituale e culturale russa all’interno del contesto europeo occidentale e sotto la protezione canonica del Patriarcato Ecumenico. Particolarmente significativa fu la presenza dell’Arcidiocesi a Parigi, che nel corso del XX secolo divenne uno dei principali centri della teologia ortodossa contemporanea. Attorno all’Istituto Teologico Ortodosso San Sergio operarono infatti importanti teologi e pensatori della diaspora russa, come Sergej Bulgakov, Georges Florovsky, Vladimir Lossky, Nikolaj Berdjaev e molti altri, che contribuirono profondamente allo sviluppo della riflessione teologica ortodossa moderna.

L’Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale rappresentò inoltre un importante laboratorio ecclesiologico e pastorale per l’incontro tra la tradizione ortodossa orientale e il mondo occidentale contemporaneo. Essa svolse un ruolo rilevante nel dialogo ecumenico, nella diffusione dell’Ortodossia in Europa occidentale e nell’adattamento pastorale delle comunità ortodosse russe ai nuovi contesti culturali europei.

Dal punto di vista canonico, l’Arcidiocesi godeva di un particolare status autonomo all’interno del Patriarcato Ecumenico, mantenendo una certa indipendenza amministrativa e preservando l’uso della tradizione liturgica russa pur appartenendo alla giurisdizione di Costantinopoli. Tuttavia, la situazione ecclesiastica dell’Arcidiocesi cambiò profondamente tra il 2018 e il 2020, nel contesto della grave crisi sorta tra il Patriarcato di Mosca e il Patriarcato Ecumenico riguardo alla questione ecclesiastica ucraina.

Lo scisma tra Mosca e Costantinopoli del 2018, provocato principalmente dalla concessione dell’autocefalia alla Chiesa Ortodossa d’Ucraina da parte del Patriarcato Ecumenico, ebbe infatti profonde ripercussioni su numerose strutture ecclesiastiche della diaspora ortodossa. In questo clima di forte tensione inter-ortodossa, anche l’Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale attraversò una complessa crisi interna. Una parte significativa del clero e dei fedeli riteneva infatti opportuno ristabilire un legame più diretto con la Chiesa Russa e con il Patriarcato di Mosca, mentre altri desideravano mantenere la tradizionale appartenenza al Patriarcato Ecumenico.

Queste divergenze condussero progressivamente alla divisione dell’Arcidiocesi. Circa la metà delle sue parrocchie decise di entrare sotto l’autorità del Patriarcato di Mosca, formando il nuovo Esarcato Patriarcale dell’Europa Occidentale, creato appositamente dal patriarcato di Mosca per accogliere le comunità provenienti dall’antica Arcidiocesi. L’altra parte delle parrocchie e del clero, invece, rimase legata alle strutture ecclesiastiche in comunione con il Patriarcato Ecumenico. Alcune comunità confluirono nella Metropolia Greco-Ortodossa di Francia, mentre altre si integrarono in differenti giurisdizioni dipendenti da Costantinopoli.

Questa divisione rappresentò uno dei più significativi mutamenti nella storia contemporanea della diaspora ortodossa russa in Europa occidentale. Essa rifletteva non soltanto le tensioni canoniche tra Mosca e Costantinopoli, ma anche differenti sensibilità ecclesiologiche maturate nel corso della storia della diaspora russa del XX secolo. Da una parte emergeva una visione più legata alla tradizione storica e spirituale della Chiesa Russa e al desiderio di ristabilire un rapporto diretto con Mosca; dall’altra persisteva la volontà di conservare l’esperienza ecclesiale sviluppatasi per decenni sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico, caratterizzata da una particolare apertura culturale e da una forte integrazione nel contesto europeo occidentale.

La vicenda dell’Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale costituisce dunque un esempio emblematico della complessità della storia della diaspora ortodossa russa contemporanea, segnata dall’intreccio tra questioni canoniche, identità nazionali, memoria storica e dinamiche geopolitiche all’interno del mondo ortodosso moderno.

Nel corso del XIX secolo, con l’intensificarsi della presenza diplomatica, culturale e commerciale dell’Impero Russo in Europa occidentale, vennero progressivamente fondate numerose parrocchie ortodosse destinate all’assistenza spirituale delle comunità russe residenti nei principali centri europei. Tali comunità comprendevano diplomatici, aristocratici, commercianti, studenti e membri della nobiltà russa che soggiornavano stabilmente o temporaneamente in diversi Paesi dell’Europa occidentale. Queste parrocchie dipendevano canonicamente dalla Chiesa Ortodossa Russa e costituivano una naturale estensione della presenza ecclesiastica dell’Impero Russo al di fuori dei suoi confini. In tale contesto assunse particolare importanza la città di Parigi, che nel corso del XIX secolo divenne uno dei principali centri della presenza russa in Occidente.

Nel 1861 venne edificata a Parigi la celebre chiesa di Sant’Alessandro Nevskij, dedicata al santo principe russo canonizzato dalla Chiesa Ortodossa. Tale tempio divenne rapidamente il principale centro dell’Ortodossia russa nell’Europa occidentale e uno dei simboli più significativi della presenza spirituale e culturale russa in Francia. La cattedrale di Sant’Alessandro Nevskij svolse un ruolo fondamentale non soltanto sul piano liturgico e pastorale, ma anche su quello culturale e identitario, diventando un punto di riferimento per l’intera diaspora russa europea. Nel corso dei decenni successivi essa sarebbe stata teatro di importanti eventi religiosi, culturali e storici legati alla comunità russa emigrata.

Dal punto di vista canonico, la giurisdizione sulle parrocchie ortodosse russe dell’Europa occidentale venne affidata dalla Chiesa Russa al Metropolita di San Pietroburgo, che esercitava la supervisione ecclesiastica su queste comunità della diaspora imperiale. La situazione mutò radicalmente dopo la Rivoluzione Bolscevica del 1917 e il successivo crollo dell’Impero Russo. Gli ortodossi russi residenti all’estero, insieme alle migliaia di profughi fuggiti dalla Russia sovietica durante la Guerra Civile (1917-1922), si trovarono improvvisamente in una situazione estremamente difficile sia sul piano politico sia su quello ecclesiastico. La persecuzione religiosa avviata dal nuovo regime comunista contro la Chiesa Ortodossa Russa e il progressivo isolamento del Patriarcato di Mosca resero infatti quasi impossibile il normale funzionamento delle strutture ecclesiastiche tradizionali della diaspora.

In tale contesto, nel 1920 il metropolita Evlogij (Georgievsky), uno dei più autorevoli vescovi della Chiesa Russa emigrata, venne inviato in Europa occidentale con il compito di organizzare una struttura ecclesiastica provvisoria per le comunità ortodosse russe della diaspora. La sua giurisdizione venne ufficialmente confermata l’8 aprile 1921 dal Patriarca Tikhon di Mosca (1917-1925) e dal Metropolita Beniamino di Pietroburgo, i quali emisero un Decreto che istituiva la “Amministrazione Provvisoria delle Parrocchie Russe nell’Europa Occidentale” (Decreti dell’8 aprile 1921, n. 423 e 424), con sede centrale a Parigi, nominando il Metropolita Evlogij quale primo Metropolita della nuova struttura ecclesiastica.

Questa decisione rappresentò un passaggio fondamentale nella storia della diaspora ortodossa russa occidentale, poiché pose le basi della futura Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale. Di fronte alle nuove realtà politiche create dal regime sovietico e alle gravissime limitazioni imposte alla libertà della Chiesa Russa in patria, il Metropolita Evlogij e gli altri vescovi russi emigrati cercarono inizialmente una soluzione temporanea attraverso la costituzione della Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR).

Durante i primi anni Venti, la stragrande maggioranza degli ortodossi russi della diaspora sostenne infatti la ROCOR, unita nella comune opposizione al governo bolscevico e nella convinzione che la Chiesa Russa in patria fosse sottoposta a una drammatica persecuzione. Anche il Metropolita Evlogij fece inizialmente parte del Sinodo della ROCOR stabilito a Sremski Karlovci. Tuttavia, nel corso degli anni Venti emersero progressivamente profonde divergenze tra Evlogij e la maggioranza dei gerarchi della ROCOR. Le tensioni riguardavano soprattutto la crescente politicizzazione di alcuni ambienti della diaspora russa e l’orientamento fortemente monarchico e antibolscevico assunto dal Sinodo di Karlovci. Evlogij riteneva infatti che la missione principale della Chiesa dovesse rimanere spirituale e pastorale, evitando un eccessivo coinvolgimento nelle lotte politiche dell’emigrazione russa.

Nel 1927 il conflitto raggiunse il punto culminante e il Metropolita Evlogij venne sospeso dal Sinodo della ROCOR. I veascovi di Karlovci decisero allora di sostituirlo con il Metropolita Serafim (Lukjanov, 1879-1959), nel tentativo di riorganizzare sotto la propria autorità le parrocchie russe dell’Europa occidentale. Tuttavia, la grande maggioranza delle comunità ortodosse russe dell’Europa occidentale rimase fedele al Metropolita Evlogij. Si creò così una profonda divisione all’interno della diaspora russa occidentale tra coloro che continuavano a seguire Evlogij e quelli che riconoscevano l’autorità del Metropolita Serafim e della ROCOR.

Di fronte a questa difficile situazione, il Metropolita Evlogij si rivolse direttamente al Patriarcato di Mosca, ottenendo il riconoscimento ufficiale della propria giurisdizione sull’Europa occidentale. La situazione si complicò ulteriormente nel 1930, quando il Metropolita Sergij (Stragorodsky), che allora esercitava le funzioni di locum tenens patriarcale a Mosca (1925-1943), avviò procedimenti disciplinari contro il Metropolita Evlogij a causa del suo pubblico sostegno ai cristiani perseguitati dal regime sovietico.

Il 10 giugno 1930 venne emanato un Decreto con il quale si tentava di rimuovere Evlogij dal proprio incarico e di sostituirlo con il Metropolita Vladimir (Tikhonicky, 1873-1959). Tuttavia, il provvedimento fallì, poiché né Evlogij né Vladimir accettarono di eseguirlo. Mosca reagì allora inviando a Parigi un nuovo vescovo, il Metropolita Eleutherios (Bogoyavlensky, (1868-1949)), che giunse all’inizio del 1931 con il compito di assumere la guida delle comunità russe fedeli al Patriarcato. Questa nuova crisi giurisdizionale provocò una definitiva frammentazione della diaspora ortodossa russa nell’Europa occidentale. La maggioranza delle parrocchie rimase fedele al Metropolita Evlogij; una minoranza riconobbe invece il Metropolita Eleutherios e la giurisdizione di Mosca; altre comunità continuarono ad appartenere alla ROCOR sotto il metropolita Serafim. Queste divisioni riflettevano non soltanto divergenze canoniche e amministrative, ma anche differenti visioni ecclesiologiche, politiche e spirituali riguardo al rapporto tra la Chiesa Russa, la diaspora e il regime sovietico. Esse avrebbero profondamente segnato la storia dell’Ortodossia russa nell’Europa occidentale per gran parte del XX secolo.

Per regolarizzare la propria posizione canonica e porre fine alla crescente incertezza giurisdizionale nella diaspora russa dell’Europa occidentale, il Metropolita Evlogij (Georgievsky) decise di rivolgersi direttamente al Patriarca Ecumenico Fozio II di Costantinopoli (1929-1935), chiedendo di essere accolto sotto la sua protezione canonica. Il 17 febbraio 1931 il Patriarcato Ecumenico accolse ufficialmente la richiesta di Evlogij, nominandolo Esarca con giurisdizione provvisoria sulle parrocchie russe dell’Europa occidentale. In tal modo venne costituito un Esarcato provvisorio dipendente dal Patriarcato Ecumenico, destinato successivamente a evolversi nella celebre Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale. Questo passaggio ebbe un’importanza storica decisiva per la diaspora ortodossa russa in Occidente. Per la prima volta una vasta parte delle comunità russe emigrate veniva posta stabilmente sotto la giurisdizione canonica del Patriarcato Ecumenico, pur mantenendo integralmente la propria tradizione liturgica, spirituale e culturale russa.

Tale decisione provocò tuttavia un immediato e diretto conflitto tra il Patriarcato Ecumenico e il Patriarcato di Mosca. Quest’ultimo considerò infatti il passaggio di Evlogij sotto Costantinopoli come un’ingerenza nella propria giurisdizione canonica. Ne seguì uno scambio di proteste e accuse reciproche tra i due Patriarcati, senza che si riuscisse a giungere a una soluzione condivisa della controversia. Dal punto di vista ecclesiologico, la questione rifletteva la più ampia crisi provocata dalla situazione della Chiesa Russa durante il periodo sovietico. Da una parte il Patriarcato di Mosca rivendicava il proprio diritto canonico sulle comunità russe della diaspora; dall’altra, il Patriarcato Ecumenico riteneva necessario offrire protezione ecclesiastica a comunità che si trovavano in condizioni straordinarie a causa delle persecuzioni e delle difficoltà vissute dalla Chiesa Russa.

Il Metropolita Evlogij rimase sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico fino al 1944. In quell’anno, nel nuovo contesto creatosi durante la Seconda Guerra Mondiale e in seguito alla parziale riabilitazione della Chiesa Ortodossa Russa da parte di Stalin, egli decise di ricondurre la propria comunità sotto il Patriarcato di Mosca. La riconciliazione venne formalizzata nel 1945. Tuttavia, numerose questioni ecclesiastiche e giurisdizionali rimasero irrisolte. Molti membri della diaspora occidentale continuavano infatti a guardare con sospetto al Patriarcato di Mosca, ritenendo che esso fosse ancora sottoposto al controllo del regime sovietico.

