Passa al contenuto principale

In un’atmosfera commovente l’anniversario dei 65 anni di Sacerdozio del Patriarca Ecumenico

In un’atmosfera commovente l’anniversario dei 65 anni di Sacerdozio del Patriarca Ecumenico

Sua Santità il Patriarca Ecumenico K.K. Bartolomeo ha festeggiato nella sua terra natale, insieme ai Primati delle Chiese di Alessandria e d’Albania, il compimento di 65 anni dalla sua ordinazione diaconale

La mattina di giovedì 13 agosto 2026, Apodosi della festa della Trasfigurazione, nella Chiesa Cattedrale Metropolitana della Vergine, è stata celebrata una divina liturgia presieduta dal Patriarca Ecumenico Bartolomeo, con la partecipazione di Sua Beatitudine il Papa e Patriarca di Alessandria e di tutta l’Africa K. Teodoro e dell’Arcivescovo di Tirana, Durazzo e tutta l’Albania K. Giovanni. Hanno partecipato, inoltre, i Santissimi Metropoliti l’Anziano di Calcedonia K. Emmanouil, di Filadelfia K. Meliton, di Myra K. Chrysostomos e di Guinea K. Georgios. Inoltre, ha preso parte il Reverendissimo Archimandrita K. Bartolomeo, Igumeno del Monastero Atonita di Esphigmenou.

Hanno assistito alla liturgia il locale Metropolita di Imbro e Tenedo K. Cirillo, l’Eccellentissimo Arcivescovo Romano Cattolico di Costantinopoli Mons. Massimiliano Palinuro, membri del clero, il Venerabilissimo Monaco Tarasios Koutloumousianos, in rappresentanza della Santa Comunità del Monte Athos, monaci Atoniti, il Presidente della Confraternita degli Arconti Officiali “Panagia i Pammakaristos” con  il Grande Benefattore Ecumenico l’Onorevolissimo Sig. Athanasios Martinos, con il Vicepresidente l’Onorevolissimo Sig.. Georgios Prokopiou e una moltitudine di Arconti, la Segretaria Generale dell’Ellenismo all’Estero l’Eccellentissima Sig.ra. Maira Myrojianni, in rappresentanza del Governo Greco, e una moltitudine di suoi compatrioti e amici di Imbro.

Prima del Congedo Sua Santità ha celebrato un trisagio per il riposo dell’anima del suo Mentore e benefattore, il defunto Metropolita Anziano di Calcedonia K. Melitone, il quale per tredici anni ha guidato la Sacra Metropolia di Imbro e Tenedo, ed è stato colui che il 13 agosto 1961 ha ordinato al primo grado del sacerdozio Sua Santità e gli ha dato il nome di Bartolomeo.

Il discorso del Patriarca Ecumenico

Visibilmente commosso il Patriarca Ecumenico, nel suo discorso, ha ricordato il giorno della sua ordinazione diaconale e ha fatto riferimento ad alcune tappe importanti del suo – da allora – lungo ministero nella Chiesa.

“Vi saluto con tutto il mio amore, vi ringrazio per la vostra nobile presenza a questa Divina Liturgia, piena di Risurrezione, nella Chiesa Cattedrale Metropolitana della Dormizione della Madre di Dio di Imbro, dove esattamente sessantacinque anni fa come oggi ho ricevuto la grazia del primo grado del sacerdozio. Glorifico il santissimo nome del Dio dell’amore per quanto ha elargito generosamente al Suo umile servo. Con grande gratitudine ricordo, insieme ai miei genitori, il nome dell’Anziano, padre spirituale, mentore e mio benefattore il beato Metropolita di Imbro e Tenedo Melitone, successivamente Anziano di Calcedonia, questa figura emblematica della Grande Chiesa e del mondo cristiano, il quale, qui, in questo luogo sacratissimo, ha celebrato la mia ordinazione diaconale.

