
Chiesa Apostolica di Estonia
CHIESA ORTODOSSA APOSTOLICA DI ESTONIA
La Chiesa Ortodossa Apostolica d’Estonia (in estone: Eesti Apostlik-Õigeusu Kirik), ufficialmente denominata Chiesa Ortodossa d’Estonia, è una Chiesa ortodossa autonoma posta sotto la diretta giurisdizione canonica del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. Secondo l’ordinamento giuridico dello Stato estone, essa è riconosciuta quale legittima continuatrice storica e legale della Chiesa Ortodossa d’Estonia esistente prima della Seconda guerra mondiale, mantenendone così la continuità ecclesiastica, canonica e istituzionale.
L’attività missionaria ortodossa tra le popolazioni estoni ebbe inizio già tra il X e il XII secolo, soprattutto nelle regioni sud-orientali del territorio, maggiormente vicine alla città di Pskov e all’area culturale della Rus’. La più antica testimonianza relativa alla presenza di una comunità ortodossa in Estonia risale all’anno 1030 nella città di Tartu. Già intorno al VI secolo, sul versante orientale della collina di Toome (Toomemägi), le popolazioni estoni avevano edificato una fortezza denominata Tarbatu. Nel 1030 il principe della Rus’ di Kiev Jaroslav I il Saggio (1010-1034) conquistò la località, vi costruì una nuova fortezza e fece edificare una cattedrale dedicata a san Giorgio il Vittorioso, introducendo così stabilmente la presenza ecclesiastica ortodossa nella regione.
Nei secoli successivi, tuttavia, l’espansione dei poteri germanici e delle autorità ecclesiastiche latine modificò profondamente gli equilibri religiosi dell’area. Nel 1472 i cristiani ortodossi furono espulsi da Tartu dalle autorità tedesche, mentre il sacerdote Isidoro, insieme a un gruppo di fedeli ortodossi, subì il martirio. La loro memoria liturgica viene commemorata dalla Chiesa l’8 gennaio.
Poco è noto riguardo alla storia della Chiesa Ortodossa nel territorio estone durante il periodo compreso tra il tardo Medioevo e l’età moderna. Soltanto a partire dai secoli XVII e XVIII le fonti storiche tornano a offrire testimonianze più consistenti sulla presenza ortodossa nella regione. In tale periodo, numerosi Vecchi Credenti (Staroveri) trovarono rifugio in Estonia, fuggendo dalla Russia a causa delle persecuzioni seguite alle riforme liturgiche introdotte dal Patriarca di Mosca Nikon (1652-1666). Queste riforme, volte ad uniformare i libri liturgici e le pratiche ecclesiastiche russe all’uso greco contemporaneo, provocarono una profonda frattura all’interno della Chiesa russa, dando origine al cosiddetto Raskol, ossia lo scisma dei Vecchi Credenti. Le regioni orientali dell’Estonia, soprattutto quelle prossime al lago Peipus, divennero così uno dei principali luoghi di insediamento delle comunità starovere, le quali conservarono rigorosamente le antiche tradizioni liturgiche russe e contribuirono alla presenza stabile dell’elemento ortodosso nel territorio estone.
Nel corso dei secoli XVIII e XIX l’Estonia entrò a far parte dell’Impero russo, dopo la conquista dei territori baltici da parte dello zar Pietro I il Grande (1682-1725). In tale contesto, un numero considerevole di estoni, soprattutto appartenenti alle popolazioni rurali, aderì alla fede ortodossa, spesso nella speranza di ottenere benefici sociali e fondiari. Questo fenomeno favorì la costruzione di numerosi edifici ecclesiastici e la progressiva diffusione dell’Ortodossia nel territorio estone. Nel 1850 la Chiesa Ortodossa Russa istituì la Diocesi di Riga, comprendente anche gran parte dei fedeli ortodossi dell’Estonia. Verso la fine del XIX secolo si intensificò la politica di russificazione promossa dall’autorità imperiale, sostenuta in particolare da settori della gerarchia ecclesiastica russa, ma non sempre condivisa dal clero ortodosso locale estone. A questo periodo risalgono anche importanti fondazioni ecclesiastiche, tra cui la Cattedrale di sant’Aleksandr Nevskij a Tallinn e il Monastero stavropigiale della Dormizione della Madre di Dio di Pühtitsa (Kuremäe), nell’Estonia orientale, che divennero significativi centri della presenza ortodossa nella regione.
Nel 1917 il sacerdote estone Platon (al secolo Paul Kul’busch) fu consacrato vescovo di Riga e vicario di Tallinn (1917-1919), divenendo così il primo vescovo di origine estone nella storia ecclesiastica del paese. Nel contesto delle persecuzioni seguite alla rivoluzione bolscevica, egli fu arrestato e assassinato nel 1919 insieme al proprio diacono, subendo il martirio per motivi legati alla fede e alla situazione politico-ecclesiastica dell’epoca. La sua testimonianza ecclesiale e il sacrificio della vita furono successivamente riconosciuti ufficialmente sia dal Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli sia dalla Chiesa Ortodossa Russa, che nel 2000 lo iscrissero nel catalogo dei santi. La sua memoria liturgica viene celebrata il 14 gennaio.