Dopo la morte del Metropolita Evlogij nel 1946, la situazione si complicò nuovamente. Nel 1947 una parte significativa delle parrocchie dell’Europa occidentale decise infatti di ritornare sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico, provocando una nuova separazione ecclesiastica all’interno della diaspora russa occidentale. Nel corso dei decenni successivi l’Esarcato continuò a svilupparsi come una struttura peculiare all’interno del Patriarcato Ecumenico, mantenendo la tradizione liturgica russa ma vivendo pienamente inserito nel contesto dell’Europa occidentale.

Un’importante svolta si verificò nel 1965, quando il Patriarca Ecumenico Atenagora I (1948-1972) decise formalmente di sopprimere il carattere “provvisorio” dell’Esarcato. Con una lettera del 22 novembre 1965, il Patriarca dispose infatti la chiusura dell’Esarcato provvisorio. Tale decisione si fondava sulla convinzione che, dopo varie generazioni di presenza stabile in Europa occidentale, le strutture ecclesiastiche etniche temporanee non fossero più necessarie. Nel corso di un’Assemblea tenutasi tra il 16 e il 18 febbraio 1966 si affermò infatti che gli emigrati russi si erano ormai integrati nelle società occidentali e che le comunità ortodosse locali includevano sempre più convertiti non russi.

Tuttavia, l’attuazione concreta di queste decisioni suscitò forti resistenze all’interno dell’Arcidiocesi e venne successivamente riconsiderata. Molti membri della diaspora desideravano infatti conservare le proprie tradizioni liturgiche, culturali e amministrative specifiche. Per questo motivo, il 22 gennaio 1971 il Patriarca Atenagora I procedette a una nuova regolamentazione della posizione dell’Arcidiocesi, riconoscendole ufficialmente una larga autonomia interna pur mantenendola all’interno della giurisdizione del Patriarcato Ecumenico.

Una successiva riorganizzazione ebbe luogo il 19 giugno 1999, quando il Patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli concesse all’Arcidiocesi un apposito Tomos patriarcale che ne ridefiniva ufficialmente lo status ecclesiastico. Secondo quanto dichiarato dalla stessa Arcidiocesi, il Patriarca Bartolomeo riconobbe «la piena autonomia dell’Arcidiocesi in ambito amministrativo, pastorale e materiale». Tale riconoscimento consolidò ulteriormente il carattere particolare dell’Arcidiocesi all’interno del Patriarcato Ecumenico.

Nel corso degli anni Duemila, l’Arcidiocesi continuò inoltre a svolgere un ruolo significativo nella complessa situazione dell’Ortodossia russa della diaspora, specialmente nel mondo anglosassone. Un episodio particolarmente importante si verificò l’8 giugno 2006, quando il Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico accolse il vescovo Basil (Osborne), insieme a numerosi sacerdoti, parrocchie e fedeli provenienti dalla diocesi di Sourozh del Patriarcato di Mosca nel Regno Unito. Questo passaggio provocò una notevole controversia ecclesiastica, poiché il vescovo Basil non era stato formalmente rilasciato dal Patriarcato di Mosca. Il Santo Sinodo di Costantinopoli gli assegnò il nuovo titolo di vescovo di Anfipoli, antico titolo episcopale greco non più occupato, affidandogli la cura delle parrocchie in Gran Bretagna e Irlanda come vescovo ausiliare dell’Arcivescovo Gabriel di Comana a Parigi (2003-2013). Il giorno successivo, il 9 giugno 2006, il Consiglio dell’Arcidiocesi istituì il Vicariato Episcopale di Gran Bretagna e Irlanda. Inizialmente tale struttura non disponeva ancora di parrocchie proprie, ma successivamente numerose comunità, sacerdoti e fedeli della diocesi di Sourozh seguirono il vescovo Basil entrando nell’Arcidiocesi. Nel corso degli anni vennero inoltre fondate nuove comunità ortodosse russe anche in regioni dove prima non esistevano presenze stabili, come in Cumbria e Northampton.

Dopo il ritiro del vescovo Basil il 12 ottobre 2009, il Vicariato venne trasformato in un semplice decanato all’interno dell’Arcidiocesi, assumendo la denominazione ufficiale di “Decanato di Gran Bretagna e Irlanda dell’Arcidiocesi delle Parrocchie Ortodosse di Tradizione Russa nell’Europa Occidentale”. Questi sviluppi mostrano come l’Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale abbia rappresentato nel corso del XX e XXI secolo una delle più importanti e complesse realtà della diaspora ortodossa russa, caratterizzata da una continua ricerca di equilibrio tra fedeltà alla tradizione russa, integrazione nel contesto europeo occidentale e relazioni canoniche con i grandi Patriarcati ortodossi contemporanei.

Il 27 novembre 2018 il Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico adottò all’unanimità una decisione destinata a provocare una profonda crisi all’interno dell’Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale. Il Patriarcato Ecumenico deliberò infatti la soppressione dell’Esarcato dell’Arcidiocesi, revocando il Tomos patriarcale del 1999 che ne garantiva lo speciale status autonomo all’interno della giurisdizione costantinopolitana.

Secondo il Comunicato ufficiale del Patriarcato Ecumenico, la decisione prevedeva la revoca del Tomos attraverso il quale Costantinopoli aveva affidato all’Arcivescovo-Esarca la cura pastorale e l’amministrazione delle parrocchie ortodosse di tradizione russa nell’Europa occidentale. Il Comunicato aggiungeva inoltre che il Patriarcato Ecumenico aveva deciso di integrare le parrocchie dell’Arcidiocesi nelle diverse Metropolie locali del Patriarcato presenti nei vari Paesi europei in cui esse si trovavano. In sostanza, l’antica struttura ecclesiastica autonoma della diaspora russa occidentale veniva formalmente dissolta e le sue comunità avrebbero dovuto essere incorporate nelle normali diocesi greco-ortodosse dipendenti da Costantinopoli.

Questa decisione suscitò immediatamente una forte reazione all’interno dell’Arcidiocesi. Molti membri del clero e numerosi fedeli percepirono infatti la soppressione dell’Esarcato come una minaccia alla propria identità ecclesiale, liturgica e storica sviluppatasi nel corso di quasi un secolo. L’Arcidiocesi possedeva infatti caratteristiche peculiari profondamente radicate nella tradizione della diaspora russa occidentale: uso liturgico della tradizione russa, specifica organizzazione amministrativa, memoria storica dell’emigrazione e una particolare autonomia pastorale maturata sotto la protezione del Patriarcato Ecumenico.

Per affrontare la crisi venne convocata il 23 febbraio un’Assemblea Generale Straordinaria dell’Arcidiocesi (Extraordinary General Assembly – EGA). Il risultato della votazione mostrò chiaramente il forte dissenso interno verso la decisione di Costantinopoli: su 206 votanti, ben 191 si espressero contro la dissoluzione dell’Arcidiocesi, mentre soltanto 15 votarono a favore. La schiacciante maggioranza dei partecipanti manifestò dunque il desiderio di conservare la continuità storica e canonica dell’Arcidiocesi come struttura autonoma della diaspora russa occidentale. Dopo il voto venne prospettata la possibilità di convocare una nuova assemblea nei mesi successivi per decidere a quale giurisdizione ecclesiastica aderire.

Nel corso della medesima Assemblea, l’Arcivescovo Giovanni di Charioupolis lesse una lettera inviata dall’Arcivescovo Anthony di Vienna e Budapest, responsabile del Dipartimento sinodale del Patriarcato di Mosca per le istituzioni all’estero. Nella lettera, il Patriarcato di Mosca dichiarava ufficialmente la propria disponibilità ad accogliere l’Arcidiocesi sotto la propria giurisdizione canonica. Tale proposta si inseriva nel più ampio contesto delle tensioni sorte nel 2018 tra Mosca e Costantinopoli a causa della questione ucraina e dello scisma tra i due Patriarcati. Per il Patriarcato di Mosca, l’Arcidiocesi della diaspora russa occidentale rappresentava infatti una realtà storicamente e spiritualmente legata alla tradizione ecclesiastica russa, che avrebbe dovuto naturalmente ritornare sotto la giurisdizione della Chiesa Russa.

Dopo l’Assemblea, l’Arcidiocesi pubblicò un Comunicato ufficiale nel quale affermava che, almeno temporaneamente, la vita ecclesiastica avrebbe continuato a svolgersi normalmente come prima della decisione del Patriarcato Ecumenico. Si specificava inoltre che l’Arcivescovo avrebbe continuato a commemorare il Patriarca Ecumenico nelle celebrazioni liturgiche e che i sacerdoti avrebbero continuato a commemorare il proprio Arcivescovo secondo la tradizione canonica. La situazione rimase tuttavia estremamente instabile e le tensioni ecclesiastiche continuarono ad aumentare nei mesi successivi.

Un passaggio decisivo avvenne il 14 settembre 2019, quando l’Arcivescovo Giovanni (Renneteau) decise personalmente di entrare nella giurisdizione del Patriarcato di Mosca. La Chiesa Russa gli conferì il titolo di Arcivescovo di Dubna. Secondo quanto riportato dai media russi, il passaggio di giurisdizione riguardava anche i sacerdoti e le parrocchie subordinate all’Arcivescovo Giovanni che desideravano entrare sotto l’autorità del Patriarcato di Mosca.

Questa decisione provocò una nuova divisione all’interno dell’antica Arcidiocesi. Una parte significativa delle comunità e del clero seguì infatti l’Arcivescovo Giovanni nella giurisdizione moscovita, mentre altre parrocchie decisero di rimanere sotto il Patriarcato Ecumenico o di aderire ad altre giurisdizioni ortodosse in comunione con Costantinopoli.

Il processo di riorganizzazione proseguì nei mesi successivi. A partire dal 4 dicembre 2020, le parrocchie e le comunità rimaste legate all’antica Arcidiocesi entrarono ufficialmente a far parte del Patriarcato di Mosca, costituendo la continuazione diretta della storica “Unione Diocesana delle Associazioni Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale”.

Questi eventi rappresentano uno dei capitoli più significativi e complessi della storia recente della diaspora ortodossa russa in Europa occidentale. La crisi dell’Arcidiocesi riflette infatti le profonde tensioni ecclesiologiche e geopolitiche che attraversano il mondo ortodosso contemporaneo, specialmente dopo lo scisma del 2018 tra Mosca e Costantinopoli. Al tempo stesso, tali vicende mostrano quanto la memoria storica, l’identità liturgica e la tradizione spirituale della diaspora russa continuino a esercitare una forte influenza sulle dinamiche ecclesiastiche dell’Ortodossia europea contemporanea.

Chiesa Autonoma del Giappone

LA CHIESA AUTONOMA DEL GIAPPONE

La Chiesa Ortodossa del Giappone (in giapponese: 日本ハリストス正教会, Nihon Harisutosu Seikyōkai), conosciuta anche come Chiesa Ortodossa Giapponese, costituisce una Chiesa ortodossa autonoma appartenente alla giurisdizione del Patriarcato di Mosca. La denominazione giapponese Harisutosu deriva dalla trascrizione del termine russo Христос, ossia «Cristo», elemento che testimonia il profondo legame storico tra la missione ortodossa in Giappone e la tradizione ecclesiastica russa.

L’autonomia della Chiesa Ortodossa del Giappone venne concessa dal Patriarcato di Mosca nel 1970, nel contesto della riorganizzazione delle relazioni ecclesiastiche successive alla Guerra Fredda e parallelamente alla concessione dell’autocefalia alla Orthodox Church in America (OCA). Tuttavia, tale autonomia non è stata riconosciuta dal Patriarcato Ecumenico, il quale contestò la legittimità canonica dell’Atto di Autocefalia emanato da Mosca, analogamente a quanto avvenne nel caso dell’autocefalia concessa alla Chiesa Ortodossa in America.

Nonostante tale mancato, ma necessario dal punto vista ecclesiologico ed canonico, riconoscimento da parte del Patriarcato Ecumenico, la Chiesa Ortodossa del Giappone continua a operare come entità ecclesiastica autonoma sotto la protezione canonica del Patriarcato di Mosca, amministrando autonomamente la propria vita interna, l’attività pastorale, la formazione del clero e l’opera missionaria nel territorio giapponese.

La Chiesa Ortodossa fu introdotta in Giappone dalla Russia nella seconda metà del XIX secolo. Nel 1861, primo anno dell’era Bunkyū, il sacerdote russo Nicola del Giappone (al secolo Ivan Dmitrievič Kasatkin, 1836-1912) giunse ad Hakodate con l’intento di avviare l’opera missionaria ortodossa nel paese.

Fin dagli inizi della sua missione, Nicola si ispirò profondamente al principio tradizionale dell’Ortodossia secondo cui il Vangelo non distrugge la cultura dei popoli, ma la assume e la trasfigura alla luce della fede cristiana. Per questo motivo egli non concepì la missione come una semplice estensione della cultura russa, bensì come la fondazione di una autentica Chiesa Ortodossa giapponese destinata al popolo giapponese stesso. Animato da tale visione ecclesiologica e missionaria, Nicola si dedicò con straordinario impegno allo studio della lingua e della cultura giapponese. Apprese il giapponese, studiò i principali testi della tradizione nazionale, come il Kojiki e il Nihon Shoki, approfondì il buddhismo e si familiarizzò con gli usi, i costumi e la sensibilità religiosa del Giappone.