13 agosto 1961, giorno di domenica, Apodosi della festa della Trasfigurazione del Salvatore. Fin dalle prime ore la Chiesa si era riempita. Nel leggio destro cantava il professore di Lingua Inglese nel nostro Semi-ginnasio Dimitrios Sofroniou. Il Metropolita Melitone dominava, fiero, con i paramenti splendenti, con i suoi movimenti liturgici. Io pieno di commozione e ansia. Dal Discorso di saluto del mio Anziano nella cerimonia di ordinazione sono rimaste impresse nella mente e nel mio cuore due frasi:

La prima è stata: «Ti chiamo Bartolomeo, in memoria di Bartolomeo il Koutloumousianos l’Imbrio». Io mi aspettavo che mi desse il suo nome: Melitone. Egli ha ritenuto che, dando il nome del dotto ieromonaco Bartolomeo Koutloumousianos, mi avrebbe collegato con una grande personalità della nostra isola, la quale univa, nella sua persona e nella sua vita, sacerdozio e cultura, pietà e teologia, ministero ecclesiastico, insegnamento e scrittura, l’origine da Imbro e l’apertura, la presenza e l’azione in molti luoghi, nel Monte Athos e ad Alvalì, nella Città di Costantino e a Calchi, a Salonicco e a Marsiglia, a Venezia e a Corfù. Voleva, inoltre, che il nome mi ricordasse il prezioso contributo di Bartolomeo all’istruzione di Imbro e il valore della teologia e delle lettere per l’opera del chierico e più in generale.

È impressionante che queste verità siano state ascoltate anche nella Scuola Teologica di Calchi, quando durante la mia ordinazione presbiterale, nel Catholicon del Sacro Monastero della Santa Trinità, il 19 ottobre 1969, il mio Anziano, come Metropolita di Calcedonia ormai, mi ha rivolto le seguenti parole: «Ti avvii verso l’insegnamento, l’

insegnamento della parola di Dio. Ed è la pienezza del teologo alternare la Santa Mensa con la cattedra. Questa è la nostra tradizione Patristica. I Padri erano teologi, perché prima erano sacerdoti e pastori. E non era possibile concepire l’insegnamento della Teologia senza la sua esperienza vissuta dall’Altare, senza la guida spirituale delle anime». Queste cose sono state dette perché la Chiesa mi destinava ad assumere la posizione di Professore di Diritto Canonico nella Scuola Teologica di Calchi.

La seconda frase, fondamentale per la mia vita, del Metropolita di Imbro e Tenedo, qui, sessantacinque anni fa, è risuonata forte, mi ha scosso e mi ha mostrato l’immutabile e finale punto di riferimento del mio sacerdozio e della mia vita, ma anche della vita di ogni Cristiano. Secondo il brano Evangelico della festa della Trasfigurazione del Salvatore (Matteo 17, 1-9), quando Cristo ha toccato, dopo la Sua Trasfigurazione, i tre discepoli spaventati, i quali erano caduti «con la faccia a terra», quelli «alzando i loro occhi, non videro nessuno se non Gesù solo». Le parole «Gesù solo» si sono impresse per sempre nella mia anima e hanno funzionato come bussola nella mia vita. Il mio Anziano mi ha ammonito con enfasi a guardare fisso, come chierico ormai, «Gesù solo». Se faccio questo, tutte le altre cose verranno e si aggiungeranno, secondo il passo Biblico «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte» (Matteo 6, 33).

Avevo allora ventun anni. Mi ero appena diplomato alla Sacra Scuola Teologica di Calchi. Tutto questo è venuto come conferma e coronamento di tutto ciò che mi ha insegnato Imbro nei miei anni d’infanzia e Calchi dai miei quattordici anni in poi, verità che erano destinate a rivelarsi decisive nella mia vita. Nel mio villaggio, ad Aghioi Theodoroi, si è annidata nella mia anima la profonda fede in Dio, l’incrollabile fiducia nella Sua provvidenza, il legame con la creazione ” assai buona”, e la gratitudine per la natura che offre generosamente i suoi beni nella nostra vita, all’uomo e a tutti gli esseri viventi. Qui è nato il mio desiderio per il sacerdozio, per il ministero incondizionato della Chiesa. Qui, nella scuola del mio villaggio e nella nostra Scuola Centrale, ho amato con passione le lettere, i libri, la lettura”.

