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Chiesa Autonoma di Moldova

LA CHIESA AUTONOMA DI MOLDOVA

La presenza della Chiesa Ortodossa nella Repubblica di Moldova si articola oggi principalmente in due giurisdizioni ecclesiastiche canoniche: la Metropolia di Chișinău e di tutta la Moldova, comunemente denominata Chiesa Ortodossa Moldava, autonoma e dipendente dal Patriarcato di Mosca, e la Metropolia di Bessarabia, posta sotto la giurisdizione del Patriarcato di Romania e dotata anch’essa di uno statuto di autonomia ecclesiastica.

La coesistenza di queste due strutture riflette la complessa storia ecclesiastica, politica e culturale della regione moldava, segnata nel corso dei secoli dall’alternarsi dell’influenza russa e romena. La Metropolia di Chișinău rappresenta oggi la giurisdizione numericamente predominante nel paese, mentre la Metropolia di Bessarabia si richiama storicamente alla tradizione ecclesiastica romena presente nella regione prima dell’annessione della Bessarabia all’Impero russo.

Secondo un sondaggio Gallup del 2011 sulla religione in Moldova, tra i fedeli ortodossi del paese circa l’86% apparteneva alla Chiesa Ortodossa Moldava sotto il Patriarcato di Mosca, mentre il 13% faceva riferimento alla Metropolia di Bessarabia del Patriarcato di Romania. Accanto a queste due principali giurisdizioni sono presenti anche alcune comunità ortodosse minori, comprese realtà non canoniche, sebbene con una consistenza numerica molto limitata.

Le prime forme documentate di organizzazione cristiana nel territorio della futura Moldavia risalgono al XIII secolo. La più antica struttura ecclesiastica attestata è la Diocesi cattolica della Cumania, istituita nel 1227 nella parte meridionale della regione, nel contesto dei tentativi del Regno d’Ungheria di estendere la propria influenza politica ed ecclesiastica verso Oriente. Tuttavia, già nel 1234 le fonti menzionano la presenza di Moldavi ortodossi all’interno del territorio della diocesi, dotati di propri «pseudo-vescovi» o vescovi rurali, testimonianza della precoce esistenza di una consolidata tradizione ecclesiastica orientale. La Diocesi della Cumania venne distrutta poco dopo dall’invasione mongola del 1241 e soltanto dalla fine del XIII secolo i missionari cattolici poterono riprendere la loro attività nella Moldavia meridionale.

Nelle prime fasi della formazione statale del Principato di Moldavia, nel XIV secolo, la regione dipendeva ecclesiasticamente dal vescovo ortodosso di Halyč. Durante il regno del voivoda Lațcu (1367-1375), intorno al 1371, la corte moldava aderì temporaneamente al cattolicesimo e venne istituita una diocesi cattolica a Siret. Tale orientamento, tuttavia, ebbe breve durata: poco tempo dopo il voivoda Roman I (1391-1394) ristabilì l’orientamento ortodosso del Principato, nominando un ecclesiastico locale come vescovo.

Entro il 1391 Giuseppe di Belgorod era stato consacrato Metropolita per la Moldavia dall’Arcivescovo di Halyč. Tale iniziativa incontrò però l’opposizione del Patriarcato Ecumenico, che nello stesso anno nominò Teodosio quale metropolita di Moldavia e, poco dopo, Geremia. I sovrani moldavi rifiutarono di riconoscere tali nomine e allontanarono Geremia dal territorio del Principato, provocando la reazione del Patriarcato, che lanciò un anatema contro la Moldavia. Ulteriori missioni patriarcali furono inviate nel 1395 e nel 1397 nel tentativo di ristabilire l’autorità costantinopolitana sulla Chiesa locale. Nel frattempo, poiché la sede metropolitana rimaneva canonicamente vacante, Costantinopoli nominò nel 1394 il sacerdote moldavo Pietro come Esarca della Moldavia, decisione che probabilmente non venne accettata dalle autorità locali.

La crisi venne risolta nel 1401, quando il voivoda Alessandro il Buono (1440-1442) ottenne dal Patriarcato Ecumenico il riconoscimento ufficiale del Metropolita Giuseppe, precedentemente colpito da anatema, quale capo di una sede metropolitana moldava autonoma con sede a Suceava. La nuova metropolia disponeva di tre vescovati suffraganei ed esercitava la propria giurisdizione su tutto il territorio del Principato di Moldavia.

Parallelamente, Alessandro il Buono mostrò anche favore verso i cattolici: nel 1417 venne consacrato un nuovo vescovo cattolico a Baia, destinato principalmente alla cura pastorale dei mercanti ungheresi e tedeschi presenti nella città. La Moldavia partecipò inoltre al Concilio di Costanza nel 1421. Tali rapporti con Roma contribuirono tuttavia a creare tensioni tra la Chiesa moldava e il Patriarcato Ecumenico. Lo stesso Metropolita moldavo fu convocato a Costantinopoli nel 1415, ma dovette attendere fino al 1471, con l’ascesa di un nuovo Patriarca, per ottenere la piena conferma della propria posizione ecclesiastica.

Nel 1436 il Pontefice Romano nominò un moldavo, Gregorio, quale Arcivescovo di Moldavia, ma tale designazione non fu mai riconosciuta dai governanti del Principato e la figura scomparve rapidamente dalla scena storica. Delegati moldavi presero parte anche al Concilio di Firenze, dove il Metropolita ortodosso Damiano sottoscrisse l’unione tra Oriente e Occidente.

Dal XV secolo, con la progressiva subordinazione del Patriarcato Ecumenico al potere ottomano, anche la vita ecclesiastica moldava risentì dei nuovi equilibri politici dell’area balcanica. Da quel momento i metropoliti di Moldavia vennero consacrati dall’Arcivescovo di Ocrida, riflesso della nuova configurazione ecclesiastica sorta all’interno dell’Impero Ottomano.