Parallelamente iniziò un vastissimo lavoro di traduzione dei testi liturgici ortodossi nella lingua giapponese, affinché il culto cristiano potesse essere celebrato e compreso dal popolo locale. A partire dal 1882 circa, il sinologo Pawel Nakaiki Tomaro (Tsugumaro) collaborò attivamente con lui nell’opera di traduzione. Grazie a tale collaborazione vennero progressivamente tradotti i libri liturgici, i testi di preghiera e gran parte della Sacra Scrittura. La traduzione della Divina Liturgia occupò Nicola fino agli ultimi anni della sua vita e rappresenta ancora oggi uno dei fondamenti della tradizione liturgica ortodossa giapponese. I fedeli ortodossi del Giappone continuano infatti a utilizzare e a beneficiare di questo immenso patrimonio spirituale e linguistico.

Per rendere in modo adeguato il contenuto teologico e liturgico dell’Ortodossia, Nicola adottò uno stile linguistico fortemente influenzato dalla tradizione letteraria sino-giapponese, ritenendolo il più adatto a esprimere la profondità dogmatica e spirituale del culto ortodosso. Sebbene tale stile risulti oggi talvolta difficile per il giapponese moderno, esso fu elaborato con grande cura, scegliendo termini e formulazioni capaci di trasmettere fedelmente il patrimonio teologico, ascetico e liturgico della tradizione ortodossa orientale.

I primi tre giapponesi a ricevere il battesimo dalle mani di padre Nicola furono Pawel Sawabe Takuma, Ioan Sakai Atsunori e Yakov Urano Okura, nel 1864. Tra questi, particolare rilievo storico e simbolico riveste la conversione di Takuma Sawabe. Sawabe, samurai originario della provincia di Tosa e parente del celebre Sakamoto Ryōma, esercitava l’attività di maestro di scherma ad Hakodate. In un primo momento nutriva una forte ostilità nei confronti degli stranieri e guardava con sospetto anche il missionario russo Nicola, ritenendolo un agente straniero venuto a corrompere e “avvelenare” spiritualmente il Giappone. Secondo la tradizione, deciso ad affrontarlo, Sawabe si recò un giorno presso la residenza del sacerdote Nicola con intenzioni minacciose. Tuttavia, il lungo dialogo avuto con il missionario russo mutò radicalmente il suo atteggiamento. Colpito dalla profondità spirituale, dalla coerenza morale e dall’altezza teologica dell’insegnamento cristiano ortodosso, egli abbandonò progressivamente la propria ostilità e giunse infine ad abbracciare la fede ortodossa. La sua conversione rappresentò uno dei primi e più significativi frutti della missione ortodossa in Giappone. Dopo il battesimo, infatti, Sawabe divenne uno dei più fedeli collaboratori di Nicola e in seguito fu ordinato sacerdote, contribuendo attivamente alla diffusione dell’Ortodossia tra il popolo giapponese.

Intorno al 1872 san Nicola trasferì il centro della missione ortodossa a Tokyo, dedicandosi con rinnovato slancio all’organizzazione e alla diffusione della Chiesa Ortodossa in Giappone.

A partire da questo periodo, l’opera missionaria conobbe un notevole sviluppo. Attraverso la predicazione, la traduzione dei testi liturgici, la formazione del clero locale e la fondazione di nuove comunità ecclesiastiche, l’Ortodossia iniziò progressivamente a radicarsi in diverse regioni del paese. L’attività pastorale del sacerdote Nicola non si limitò alla sola capitale, ma si estese gradualmente a numerose città e province del Giappone, dove vennero poste le basi per la costituzione di una autentica Chiesa Ortodossa Giapponese. In tal modo, i “semi” dell’Ortodossia furono disseminati in tutto il territorio nazionale.

I risultati di questa intensa opera missionaria divennero rapidamente visibili: già nel 1885 il numero dei fedeli ortodossi in Giappone aveva superato le dodicimila unità, dato particolarmente significativo se si considerano le difficoltà culturali, linguistiche e religiose che accompagnarono i primi decenni della missione cristiana ortodossa nel paese. Nel 1891 (24º anno dell’era Meiji) venne edificata a Kanda Surugadai, nel cuore di Tokyo, la maestosa Cattedrale della Santa Resurrezione, costruita secondo modelli architettonici di ispirazione bizantina. Il tempio, che il popolo giapponese iniziò presto a chiamare familiarmente “Nikorai-dō” (la chiesa di Nicola), prese il nome dal suo fondatore e principale promotore, san Nicola del Giappone. Per le sue dimensioni monumentali, la particolare architettura e la solennità della sua struttura, la cattedrale suscitò grande impressione nella società giapponese dell’epoca, attirando l’attenzione di numerosi abitanti della capitale e diventando rapidamente uno dei simboli più riconoscibili della presenza cristiana ortodossa in Giappone. La costruzione della cattedrale rappresentò inoltre il segno visibile del consolidamento della missione ortodossa nel paese e della progressiva formazione di una Chiesa giapponese stabile e organizzata.

Quando famosi musicisti e insegnanti come Yakov Chihai e Demitriy Livovskij giunsero in Giappone per trasmettere le basi della musica ecclesiastica ortodossa, dedicarono particolare attenzione all’insegnamento del canto liturgico, elemento essenziale della tradizione cultuale ortodossa. Grazie al loro impegno e alla loro intensa attività formativa, venne costituito un coro a quattro voci, considerato da molti studiosi uno dei primi esempi di polifonia corale introdotti nella storia della musica giapponese moderna. L’influenza della tradizione musicale ortodossa si rivelò così significativa non soltanto sul piano liturgico ed ecclesiastico, ma anche nell’ambito dello sviluppo musicale del Giappone contemporaneo. I canti liturgici arrangiati e composti da questi maestri continuarono a essere tramandati nel tempo e vengono tuttora eseguiti nella vita liturgica della Chiesa Ortodossa del Giappone, costituendo una preziosa eredità spirituale, artistica e culturale.

Durante il periodo Meiji emerse inoltre la figura di Rin Yamashita (1857-1939), una delle prime donne giapponesi convertite all’Ortodossia e personalità di grande rilievo nella storia artistica e culturale della Chiesa Ortodossa del Giappone. Ella si recò in Russia, dove studiò approfonditamente la tecnica, la teologia e il significato spirituale dell’iconografia ortodossa, apprendendo direttamente la tradizione iconografica bizantino-russa. Tornata in Giappone, si dedicò con grande zelo alla realizzazione di icone per le comunità ortodosse del Paese, contribuendo in modo decisivo alla diffusione dell’arte sacra ortodossa nel contesto culturale giapponese. L’opera di Rin Yamashita suscitò notevole interesse anche negli ambienti artistici e accademici giapponesi, attirando l’attenzione degli studiosi della storia dell’arte verso la tradizione iconografica cristiano-orientale. In tal modo, l’iconografia ortodossa non rimase soltanto espressione della vita liturgica ecclesiale, ma divenne anche un significativo elemento di dialogo culturale tra Oriente cristiano e cultura giapponese moderna. Ancora oggi numerose icone da lei realizzate sono custodite e venerate nelle chiese ortodosse del Giappone, costituendo una preziosa testimonianza della ricezione dell’arte sacra ortodossa nel mondo giapponese.

San Nicola fondò inoltre seminari e scuole teologiche ortodosse, dai quali emersero non soltanto futuri membri del clero, ma anche numerose personalità che contribuirono attivamente alla vita culturale e sociale del Giappone moderno. Parallelamente, promosse un’intensa opera editoriale e missionaria, curando la traduzione e la pubblicazione di numerosi testi ortodossi destinati a trasmettere al popolo giapponese la fede, la dottrina e la spiritualità della Chiesa Ortodossa.

Pur non avendo dato origine a grandi istituzioni ecclesiastiche di carattere ospedaliero, assistenziale o universitario, come avvenne in altre confessioni cristiane presenti in Giappone, l’opera missionaria di san Nicola si distinse per il suo profondo radicamento nella tradizione liturgica e sacramentale dell’Ortodossia. Attraverso la celebrazione dei Santi Misteri, la predicazione, la traduzione dei testi liturgici e la formazione del clero locale, egli riuscì a fondare una comunità ecclesiale autenticamente giapponese e stabilmente inserita nella tradizione ortodossa universale.

La sua attività apostolica, caratterizzata da straordinario zelo missionario, profonda sensibilità culturale e totale dedizione pastorale, rese possibile il consolidamento della fede ortodossa in Giappone. Per tale motivo, la Chiesa Ortodossa lo venera con il titolo di «Uguale agli Apostoli» (Ἰσαπόστολος), riconoscendolo quale autentico evangelizzatore del popolo giapponese e fondatore della Chiesa Ortodossa del Giappone.

La Chiesa Ortodossa del Giappone attraversò un periodo particolarmente difficile dalla seconda metà dell’epoca Meiji fino ai periodi Taishō e Shōwa. Un primo momento critico coincise con la guerra russo-giapponese (1904-1905), che provocò un grave deterioramento delle relazioni tra Giappone e Russia e rese la comunità ortodossa oggetto di sospetto e di stretto controllo da parte delle autorità.

Dopo il riposo nel Signore di San Nicola del Giappone nel 1912, la guida della Chiesa passò al vescovo Sergio (Tikhomirov 1908-1945), vescovo di notevole levatura spirituale e pastorale. Egli dovette tuttavia affrontare le drammatiche conseguenze della Rivoluzione russa del 1917, che privò la Chiesa ortodossa giapponese del sostegno materiale e spirituale proveniente dalla Russia. La comunità ecclesiale giapponese si trovò così in una condizione di profondo isolamento, quasi priva del legame con la propria Chiesa madre.

Le tensioni e le divisioni che sconvolgevano allora la Chiesa russa rischiarono di ripercuotersi anche in Giappone; nondimeno, il vescovo Sergio si adoperò con fermezza per custodire la continuità canonica e la fedeltà alla tradizione ortodossa. A tali difficoltà si aggiunse, nel 1923, la devastazione causata dal grande terremoto del Kantō, che colpì gravemente anche la Cattedrale della Resurrezione di Tokyo (Nikolai-dō). Il crollo del campanile e della cupola provocò un incendio che distrusse gran parte dell’interno della cattedrale, insieme a numerosi documenti e libri di grande valore storico ed ecclesiastico. Nonostante ciò, il vescovo Sergio intraprese un’instancabile opera pastorale e organizzativa, visitando le comunità ortodosse in tutto il Giappone per raccogliere fondi destinati alla ricostruzione della cattedrale. Grazie a tali sforzi, nel 1929 la Cattedrale della Resurrezione venne restaurata e riaperta al culto.

Negli anni successivi, tuttavia, il Giappone entrò in una fase di crescente militarizzazione e di controllo politico sulla vita religiosa. Anche la Chiesa Ortodossa, come le altre confessioni cristiane, subì restrizioni e pressioni da parte dello Stato. Nel contesto della tragedia della Seconda Guerra Mondiale, il metropolita Sergio morì nel 1945, poco prima della conclusione del conflitto. La guerra lasciò la Chiesa profondamente indebolita: il numero dei sacerdoti e dei missionari diminuì drasticamente, molte comunità vennero disperse e numerosi fedeli subirono le conseguenze materiali e spirituali del conflitto.

Dopo la resa del Giappone nell’agosto del 1945, il regime di occupazione alleato assunse un atteggiamento generalmente favorevole nei confronti delle comunità cristiane, anche in ragione dei loro legami prevalentemente americani. In questo contesto, numerosi fedeli ortodossi di origine slava e greca provenienti dagli Stati Uniti iniziarono a frequentare le parrocchie ortodosse locali, mentre un crescente numero di rifugiati russi giungeva in Giappone in fuga dal regime comunista instauratosi in Cina. Tali sviluppi contribuirono significativamente alla rinascita della comunità ortodossa giapponese nel difficile periodo del dopoguerra.

Nel 1946, la Metropolia nordamericana – entità ecclesiastica che costituiva il nucleo originario della futura Chiesa Ortodossa in America (Orthodox Church in America, OCA) e che allora godeva di una condizione di indipendenza de facto – intervenne attivamente nella situazione ecclesiastica giapponese. Su iniziativa del colonnello dell’esercito statunitense Boris Pash (1916-1917, 1918-1920, 1938-1957), furono intraprese azioni volte a impedire che il Patriarcato di Mosca ristabilisse il proprio controllo sulla Chiesa Ortodossa del Giappone, nonostante i notevoli sforzi compiuti in tal senso da Mosca.

L’anno seguente, la Chiesa giapponese passò in larga misura sotto la giurisdizione della Metropolia americana e, fino al marzo del 1972, fu amministrata da vescovi inviati dagli Stati Uniti. Tale periodo esercitò una profonda influenza sulla formazione della nuova leadership ecclesiastica giapponese. Diversi giovani giapponesi furono infatti inviati a studiare presso il Seminario Teologico Ortodosso di San Vladimiro, allora situato a New York, istituzione teologica di primaria importanza della Metropolia. Alcuni di essi avrebbero successivamente assunto ruoli di primo piano nella vita della Chiesa Ortodossa del Giappone, divenendone anche primati e guide spirituali.

Quando, verso la fine degli anni Sessanta, la Metropolia nordamericana avviò un graduale ristabilimento delle relazioni con il Patriarcato di Mosca – la cui attività esterna era allora fortemente condizionata e controllata dal governo sovietico e dagli apparati statali dell’URSS – emerse la prospettiva della concessione dell’autocefalia canonica alla futura Chiesa Ortodossa in America (OCA). In tale contesto, anche la Chiesa Ortodossa del Giappone ritornò sotto la giurisdizione ecclesiastica del Patriarcato di Mosca.