E Sua Santità ha continuato:

A Imbro e a Calchi devo l’amore per la vita liturgica della Chiesa, l’ammirazione verso la civiltà dell’Ortodossia, verso la conoscenza che rende liberi, che amplia gli orizzonti, che allarga il mondo. Qui e nella Scuola Nutrice di Calchi ho imparato a rispettare il «maestro», colui che sopra ogni cosa pone il bambino, il progresso e la sua prosperità. Questa gratitudine per i miei maestri l’ho provata in tutta la mia vita, ovunque io abbia studiato. Il maestro rimane per me una figura sacra e considero la sua opera una «santa missione», come diceva il beato professore Vasileios Tatakis. Perché il maestro non dà solo conoscenze, ma anche valori e ideali. Ringrazio e benedico i miei maestri a Imbro e a Calchi anche perché mi hanno infuso l’ammirazione e l’amore per la lingua greca, la «lingua madre dello spirito», per la letteratura, sopra ogni cosa per la poesia, per l’Antica Grecia e per lo spirito greco ormai «cristianizzato», dentro la Chiesa, con provvidenza e sigillo divino, per il miracolo del connubio tra conoscenza e fede, il «vivere secondo ragione» e il «vivere secondo Cristo», per la reciproca compenetrazione della mente e del cuore, per la verità vissuta che l’antica sapienza greca, nella sua espressione autentica, e la libertà cristiana, costituiscono la proposta più vigorosa di vita e di etica nella storia della civiltà.

Ciò che è seguito, nella mia specializzazione a Roma, in Svizzera e in Germania è stato un approfondimento e un ampliamento, una rivelazione della profondità e della portata, una matura comprensione di ciò che è stato piantato nella mente e nel cuore, nella mia amata piccola patria e nella Scuola Teologica di Calchi.

Quanto più penso a ciò che devo a Imbro, tanto più si consolida in me la certezza che, nella profonda corazza esistenziale, indissolubilmente legata alla fede nella provvidenza di Dio, i miei conterranei, sia quelli che sono rimasti nella nostra isola ferita dopo «il nero 1964», sia quelli che sono andati in esilio involontariamente, sono riusciti non solo a sopravvivere, ma a salvare «il nostro», il nostro modo di vivere, che ci unisce con l’intero percorso della Stirpe, con il passato comune e il presente, e garantisce il nostro futuro. Grazie a coloro che sono rimasti a Imbro negli anni di fuoco, quanti dei nostri sono ritornati alla terra dei padri, dopo decenni, hanno trovato le nostre chiese aperte, la nostra antichissima lingua viva, i nostri villaggi, con la loro tormentata ma esistente identità. Li ringraziamo per tutto questo. Esprimiamo anche il nostro riconoscimento e il nostro amore per tutti gli Imbri all’estero per ciò che hanno ottenuto, così come il nostro elogio verso le Associazioni Imbrie per le loro molte lotte.

Ci rallegriamo tutti per quanto di positivo e promettente vive oggi Imbro. Per la riapertura delle nostre scuole, per l’aumento del numero dei connazionali sull’isola, per l’interesse spontaneo della gioventù imbria, ovunque sulla terra, per la terra natale dei loro genitori e dei loro antenati. Esortiamo i nostri giovani e le nostre giovani a lottare per l’oggi e il domani di Imbro, a partecipare con vigore e dinamismo allo sforzo di una presenza sostenibile della Comunità.

Al centro della nostra identità appartiene la nostra civiltà spirituale, la dotazione di valori e la gerarchia dei valori, impresse nel profondo della nostra anima. Valeva da sempre e rimarrà in vigore anche in futuro che le condizioni esterne e l’ambiente sociale influenzano l’uomo interiore, senza però determinarlo. Come abbiamo menzionato nel nostro Congresso Panimbrio ad Atene circa due anni fa, «la direzione della formazione dell’etica, della civiltà spirituale, non è dalla società verso il cuore umano, ma viceversa: dall’uomo interiore verso l’esterno». Non è possibile che vi sia uno sviluppo che non includa anche la dimensione spirituale.Guardiamo al futuro della Comunità nella nostra terra natale con ottimismo. Molte delle cose positive che sono accadute negli ultimi decenni sull’isola erano impensabili pochi anni fa. La storia è lo spazio dell’imprevedibile e delle sorprese. È certo però che, parallelamente a quelle cose che non dipendono dalla nostra volontà, le cose «non in nostro potere», ci sono quelle che possiamo ottenere con fiducia in noi stessi e combattività, le cose «in nostro potere». Questo insegna l’esperienza dei secoli. Ripetiamo anche in questo momento che in questa lotta «nessuno è di troppo». “