Nel XVII secolo la Chiesa della Moldavia conobbe un’importante fase di sviluppo culturale ed ecclesiastico, caratterizzata soprattutto dall’introduzione progressiva della lingua nazionale nella vita liturgica e pastorale. In questo periodo numerosi testi religiosi, biblici e liturgici furono tradotti in lingua romena, specialmente durante il ministero del Metropolita Dositeo, contribuendo così alla formazione della coscienza religiosa e culturale del popolo moldavo e alla progressiva sostituzione dell’antico slavo ecclesiastico quale lingua della vita ecclesiale.

Nel 1677 la sede della Metropolia di Moldavia venne trasferita stabilmente a Iași, città che da allora divenne il principale centro ecclesiastico, culturale e spirituale del principato.

La Bessarabia, regione corrispondente alla parte orientale dell’antico Principato di Moldavia compresa tra i fiumi Prut e Dnestr, fu annessa all’Impero Russo nel 1812 in seguito al Trattato di Bucarest, concluso al termine della guerra russo-turca tra l’Impero Ottomano e la Russia zarista. Con l’annessione politica del territorio, anche l’organizzazione ecclesiastica locale venne progressivamente integrata nelle strutture della Chiesa Ortodossa Russa.

In seguito alla conclusione della Pace di Bucarest del 1812, che pose termine alla guerra russo-turca, l’Impero Russo occupò la parte orientale del Principato di Moldavia, compresa tra i fiumi Prut e Dnestr, regione che successivamente avrebbe assunto il nome di Bessarabia. Tale annessione determinò non soltanto una profonda trasformazione politica e amministrativa del territorio, ma anche rilevanti conseguenze sul piano ecclesiastico.

Con la separazione della Bessarabia dal restante territorio moldavo, le popolazioni ortodosse della regione si trovarono improvvisamente prive di una chiara organizzazione ecclesiastico-amministrativa, poiché le precedenti strutture canoniche della Metropolia di Moldavia risultavano ormai divise dai nuovi confini imposti dall’autorità imperiale russa. In questo contesto emerse la figura del Metropolita Gavriil Bănulescu-Bodoni (1812-1821), vescovo di origine romena e personalità di grande prestigio nella vita ecclesiastica dell’epoca, il quale si stabilì nella nuova provincia annessa con l’intento di organizzare canonicamente la vita della Chiesa locale.

Già nell’agosto del 1812, Gavriil indirizzò una lettera al comandante delle armate russe, l’ammiraglio Pavel Vasil’evič Čičagov (1807-1813), sottolineando la necessità di istituire una nuova circoscrizione ecclesiastica per i territori recentemente annessi all’Impero. Successivamente, nel novembre dello stesso anno, presentò ufficialmente al Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa un articolato progetto per l’organizzazione della nuova eparchia della Bessarabia.

Il progetto prevedeva la costituzione di una struttura ecclesiastica autonoma sul piano amministrativo, capace di rispondere alle necessità pastorali della popolazione locale, preservandone al tempo stesso le tradizioni liturgiche e linguistiche. L’iniziativa di Gavriil Bănulescu-Bodoni rappresentò così il fondamento della futura Eparchia di Chișinău e Hotin, istituita ufficialmente nel 1813 e destinata a svolgere un ruolo decisivo nella vita religiosa, culturale e identitaria della Bessarabia nel corso del XIX secolo.

Il 21 agosto 1813 il progetto elaborato dal Metropolita Gavriil Bănulescu-Bodoni venne ufficialmente approvato dallo zar Alessandro I (1891-1825) mediante apposito Decreto imperiale (ucaz), segnando così la fondazione canonica e amministrativa della nuova Eparchia di Chișinău e Hotin. Il Decreto imperiale rivestì particolare importanza non soltanto sotto il profilo ecclesiastico, ma anche sul piano politico e culturale, poiché stabiliva esplicitamente che nella nuova diocesi dovessero essere rispettate le «consuetudini locali», in quanto alla popolazione della Bessarabia era stato riconosciuto il diritto di conservare gli antichi ordinamenti moldavi. Tale disposizione rifletteva la volontà dell’amministrazione russa di favorire inizialmente una politica di integrazione graduale del territorio annesso, evitando brusche rotture con le tradizioni religiose e giuridiche della popolazione locale.

Nell’ambito della nuova Eparchia fu pertanto mantenuta, almeno nella fase iniziale, la tradizionale organizzazione ecclesiastica della Chiesa di Moldavia. Continuarono a esistere i medesimi vicariati territoriali (protopopiati) già operanti prima dell’annessione russa, tra i quali quelli di Hotin, Soroca, Fălești, Orhei, Lăpușna, Hotărniceni, Codru e della Bassa Bessarabia. Tale continuità amministrativa consentì alla nuova struttura ecclesiastica di preservare un significativo legame con la tradizione canonica moldava precedente al 1812.

Alla giurisdizione della nuova Eparchia di Chișinău e Hotin furono inoltre aggregati anche alcuni territori situati sulla riva sinistra del Dnestr, ampliando così l’estensione canonica della diocesi oltre i confini storici della Moldavia orientale. Questa incorporazione evidenziava la volontà dell’Impero Russo di consolidare l’unità amministrativa ed ecclesiastica delle regioni occidentali recentemente integrate nel proprio spazio politico e religioso.

Alla guida della nuova Eparchia di Chișinău e Hotin, l’Arcivescovo di Chișinău era assistito da vicari foranei, denominati protopopi o blagocini, ai quali veniva affidata la supervisione amministrativa e pastorale delle chiese e del clero presenti nei rispettivi distretti ecclesiastici. Essi svolgevano un ruolo fondamentale nell’organizzazione della vita ecclesiale locale, fungendo da intermediari tra l’autorità episcopale e le singole comunità parrocchiali.

Al momento della sua costituzione, l’Eparchia di Chișinău e Hotin comprendeva complessivamente 812 chiese, delle quali 712 situate nel territorio della Bessarabia e circa un centinaio nelle regioni poste sulla riva sinistra del Dnestr. Tali dati testimoniano l’ampia diffusione della vita ecclesiastica ortodossa nella regione e l’importanza strategica attribuita dall’amministrazione imperiale russa all’organizzazione religiosa dei territori recentemente annessi.