Il 10 aprile 1970, pochi giorni prima della morte del Patriarca Alessio I di Mosca (1945-1970), il Patriarcato di Mosca procedette alla canonizzazione di san Nicola del Giappone (Ivan Dmitrievič Kasatkin), riconosciuto come «Uguale agli Apostoli» per la sua straordinaria opera missionaria nel Paese. Tale atto si inseriva nel più ampio quadro degli accordi ecclesiastici che portarono, nello stesso periodo, alla concessione dell’autocefalia alla Orthodox Church in America e al consolidamento dei rapporti canonici tra Mosca e la Chiesa giapponese.

L’iniziativa del Patriarcato di Mosca suscitò tuttavia forti reazioni da parte del Patriarcato Ecumenico, il quale contestò la legittimità canonica della concessione dell’autocefalia all’OCA, ritenendola contraria alla tradizione e all’ordine canonico della Chiesa Ortodossa. Tale questione avrebbe segnato a lungo le relazioni inter-ortodosse contemporanee.

Nel 1970 (Shōwa 45), nel contesto della progressiva distensione dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, ripresero i contatti ecclesiastici tra la Metropolia nordamericana e il Patriarcato di Mosca. In tale circostanza, quando la Metropolia americana ottenne dalla Chiesa Ortodossa Russa il riconoscimento dell’autocefalia, assumendo successivamente la denominazione di Orthodox Church in America (OCA), anche la Chiesa Ortodossa del Giappone ricevette dal Patriarcato di Mosca lo statuto di Chiesa autonoma.

Pur non godendo della piena indipendenza canonica propria delle Chiese autocefale, la Chiesa autonoma possiede una significativa autonomia amministrativa, economica e pastorale, potendo così organizzare liberamente la propria vita ecclesiale ordinaria. Con il conseguimento di tale status, il vescovo Todosio Nagashima divenne il primo Metropolita giapponese della Chiesa Ortodossa del Giappone, quando nel marzo del 1972 il metropolita Vladimir (Nagosky) lasciò il Giappone per trasferirsi negli Stati Uniti, segnando una tappa storica nel processo di inculturazione e maturazione dell’Ortodossia nipponica.

Sotto la sua guida, la Chiesa giapponese si impegnò con notevoli sacrifici nella ripresa dell’attività missionaria e nella ricostruzione della propria stabilità economica e pastorale, profondamente provata dagli eventi bellici e dalle difficoltà del dopoguerra. In diverse regioni del Paese furono restaurate o ricostruite chiese e cattedrali, vennero rafforzati i programmi di formazione religiosa e si svilupparono nuove iniziative missionarie rivolte sia al clero sia ai laici.

Alla morte del metropolita Teodosio, avvenuta nel 1999, la guida della Chiesa passò all’Arcivescovo Daniil di Tokyo, il quale, insieme al vescovo Seraphim Tsujinaga di Sendai per la diocesi del Giappone orientale, ha proseguito l’opera di evangelizzazione e di cura pastorale della comunità ortodossa giapponese, promuovendo con rinnovato slancio la testimonianza dell’Ortodossia nel contesto culturale e religioso del Giappone contemporaneo.

Nel 1973 la Chiesa Ortodossa del Giappone entrò ufficialmente a far parte del Consiglio Ecumenico delle Chiese, rafforzando così la propria presenza nel panorama cristiano internazionale e la partecipazione al dialogo ecumenico contemporaneo.

Nel 2005 la Chiesa Ortodossa Autonoma del Giappone inaugurò a Tokyo, nei pressi della Cattedrale della Santa Resurrezione, il primo monastero maschile ortodosso della sua storia contemporanea. Tale fondazione rappresentò un importante sviluppo nella vita spirituale e monastica della Chiesa giapponese, consolidando ulteriormente la presenza dell’Ortodossia nel Paese anche sul piano ascetico e liturgico. Alla guida della nuova comunità monastica venne posto l’ieromonaco Gerasimo (Ševcov), proveniente dalla storica Lavra della Trinità di San Sergio e inviato in Giappone dal Santo Sinodo del Patriarcato di Mosca. Giunto nel Paese alla fine del 2005, egli contribuì in modo significativo all’organizzazione della vita monastica ortodossa giapponese e al rafforzamento dei legami spirituali con la tradizione monastica russa. Successivamente, padre Gerasimo venne elevato all’episcopato e oggi ricopre la carica di Arcivescovo di Vladikavkaz e Alania.

Attualmente la Chiesa Ortodossa del Giappone è articolata in quattro diocesi principali, aventi come centri ecclesiastici Tokyo, Sendai, Kyoto e Hakodate. Tra i principali luoghi di riferimento della vita ortodossa nel Paese si distinguono la Cattedrale della Santa Resurrezione (Nikolai-dō) di Tokyo, la chiesa ortodossa di Sendai, la chiesa ortodossa di Kyoto e la chiesa della Santa Resurrezione di Hakodate, strettamente legata agli inizi della missione di san Nicola del Giappone.

Primate della Chiesa Ortodossa del Giappone è stato il Metropolita Daniel (Nushiro), Arcivescovo di Tokyo e di tutto il Giappone, dal maggio 2000 fino alla sua morte nell’agosto 2023. Prima della sua elezione alla sede primaziale, Daniel aveva servito come vescovo di Kyoto e, dal 2001, aveva assunto anche la guida della medesima diocesi quale locum tenens. Dopo la sua morte, il vescovo Seraphim Tsujie è stato nominato amministratore ad interim della Chiesa.

Secondo i dati ufficiali del Ministero della Cultura del Giappone, alla fine del 2014 la Chiesa Ortodossa del Giappone contava 67 parrocchie o comunità ecclesiali, 37 membri del clero e 9.619 fedeli registrati. I dati aggiornati alla fine del 2021 riportano invece 64 parrocchie, 25 chierici e 9.249 fedeli. Tali numeri, pur relativamente contenuti rispetto al panorama religioso giapponese, testimoniano la continuità storica e la stabile presenza dell’Ortodossia nel Paese.

Particolare importanza riveste il Seminario Ortodosso di Tokyo, istituzione destinata alla formazione teologica del clero e dei futuri missionari. Il seminario, riservato ai candidati maschi al sacerdozio, offre un ciclo di studi teologici della durata di tre anni e svolge un ruolo fondamentale nella trasmissione della tradizione ortodossa in lingua e cultura giapponese. L’istituto cura, inoltre, la pubblicazione del periodico mensile Seikyō Jihō, dedicato alla vita ecclesiale e alla formazione spirituale dei fedeli.

La Chiesa Ortodossa del Giappone svolge anche un’intensa attività editoriale, pubblicando testi liturgici, opere di catechesi e traduzioni giapponesi del Nuovo Testamento e del Salterio, spesso accompagnate da notazione musicale per l’uso liturgico. Attraverso la propria sede centrale di Tokyo e le diverse parrocchie locali, essa continua a promuovere l’educazione religiosa e la diffusione della spiritualità ortodossa nel contesto culturale contemporaneo del Giappone.

Recentemente, l’Arcidiocesi Ortodossa di Corea del Patriarcato Ecumenico ha avviato alcune iniziative volte alla costituzione di una presenza ecclesiale e missionaria a Tokyo, attraverso l’organizzazione di comunità liturgiche e attività pastorali destinate in particolare ai fedeli ortodossi legati canonicamente al Trono Ecumenico.

Link: https://www.orthodoxjapan.jp/h-n.html

Chiesa Autonoma di Moldova

LA CHIESA AUTONOMA DI MOLDOVA

La presenza della Chiesa Ortodossa nella Repubblica di Moldova si articola oggi principalmente in due giurisdizioni ecclesiastiche canoniche: la Metropolia di Chișinău e di tutta la Moldova, comunemente denominata Chiesa Ortodossa Moldava, autonoma e dipendente dal Patriarcato di Mosca, e la Metropolia di Bessarabia, posta sotto la giurisdizione del Patriarcato di Romania e dotata anch’essa di uno statuto di autonomia ecclesiastica.

La coesistenza di queste due strutture riflette la complessa storia ecclesiastica, politica e culturale della regione moldava, segnata nel corso dei secoli dall’alternarsi dell’influenza russa e romena. La Metropolia di Chișinău rappresenta oggi la giurisdizione numericamente predominante nel paese, mentre la Metropolia di Bessarabia si richiama storicamente alla tradizione ecclesiastica romena presente nella regione prima dell’annessione della Bessarabia all’Impero russo.

Secondo un sondaggio Gallup del 2011 sulla religione in Moldova, tra i fedeli ortodossi del paese circa l’86% apparteneva alla Chiesa Ortodossa Moldava sotto il Patriarcato di Mosca, mentre il 13% faceva riferimento alla Metropolia di Bessarabia del Patriarcato di Romania. Accanto a queste due principali giurisdizioni sono presenti anche alcune comunità ortodosse minori, comprese realtà non canoniche, sebbene con una consistenza numerica molto limitata.

Le prime forme documentate di organizzazione cristiana nel territorio della futura Moldavia risalgono al XIII secolo. La più antica struttura ecclesiastica attestata è la Diocesi cattolica della Cumania, istituita nel 1227 nella parte meridionale della regione, nel contesto dei tentativi del Regno d’Ungheria di estendere la propria influenza politica ed ecclesiastica verso Oriente. Tuttavia, già nel 1234 le fonti menzionano la presenza di Moldavi ortodossi all’interno del territorio della diocesi, dotati di propri «pseudo-vescovi» o vescovi rurali, testimonianza della precoce esistenza di una consolidata tradizione ecclesiastica orientale. La Diocesi della Cumania venne distrutta poco dopo dall’invasione mongola del 1241 e soltanto dalla fine del XIII secolo i missionari cattolici poterono riprendere la loro attività nella Moldavia meridionale.

Nelle prime fasi della formazione statale del Principato di Moldavia, nel XIV secolo, la regione dipendeva ecclesiasticamente dal vescovo ortodosso di Halyč. Durante il regno del voivoda Lațcu (1367-1375), intorno al 1371, la corte moldava aderì temporaneamente al cattolicesimo e venne istituita una diocesi cattolica a Siret. Tale orientamento, tuttavia, ebbe breve durata: poco tempo dopo il voivoda Roman I (1391-1394) ristabilì l’orientamento ortodosso del Principato, nominando un ecclesiastico locale come vescovo.

Entro il 1391 Giuseppe di Belgorod era stato consacrato Metropolita per la Moldavia dall’Arcivescovo di Halyč. Tale iniziativa incontrò però l’opposizione del Patriarcato Ecumenico, che nello stesso anno nominò Teodosio quale metropolita di Moldavia e, poco dopo, Geremia. I sovrani moldavi rifiutarono di riconoscere tali nomine e allontanarono Geremia dal territorio del Principato, provocando la reazione del Patriarcato, che lanciò un anatema contro la Moldavia. Ulteriori missioni patriarcali furono inviate nel 1395 e nel 1397 nel tentativo di ristabilire l’autorità costantinopolitana sulla Chiesa locale. Nel frattempo, poiché la sede metropolitana rimaneva canonicamente vacante, Costantinopoli nominò nel 1394 il sacerdote moldavo Pietro come Esarca della Moldavia, decisione che probabilmente non venne accettata dalle autorità locali.

La crisi venne risolta nel 1401, quando il voivoda Alessandro il Buono (1440-1442) ottenne dal Patriarcato Ecumenico il riconoscimento ufficiale del Metropolita Giuseppe, precedentemente colpito da anatema, quale capo di una sede metropolitana moldava autonoma con sede a Suceava. La nuova metropolia disponeva di tre vescovati suffraganei ed esercitava la propria giurisdizione su tutto il territorio del Principato di Moldavia.

Parallelamente, Alessandro il Buono mostrò anche favore verso i cattolici: nel 1417 venne consacrato un nuovo vescovo cattolico a Baia, destinato principalmente alla cura pastorale dei mercanti ungheresi e tedeschi presenti nella città. La Moldavia partecipò inoltre al Concilio di Costanza nel 1421. Tali rapporti con Roma contribuirono tuttavia a creare tensioni tra la Chiesa moldava e il Patriarcato Ecumenico. Lo stesso Metropolita moldavo fu convocato a Costantinopoli nel 1415, ma dovette attendere fino al 1471, con l’ascesa di un nuovo Patriarca, per ottenere la piena conferma della propria posizione ecclesiastica.

Nel 1436 il Pontefice Romano nominò un moldavo, Gregorio, quale Arcivescovo di Moldavia, ma tale designazione non fu mai riconosciuta dai governanti del Principato e la figura scomparve rapidamente dalla scena storica. Delegati moldavi presero parte anche al Concilio di Firenze, dove il Metropolita ortodosso Damiano sottoscrisse l’unione tra Oriente e Occidente.

Dal XV secolo, con la progressiva subordinazione del Patriarcato Ecumenico al potere ottomano, anche la vita ecclesiastica moldava risentì dei nuovi equilibri politici dell’area balcanica. Da quel momento i metropoliti di Moldavia vennero consacrati dall’Arcivescovo di Ocrida, riflesso della nuova configurazione ecclesiastica sorta all’interno dell’Impero Ottomano.

Nel XVII secolo la Chiesa della Moldavia conobbe un’importante fase di sviluppo culturale ed ecclesiastico, caratterizzata soprattutto dall’introduzione progressiva della lingua nazionale nella vita liturgica e pastorale. In questo periodo numerosi testi religiosi, biblici e liturgici furono tradotti in lingua romena, specialmente durante il ministero del Metropolita Dositeo, contribuendo così alla formazione della coscienza religiosa e culturale del popolo moldavo e alla progressiva sostituzione dell’antico slavo ecclesiastico quale lingua della vita ecclesiale.