Sua Santità ha espresso i suoi ringraziamenti a Dio per il dono del Sacerdozio e per l’insieme del suo ministero nella Chiesa, ha fatto riferimento alla missione del Patriarcato Ecumenico, e ha ringraziato i suoi fratelli Primati, i Gerarchi, il sacro clero e il popolo fedele che hanno onorato con la loro presenza questo giorno importante nel percorso della sua vita come chierico della Santa Grande Chiesa di Cristo.

“Ringrazio la bontà infinita di Dio per il sommo dono del sacerdozio, otto anni come diacono, quattro come presbitero, diciotto come Metropolita e trentacinque come Patriarca Ecumenico al servizio, in tutta la signoria del Signore, del popolo cristiano della Grande Chiesa, della cooperazione panortodossa, dei dialoghi intercristiani e interreligiosi, della pace e della solidarietà, della protezione dell’ambiente naturale, dell’incontro della Chiesa con il mondo contemporaneo.

L’intero mio percorso è stato una «vita in dialogo». Consideravo l’introversione, la chiusura, l’autosufficienza, il compiacimento, lo sterile monologo, come estranei alla dotazione dell’uomo con la «ragione», con il pensiero cioè e la capacità di comunicazione, ma anche incompatibili con la nostra fede Ortodossa, la quale è chiamata e impulso verso la comunione della vita e la relazione, l’incontro con il prossimo, la solidarietà e la coesistenza pacifica. Tutto questo ha funzionato come motivo per le iniziative in molti settori, affinché si raggiungesse la collaborazione per affrontare le grandi sfide dei tempi.

Nulla di tutto questo ho considerato come un mio successo. In tutte le manifestazioni di onore verso la mia persona, il mio imbarazzo è mitigato dalla certezza che queste si riferiscono alla Grande Chiesa e costituiscono un riconoscimento del suo contributo. La Santa Grande Chiesa di Cristo continuerà l’opera di ministero dell’uomo e del mondo in eterno, dal luogo dove è stata posta da Dio, dalle sponde del Bosforo, sempre con assoluta dedizione e fedeltà alla tradizione dogmatica e canonica dell’Ortodossia, con immaginazione pastorale e con sensibilità per l’uomo e i suoi bisogni esistenziali, avendo come nocciolo il riferimento dell’uomo a Dio o piuttosto l’amore di Dio verso l’uomo, che dà una prospettiva eterna alla sua esistenza.

Mai il Patriarcato Ecumenico è stato spettatore del percorso delle cose umane, per paura che l’interesse per il mondo conduca inevitabilmente alla secolarizzazione della Chiesa. La parola del Signore al popolo di Dio è chiarissima: «Voi siete il sale della terra .. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città posta sopra un monte» (Matteo 5, 13–14). L’ho menzionato molte volte, lo ripeto anche davanti a voi, che il «Vivi nascosto», cioè il principio «Vivi senza farti vedere», non è la risposta corretta alla chiamata di Dio. Come è stato detto, «non possiamo camminare verso Dio e voltare le spalle al nostro prossimo».