Per garantire il regolare funzionamento dell’amministrazione ecclesiastica e disciplinare le controversie sorte all’interno della diocesi, nel settembre del 1813 venne inoltre istituito il «Dicastero Esarcale di Chișinău». Questo organismo rappresentava la principale autorità giudiziaria ed amministrativa ecclesiastica dell’eparchia e costituiva uno strumento essenziale per il consolidamento della nuova struttura canonica nell’ambito della giurisdizione della Chiesa Ortodossa Russa.

La carenza di libri liturgici e di testi necessari alla vita ecclesiastica e pastorale spinse il Metropolita Gavriil Bănulescu-Bodoni a rivolgersi al Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa, chiedendo, il 25 settembre 1813, l’autorizzazione per l’istituzione di una tipografia ecclesiastica a Chișinău. Tale iniziativa rispondeva alla necessità di garantire la diffusione dei libri liturgici, dei testi catechetici e delle opere indispensabili alla formazione del clero e alla cura spirituale del popolo ortodosso della Bessarabia.

Il 4 maggio 1814 il Santo Sinodo approvò ufficialmente l’apertura della Tipografia Esarcale di Chișinău, che divenne ben presto uno dei principali centri editoriali ecclesiastici della regione. Attraverso questa istituzione, Bănulescu-Bodoni promosse la pubblicazione di libri in lingua romena e in slavo ecclesiastico, contribuendo non soltanto all’organizzazione della vita liturgica, ma anche alla conservazione della tradizione culturale e linguistica moldava nel nuovo contesto politico dell’Impero russo.

Parallelamente, il metropolita comprese l’urgenza di formare un clero adeguatamente istruito e preparato dal punto di vista teologico e pastorale. Per questo motivo, nel gennaio del 1814 venne fondato il Seminario Teologico di Chișinău, destinato a diventare il principale centro di formazione ecclesiastica della Bessarabia. Il seminario svolse un ruolo decisivo nella preparazione delle nuove generazioni di sacerdoti, insegnanti e funzionari ecclesiastici, contribuendo in modo significativo allo sviluppo della vita religiosa e culturale della regione nel corso del XIX secolo.

Dopo la morte del metropolita Gavriil Bănulescu-Bodoni, avvenuta nel 1821, la guida dell’Eparchia di Chișinău e Hotin passò a Dimitrie (Sulima), già vescovo vicario di Tighina e Akerman dal 1811. Il suo episcopato fu caratterizzato da un’intensa attività di riorganizzazione ecclesiastica e di consolidamento della vita spirituale della Bessarabia ortodossa.

Particolare attenzione venne dedicata alla vita monastica. Con l’intento di rafforzare la disciplina e la vita comune nei monasteri, Dimitrie introdusse nel 1830 il sistema cenobitico in tutti i monasteri e gli eremi della Bessarabia, favorendo così una più stabile organizzazione della vita ascetica e comunitaria secondo la tradizione ortodossa. Parallelamente, egli si adoperò per il rinnovamento pastorale del clero, emanando numerose disposizioni affinché i sacerdoti pronunciassero regolarmente prediche e catechesi durante la celebrazione della Divina Liturgia, con l’obiettivo di elevare il livello spirituale e religioso dei fedeli.

Il Metropolita Dimitrie promosse inoltre importanti riforme amministrative ed ecclesiastiche. Nel 1835 il «Dicastero Esarcale» di Chișinău venne trasformato in «Concistoro ecclesiastico», nuova istituzione dotata di competenze amministrative, giudiziarie e disciplinari, destinata a rafforzare il controllo e l’organizzazione della vita ecclesiale nella regione. Contestualmente, i precedenti vicariati furono aboliti e sostituiti da otto protoierie (arcipreture), strutturate secondo la suddivisione amministrativa dei distretti della Bessarabia.

Un ulteriore cambiamento territoriale si verificò nel 1837, quando i territori situati sulla riva sinistra del Dnestr furono separati dall’Arcidiocesi di Chișinău e Hotin ed incorporati nella nuova arcidiocesi di Odessa e Kherson, recentemente istituita nell’ambito dell’organizzazione ecclesiastica dell’Impero Russo.

Dopo la morte dell’Arcivescovo Dimitrie, avvenuta il 4 agosto 1844, la guida dell’Eparchia di Chișinău e Hotin passò a Irinarh (Popov). Il suo episcopato coincise con una fase di progressiva integrazione della struttura ecclesiastica bessarabica nel modello amministrativo del Patriarcato di Mosca, processo che comportò l’adozione di norme organizzative, disciplinari e amministrative conformi al sistema sinodale vigente nell’Impero Russo. Parallelamente a questa riorganizzazione istituzionale, il periodo del ministero di Irinarh fu caratterizzato da una significativa attività edilizia ed ecclesiastica. Sotto la sua guida vennero edificati o restaurati numerosi luoghi di culto, contribuendo al consolidamento della presenza ortodossa nella regione e al rafforzamento della vita religiosa delle comunità locali.

Al termine del suo episcopato, nel 1858, l’Eparchia contava complessivamente 865 chiese parrocchiali, delle quali 314 costruite in pietra e 551 in legno. A queste si aggiungevano 36 cappelle e 34 chiese appartenenti ai 21 monasteri allora presenti nel territorio dell’Eparchia, dato che testimonia la notevole estensione della rete ecclesiastica e monastica della Bessarabia nella metà del XIX secolo.

Nel 1858 iniziò la pubblicazione del periodico ufficiale dell’eparchia, intitolato «Il Messaggero dell’Eparchia di Chișinău e Hotin», redatto con testo parallelo in lingua romena e russa. Tale iniziativa rappresentò un importante strumento di comunicazione ecclesiastica e pastorale, nonché un significativo mezzo di diffusione della vita religiosa e amministrativa della Chiesa locale all’interno della Bessarabia.

Nel medesimo periodo, in seguito ai mutamenti politico-territoriali conseguenti alla Guerra di Crimea e al Trattato di Parigi del 1856, novantaquattro chiese situate nella parte meridionale della Bessarabia furono restituite al Principato di Moldavia. Esse vennero successivamente incorporate nella nuova Eparchia romena del Basso Danubio, con sede episcopale a Ismail, segnando così una rilevante riduzione territoriale della giurisdizione ecclesiastica di Chișinău.