Dopo la proclamazione della Repubblica d’Estonia nel 1918, il Patriarca della Chiesa Ortodossa Russa, san Tikhon di Mosca (1917-1925), riconobbe nel 1920 l’autonomia ecclesiastica della Chiesa Ortodossa d’Estonia. In tale contesto, l’Arcivescovo Aleksander Paulus (1923-1953) venne eletto e intronizzato quale primate della Chiesa estone. Successivamente, nel 1923, l’Arcivescovo Aleksander si rivolse al Patriarcato Ecumenico chiedendo il riconoscimento canonico della Chiesa estone. Nello stesso anno, la Chiesa Ortodossa d’Estonia fu accolta sotto la giurisdizione canonica del Patriarcato Ecumenico, dal quale ricevette un ampio regime di autonomia ecclesiastica.
Prima del 1941, circa un quinto della popolazione dell’Estonia – tradizionalmente a maggioranza luterana sin dall’epoca della dominazione svedese del XVI secolo – apparteneva alla Chiesa Ortodossa posta sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico. La Chiesa Ortodossa d’Estonia possedeva allora una struttura ecclesiastica pienamente organizzata, comprendente 158 parrocchie e 183 membri del clero. Presso la Facoltà di Teologia dell’Università di Tartu era inoltre attiva una cattedra dedicata agli studi ortodossi, segno del rilevante sviluppo teologico ed ecclesiastico raggiunto dalla comunità ortodossa estone nel periodo interbellico.
Accanto alla vita parrocchiale, notevole importanza rivestiva anche il monachesimo. In Estonia erano presenti il monastero di Petseri, due conventi femminili a Narva e Kuremäe, nonché un priorato a Tallinn e un seminario teologico a Petseri. Particolare rilievo storico ebbe l’antico monastero di Petseri (Pechory), che all’epoca apparteneva al territorio della Repubblica Estone e oggi ricade nella Federazione Russa. Tale monastero riuscì a sopravvivere alle vaste distruzioni di chiese e istituzioni religiose perpetrate durante il periodo sovietico in Russia.
Nel 1940 l’Estonia venne occupata dall’Unione Sovietica e il nuovo regime avviò una sistematica politica di soppressione di ogni forma di autonomia ecclesiastica presente nei territori sottoposti al controllo sovietico. In tale contesto, anche la Chiesa Ortodossa d’Estonia fu privata progressivamente della propria indipendenza canonica e amministrativa. Durante il periodo dell’occupazione tedesca, tra il 1942 e il 1944, l’autonomia ecclesiastica sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico fu temporaneamente ristabilita. Tuttavia, con il ritorno del potere sovietico, la situazione mutò nuovamente in maniera radicale.
Nel 1945 un rappresentante del Patriarcato di Mosca procedette allo scioglimento dei membri del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa d’Estonia rimasti nel paese e istituì una nuova struttura amministrativa, denominata Consiglio Diocesano. In conseguenza di tali eventi, i fedeli ortodossi dell’Estonia occupata furono posti sotto la giurisdizione del Patriarcato di Mosca, e la Chiesa estone cessò di esistere come entità autonoma, venendo trasformata in una diocesi della Chiesa Ortodossa Russa.
Poco prima della seconda occupazione sovietica dell’Estonia, nel 1944, e della successiva dissoluzione del Santo Sinodo estone, il Primate della Chiesa, il Metropolita Aleksander, fu costretto a lasciare il paese insieme a ventuno sacerdoti e a circa ottomila fedeli ortodossi, trovando rifugio in esilio. La Chiesa Ortodossa d’Estonia in esilio, con sede sinodale in Svezia, continuò a esistere e a operare secondo il proprio ordinamento canonico, mantenendo viva la continuità ecclesiastica fino al ristabilimento dell’indipendenza dello Stato estone nel 1991. Prima della sua morte, avvenuta nel 1953, il metropolita Aleksander pose formalmente la comunità ecclesiastica estone in esilio sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico, costituendola quale Esarcato patriarcale. Nel frattempo, gran parte dei vescovi e del clero rimasti in Estonia fu deportata dalle autorità sovietiche nei campi di prigionia e nelle regioni della Siberia, condividendo la sorte di numerosi altri esponenti religiosi perseguitati dal regime ateo sovietico. Nel 1958 venne costituito un nuovo Santo Sinodo in esilio, attraverso il quale la Chiesa Ortodossa d’Estonia proseguì la propria attività ecclesiale e amministrativa dalla Svezia, custodendo la memoria storica, la tradizione liturgica e la continuità canonica della Chiesa estone.