Concludendo, esprimo i miei sinceri ringraziamenti alle Loro Beatitudini i Primati delle santissime Chiese di Alessandria K. Teodoro e d’Albania K. Giovanni, i quali, con il loro stimato seguito, si trovano volentieri vicino a noi per festeggiare insieme il compimento dei sessantacinque anni dalla mia ordinazione a diacono. Sono grato per il Vostro amore, Beatitudini e dilettissimi fratelli in Cristo. Prego il Dio Trino di rafforzarVi nella Vostra alta e missione primaziale di grande responsabilità e di donarVi salute e tutti i Suoi doni celesti. Nello stesso spirito, rivolgo un cordiale saluto e molti ringraziamenti ai Stimati fratelli Gerarchi, al sacro clero e ai monaci, ai rappresentanti ufficiali delle Istituzioni, agli Onorevolissimi Arconti Officiali della Grande Chiesa, con alla testa il Presidente della Confraternita «Panagia i Pammakaristos» e Grande Benefattore Ecumenico Sig. Athanasios Martinos, così come al Vicepresidente Sig. Georgios Prokopiou, ai rappresentanti delle Associazioni Imbrie, ai Dottissimi educatori, agli amici di Imbro, ai cari studenti e studentesse e alla nostra gioventù, dei quali mi sento orgoglioso, ai cari miei compatrioti, a tutti voi che partecipate a questa festosa Assemblea e a ciascuno di voi separatamente. Saluto anche i Gerarchi collaboratori presenti nello spirito da lontano in tutta l’ecumene, e benedico la Comunità nella Città e tutti i figli della Madre Chiesa di Costantinopoli in tutto il globo, in tutta la signoria del Signore. Ringraziamenti particolari rivolgo al nostro Pastore il Metropolita di Imbro e Tenedo K. Cirillo, per quanto offre alla sua Diocesi e per le fatiche dell’organizzazione di tutte le odierne manifestazioni celebrative.

Termino definitivamente il discorso, con la promessa che, con la cooperazione di Dio, continuerò, fino al mio ultimo respiro, a venire, umile pellegrino, nella mia terra natale, per ribattezzarmi esistenzialmente e ritornare mentalmente il bambino che seguiva il defunto p. Asterio, pregava a bassa voce durante tutto il tragitto e pregustava impaziente la gioia della Divina Liturgia che avrebbe celebrato il buono Levita di Imbro. Gloria a Dio per tutte le cose!

In precedenza, hanno rivolto un indirizzo di saluto a Sua Santità il Santissimo Metropolita Anziano di Calcedonia K. Emmanouil, a nome della Gerarchia del Trono Ecumenico, e Sua Beatitudine l’Arcivescovo d’Albania K. Giovanni.

Il Metropolita di Calcedonia riferendosi al significato dell’odierno anniversario ha sottolineato, tra le altre cose, quanto segue:

E permettetemi, Santità, di insistere un po’ sul punto che l’odierno anniversario mette in evidenza con enfasi. Non festeggiamo un’elezione, né un’intronizzazione, né l’assunzione di una carica. Festeggiamo l’ordinazione diaconale, il primo grado cioè del sacerdozio, il livello più basso, l’orario e il ripidio e il silenzioso servizio accanto alla santa Mensa. Questa scelta non è stata affatto casuale, dato che nella coscienza ecclesiastica il diacono non smette mai di essere diacono, anche quando sia rivestito dell’omoforio, e anche quando sia salito sul primo Trono dell’Ortodossia, poiché lo stesso Signore ha stabilito una volta per tutte la misura, dicendo: «io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Luca 22, 27).

Il ministero della croce e del silenzio, delle veglie e dei dolori anonimi, delle porte chiuse e delle ferite aperte, dei cammini interminabili a favore dell’unità dei fratelli e della protezione della creazione ferita, ecco cosa costituisce il vero contenuto di questo sessantacinquennio. La Madre Chiesa di Costantinopoli sa, come nessun’altra, che il suo onore è stato misurato sempre con la misura del sacrificio. E il suo popolo, esiguo e nobile, rimasto nella Città e disperso alle estremità, riconosce nella Vostra persona il padre che non ha mai cercato riposo.

Sono presenti oggi nello stesso altare, Santità, due Primati di Chiese, la cui presenza conferisce al giorno una dimensione panortodossa. Sua Beatitudine il Papa e Patriarca di Alessandria signor Teodoro porta il profumo del Trono Apostolico di San Marco e di quelle infinite fatiche missionarie che irrigano il continente africano, quello grande, provato. Sua Beatitudine l’Arcivescovo di Tirana, Durazzo e tutta l’Albania signor Giovanni porta la testimonianza di una Chiesa risorta dalle macerie, prova vivente che le porte degli inferi della Chiesa non prevarranno (cfr. Matteo 16, 18). E questo comune riferimento dei tre Troni a un Calice offre all’Ortodossia un’immagine di unità molto più eloquente di qualsiasi proclamazione.”