Nel marzo del 1858 l’arcivescovo Irinarh rinunciò al governo dell’Eparchia. Successivamente fu trasferito alla sede di Kameneț-Podol’sk e, in seguito, a quella di Rjazan’, dove concluse la propria vita nel 1877.

Dopo l’arcivescovo Irinarh (Popov), il governo ecclesiastico della Bessarabia passò ad Antonie (Șocotov), sotto il quale l’Eparchia conobbe una significativa riorganizzazione amministrativa e pastorale. Durante il suo episcopato furono aboliti gli antichi vicariati territoriali e l’Arcidiocesi venne suddivisa in trentacinque distretti decanali (ocruguri blagocinești), ciascuno affidato alla supervisione di un protopriore o blagocin, incaricato del coordinamento della vita ecclesiastica locale e della vigilanza sul clero e sulle parrocchie. Nel medesimo periodo, le chiese dell’Eparchia furono classificate in tre categorie, sulla base del numero dei fedeli appartenenti a ciascuna comunità parrocchiale, introducendo così un sistema amministrativo più organico e funzionale.

Particolarmente rilevante fu anche l’atteggiamento dell’Arcivescovo Antonie nei confronti della tradizione ecclesiastica locale: durante il suo governo, infatti, la lingua romena continuò a essere utilizzata sia come lingua liturgica nelle celebrazioni divine, sia negli atti amministrativi ecclesiastici e nella stampa dei libri religiosi, preservando così il carattere culturale e spirituale romeno della Chiesa bessarabica. Il suo episcopato fu inoltre caratterizzato da una notevole attività edilizia ed ecclesiastica. Sotto la sua guida furono costruite ex novo oppure restaurate circa trecento chiese. Alcuni tra questi edifici sacri costituiscono ancora oggi importanti monumenti di architettura ecclesiastica, come i monasteri e le chiese di Vărzărești, Curchi, Călărășeuca e Condrița. Nel 1870 venne inoltre fondato l’eremo di Bocancea, che contribuì allo sviluppo della vita monastica nella regione.

In questo periodo si sviluppò altresì una significativa attività di assistenza sociale e di promozione ecclesiale attraverso le cosiddette confraternite (frății), organismi religiosi e caritativi destinati al sostegno della vita spirituale, educativa e filantropica della popolazione ortodossa. La prima tra queste fu la Confraternita di Chișinău, dedicata a sant’Alexander Nevskij e fondata nel 1866.

Nel 1868 ebbero inizio i Congressi eparchiali annuali, convocati per affrontare le questioni amministrative, pastorali ed economiche dell’Eparchia; nello stesso anno furono istituiti anche i congressi distrettuali dei decanati, mentre presso il centro eparchiale operava stabilmente un apposito comitato eparchiale incaricato del coordinamento delle attività ecclesiastiche locali.

Nel 1871, dopo la morte dell’arcivescovo Antonie Șocotov, la guida della Chiesa in Bessarabia passò a Pavel (Lebedev), il cui episcopato rappresentò una delle fasi più controverse della storia ecclesiastica bessarabica sotto il dominio russo. Durante il suo mandato si accentuò sensibilmente la politica di russificazione e di denazionalizzazione della popolazione locale. Uno dei primi provvedimenti adottati in tale direzione fu l’introduzione obbligatoria del bilinguismo liturgico nelle chiese e nei monasteri dove fino ad allora le celebrazioni si svolgevano esclusivamente in lingua romena: da quel momento le funzioni avrebbero dovuto essere officiate sia in russo sia in romeno (moldavo). Parallelamente, dal 1871 il giornale ufficiale dell’Eparchia cessò di essere pubblicato in forma bilingue e venne stampato esclusivamente in lingua russa, segnando un ulteriore passo verso l’imposizione culturale e amministrativa dell’elemento russo nella vita ecclesiastica della regione.

Secondo quanto riferisce lo scrittore russo Piotr Nikolaevic Durnovo (1845-1915), durante il governo dell’Arcivescovo Pavel vennero ritirati dalle chiese moldave numerosi libri liturgici in lingua romena stampati in caratteri cirillici e depositati presso la sede metropolitana di Chișinău. Sempre secondo tale testimonianza, questi volumi sarebbero stati progressivamente distrutti nel corso di circa sette anni, venendo utilizzati persino come combustibile per il riscaldamento del palazzo metropolitano. Per questo motivo, la notizia del trasferimento dell’Arcivescovo Pavel nel 1882 fu accolta con grande sollievo e gioia da ampi settori della popolazione moldava, che vedevano nella sua partenza la speranza di un’attenuazione della politica di russificazione ecclesiastica e culturale.

Successore dell’Arcivescovo Pavel (Lebedev) fu Serghie (Lapidevschi), il quale si trovò a dover affrontare una situazione ecclesiastica particolarmente complessa, segnata dalle tensioni e dai profondi malcontenti provocati dalle misure di russificazione adottate dal suo predecessore. Una parte considerevole della sua attività pastorale e amministrativa fu pertanto orientata al ristabilimento della pace ecclesiale e alla normalizzazione dei rapporti tra gerarchia e popolazione locale.

Nel tentativo di attenuare il clima di conflittualità creatosi negli anni precedenti, Serghie autorizzò nuovamente l’uso della lingua romena nelle celebrazioni liturgiche e nella vita ecclesiastica locale, favorendo così una parziale restaurazione delle tradizioni religiose autoctone. Tuttavia, il suo episcopato fu caratterizzato anche da decisioni controverse. Egli, infatti, sostenne la chiusura della tipografia eparchiale di Chișinău, ritenendo che essa «non avesse più alcuno scopo». Tale scelta rappresentò un duro colpo per la produzione editoriale ecclesiastica in lingua romena, che fino ad allora aveva svolto un ruolo fondamentale nella conservazione dell’identità culturale e spirituale locale. Di conseguenza, la tipografia eparchiale venne venduta al monastero di Noul-Neamț di Chițcani, nei pressi di Tighina. Nonostante il trasferimento, essa rimase inattiva per un lungo periodo, determinando un significativo rallentamento dell’attività editoriale religiosa nella regione.