Nel 1677 la sede della Metropolia di Moldavia venne trasferita stabilmente a Iași, città che da allora divenne il principale centro ecclesiastico, culturale e spirituale del principato.

La Bessarabia, regione corrispondente alla parte orientale dell’antico Principato di Moldavia compresa tra i fiumi Prut e Dnestr, fu annessa all’Impero Russo nel 1812 in seguito al Trattato di Bucarest, concluso al termine della guerra russo-turca tra l’Impero Ottomano e la Russia zarista. Con l’annessione politica del territorio, anche l’organizzazione ecclesiastica locale venne progressivamente integrata nelle strutture della Chiesa Ortodossa Russa.

In seguito alla conclusione della Pace di Bucarest del 1812, che pose termine alla guerra russo-turca, l’Impero Russo occupò la parte orientale del Principato di Moldavia, compresa tra i fiumi Prut e Dnestr, regione che successivamente avrebbe assunto il nome di Bessarabia. Tale annessione determinò non soltanto una profonda trasformazione politica e amministrativa del territorio, ma anche rilevanti conseguenze sul piano ecclesiastico.

Con la separazione della Bessarabia dal restante territorio moldavo, le popolazioni ortodosse della regione si trovarono improvvisamente prive di una chiara organizzazione ecclesiastico-amministrativa, poiché le precedenti strutture canoniche della Metropolia di Moldavia risultavano ormai divise dai nuovi confini imposti dall’autorità imperiale russa. In questo contesto emerse la figura del Metropolita Gavriil Bănulescu-Bodoni (1812-1821), vescovo di origine romena e personalità di grande prestigio nella vita ecclesiastica dell’epoca, il quale si stabilì nella nuova provincia annessa con l’intento di organizzare canonicamente la vita della Chiesa locale.

Già nell’agosto del 1812, Gavriil indirizzò una lettera al comandante delle armate russe, l’ammiraglio Pavel Vasil’evič Čičagov (1807-1813), sottolineando la necessità di istituire una nuova circoscrizione ecclesiastica per i territori recentemente annessi all’Impero. Successivamente, nel novembre dello stesso anno, presentò ufficialmente al Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa un articolato progetto per l’organizzazione della nuova eparchia della Bessarabia.

Il progetto prevedeva la costituzione di una struttura ecclesiastica autonoma sul piano amministrativo, capace di rispondere alle necessità pastorali della popolazione locale, preservandone al tempo stesso le tradizioni liturgiche e linguistiche. L’iniziativa di Gavriil Bănulescu-Bodoni rappresentò così il fondamento della futura Eparchia di Chișinău e Hotin, istituita ufficialmente nel 1813 e destinata a svolgere un ruolo decisivo nella vita religiosa, culturale e identitaria della Bessarabia nel corso del XIX secolo.

Il 21 agosto 1813 il progetto elaborato dal Metropolita Gavriil Bănulescu-Bodoni venne ufficialmente approvato dallo zar Alessandro I (1891-1825) mediante apposito Decreto imperiale (ucaz), segnando così la fondazione canonica e amministrativa della nuova Eparchia di Chișinău e Hotin. Il Decreto imperiale rivestì particolare importanza non soltanto sotto il profilo ecclesiastico, ma anche sul piano politico e culturale, poiché stabiliva esplicitamente che nella nuova diocesi dovessero essere rispettate le «consuetudini locali», in quanto alla popolazione della Bessarabia era stato riconosciuto il diritto di conservare gli antichi ordinamenti moldavi. Tale disposizione rifletteva la volontà dell’amministrazione russa di favorire inizialmente una politica di integrazione graduale del territorio annesso, evitando brusche rotture con le tradizioni religiose e giuridiche della popolazione locale.

Nell’ambito della nuova Eparchia fu pertanto mantenuta, almeno nella fase iniziale, la tradizionale organizzazione ecclesiastica della Chiesa di Moldavia. Continuarono a esistere i medesimi vicariati territoriali (protopopiati) già operanti prima dell’annessione russa, tra i quali quelli di Hotin, Soroca, Fălești, Orhei, Lăpușna, Hotărniceni, Codru e della Bassa Bessarabia. Tale continuità amministrativa consentì alla nuova struttura ecclesiastica di preservare un significativo legame con la tradizione canonica moldava precedente al 1812.

Alla giurisdizione della nuova Eparchia di Chișinău e Hotin furono inoltre aggregati anche alcuni territori situati sulla riva sinistra del Dnestr, ampliando così l’estensione canonica della diocesi oltre i confini storici della Moldavia orientale. Questa incorporazione evidenziava la volontà dell’Impero Russo di consolidare l’unità amministrativa ed ecclesiastica delle regioni occidentali recentemente integrate nel proprio spazio politico e religioso.

Alla guida della nuova Eparchia di Chișinău e Hotin, l’Arcivescovo di Chișinău era assistito da vicari foranei, denominati protopopi o blagocini, ai quali veniva affidata la supervisione amministrativa e pastorale delle chiese e del clero presenti nei rispettivi distretti ecclesiastici. Essi svolgevano un ruolo fondamentale nell’organizzazione della vita ecclesiale locale, fungendo da intermediari tra l’autorità episcopale e le singole comunità parrocchiali.

Al momento della sua costituzione, l’Eparchia di Chișinău e Hotin comprendeva complessivamente 812 chiese, delle quali 712 situate nel territorio della Bessarabia e circa un centinaio nelle regioni poste sulla riva sinistra del Dnestr. Tali dati testimoniano l’ampia diffusione della vita ecclesiastica ortodossa nella regione e l’importanza strategica attribuita dall’amministrazione imperiale russa all’organizzazione religiosa dei territori recentemente annessi.

Per garantire il regolare funzionamento dell’amministrazione ecclesiastica e disciplinare le controversie sorte all’interno della diocesi, nel settembre del 1813 venne inoltre istituito il «Dicastero Esarcale di Chișinău». Questo organismo rappresentava la principale autorità giudiziaria ed amministrativa ecclesiastica dell’eparchia e costituiva uno strumento essenziale per il consolidamento della nuova struttura canonica nell’ambito della giurisdizione della Chiesa Ortodossa Russa.

La carenza di libri liturgici e di testi necessari alla vita ecclesiastica e pastorale spinse il Metropolita Gavriil Bănulescu-Bodoni a rivolgersi al Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa, chiedendo, il 25 settembre 1813, l’autorizzazione per l’istituzione di una tipografia ecclesiastica a Chișinău. Tale iniziativa rispondeva alla necessità di garantire la diffusione dei libri liturgici, dei testi catechetici e delle opere indispensabili alla formazione del clero e alla cura spirituale del popolo ortodosso della Bessarabia.

Il 4 maggio 1814 il Santo Sinodo approvò ufficialmente l’apertura della Tipografia Esarcale di Chișinău, che divenne ben presto uno dei principali centri editoriali ecclesiastici della regione. Attraverso questa istituzione, Bănulescu-Bodoni promosse la pubblicazione di libri in lingua romena e in slavo ecclesiastico, contribuendo non soltanto all’organizzazione della vita liturgica, ma anche alla conservazione della tradizione culturale e linguistica moldava nel nuovo contesto politico dell’Impero russo.

Parallelamente, il metropolita comprese l’urgenza di formare un clero adeguatamente istruito e preparato dal punto di vista teologico e pastorale. Per questo motivo, nel gennaio del 1814 venne fondato il Seminario Teologico di Chișinău, destinato a diventare il principale centro di formazione ecclesiastica della Bessarabia. Il seminario svolse un ruolo decisivo nella preparazione delle nuove generazioni di sacerdoti, insegnanti e funzionari ecclesiastici, contribuendo in modo significativo allo sviluppo della vita religiosa e culturale della regione nel corso del XIX secolo.

Dopo la morte del metropolita Gavriil Bănulescu-Bodoni, avvenuta nel 1821, la guida dell’Eparchia di Chișinău e Hotin passò a Dimitrie (Sulima), già vescovo vicario di Tighina e Akerman dal 1811. Il suo episcopato fu caratterizzato da un’intensa attività di riorganizzazione ecclesiastica e di consolidamento della vita spirituale della Bessarabia ortodossa.

Particolare attenzione venne dedicata alla vita monastica. Con l’intento di rafforzare la disciplina e la vita comune nei monasteri, Dimitrie introdusse nel 1830 il sistema cenobitico in tutti i monasteri e gli eremi della Bessarabia, favorendo così una più stabile organizzazione della vita ascetica e comunitaria secondo la tradizione ortodossa. Parallelamente, egli si adoperò per il rinnovamento pastorale del clero, emanando numerose disposizioni affinché i sacerdoti pronunciassero regolarmente prediche e catechesi durante la celebrazione della Divina Liturgia, con l’obiettivo di elevare il livello spirituale e religioso dei fedeli.

Il Metropolita Dimitrie promosse inoltre importanti riforme amministrative ed ecclesiastiche. Nel 1835 il «Dicastero Esarcale» di Chișinău venne trasformato in «Concistoro ecclesiastico», nuova istituzione dotata di competenze amministrative, giudiziarie e disciplinari, destinata a rafforzare il controllo e l’organizzazione della vita ecclesiale nella regione. Contestualmente, i precedenti vicariati furono aboliti e sostituiti da otto protoierie (arcipreture), strutturate secondo la suddivisione amministrativa dei distretti della Bessarabia.

Un ulteriore cambiamento territoriale si verificò nel 1837, quando i territori situati sulla riva sinistra del Dnestr furono separati dall’Arcidiocesi di Chișinău e Hotin ed incorporati nella nuova arcidiocesi di Odessa e Kherson, recentemente istituita nell’ambito dell’organizzazione ecclesiastica dell’Impero Russo.

Dopo la morte dell’Arcivescovo Dimitrie, avvenuta il 4 agosto 1844, la guida dell’Eparchia di Chișinău e Hotin passò a Irinarh (Popov). Il suo episcopato coincise con una fase di progressiva integrazione della struttura ecclesiastica bessarabica nel modello amministrativo del Patriarcato di Mosca, processo che comportò l’adozione di norme organizzative, disciplinari e amministrative conformi al sistema sinodale vigente nell’Impero Russo. Parallelamente a questa riorganizzazione istituzionale, il periodo del ministero di Irinarh fu caratterizzato da una significativa attività edilizia ed ecclesiastica. Sotto la sua guida vennero edificati o restaurati numerosi luoghi di culto, contribuendo al consolidamento della presenza ortodossa nella regione e al rafforzamento della vita religiosa delle comunità locali.

Al termine del suo episcopato, nel 1858, l’Eparchia contava complessivamente 865 chiese parrocchiali, delle quali 314 costruite in pietra e 551 in legno. A queste si aggiungevano 36 cappelle e 34 chiese appartenenti ai 21 monasteri allora presenti nel territorio dell’Eparchia, dato che testimonia la notevole estensione della rete ecclesiastica e monastica della Bessarabia nella metà del XIX secolo.

Nel 1858 iniziò la pubblicazione del periodico ufficiale dell’eparchia, intitolato «Il Messaggero dell’Eparchia di Chișinău e Hotin», redatto con testo parallelo in lingua romena e russa. Tale iniziativa rappresentò un importante strumento di comunicazione ecclesiastica e pastorale, nonché un significativo mezzo di diffusione della vita religiosa e amministrativa della Chiesa locale all’interno della Bessarabia.

Nel medesimo periodo, in seguito ai mutamenti politico-territoriali conseguenti alla Guerra di Crimea e al Trattato di Parigi del 1856, novantaquattro chiese situate nella parte meridionale della Bessarabia furono restituite al Principato di Moldavia. Esse vennero successivamente incorporate nella nuova Eparchia romena del Basso Danubio, con sede episcopale a Ismail, segnando così una rilevante riduzione territoriale della giurisdizione ecclesiastica di Chișinău.

Nel marzo del 1858 l’arcivescovo Irinarh rinunciò al governo dell’Eparchia. Successivamente fu trasferito alla sede di Kameneț-Podol’sk e, in seguito, a quella di Rjazan’, dove concluse la propria vita nel 1877.

Dopo l’arcivescovo Irinarh (Popov), il governo ecclesiastico della Bessarabia passò ad Antonie (Șocotov), sotto il quale l’Eparchia conobbe una significativa riorganizzazione amministrativa e pastorale. Durante il suo episcopato furono aboliti gli antichi vicariati territoriali e l’Arcidiocesi venne suddivisa in trentacinque distretti decanali (ocruguri blagocinești), ciascuno affidato alla supervisione di un protopriore o blagocin, incaricato del coordinamento della vita ecclesiastica locale e della vigilanza sul clero e sulle parrocchie. Nel medesimo periodo, le chiese dell’Eparchia furono classificate in tre categorie, sulla base del numero dei fedeli appartenenti a ciascuna comunità parrocchiale, introducendo così un sistema amministrativo più organico e funzionale.

Particolarmente rilevante fu anche l’atteggiamento dell’Arcivescovo Antonie nei confronti della tradizione ecclesiastica locale: durante il suo governo, infatti, la lingua romena continuò a essere utilizzata sia come lingua liturgica nelle celebrazioni divine, sia negli atti amministrativi ecclesiastici e nella stampa dei libri religiosi, preservando così il carattere culturale e spirituale romeno della Chiesa bessarabica. Il suo episcopato fu inoltre caratterizzato da una notevole attività edilizia ed ecclesiastica. Sotto la sua guida furono costruite ex novo oppure restaurate circa trecento chiese. Alcuni tra questi edifici sacri costituiscono ancora oggi importanti monumenti di architettura ecclesiastica, come i monasteri e le chiese di Vărzărești, Curchi, Călărășeuca e Condrița. Nel 1870 venne inoltre fondato l’eremo di Bocancea, che contribuì allo sviluppo della vita monastica nella regione.