Il Primate della Chiesa d’Albania, nel suo discorso, rivolgendosi al Patriarca Ecumenico ha detto:

“Santità, dentro questo tempio, sessantacinque anni fa, Vi siete inginocchiato per ricevere la grazia del ministero. Qui si sono incontrate queste due forme del desiderio del ritorno: l’amore verso la terra natale e la risposta alla chiamata del Padre celeste. Avete ascoltato la Sua voce come una voce familiare, come la voce del Buon Pastore, e Vi siete consegnato liberamente alla Sua chiamata. Qui avete ricevuto il primo grado del sacerdozio. Non per essere servito, ma per servire; non per cercare la gloria umana, ma per pascere il gregge spirituale della Chiesa di Cristo. Nessuno dei presenti quel giorno poteva conoscere l’intero percorso che si apriva davanti a quel giovane diacono. Solo Dio conosceva il peso che sareste stato chiamato a sollevare e la responsabilità che avreste assunto nei confronti della Chiesa e dell’Ortodossia. San Giovanni Crisostomo, Vostro predecessore sul Trono di Costantinopoli, scrive che il sacerdozio si esercita sì sulla terra, appartiene però all’ordine delle cose celesti. Perciò il suo peso non può essere misurato con misure umane. Dall’inclinazione del capo quel giorno è iniziato un percorso che doveva condurre al Santissimo Trono Ecumenico. Oggi, a distanza di sessantacinque anni, non elogiamo semplicemente un uomo; glorifichiamo e ringraziamo Dio, perché il tempo ha manifestato la sapienza della Sua Provvidenza e ha confermato la chiamata.

Con fede, pazienza e perseveranza avete servito le grandi questioni ecclesiastiche. Dieci anni fa, con la grazia di Dio e dopo una faticosa e paziente preparazione, durata più di mezzo secolo, si è riunito a Creta il Santo e Grande Concilio della Chiesa Ortodossa. Siamo stati testimoni dei Vostri sforzi per l’unità della Chiesa, delle Vostre fatiche e delle Vostre lotte. E ciò che abbiamo visto con i nostri occhi e ascoltato con le nostre orecchie, lo testimoniamo oggi con gratitudine. La Chiesa d’Albania ha partecipato al Concilio con piena coscienza della sua responsabilità storica e teologica. Durante gli anni del Vostro ministero patriarcale, Santità, il culto ortodosso è risuonato di nuovo in luoghi dove era rimasto in silenzio per decenni: in Cappadocia, a Panagia Soumelà e in altri luoghi sacri dei Padri. Le scuole di Imbro hanno riaperto e i bambini sono tornati ai loro banchi. Il gregge di Costantinopoli è stato rafforzato e la voce del Patriarcato Ecumenico è stata ascoltata con franchezza in tutto il mondo, trasmettendo il messaggio dell’Ortodossia, della pace, della riconciliazione e della protezione della creazione di Dio.”

E Sua Beatitudine l’Arcivescovo d’Albania K. Giovanni ha continuato:

“Anche la Chiesa Ortodossa d’Albania ha vissuto q-uesta amorevole cura della Madre Chiesa, in uno dei momenti più critici della sua storia. Quando è uscita dalla lunga notte della persecuzione ateista, spogliata delle sue strutture visibili e con le sue forze umane quasi esaurite, la Madre Chiesa di Costantinopoli non l’ha lasciata sola. La Chiesa d’Albania era stata perseguitata, desolata e sembrava morta; eppure non era deceduta. Le sue chiese e i suoi monasteri erano stati chiusi, saccheggiati, alienati o distrutti. Il culto era stato vietato per legge. I chierici erano stati imprigionati, esiliati, avevano subito feroci persecuzioni o erano stati martirizzati. Un’intera generazione era cresciuta senza conoscere da vicino la vita liturgica della Chiesa. Dentro quella situazione di desolazione e profonda prova, la Madre Chiesa ha inviato come Esarca Patriarcale un degno lavoratore del Vangelo, il defunto Arcivescovo Anastasio, il quale doveva diventare il ricostruttore della Chiesa Ortodossa Autocefala d’Albania. Esiste, pertanto, anche un altro legame che unisce oggi i tre Primati delle Chiese. Questo legame è una persona che non si trova più fisicamente tra di noi, ma la cui opera e il cui contributo hanno lasciato tracce indelebili nelle nostre Chiese: il defunto Arcivescovo d’Albania Anastasio. Siamo convinti che la sua anima gioisca, vedendo i Primati delle Chiese incontrarsi con spirito di fratellanza e unità. Molte volte aveva sottolineato che uno dei risultati più importanti del Vostro Patriarcato, Santità, sono state precisamente le Sinassi dei Primati delle Chiese Ortodosse locali.