Nel 1891 l’arcivescovo Serghie (Lapidevschi) venne trasferito alla Metropolia di Odessa, ponendo così termine al suo ministero presso la cattedra di Chișinău. Alla guida dell’Eparchia gli succedette Isachie (Polojenschi), il cui episcopato ebbe tuttavia breve durata, protrattosi soltanto fino al 1892. In quello stesso anno la direzione della Chiesa passò a Neofit (Nevodčikov), il quale governò l’eparchia fino al 1898. Al termine del suo ministero si ritirò a Ismail, lasciando una Chiesa profondamente segnata dalle trasformazioni amministrative ed ecclesiastiche del XIX secolo.

Nello stesso anno, il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa nominò alla cattedra di Chișinău e Hotin il vescovo Iacov (Piatnițki), vescovo ricordato per il suo profondo zelo pastorale, la rettitudine morale e l’autentico amore verso il popolo affidato alle sue cure spirituali. Durante il suo episcopato dedicò particolare attenzione alla promozione della cultura cristiana e al rafforzamento della formazione morale e religiosa sia del clero sia dei fedeli. Consapevole dell’importanza dell’istruzione ecclesiastica e della diffusione della letteratura spirituale nella lingua del popolo, egli intraprese un’intensa attività missionaria e culturale.

A questo scopo fondò a Chișinău la «Confraternita ortodossa missionaria della Natività del Signore», istituzione destinata a sostenere l’opera pastorale, catechetica ed educativa dell’eparchia. Grazie, inoltre, all’approvazione ottenuta dal Santo Sinodo, promosse la pubblicazione di opuscoli, testi religiosi e opere spirituali in lingua moldava-romena, contribuendo in modo significativo alla conservazione della tradizione ecclesiastica locale. Tra le pubblicazioni più rilevanti di questo periodo si distingue la monumentale opera agiografica intitolata «Le vite dei santi», che rappresentò un importante strumento di edificazione spirituale per il clero e la popolazione.

A partire dal 1904, la Chiesa venne guidata dall’Arcivescovo Vladimir (Sincovschi), vescovo distinto per la sua sensibilità pastorale e per il sincero impegno profuso a favore della rinascita spirituale del popolo affidato alla sua cura ecclesiastica. Animato dal desiderio di sostenere la vita religiosa e culturale della popolazione locale, egli si dedicò personalmente all’apprendimento della lingua rumena, che utilizzò successivamente anche nella predicazione all’interno della cattedrale di Chișinău. Tale scelta rappresentò un gesto di particolare importanza pastorale e identitaria, soprattutto nel contesto delle tensioni culturali e linguistiche che avevano caratterizzato la seconda metà del XIX secolo. L’Arcivescovo Vladimir promosse inoltre l’insegnamento della lingua rumena presso il Seminario Teologico di Chișinău, assumendosi personalmente le spese per il mantenimento dell’insegnante incaricato. Questa iniziativa contribuì significativamente alla formazione di un clero maggiormente vicino alla lingua e alla tradizione spirituale del popolo.

In seguito alla deliberazione del Congresso eparchiale del 1905, l’Arcivescovo presentò al Santo Sinodo della Chiesa Russa la richiesta ufficiale di riapertura della tipografia eparchiale, chiusa negli anni precedenti. L’autorizzazione fu concessa il 25 aprile 1905, segnando così un momento importante per la vita culturale ed ecclesiastica locale. La nuova tipografia venne installata a Chișinău, in un edificio donato al clero dal monastero di Dobrușa, e iniziò ufficialmente la propria attività il 26 ottobre 1906.

Nel gennaio del 1908 vide la luce la prima rivista ecclesiastica in lingua rumena, intitolata «Luminătorul» (L’Illuminatore), destinata a svolgere un ruolo significativo nella diffusione della cultura religiosa e della coscienza ecclesiale tra i fedeli della regione. La pubblicazione rappresentò un importante strumento pastorale e culturale, favorendo l’utilizzo della lingua rumena nella vita ecclesiastica e contribuendo al consolidamento dell’identità spirituale locale. Sempre durante il ministero dell’arcivescovo Vladimir (Sincovschi) iniziò la propria attività anche la «Società storico-archeologica-ecclesiastica della Bessarabia», istituzione dedicata allo studio della storia della Chiesa locale, alla conservazione del patrimonio ecclesiastico e alla valorizzazione delle tradizioni spirituali della regione.

L’opera pastorale e culturale dell’Arcivescovo Vladimir, caratterizzata da una particolare attenzione verso il popolo bessarabico e dalla promozione della lingua rumena nella vita ecclesiale, non fu tuttavia accolta favorevolmente da tutti gli ambienti ecclesiastici e amministrativi dell’Impero Russo. Per tale motivo, nel 1908 egli venne trasferito nella regione del Don.

Alla guida dell’eparchia di Chișinău e Hotin fu quindi nominato Serafim (Ciciagov), il quale, secondo numerose testimonianze storiche, sarebbe stato inviato in Bessarabia con il preciso compito di contrastare e indebolire il movimento di risveglio nazionale e culturale sviluppatosi durante il governo pastorale del suo predecessore.

Durante il governo ecclesiastico di Serafim (Ciciagov) emerse in Bessarabia un movimento settario noto con il nome di «inochentismo», derivato dal suo fondatore, il monaco Inochentie del monastero di Balta. Tale corrente, caratterizzata da accentuati elementi mistici ed estremistici, si diffuse rapidamente tra parte della popolazione rurale, suscitando viva preoccupazione nelle autorità ecclesiastiche. Le nuove sette venivano percepite come un serio pericolo per la stabilità religiosa e per l’unità dell’Ortodossia nella regione.