In seguito al crollo dell’Unione Sovietica e al ristabilimento dell’indipendenza dell’Estonia, all’interno della comunità ortodossa del paese emersero profonde divisioni riguardo alla giurisdizione ecclesiastica da cui dipendere canonicamente. Una parte dei fedeli e del clero sosteneva il mantenimento del legame con il Patriarcato di Mosca, mentre un’altra auspicava il ristabilimento della dipendenza canonica dal Patriarcato Ecumenico, richiamandosi alla precedente autonomia della Chiesa Ortodossa d’Estonia nel periodo interbellico.
La controversia assunse anche una marcata dimensione etnica e culturale, poiché una parte considerevole della popolazione ortodossa di lingua russa era giunta in Estonia durante il periodo dell’occupazione sovietica, mentre molti estoni ortodossi vedevano nel ritorno sotto Costantinopoli un elemento strettamente connesso al recupero dell’identità nazionale ed ecclesiale del paese. I lunghi negoziati intercorsi tra il Patriarcato Ecumenico e il Patriarcato di Mosca non riuscirono inizialmente a condurre a una soluzione condivisa, dando origine a una complessa disputa canonica ed ecclesiologica che segnò profondamente la vita dell’Ortodossia estone nel periodo successivo alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Nel 1993 il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa d’Estonia in esilio venne nuovamente registrato quale continuatore giuridico della storica Chiesa Ortodossa Autonoma d’Estonia del periodo interbellico. Successivamente, il 20 febbraio 1996, il Patriarca Ecumenico Bartolomeo rinnovò il Tomos patriarcale concesso nel 1923, ristabilendo ufficialmente la subordinazione canonica della Chiesa Ortodossa d’Estonia al Patriarcato Ecumenico. Tale decisione suscitò l’immediata reazione del Patriarcato di Mosca. Il Patriarca Alessio II (1990-2008) contestò infatti il provvedimento, ritenendo l’Estonia parte integrante del territorio canonico della Chiesa Ortodossa Russa. In segno di protesta, il Patriarca di Mosca dispose temporaneamente la rimozione del nome del Patriarca Ecumenico dai dittici liturgici, interrompendo così la commemorazione ufficiale del Primate di Costantinopoli.
La controversia venne successivamente attenuata attraverso un accordo pratico, in base al quale alle singole comunità parrocchiali fu riconosciuta la facoltà di scegliere liberamente la giurisdizione ecclesiastica alla quale appartenere. Nonostante ciò, la comunità ortodossa dell’Estonia – che rappresenta circa il 14% della popolazione del paese – rimase divisa tra le due obbedienze ecclesiastiche. La maggioranza dei fedeli, prevalentemente di lingua ed etnia russa, continuò a dipendere dal Patriarcato di Mosca, mentre una parte significativa della popolazione ortodossa estone aderì alla Chiesa Autonoma sotto il Patriarcato Ecumenico. Secondo dati governativi pubblicati nel novembre 2003, circa 20.000 fedeli, per lo più di origine estone, appartenenti a 60 parrocchie, facevano parte della Chiesa Ortodossa Autonoma d’Estonia sotto Costantinopoli; circa 150.000 fedeli distribuiti in 31 parrocchie, insieme alla comunità monastica di Pühtitsa, rimanevano invece sotto la giurisdizione del Patriarcato di Mosca.
Nel 1999 la Chiesa Ortodossa Autonoma d’Estonia ottenne nuovamente un proprio vescovo residente. Fino a quel momento, infatti, essa era stata amministrata dall’Arcivescovo di Finlandia del Patriarcato Ecumenico in qualità di locum tenens. In quell’anno venne eletto Metropolita Stephanos (Charalambides), già vescovo ausiliare della Sacra Metropolia di Francia del Patriarcato Ecumenico, al quale fu affidata la guida pastorale della Chiesa estone autonoma.
Un momento di particolare rilievo nella vita ecclesiale dell’Estonia contemporanea si ebbe nel 2013, quando Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo si recò ufficialmente a Tallinn, su invito congiunto della Chiesa Ortodossa autonoma d’Estonia e del Presidente della Repubblica d’Estonia. La visita, avvenuta il 4 settembre 2013, ebbe luogo in occasione delle celebrazioni per il novantesimo anniversario della concessione dell’autonomia ecclesiastica alla Chiesa estone da parte della Chiesa Madre di Costantinopoli.
La presenza del Patriarca Ecumenico in Estonia assunse un forte valore ecclesiologico e simbolico, riaffermando i legami storici e canonici tra il Patriarcato Ecumenico e la Chiesa Ortodossa d’Estonia, nonché il ruolo del Trono Ecumenico nella vita dell’Ortodossia contemporanea.
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