E a questo punto, permetteteci, Beatitudine Papa e Patriarca di Alessandria, di rivolgerci con gratitudine anche a Voi e al Patriarcato di Alessandria. Per questo l’odierna presenza dei due Antichi Troni Patriarcali ha un significato particolare per la Chiesa d’Albania. Alessandria è stata lo spazio del maturo ministero missionario di Anastasio, mentre Costantinopoli è stata la Madre Chiesa che lo ha inviato in Albania come Esarca Patriarcale.”

Successivamente è stato offerto un pranzo festivo, al quale ha presenziato e porto gli auguri al Patriarca l’Onorevole Sindaco di Imbro, Bülent Ecevit Atalay.

La vigilia dell’anniversario

La vigilia Sua Santità ha assistito alla liturgia pregando, nella S. Chiesa di San Giorgio nel suo villaggio, Aghioi Theodoroi, durante il Grande Vespro dell’Apodosi della festa della Trasfigurazione e la Paraclisi alla Tuttasanta Madre di Dio, celebrata con la presidenza liturgica di Sua Beatitudine il Patriarca di Alessandria Teodoro e la co-presidenza liturgica di Sua Beatitudine l’Arcivescovo d’Albania Giovanni.

Dopo il Congedo, Sua Santità ha presentato all’assemblea i suoi fratelli Primati delle Chiese di Alessandria e d’Albania esprimendo i suoi cordiali ringraziamenti per la loro presenza e ha fatto riferimento alla loro opera di grande significato ma anche alle multiformi sfide che affrontano nel loro ministero.

Successivamente il Primate dell’Antico Patriarcato di Alessandria ha rivolto un saluto a Sua Santità sottolineando tra le altre cose:

“Ci trasferiamo mentalmente decenni indietro e ci ricordiamo del Vostro venerando Anziano, il defunto e sapiente Metropolita Anziano di Calcedonia Melitone, il quale aveva intravisto fin dall’inizio la Vostra chiamata divina. Come caratteristicamente menzionava quel grande Gerarca nel suo discorso durante la Vostra ordinazione presbiterale più tardi nel 1969 nella Cappella della Sacra Scuola Teologica di Calchi, il peccato e la malvagità sono multiformi, ma la loro radice è sempre il nostro «io», l’egoismo e l’orgoglio. Per questo, come padre amorevole, Vi ha esortato con una parola, la quale ha costituito il Vostro orientamento spirituale per la vita: «Svuotati. Umiliati. E soprattutto lascia posto alla Grazia divina». E ha concluso con la grande preghiera profetica che rimaniate fino alla fine: «pieno di grazia davanti a Dio, pieno di grazia davanti agli uomini».

Quanto veramente e meravigliosamente, Santità, si sono incarnate e adempiute queste parole profetiche nel Vostro lungo e fruttuoso ministero! Vi siete svuotato volontariamente a favore della Chiesa, spogliandovi di ogni interesse personale e dedicandovi interamente al servizio di Cristo e del Suo gregge. Avete dato abbondante spazio alla Grazia del Santissimo Spirito affinché agisse attraverso di Voi. E in verità, rimanete fino ad oggi il primo gerarca pieno di grazia, colui che ha completato trentacinque anni alla guida del Santissimo Trono Ecumenico, rivelandosi inoltre il primo gerarca più longevo nella sua storia bimillenaria, il quale con mitezza ma anche con fermezza di diamante governa la barca della nave spirituale in mezzo ai mari in tempesta del mondo contemporaneo.”