Per contrastare la propagazione dei movimenti settari, presso Chișinău fu istituito uno speciale «servizio missionario», incaricato della predicazione, della catechesi e della difesa della dottrina ortodossa tra il popolo. Parallelamente, in quegli anni si registrarono anche alcuni sviluppi favorevoli alla vita religiosa locale. Con Decreto imperiale si autorizzò infatti la celebrazione delle funzioni divine anche in lingua moldava-romena, accogliendo così una richiesta a lungo sostenuta dal clero e dai fedeli. In tale contesto, il 23 luglio 1913 rappresentò una data di particolare rilievo nella vita ecclesiale della regione: per la prima volta i fedeli poterono ascoltare l’intera Divina Liturgia celebrata in lingua autoctona, evento accolto con profonda emozione e percepito come un importante riconoscimento dell’identità spirituale e culturale locale.

Nel 1914 Serafim lasciò la sede di Chișinău e gli succedette Platon (Roždestvenskij), già arcivescovo del Nord America e delle Aleutine. Il suo ministero in Moldova fu tuttavia breve, poiché nel 1915 venne trasferito e sostituito da Anastasie (Gribanovschi). Durante il governo ecclesiastico di quest’ultimo si verificarono avvenimenti di decisiva importanza per la storia della regione e del suo popolo, nel contesto delle profonde trasformazioni politiche e sociali provocate dalla Prima guerra mondiale e dal successivo crollo dell’Impero Russo.

Nel clima di profondo rinnovamento politico ed ecclesiastico seguito alla Rivoluzione russa del 1917, anche in Bessarabia emersero con forza aspirazioni di autonomia ecclesiale e di riaffermazione dell’identità nazionale locale. In tale contesto, il 19 e 20 aprile 1917 si riunì a Chișinău il Congresso del clero della Bessarabia, evento di particolare importanza per la storia della Chiesa locale. Nel corso dei lavori congressuali, i sacerdoti avanzarono la richiesta di una più ampia autonomia amministrativa ed ecclesiastica della Chiesa della regione, proponendo al contempo l’istituzione di una Metropolia autonoma guidata da un Metropolita autoctono, capace di rispondere più adeguatamente alle esigenze spirituali, culturali e linguistiche del popolo locale. Tali richieste riflettevano il crescente risveglio nazionale della popolazione bessarabica e il desiderio di sottrarsi ai processi di russificazione che avevano caratterizzato i decenni precedenti.

Nell’agosto dello stesso anno si aprì a Mosca il Grande Sinodo Locale della Chiesa Ortodossa Russa, convocato dopo oltre due secoli di amministrazione sinodale instaurata da Pietro il Grande. Ai lavori del Sinodo partecipò anche l’Arcivescovo Anastasie (Gribanovschi), allora a capo della Chiesa di Bessarabia. Durante questo storico Sinodo, che restaurò anche il Patriarcato di Mosca con l’elezione del patriarca Tichon, l’arcidiocesi di Chișinău venne elevata ufficialmente al rango di Metropolia della Bessarabia. Tale decisione costituì un importante riconoscimento dell’importanza ecclesiastica della regione e rappresentò una tappa fondamentale nel processo di consolidamento dell’identità religiosa e nazionale della Bessarabia ortodossa.

Dopo l’unione politica della Bessarabia con il Regno di Romania, anche la situazione ecclesiastica della regione entrò in una nuova fase di riorganizzazione canonica e amministrativa. Mediante una Gramota patriarcale – ossia una lettera ufficiale – datata 23 maggio 1918 e indirizzata a Sua Beatitudine Pimen, Primate della Chiesa Ortodossa Romena, il Santo Patriarca Tichon di Mosca riconobbe alla Chiesa della Bessarabia piena libertà di determinare il proprio futuro ecclesiastico. Nel documento patriarcale si stabiliva che la Chiesa bessarabica, attraverso il proprio Congresso eparchiale, potesse decidere autonomamente con quale Chiesa autocefala unirsi e secondo quali modalità canoniche e amministrative mantenere i propri rapporti ecclesiastici. Tale decisione si inseriva nel più ampio contesto delle profonde trasformazioni politiche ed ecclesiali seguite al crollo dell’Impero Russo e alla ridefinizione degli assetti territoriali dell’Europa orientale dopo la Prima Guerra Mondiale.

Successivamente, la Chiesa della Bessarabia venne integrata nella struttura ecclesiastica della Chiesa Ortodossa Romena, in conformità con il canone 38 del Concilio in Trullo, secondo il quale l’organizzazione ecclesiastica deve seguire le modificazioni dell’assetto politico-amministrativo dei territori. In tale quadro, l’Arcivescovo Anastasie (Gribanovschi) fu ammesso quale membro del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Romena, pur senza aver espresso formalmente il proprio consenso all’unione canonica con la Chiesa romena.

Poiché egli non prese parte alle sedute del Santo Sinodo, il 14 giugno 1918 venne rimosso dalla guida dell’Arcidiocesi. Per assicurare l’amministrazione ecclesiastica della regione, fu quindi nominato locum tenens il vescovo di Huși, Nicodim (Munteanu), futuro Patriarca della Chiesa Ortodossa Romena, incaricato di governare temporaneamente gli affari ecclesiastici della Bessarabia fino all’elezione dei nuovi vescovi e metropoliti da parte del Grande Collegio elettorale ecclesiastico.

Nel febbraio del 1920 si svolse a Chișinău il Congresso eparchiale della Bessarabia, evento di particolare rilievo per la riorganizzazione della vita ecclesiastica della regione nel nuovo contesto politico ed ecclesiale seguito all’unione con il Regno di Romania. Nel corso dei lavori congressuali venne eletto alla guida della Chiesa di Bessarabia Gurie (Grosu), già vescovo vicario della Metropolia di Iași, figura che avrebbe svolto un ruolo determinante nel consolidamento dell’organizzazione ecclesiastica bessarabica nel periodo interbellico.

Durante il suo ministero episcopale proseguì intensamente l’opera di edificazione e di rinnovamento delle strutture ecclesiastiche della regione. La costruzione e il restauro dei luoghi di culto conobbero un notevole sviluppo, contribuendo al rafforzamento della vita pastorale e religiosa del popolo ortodosso della regione. Nel 1925 il numero delle chiese presenti nel territorio raggiunse le 1090 unità, servite da un equivalente numero di sacerdoti, dato che testimonia sia la vitalità della Chiesa locale sia l’ampia diffusione della vita liturgica e sacramentale nelle comunità della regione.