In questo periodo si sviluppò altresì una significativa attività di assistenza sociale e di promozione ecclesiale attraverso le cosiddette confraternite (frății), organismi religiosi e caritativi destinati al sostegno della vita spirituale, educativa e filantropica della popolazione ortodossa. La prima tra queste fu la Confraternita di Chișinău, dedicata a sant’Alexander Nevskij e fondata nel 1866.

Nel 1868 ebbero inizio i Congressi eparchiali annuali, convocati per affrontare le questioni amministrative, pastorali ed economiche dell’Eparchia; nello stesso anno furono istituiti anche i congressi distrettuali dei decanati, mentre presso il centro eparchiale operava stabilmente un apposito comitato eparchiale incaricato del coordinamento delle attività ecclesiastiche locali.

Nel 1871, dopo la morte dell’arcivescovo Antonie Șocotov, la guida della Chiesa in Bessarabia passò a Pavel (Lebedev), il cui episcopato rappresentò una delle fasi più controverse della storia ecclesiastica bessarabica sotto il dominio russo. Durante il suo mandato si accentuò sensibilmente la politica di russificazione e di denazionalizzazione della popolazione locale. Uno dei primi provvedimenti adottati in tale direzione fu l’introduzione obbligatoria del bilinguismo liturgico nelle chiese e nei monasteri dove fino ad allora le celebrazioni si svolgevano esclusivamente in lingua romena: da quel momento le funzioni avrebbero dovuto essere officiate sia in russo sia in romeno (moldavo). Parallelamente, dal 1871 il giornale ufficiale dell’Eparchia cessò di essere pubblicato in forma bilingue e venne stampato esclusivamente in lingua russa, segnando un ulteriore passo verso l’imposizione culturale e amministrativa dell’elemento russo nella vita ecclesiastica della regione.

Secondo quanto riferisce lo scrittore russo Piotr Nikolaevic Durnovo (1845-1915), durante il governo dell’Arcivescovo Pavel vennero ritirati dalle chiese moldave numerosi libri liturgici in lingua romena stampati in caratteri cirillici e depositati presso la sede metropolitana di Chișinău. Sempre secondo tale testimonianza, questi volumi sarebbero stati progressivamente distrutti nel corso di circa sette anni, venendo utilizzati persino come combustibile per il riscaldamento del palazzo metropolitano. Per questo motivo, la notizia del trasferimento dell’Arcivescovo Pavel nel 1882 fu accolta con grande sollievo e gioia da ampi settori della popolazione moldava, che vedevano nella sua partenza la speranza di un’attenuazione della politica di russificazione ecclesiastica e culturale.

Successore dell’Arcivescovo Pavel (Lebedev) fu Serghie (Lapidevschi), il quale si trovò a dover affrontare una situazione ecclesiastica particolarmente complessa, segnata dalle tensioni e dai profondi malcontenti provocati dalle misure di russificazione adottate dal suo predecessore. Una parte considerevole della sua attività pastorale e amministrativa fu pertanto orientata al ristabilimento della pace ecclesiale e alla normalizzazione dei rapporti tra gerarchia e popolazione locale.

Nel tentativo di attenuare il clima di conflittualità creatosi negli anni precedenti, Serghie autorizzò nuovamente l’uso della lingua romena nelle celebrazioni liturgiche e nella vita ecclesiastica locale, favorendo così una parziale restaurazione delle tradizioni religiose autoctone. Tuttavia, il suo episcopato fu caratterizzato anche da decisioni controverse. Egli, infatti, sostenne la chiusura della tipografia eparchiale di Chișinău, ritenendo che essa «non avesse più alcuno scopo». Tale scelta rappresentò un duro colpo per la produzione editoriale ecclesiastica in lingua romena, che fino ad allora aveva svolto un ruolo fondamentale nella conservazione dell’identità culturale e spirituale locale. Di conseguenza, la tipografia eparchiale venne venduta al monastero di Noul-Neamț di Chițcani, nei pressi di Tighina. Nonostante il trasferimento, essa rimase inattiva per un lungo periodo, determinando un significativo rallentamento dell’attività editoriale religiosa nella regione.

Nel 1891 l’arcivescovo Serghie (Lapidevschi) venne trasferito alla Metropolia di Odessa, ponendo così termine al suo ministero presso la cattedra di Chișinău. Alla guida dell’Eparchia gli succedette Isachie (Polojenschi), il cui episcopato ebbe tuttavia breve durata, protrattosi soltanto fino al 1892. In quello stesso anno la direzione della Chiesa passò a Neofit (Nevodčikov), il quale governò l’eparchia fino al 1898. Al termine del suo ministero si ritirò a Ismail, lasciando una Chiesa profondamente segnata dalle trasformazioni amministrative ed ecclesiastiche del XIX secolo.

Nello stesso anno, il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa nominò alla cattedra di Chișinău e Hotin il vescovo Iacov (Piatnițki), vescovo ricordato per il suo profondo zelo pastorale, la rettitudine morale e l’autentico amore verso il popolo affidato alle sue cure spirituali. Durante il suo episcopato dedicò particolare attenzione alla promozione della cultura cristiana e al rafforzamento della formazione morale e religiosa sia del clero sia dei fedeli. Consapevole dell’importanza dell’istruzione ecclesiastica e della diffusione della letteratura spirituale nella lingua del popolo, egli intraprese un’intensa attività missionaria e culturale.

A questo scopo fondò a Chișinău la «Confraternita ortodossa missionaria della Natività del Signore», istituzione destinata a sostenere l’opera pastorale, catechetica ed educativa dell’eparchia. Grazie, inoltre, all’approvazione ottenuta dal Santo Sinodo, promosse la pubblicazione di opuscoli, testi religiosi e opere spirituali in lingua moldava-romena, contribuendo in modo significativo alla conservazione della tradizione ecclesiastica locale. Tra le pubblicazioni più rilevanti di questo periodo si distingue la monumentale opera agiografica intitolata «Le vite dei santi», che rappresentò un importante strumento di edificazione spirituale per il clero e la popolazione.

A partire dal 1904, la Chiesa venne guidata dall’Arcivescovo Vladimir (Sincovschi), vescovo distinto per la sua sensibilità pastorale e per il sincero impegno profuso a favore della rinascita spirituale del popolo affidato alla sua cura ecclesiastica. Animato dal desiderio di sostenere la vita religiosa e culturale della popolazione locale, egli si dedicò personalmente all’apprendimento della lingua rumena, che utilizzò successivamente anche nella predicazione all’interno della cattedrale di Chișinău. Tale scelta rappresentò un gesto di particolare importanza pastorale e identitaria, soprattutto nel contesto delle tensioni culturali e linguistiche che avevano caratterizzato la seconda metà del XIX secolo. L’Arcivescovo Vladimir promosse inoltre l’insegnamento della lingua rumena presso il Seminario Teologico di Chișinău, assumendosi personalmente le spese per il mantenimento dell’insegnante incaricato. Questa iniziativa contribuì significativamente alla formazione di un clero maggiormente vicino alla lingua e alla tradizione spirituale del popolo.

In seguito alla deliberazione del Congresso eparchiale del 1905, l’Arcivescovo presentò al Santo Sinodo della Chiesa Russa la richiesta ufficiale di riapertura della tipografia eparchiale, chiusa negli anni precedenti. L’autorizzazione fu concessa il 25 aprile 1905, segnando così un momento importante per la vita culturale ed ecclesiastica locale. La nuova tipografia venne installata a Chișinău, in un edificio donato al clero dal monastero di Dobrușa, e iniziò ufficialmente la propria attività il 26 ottobre 1906.

Nel gennaio del 1908 vide la luce la prima rivista ecclesiastica in lingua rumena, intitolata «Luminătorul» (L’Illuminatore), destinata a svolgere un ruolo significativo nella diffusione della cultura religiosa e della coscienza ecclesiale tra i fedeli della regione. La pubblicazione rappresentò un importante strumento pastorale e culturale, favorendo l’utilizzo della lingua rumena nella vita ecclesiastica e contribuendo al consolidamento dell’identità spirituale locale. Sempre durante il ministero dell’arcivescovo Vladimir (Sincovschi) iniziò la propria attività anche la «Società storico-archeologica-ecclesiastica della Bessarabia», istituzione dedicata allo studio della storia della Chiesa locale, alla conservazione del patrimonio ecclesiastico e alla valorizzazione delle tradizioni spirituali della regione.

L’opera pastorale e culturale dell’Arcivescovo Vladimir, caratterizzata da una particolare attenzione verso il popolo bessarabico e dalla promozione della lingua rumena nella vita ecclesiale, non fu tuttavia accolta favorevolmente da tutti gli ambienti ecclesiastici e amministrativi dell’Impero Russo. Per tale motivo, nel 1908 egli venne trasferito nella regione del Don.

Alla guida dell’eparchia di Chișinău e Hotin fu quindi nominato Serafim (Ciciagov), il quale, secondo numerose testimonianze storiche, sarebbe stato inviato in Bessarabia con il preciso compito di contrastare e indebolire il movimento di risveglio nazionale e culturale sviluppatosi durante il governo pastorale del suo predecessore.

Durante il governo ecclesiastico di Serafim (Ciciagov) emerse in Bessarabia un movimento settario noto con il nome di «inochentismo», derivato dal suo fondatore, il monaco Inochentie del monastero di Balta. Tale corrente, caratterizzata da accentuati elementi mistici ed estremistici, si diffuse rapidamente tra parte della popolazione rurale, suscitando viva preoccupazione nelle autorità ecclesiastiche. Le nuove sette venivano percepite come un serio pericolo per la stabilità religiosa e per l’unità dell’Ortodossia nella regione.

Per contrastare la propagazione dei movimenti settari, presso Chișinău fu istituito uno speciale «servizio missionario», incaricato della predicazione, della catechesi e della difesa della dottrina ortodossa tra il popolo. Parallelamente, in quegli anni si registrarono anche alcuni sviluppi favorevoli alla vita religiosa locale. Con Decreto imperiale si autorizzò infatti la celebrazione delle funzioni divine anche in lingua moldava-romena, accogliendo così una richiesta a lungo sostenuta dal clero e dai fedeli. In tale contesto, il 23 luglio 1913 rappresentò una data di particolare rilievo nella vita ecclesiale della regione: per la prima volta i fedeli poterono ascoltare l’intera Divina Liturgia celebrata in lingua autoctona, evento accolto con profonda emozione e percepito come un importante riconoscimento dell’identità spirituale e culturale locale.

Nel 1914 Serafim lasciò la sede di Chișinău e gli succedette Platon (Roždestvenskij), già arcivescovo del Nord America e delle Aleutine. Il suo ministero in Moldova fu tuttavia breve, poiché nel 1915 venne trasferito e sostituito da Anastasie (Gribanovschi). Durante il governo ecclesiastico di quest’ultimo si verificarono avvenimenti di decisiva importanza per la storia della regione e del suo popolo, nel contesto delle profonde trasformazioni politiche e sociali provocate dalla Prima guerra mondiale e dal successivo crollo dell’Impero Russo.

Nel clima di profondo rinnovamento politico ed ecclesiastico seguito alla Rivoluzione russa del 1917, anche in Bessarabia emersero con forza aspirazioni di autonomia ecclesiale e di riaffermazione dell’identità nazionale locale. In tale contesto, il 19 e 20 aprile 1917 si riunì a Chișinău il Congresso del clero della Bessarabia, evento di particolare importanza per la storia della Chiesa locale. Nel corso dei lavori congressuali, i sacerdoti avanzarono la richiesta di una più ampia autonomia amministrativa ed ecclesiastica della Chiesa della regione, proponendo al contempo l’istituzione di una Metropolia autonoma guidata da un Metropolita autoctono, capace di rispondere più adeguatamente alle esigenze spirituali, culturali e linguistiche del popolo locale. Tali richieste riflettevano il crescente risveglio nazionale della popolazione bessarabica e il desiderio di sottrarsi ai processi di russificazione che avevano caratterizzato i decenni precedenti.

Nell’agosto dello stesso anno si aprì a Mosca il Grande Sinodo Locale della Chiesa Ortodossa Russa, convocato dopo oltre due secoli di amministrazione sinodale instaurata da Pietro il Grande. Ai lavori del Sinodo partecipò anche l’Arcivescovo Anastasie (Gribanovschi), allora a capo della Chiesa di Bessarabia. Durante questo storico Sinodo, che restaurò anche il Patriarcato di Mosca con l’elezione del patriarca Tichon, l’arcidiocesi di Chișinău venne elevata ufficialmente al rango di Metropolia della Bessarabia. Tale decisione costituì un importante riconoscimento dell’importanza ecclesiastica della regione e rappresentò una tappa fondamentale nel processo di consolidamento dell’identità religiosa e nazionale della Bessarabia ortodossa.

Dopo l’unione politica della Bessarabia con il Regno di Romania, anche la situazione ecclesiastica della regione entrò in una nuova fase di riorganizzazione canonica e amministrativa. Mediante una Gramota patriarcale – ossia una lettera ufficiale – datata 23 maggio 1918 e indirizzata a Sua Beatitudine Pimen, Primate della Chiesa Ortodossa Romena, il Santo Patriarca Tichon di Mosca riconobbe alla Chiesa della Bessarabia piena libertà di determinare il proprio futuro ecclesiastico. Nel documento patriarcale si stabiliva che la Chiesa bessarabica, attraverso il proprio Congresso eparchiale, potesse decidere autonomamente con quale Chiesa autocefala unirsi e secondo quali modalità canoniche e amministrative mantenere i propri rapporti ecclesiastici. Tale decisione si inseriva nel più ampio contesto delle profonde trasformazioni politiche ed ecclesiali seguite al crollo dell’Impero Russo e alla ridefinizione degli assetti territoriali dell’Europa orientale dopo la Prima Guerra Mondiale.