Continuando Sua Beatitudine il Patriarca di Alessandria ha detto:

“Come Primate dell’antica e Apostolica Chiesa degli Alessandrini, del Secondo Trono Patriarcale, provo una profonda commozione e un sacro dovere di fare riferimento ai legami indissolubili, storici ed eterni che uniscono le nostre due Chiese. Il Trono di Sant’Andrea e il Trono di San Marco camminano insieme fin dai primi secoli del Cristianesimo. Comuni sono state le lotte per la difesa del dogma Ortodosso, comune il calice delle afflizioni in tempi difficili, comune la testimonianza della Risurrezione ai confini dell’ecumene.

Questa unità spirituale e la fraterna solidarietà si personificano storicamente in figure di santi e sapienti Patriarchi, i quali hanno dato lustro al Trono Alessandrino e hanno sostenuto —o persino sono stati chiamati a guidare— quello Ecumenico. Mi riferisco in particolare ai grandi Patriarchi cretesi, Melezio Pigas e Cirillo Loukaris. Entrambi figli della valorosa isola di Creta e monaci dello storico Sacro Monastero della Dormizione della Teotoco di Agarathos, figli spirituali del loro parente, San Silvestro l’Agarathita, Patriarca di Alessandria, recentemente canonizzato. San Melezio Pigas, come Patriarca di Alessandria, assunse anche la luogotenenza del Trono Ecumenico, sostenendo il Fanar in tempi tempestosi con sapienza e vigore. Il grande ieromartire Cirillo Loukaris fu trasferito da Alessandria a Costantinopoli, dove sigillò la sua confessione Ortodossa con il suo stesso sangue a favore della Chiesa.

E considero un favore divino e una grandissima benedizione che in questa sacra schiera si inserisca anche la mia Modestia. Come cretese di origine e come figlio spirituale dello stesso sacro ovile di Agarathos, condotto dalla Divina Provvidenza al Trono di San Marco, porto dentro di me profonda la consapevolezza di questa continuità storica. Creta, Alessandria e Costantinopoli si uniscono attraverso i secoli con un filo di amore, sacrificio e incrollabile devozione verso la Madre Chiesa, il martirico e sempre luminoso Fanar.”

Il Patriarca di Alessandria ha offerto a Sua Santità come dono commemorativo un disco d’argento con la Santa Trinità al centro, mentre a nome del locale Metropolita di Imbro e Tenedo, il Patriarca Ecumenico ha offerto ai due Primati un bastone pastorale. L’Arcivescovo Romano Cattolico Mons. Massimiliano Palinuro ha offerto tramite il Patriarca alla S. Metropoli di Imbro e Tenedo una croce di benedizione che porta un frammento della preziosa e vivificante croce del Signore.

La mattina dello stesso giorno Sua Santità ha accolto i due Primati nella sua casa paterna e nell’adiacente piccolo Museo che è dedicato alla sua vita e al suo ministero Patriarcale. Successivamente, nella sala dell’Associazione Culturale del villaggio, il clero e i rappresentanti degli enti hanno porto gli auguri a Sua Santità e hanno presentato i loro omaggi ai due Primati ospiti.

A mezzogiorno Sua Santità insieme al Patriarca di Alessandria, l’Arcivescovo d’Albania e il Pastore di Imbro hanno visitato per cortesia il Governatore dell’isola, l’Onorevole K. Osman Acar, e successivamente il Cimitero Musulmano, dove il Patriarca Ecumenico ha deposto dei fiori sulla tomba di Emirhan Çınar, un giovane dell’isola che pochi giorni fa, insieme a un suo amico, ha trovato una morte tragica in un incidente stradale, provocando commozione e tristezza in tutta l’isola.

Traduzione dal sito: Fos Fanariou/Ecumenical Patriarchate

Fotografie: Nikos Papachristou- Patriarcato Ecumenico 

 

Nota di Redazione:

Sua Eminenza il Metropolita d’Italia Polykarpos, a nome di tutto il Clero e del popolo fedele, ha inviato a Sua Santità una lettera di auguri e felicitazioni per il gioioso anniversario.

Nessun documento disponibile.