Particolare attenzione venne riservata anche allo sviluppo dell’istruzione teologica, che durante questo periodo conobbe un significativo consolidamento istituzionale e accademico. Nel settembre del 1926 fu istituita a Chișinău la Facoltà di Teologia affiliata all’Università di Iași, evento che segnò un importante progresso nella formazione superiore del clero e degli intellettuali ecclesiastici della Bessarabia. Parallelamente, nel 1927 il Seminario Teologico «Metropolita Gavriil Bănulescu» di Chișinău venne riorganizzato, passando da dieci a otto classi, secondo i nuovi criteri pedagogici e formativi adottati dalla Chiesa e dallo Stato romeno. A esso si aggiunsero altri due seminari teologici, anch’essi articolati in otto classi, fondati rispettivamente a Ismail e a Edineț, con l’obiettivo di garantire una più ampia preparazione del clero locale e di sostenere la vita pastorale nelle diverse regioni della Bessarabia.

In tale contesto operarono eminenti personalità del mondo teologico e culturale romeno, tra cui Nichifor Crainic, Gala Galaction, Constantin Tomescu, Ioan Savin, Serghie Bejan e Mihail Berezovschi, insieme ad altri illustri docenti, i quali contribuirono in modo decisivo allo sviluppo della riflessione teologica, della cultura ecclesiastica e della formazione spirituale del clero locale e no.

Anche gli antichi monasteri della Bessarabia continuarono a svolgere una intensa missione spirituale e pastorale, rimanendo centri vivi di preghiera, di vita ascetica e di testimonianza ortodossa. In questo periodo il numero complessivo dei monaci e delle monache presenti nei monasteri della regione superò le 2400 unità, dato che evidenzia la particolare vitalità del monachesimo bessarabico nel periodo interbellico.

Nel medesimo periodo venne avviata anche una significativa riforma dell’organizzazione ecclesiastica della Bessarabia. Accanto all’Arcidiocesi di Chișinău, il 10 marzo 1923 furono costituite altre due diocesi: la Diocesi di Cetatea Albă, con sede episcopale a Ismail, e la Diocesi di Hotin, con sede a Bălți. Alla guida della nuova Diocesi di Cetatea Albă fu eletto il vescovo Nectarie (Cotlearciuc), mentre la Diocesi di Hotin venne affidata a Visarion (Puiu), figura destinata ad avere un ruolo di particolare rilievo nella vita ecclesiastica romena del periodo interbellico. Il processo di consolidamento istituzionale della Chiesa bessarabica culminò nell’aprile del 1928, quando l’Arcidiocesi di Chișinău fu elevata al rango di Metropolia, fatto che sancì ufficialmente la piena maturazione dell’organizzazione ecclesiastica ortodossa della Bessarabia all’interno della Chiesa Ortodossa Romena.

Il Metropolita Gurie (Grosu) resse la Chiesa della Bessarabia fino all’anno 1936, svolgendo un’intensa attività pastorale, culturale ed amministrativa, che contribuì in modo determinante al consolidamento della vita ecclesiastica nella provincia tra le due guerre mondiali. Dopo la sua uscita dalla guida della Metropolia, l’amministrazione ecclesiastica bessarabica venne affidata successivamente ad alcuni locum tenens e reggenti metropolitani: dapprima a Nicodim (Munteanu), dal novembre 1936 al giugno 1937, quindi a Cosma (Petrovici), dal giugno 1937 al febbraio 1938, e infine a Efrem (Enăchescu), che resse la Metropolia dal marzo 1938 fino al gennaio 1944, in un periodo segnato da profondi mutamenti politici e dalle drammatiche conseguenze del secondo conflitto mondiale.

Mentre la vita ecclesiastica della Bessarabia interbellica continuava a svilupparsi in modo relativamente stabile, ben diversa era la condizione dei cristiani ortodossi presenti nei territori situati sulla riva sinistra del Dnestr, sottoposti al regime sovietico e alla politica ateistica del potere bolscevico. Le comunità ortodosse di quelle regioni condivisero infatti il tragico destino dell’intera popolazione rimasta sotto il dominio comunista, segnato da persecuzioni, repressioni e sistematici tentativi di eliminazione della vita religiosa. Già agli inizi del 1918 si verificarono i primi episodi di violenza contro il clero: presso la stazione ferroviaria di Vjatka venne assassinato Dionisie (Sosnovschi), già vescovo vicario di Ismail, mentre il 1º gennaio fu ucciso in carcere Serafim (Ciciagov), già Arcivescovo di Chișinău.

Nel quadro della lotta ideologica intrapresa contro la Chiesa, le autorità sovietiche avviarono una vasta campagna di chiusura dei luoghi di culto e di repressione della vita religiosa. Entro il 1938, nei quattordici distretti che costituivano la cosiddetta Repubblica Autonoma Sovietica Socialista Moldava (RASSM), quasi tutte le chiese erano state soppresse: delle 305 esistenti, soltanto una rimaneva ancora aperta al culto.

La situazione spirituale e sociale della popolazione ortodossa divenne drammatica. La mancanza di sacerdoti, la proibizione delle celebrazioni e il timore costante delle persecuzioni condussero molti fedeli a pratiche estreme: non pochi celebravano simbolicamente il proprio funerale mentre erano ancora in vita, temendo che, dopo la morte, nessuno avrebbe potuto assicurare loro una sepoltura cristiana. Questa tragica realtà, frutto della politica antireligiosa del regime sovietico, sarebbe stata successivamente estesa anche alla Bessarabia, con conseguenze profonde per la vita ecclesiale, culturale e spirituale della regione.