Successivamente, la Chiesa della Bessarabia venne integrata nella struttura ecclesiastica della Chiesa Ortodossa Romena, in conformità con il canone 38 del Concilio in Trullo, secondo il quale l’organizzazione ecclesiastica deve seguire le modificazioni dell’assetto politico-amministrativo dei territori. In tale quadro, l’Arcivescovo Anastasie (Gribanovschi) fu ammesso quale membro del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Romena, pur senza aver espresso formalmente il proprio consenso all’unione canonica con la Chiesa romena.

Poiché egli non prese parte alle sedute del Santo Sinodo, il 14 giugno 1918 venne rimosso dalla guida dell’Arcidiocesi. Per assicurare l’amministrazione ecclesiastica della regione, fu quindi nominato locum tenens il vescovo di Huși, Nicodim (Munteanu), futuro Patriarca della Chiesa Ortodossa Romena, incaricato di governare temporaneamente gli affari ecclesiastici della Bessarabia fino all’elezione dei nuovi vescovi e metropoliti da parte del Grande Collegio elettorale ecclesiastico.

Nel febbraio del 1920 si svolse a Chișinău il Congresso eparchiale della Bessarabia, evento di particolare rilievo per la riorganizzazione della vita ecclesiastica della regione nel nuovo contesto politico ed ecclesiale seguito all’unione con il Regno di Romania. Nel corso dei lavori congressuali venne eletto alla guida della Chiesa di Bessarabia Gurie (Grosu), già vescovo vicario della Metropolia di Iași, figura che avrebbe svolto un ruolo determinante nel consolidamento dell’organizzazione ecclesiastica bessarabica nel periodo interbellico.

Durante il suo ministero episcopale proseguì intensamente l’opera di edificazione e di rinnovamento delle strutture ecclesiastiche della regione. La costruzione e il restauro dei luoghi di culto conobbero un notevole sviluppo, contribuendo al rafforzamento della vita pastorale e religiosa del popolo ortodosso della regione. Nel 1925 il numero delle chiese presenti nel territorio raggiunse le 1090 unità, servite da un equivalente numero di sacerdoti, dato che testimonia sia la vitalità della Chiesa locale sia l’ampia diffusione della vita liturgica e sacramentale nelle comunità della regione.

Particolare attenzione venne riservata anche allo sviluppo dell’istruzione teologica, che durante questo periodo conobbe un significativo consolidamento istituzionale e accademico. Nel settembre del 1926 fu istituita a Chișinău la Facoltà di Teologia affiliata all’Università di Iași, evento che segnò un importante progresso nella formazione superiore del clero e degli intellettuali ecclesiastici della Bessarabia. Parallelamente, nel 1927 il Seminario Teologico «Metropolita Gavriil Bănulescu» di Chișinău venne riorganizzato, passando da dieci a otto classi, secondo i nuovi criteri pedagogici e formativi adottati dalla Chiesa e dallo Stato romeno. A esso si aggiunsero altri due seminari teologici, anch’essi articolati in otto classi, fondati rispettivamente a Ismail e a Edineț, con l’obiettivo di garantire una più ampia preparazione del clero locale e di sostenere la vita pastorale nelle diverse regioni della Bessarabia.

In tale contesto operarono eminenti personalità del mondo teologico e culturale romeno, tra cui Nichifor Crainic, Gala Galaction, Constantin Tomescu, Ioan Savin, Serghie Bejan e Mihail Berezovschi, insieme ad altri illustri docenti, i quali contribuirono in modo decisivo allo sviluppo della riflessione teologica, della cultura ecclesiastica e della formazione spirituale del clero locale e no.

Anche gli antichi monasteri della Bessarabia continuarono a svolgere una intensa missione spirituale e pastorale, rimanendo centri vivi di preghiera, di vita ascetica e di testimonianza ortodossa. In questo periodo il numero complessivo dei monaci e delle monache presenti nei monasteri della regione superò le 2400 unità, dato che evidenzia la particolare vitalità del monachesimo bessarabico nel periodo interbellico.

Nel medesimo periodo venne avviata anche una significativa riforma dell’organizzazione ecclesiastica della Bessarabia. Accanto all’Arcidiocesi di Chișinău, il 10 marzo 1923 furono costituite altre due diocesi: la Diocesi di Cetatea Albă, con sede episcopale a Ismail, e la Diocesi di Hotin, con sede a Bălți. Alla guida della nuova Diocesi di Cetatea Albă fu eletto il vescovo Nectarie (Cotlearciuc), mentre la Diocesi di Hotin venne affidata a Visarion (Puiu), figura destinata ad avere un ruolo di particolare rilievo nella vita ecclesiastica romena del periodo interbellico. Il processo di consolidamento istituzionale della Chiesa bessarabica culminò nell’aprile del 1928, quando l’Arcidiocesi di Chișinău fu elevata al rango di Metropolia, fatto che sancì ufficialmente la piena maturazione dell’organizzazione ecclesiastica ortodossa della Bessarabia all’interno della Chiesa Ortodossa Romena.

Il Metropolita Gurie (Grosu) resse la Chiesa della Bessarabia fino all’anno 1936, svolgendo un’intensa attività pastorale, culturale ed amministrativa, che contribuì in modo determinante al consolidamento della vita ecclesiastica nella provincia tra le due guerre mondiali. Dopo la sua uscita dalla guida della Metropolia, l’amministrazione ecclesiastica bessarabica venne affidata successivamente ad alcuni locum tenens e reggenti metropolitani: dapprima a Nicodim (Munteanu), dal novembre 1936 al giugno 1937, quindi a Cosma (Petrovici), dal giugno 1937 al febbraio 1938, e infine a Efrem (Enăchescu), che resse la Metropolia dal marzo 1938 fino al gennaio 1944, in un periodo segnato da profondi mutamenti politici e dalle drammatiche conseguenze del secondo conflitto mondiale.

Mentre la vita ecclesiastica della Bessarabia interbellica continuava a svilupparsi in modo relativamente stabile, ben diversa era la condizione dei cristiani ortodossi presenti nei territori situati sulla riva sinistra del Dnestr, sottoposti al regime sovietico e alla politica ateistica del potere bolscevico. Le comunità ortodosse di quelle regioni condivisero infatti il tragico destino dell’intera popolazione rimasta sotto il dominio comunista, segnato da persecuzioni, repressioni e sistematici tentativi di eliminazione della vita religiosa. Già agli inizi del 1918 si verificarono i primi episodi di violenza contro il clero: presso la stazione ferroviaria di Vjatka venne assassinato Dionisie (Sosnovschi), già vescovo vicario di Ismail, mentre il 1º gennaio fu ucciso in carcere Serafim (Ciciagov), già Arcivescovo di Chișinău.

Nel quadro della lotta ideologica intrapresa contro la Chiesa, le autorità sovietiche avviarono una vasta campagna di chiusura dei luoghi di culto e di repressione della vita religiosa. Entro il 1938, nei quattordici distretti che costituivano la cosiddetta Repubblica Autonoma Sovietica Socialista Moldava (RASSM), quasi tutte le chiese erano state soppresse: delle 305 esistenti, soltanto una rimaneva ancora aperta al culto.

La situazione spirituale e sociale della popolazione ortodossa divenne drammatica. La mancanza di sacerdoti, la proibizione delle celebrazioni e il timore costante delle persecuzioni condussero molti fedeli a pratiche estreme: non pochi celebravano simbolicamente il proprio funerale mentre erano ancora in vita, temendo che, dopo la morte, nessuno avrebbe potuto assicurare loro una sepoltura cristiana. Questa tragica realtà, frutto della politica antireligiosa del regime sovietico, sarebbe stata successivamente estesa anche alla Bessarabia, con conseguenze profonde per la vita ecclesiale, culturale e spirituale della regione.

Nel 1940 la Bessarabia fu occupata dall’Unione Sovietica in seguito all’applicazione del Protocollo segreto del Patto Ribbentrop-Molotov. L’ingresso delle truppe sovietiche il 28 giugno 1940 segnò l’inizio di un periodo di profonde sofferenze e di dure repressioni per la popolazione locale e, in modo particolare, per la Chiesa Ortodossa. L’atteggiamento delle nuove autorità verso il clero si manifestò sin dall’inizio con estrema durezza. A Ismail venne assassinato il sacerdote Munteanu, mentre il noto sacerdote e compositore Mihail Berezovschi morì in circostanze mai del tutto chiarite. La repressione colpì anche la gerarchia ecclesiastica: il 24 giugno 1941 fu arrestato il vescovo Alexie, designato dal Patriarcato di Mosca per l’amministrazione della Metropolia di Bessarabia. Nel contesto della ritirata sovietica, all’inizio della guerra contro la Romania e la Germania, si verificarono numerosi atti di violenza e rappresaglia. Tra questi viene ricordata l’esecuzione del sacerdote Eustratie Chiriță, nel villaggio di Pitușca, accusato di aver celebrato una Azione di grazia per la vittoria dell’esercito romeno. Tali avvenimenti inaugurarono una delle pagine più drammatiche della storia ecclesiastica bessaraba del XX secolo, caratterizzata da persecuzioni, deportazioni e da un sistematico tentativo di soppressione della vita religiosa.

Con il ritorno della Bessarabia sotto l’amministrazione romena, ebbe inizio un’importante opera di ricostruzione ecclesiastica e spirituale. Il Metropolita Efrem Enăchescu fece ritorno a Chișinău e, nel 1944, venne eletto Metropolita della Bessarabia. Durante gli anni della guerra furono riaperte numerose chiese e monasteri: tornarono infatti alla vita liturgica circa 888 chiese e 25 monasteri, segnando una temporanea rinascita della vita religiosa nel territorio. Tuttavia, tale periodo ebbe breve durata. Con il ristabilimento del potere sovietico nell’agosto del 1944, la Chiesa della Bessarabia fu nuovamente subordinata al Patriarcato di Mosca. Per la guida ecclesiastica della regione venne inviato il vescovo Ieronim (Zaharov), cui successero successivamente Benedict (Poleacov) e Nectarie (Grigoriev), quest’ultimo alla guida della diocesi tra il 1948 e il 1963.

Il periodo dell’episcopato di Nectarie coincise con una nuova e particolarmente dura campagna antireligiosa promossa dal regime sovietico. A partire dal 1960 furono chiuse quasi duecento chiese: delle circa novecento esistenti nella regione vennero soppressi, ad eccezione del monastero di Japca, unico centro monastico sopravvissuto alla repressione. Le autorità sovietiche esercitavano un controllo costante sull’attività del clero attraverso commissioni speciali incaricate della sorveglianza religiosa. I sacerdoti rischiavano severe sanzioni o la cancellazione dal registro clericale anche per attività pastorali ordinarie, come la benedizione di un pozzo o l’amministrazione del battesimo senza il consenso formale di entrambi i genitori. Nonostante il clima di oppressione, non mancarono manifestazioni di resistenza religiosa. Particolarmente significativa fu l’opposizione delle monache e della popolazione locale durante la soppressione del monastero di Răciula, episodio che rimase nella memoria collettiva come simbolo della fedeltà del popolo moldavo alla propria tradizione ortodossa e monastica.

A partire dal 1963 si susseguirono alla guida dell’Eparchia i vescovi Bartolomeu (Condratovici) e successivamente Ionatan (Capolovici). Nonostante le forti restrizioni imposte dal regime sovietico alla vita ecclesiastica e il severo divieto di pubblicare testi religiosi, durante il ministero di Ionatan fu possibile stampare un nuovo Euchologio in lingua rumena, sebbene ancora utilizzando i caratteri cirillici, secondo le imposizioni linguistiche allora vigenti nella Repubblica Sovietica Moldava. Ionatan resse l’Eparchia fino al 1987, anno in cui venne sostituito da Serapion (Fadeev). Quest’ultimo rimase profondamente impopolare presso il clero e i fedeli locali, poiché il suo operato fu percepito come ostile alla tradizione ecclesiastica e spirituale moldava e orientato verso una progressiva soppressione dell’identità ecclesiale locale.

Nel 1989, per la prima volta dopo il 1944, alla guida della Chiesa locale fu posto un vescovo originario della stessa terra, Vladimir (Cantarean), il quale continua ancora oggi a reggere la Chiesa di Moldova. La sua elezione rappresentò un momento di particolare importanza per la rinascita ecclesiale e spirituale del Paese, dopo decenni di ateismo di Stato e di dura repressione religiosa sotto il regime sovietico.

Con il crollo dell’Unione Sovietica e il progressivo ritorno alla democrazia, mutarono profondamente anche i rapporti tra lo Stato e la Chiesa. Si aprì così una nuova fase di rinascita religiosa, caratterizzata dal recupero della libertà ecclesiastica e dalla ripresa delle attività pastorali, educative e caritative. In tale contesto la Chiesa sviluppò una significativa opera editoriale e missionaria: ripresero infatti le pubblicazioni ecclesiastiche, tra cui le riviste Luminătorul e Curierul Ortodox, mentre furono riattivate tipografie destinate alla stampa di libri liturgici, teologici e catechetici.