Nel 1940 la Bessarabia fu occupata dall’Unione Sovietica in seguito all’applicazione del Protocollo segreto del Patto Ribbentrop-Molotov. L’ingresso delle truppe sovietiche il 28 giugno 1940 segnò l’inizio di un periodo di profonde sofferenze e di dure repressioni per la popolazione locale e, in modo particolare, per la Chiesa Ortodossa. L’atteggiamento delle nuove autorità verso il clero si manifestò sin dall’inizio con estrema durezza. A Ismail venne assassinato il sacerdote Munteanu, mentre il noto sacerdote e compositore Mihail Berezovschi morì in circostanze mai del tutto chiarite. La repressione colpì anche la gerarchia ecclesiastica: il 24 giugno 1941 fu arrestato il vescovo Alexie, designato dal Patriarcato di Mosca per l’amministrazione della Metropolia di Bessarabia. Nel contesto della ritirata sovietica, all’inizio della guerra contro la Romania e la Germania, si verificarono numerosi atti di violenza e rappresaglia. Tra questi viene ricordata l’esecuzione del sacerdote Eustratie Chiriță, nel villaggio di Pitușca, accusato di aver celebrato una Azione di grazia per la vittoria dell’esercito romeno. Tali avvenimenti inaugurarono una delle pagine più drammatiche della storia ecclesiastica bessaraba del XX secolo, caratterizzata da persecuzioni, deportazioni e da un sistematico tentativo di soppressione della vita religiosa.

Con il ritorno della Bessarabia sotto l’amministrazione romena, ebbe inizio un’importante opera di ricostruzione ecclesiastica e spirituale. Il Metropolita Efrem Enăchescu fece ritorno a Chișinău e, nel 1944, venne eletto Metropolita della Bessarabia. Durante gli anni della guerra furono riaperte numerose chiese e monasteri: tornarono infatti alla vita liturgica circa 888 chiese e 25 monasteri, segnando una temporanea rinascita della vita religiosa nel territorio. Tuttavia, tale periodo ebbe breve durata. Con il ristabilimento del potere sovietico nell’agosto del 1944, la Chiesa della Bessarabia fu nuovamente subordinata al Patriarcato di Mosca. Per la guida ecclesiastica della regione venne inviato il vescovo Ieronim (Zaharov), cui successero successivamente Benedict (Poleacov) e Nectarie (Grigoriev), quest’ultimo alla guida della diocesi tra il 1948 e il 1963.

Il periodo dell’episcopato di Nectarie coincise con una nuova e particolarmente dura campagna antireligiosa promossa dal regime sovietico. A partire dal 1960 furono chiuse quasi duecento chiese: delle circa novecento esistenti nella regione vennero soppressi, ad eccezione del monastero di Japca, unico centro monastico sopravvissuto alla repressione. Le autorità sovietiche esercitavano un controllo costante sull’attività del clero attraverso commissioni speciali incaricate della sorveglianza religiosa. I sacerdoti rischiavano severe sanzioni o la cancellazione dal registro clericale anche per attività pastorali ordinarie, come la benedizione di un pozzo o l’amministrazione del battesimo senza il consenso formale di entrambi i genitori. Nonostante il clima di oppressione, non mancarono manifestazioni di resistenza religiosa. Particolarmente significativa fu l’opposizione delle monache e della popolazione locale durante la soppressione del monastero di Răciula, episodio che rimase nella memoria collettiva come simbolo della fedeltà del popolo moldavo alla propria tradizione ortodossa e monastica.

A partire dal 1963 si susseguirono alla guida dell’Eparchia i vescovi Bartolomeu (Condratovici) e successivamente Ionatan (Capolovici). Nonostante le forti restrizioni imposte dal regime sovietico alla vita ecclesiastica e il severo divieto di pubblicare testi religiosi, durante il ministero di Ionatan fu possibile stampare un nuovo Euchologio in lingua rumena, sebbene ancora utilizzando i caratteri cirillici, secondo le imposizioni linguistiche allora vigenti nella Repubblica Sovietica Moldava. Ionatan resse l’Eparchia fino al 1987, anno in cui venne sostituito da Serapion (Fadeev). Quest’ultimo rimase profondamente impopolare presso il clero e i fedeli locali, poiché il suo operato fu percepito come ostile alla tradizione ecclesiastica e spirituale moldava e orientato verso una progressiva soppressione dell’identità ecclesiale locale.

Nel 1989, per la prima volta dopo il 1944, alla guida della Chiesa locale fu posto un vescovo originario della stessa terra, Vladimir (Cantarean), il quale continua ancora oggi a reggere la Chiesa di Moldova. La sua elezione rappresentò un momento di particolare importanza per la rinascita ecclesiale e spirituale del Paese, dopo decenni di ateismo di Stato e di dura repressione religiosa sotto il regime sovietico.

Con il crollo dell’Unione Sovietica e il progressivo ritorno alla democrazia, mutarono profondamente anche i rapporti tra lo Stato e la Chiesa. Si aprì così una nuova fase di rinascita religiosa, caratterizzata dal recupero della libertà ecclesiastica e dalla ripresa delle attività pastorali, educative e caritative. In tale contesto la Chiesa sviluppò una significativa opera editoriale e missionaria: ripresero infatti le pubblicazioni ecclesiastiche, tra cui le riviste Luminătorul e Curierul Ortodox, mentre furono riattivate tipografie destinate alla stampa di libri liturgici, teologici e catechetici.

Parallelamente vennero promosse numerose iniziative sociali e assistenziali, tra le quali particolare rilievo assunse l’orfanotrofio “San Giuseppe”, espressione concreta della rinnovata missione caritativa della Chiesa verso le categorie più vulnerabili della popolazione. Grande attenzione fu inoltre riservata alla formazione del clero e alla ricostruzione dell’istruzione teologica, gravemente compromessa durante il periodo sovietico. A tale scopo furono istituiti il Seminario Teologico di Noul-Neamț e, nel 1993, l’Accademia Teologica, destinati a diventare importanti centri di preparazione spirituale, pastorale e accademica per le nuove generazioni del clero moldavo.

Oggi la Metropolia di Chișinău e di tutta la Moldova (Biserica Ortodoxă din Moldova), pur appartenendo canonicamente alla giurisdizione del Patriarcato di Mosca, gode di un’ampia autonomia nell’amministrazione dei propri affari interni. La sua organizzazione ecclesiastica è regolata da uno Statuto proprio, ufficialmente approvato dal Governo della Repubblica di Moldova nel 1993, che definisce le competenze amministrative, pastorali e disciplinari della Chiesa nel contesto della nuova realtà statale moldava successiva alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.