Parallelamente vennero promosse numerose iniziative sociali e assistenziali, tra le quali particolare rilievo assunse l’orfanotrofio “San Giuseppe”, espressione concreta della rinnovata missione caritativa della Chiesa verso le categorie più vulnerabili della popolazione. Grande attenzione fu inoltre riservata alla formazione del clero e alla ricostruzione dell’istruzione teologica, gravemente compromessa durante il periodo sovietico. A tale scopo furono istituiti il Seminario Teologico di Noul-Neamț e, nel 1993, l’Accademia Teologica, destinati a diventare importanti centri di preparazione spirituale, pastorale e accademica per le nuove generazioni del clero moldavo.

Oggi la Metropolia di Chișinău e di tutta la Moldova (Biserica Ortodoxă din Moldova), pur appartenendo canonicamente alla giurisdizione del Patriarcato di Mosca, gode di un’ampia autonomia nell’amministrazione dei propri affari interni. La sua organizzazione ecclesiastica è regolata da uno Statuto proprio, ufficialmente approvato dal Governo della Repubblica di Moldova nel 1993, che definisce le competenze amministrative, pastorali e disciplinari della Chiesa nel contesto della nuova realtà statale moldava successiva alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

 

 

Metropolia Autonoma di Bessarabia

LA METROPOLI AUTONOMA DI BESSARABIA

 

Il 14 settembre 1992, l’Assemblea Eparchiale costituitasi a Chişinău decise la riattivazione della Metropolia della Bessarabia, esistita dal 1925 e istituita con il Decreto Reale n. 1942 del 4 maggio 1925. Sua Eccellenza Petru Păduraru, vescovo di Bălţi, fu eletto luogotenente di metropolita della Metropolia Autonoma della Bessarabia di vecchio stile.

L’Assemblea Eparchiale decise, a nome del clero e dei fedeli della Bessarabia, il ritorno alla canonicità della Metropolia della Bessarabia e l’invio a Bucarest di una delegazione composta da chierici e laici. Lo scopo era rivolgere al Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Romena la richiesta che la Metropolia della Bessarabia tornasse alle sue funzioni canoniche e riprendesse l’attività sotto la giurisdizione di diritto del Santo Sinodo della Chiesa ancestrale del popolo romeno.

Il 19 dicembre 1992, il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Romena prese atto con benedizione della riattivazione della Metropolia della Bessarabia e, tramite un Atto Patriarcale e Sinodale, la riconobbe come autonoma e di vecchio stile, parte integrante del corpo della Chiesa Ortodossa Romena e con sede a Chişinău.

“Attraverso la riattivazione della Metropolia della Bessarabia si compie oggi un atto sacro di verità e giustizia, che reintegra la pienezza della comunione di fede ancestrale e del pensiero romeno”, si legge nell’Atto Patriarcale e Sinodale. La Cerimonia di riattivazione della Metropolia della Bessarabia, avenne il 20 dicembre 1992, a Iași.

La riattivazione della Metropolia della Bessarabia come metropolia autonoma “sotto la protezione del Patriarcato Romeno e in immediata comunione fraterna con il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Romena” era stata prevista; per questo, la questione era stata discussa dai capi di allora della Chiesa Ortodossa Romena e della Chiesa Ortodossa Russa, i patriarchi Teoctist e Alessio II, in occasione dell’incontro dei Patriarchi e Primati delle Chiese Ortodosse sorelle a Costantinopoli/Istanbul, il 15 marzo 1992.

Esaminando la situazione delle relazioni del Patriarcato Romeno con la Chiesa Ortodossa Russa a seguito dei colloqui di Costantinopoli, la Cancelleria del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Romena pubblicò, il 9 aprile 1992, un comunicato in cui si specificava: “Il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Romena non ha mai riconosciuto la soppressione della Metropolia della Bessarabia, con sede a Chişinău, e della Metropolia della Bucovina, con sede a Cernăuţi. Il Patriarcato Romeno non ha accettato e non potrà mai accettare le nefaste conseguenze del patto Ribbentrop-Molotov”.

La soluzione era “tenere necessariamente conto della volontà del popolo di Dio” (come riconosceva lo stesso patriarca Alessio II nella lettera inviata al patriarca Teoctist il 6 ottobre 1992). Poiché la volontà del popolo di Dio, che aveva deciso autonomamente della propria vita ecclesiale e spirituale, era quella di riattivare l’antica Metropolia della Bessarabia e tornare sotto la protezione canonica della Chiesa Ortodossa Romena, il Santo Sinodo benedisse tale volontà e decisione. Attraverso lettere firmate dal patriarca Teoctist, l’Atto Patriarcale e Sinodale del 19 dicembre 1992 fu reso noto al patriarca Alessio II e agli altri Primati delle Chiese Ortodosse sorelle.

Il governo della Repubblica di Moldova rifiutò di riconoscere la Metropolia della Bessarabia, nonostante all’inizio del 1993 la Commissione per i Diritti Umani e le Relazioni Nazionali e la Commissione per la Cultura e i Culti del Parlamento moldavo avessero chiesto al Governo la registrazione della Metropolia Autonoma della Bessarabia (di vecchio stile), poiché il suo statuto e la sua attività erano conformi alla legislazione statale, non in contrasto con i documenti sui diritti umani adottati dagli organismi internazionali e rispettosi della Costituzione.

Per 10 anni, la Metropolia della Bessarabia ha svolto la sua attività in condizioni di persecuzione metodica e sistematica da parte delle autorità governative. Il 17 novembre 1993, con la Delibera n. 719, il Governo della Repubblica di Moldova riconobbe l’esistenza della sola Metropolia della Moldova, dichiarata “parte inseparabile del corpo ecclesiale russo”.

La Metropolia della Bessarabia chiederà il proprio riconoscimento anche nel 1995, 1996 e 1997, ma invano. I suoi sacerdoti venivano picchiati, calpestati, minacciati con armi e cacciati dalle chiese. La Metropolia stessa viene accusata di operare illegalmente, di fare proselitismo, di propagare le idee della Chiesa Ortodossa Romena, di essere un'”agenzia straniera” e uno strumento della Romania per minare l’autorità dello Stato e la stabilità della Repubblica di Moldova, scatenando la guerra in Transnistria.

Il rifiuto del Governo e le persecuzioni subite portarono a processi in Moldova e presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). In Moldova, i processi iniziarono il 12 settembre 1995 e si conclusero con la sentenza della Corte d’Appello che, il 19 agosto 1997, diede ragione alla Metropolia della Bessarabia. Tuttavia, per l’intervento dell’allora presidente Petru Lucinschi, fu presentato ricorso alla Corte Suprema di Giustizia, che il 9 dicembre 1997 respinse l’azione della Metropolia e annullò la sentenza precedente.

Rimaneva un’unica via: Strasburgo. Il 3 giugno 1998 fu depositata una denuncia contro la Repubblica di Moldova presso la CEDU. Il ricorso (n. 45701/99) fu dichiarato ammissibile il 7 giugno 2001. Dopo le udienze pubbliche dell’ottobre 2001, il 13 dicembre 2001 la Corte stabilì all’unanimità che la Repubblica di Moldova aveva violato gli artt. 9 e 13 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Lo Stato fu condannato a pagare 20.000 euro per danni morali e 7.025 euro per le spese legali.

Il Governo moldavo impugnò la decisione, ma il 27 marzo 2002 la CEDU respinse l’istanza, rendendo la sentenza definitiva.

Infine, il 30 luglio 2002, la Metropolia della Bessarabia è stata riconosciuta e ammessa alla legalità, come conseguenza diretta di una risoluzione del Consiglio d’Europa. Il Servizio di Stato per i Culti ha ufficialmente riconosciuto la sua personalità giuridica rilasciando il certificato n. 1651.

Tuttavia, le sofferenze non terminarono, poiché era sorta la questione della successione. La Metropolia doveva essere riconosciuta come successore legale di quella precedente al 1944, specialmente dopo che il Governo, nel 2001, aveva riconosciuto tale status alla Metropolia della Moldova (sotto Mosca).

Il 2 febbraio 2004, la Corte Suprema di Giustizia ha annullato la Delibera del Governo n. 1008 del 26 settembre 2001; tuttavia, anche se la Metropolia della Moldova non veniva riconosciuta come successore giuridico della Metropolia della Bessarabia, l’attuale Metropolia della Bessarabia era considerata solo il successore storico, canonico e spirituale della Metropolia della Bessarabia precedente al 1944. Per questo motivo, il 7 maggio 2004, la Metropolia della Bessarabia ha presentato un ricorso alla CEDU contro la Repubblica di Moldova per essere riconosciuta come successore di diritto della Metropolia della Bessarabia pre-1944. Il fascicolo porta il n. 23125/04 ed è stato comunicato al Governo della Repubblica di Moldova il 29 giugno 2004. Una volta ottenuto il riconoscimento di questo fatto, potranno essere recuperate le proprietà e i beni della Metropolia della Bessarabia, confiscati o nazionalizzati.

La vita della Metropolia della Bessarabia è stata ulteriormente turbata dall’aggressiva campagna di intolleranza e minacce condotta dalle autorità statali moldave e dai gerarchi della Metropolia della Moldova, canonicamente subordinata al Patriarcato Russo.

Nel 2007 è stato provocato il cosiddetto scandalo delle eparchie storiche riattivate dalla Metropolia della Bessarabia, nonostante queste fossero registrate da diversi anni presso il Servizio Statale per le Questioni dei Culti, che aveva inoltre approvato, con l’ordinanza 33 del 22 febbraio 2007, le modifiche e le integrazioni allo Statuto per l’organizzazione e il funzionamento della Metropolia della Bessarabia (già registrato con l’ordinanza 1651 del 30 luglio 2002).

In un’intervista rilasciata alla rivista metropolitana “Misionarul” nel novembre 2007, Sua Eminenza il Metropolita Petru della Bessarabia ha così caratterizzato le reazioni violente dei gerarchi canonicamente sottomessi al Patriarcato di Mosca: “Sono reazioni tardive, esagerate, irresponsabili e prive di fondamento canonico. Ciò che abbiamo fatto costituisce un’azione pastorale riguardante le modalità organizzative della nostra Metropolia… A chi giova l’incitamento all’ostilità, all’odio e all’intolleranza che è uscito in questi giorni dalla bocca di alcuni ministri-gerarchi o sacerdoti?”.

Il 1° dicembre 2007, Vladimir Voronin, presidente della Repubblica di Moldova, ha dichiarato all’emittente televisiva NIT che avrebbe contestato la sentenza CEDU del 13 dicembre 2001 e ha minacciato una guerra religiosa; lo stesso atteggiamento intollerante verso la Metropolia della Bessarabia sarebbe stato ribadito in una dichiarazione del 19 dicembre 2007.

A partire dal 2 dicembre 2007, la maggior parte dei sacerdoti della Metropolia della Bessarabia è stata molestata e intimidita da rappresentanti della Polizia e del Servizio di Informazione e Sicurezza (SIS), e ad alcuni sacerdoti con cittadinanza romena è stato vietato di risiedere o entrare in Bessarabia. Lo stesso Sua Eminenza Petru è stato fermato e perquisito per due ore dalle guardie di frontiera e dai doganieri moldavi il 26 dicembre 2007, al suo rientro nella Repubblica di Moldova.

In questa situazione, il 9 gennaio 2008, la Metropolia della Bessarabia si è rivolta al Segretariato Generale del Consiglio d’Europa, al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e ai relatori dell’APCE per la Repubblica di Moldova, chiedendo di monitorare le modalità con cui la Repubblica di Moldova stava dando esecuzione alla sentenza CEDU del 13 dicembre 2001.

Nonostante ciò, gli attacchi delle autorità moldave contro la Metropolia della Bessarabia e per intimidire e isolare il Metropolita Petru non sono cessati. Il 20 agosto 2008, Sua Eminenza ha inviato una nuova lettera ai suddetti organismi europei, sottolineando come “le pressioni e le persecuzioni aperte siano state sostituite dai rappresentanti dello Stato con vari stratagemmi procedurali o forme discrete di sabotaggio”. Il Metropolita lamentava il blocco del processo di registrazione delle comunità della Metropolia, il rifiuto del Governo di restituire gli archivi confiscati durante l’occupazione sovietica — rifiuto che “crea difficoltà nel processo di rivendicazione giudiziaria dei beni ecclesiastici confiscati dallo stato sovietico e attualmente gestiti dal Governo della Repubblica di Moldova”.

Il 1° giugno 2009, il Metropolita Petru ha indirizzato una nuova lettera al Servizio per l’esecuzione delle sentenze della CEDU, attirando l’attenzione sulla mancanza di progressi nell’adempimento della sentenza definitiva del 2001 e rendendo note tutte le violazioni commesse dal Governo moldavo.

Gli sforzi di Sua Eminenza Petru e dei suoi collaboratori nel servire la Metropolia della Bessarabia di fronte ad avversari noti o ignoti, visibili o invisibili, vicini o lontani, sono notevoli; tuttavia, la vittoria del 30 luglio 2002 sembra oggi essere più “sullo scudo che con lo scudo”, per usare l’espressione delle madri spartane di 2500 anni fa. Al momento, non vi è alcuna prova che le cose cambieranno. Vivremo e vedremo cosa accadrà. O, meglio ancora, vivremo e lotteremo. Per il resto, tutto è silenzio. Il Patriarcato Romeno tace. Noi ascoltiamo le parole del Salvatore: “Nel mondo avrete tribolazioni; ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo” (Giovanni 16, 33).

Nel mese di giugno 2026, il Metropolita Petru, dopo essersi dimesso, è stato accusato di diversi problemi. Il Sinodo della Chiesa Romena ha eletto il 2 luglio 2026 il vescovo di Bǎlți Antonie (Teodor Buzu) come nuovo Arcivescovo di Chişinău e Metropolita di Bessarabia e delle Terre.

Prof. Gheorghe Badea, Iaşi

 

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