Patriarcato di Mosca
IL PATRIARCATO DI MOSCA
Il titolo di Patriarca di Mosca e di tutta la Rus’ (in russo: Патриарх Московский и всея Руси) designa il capo della Chiesa Ortodossa Russa, massima autorità ecclesiastica nell’ambito della tradizione ortodossa russa.
Dal punto di vista storico e terminologico, la formulazione del titolo, traducibile letteralmente come «Patriarca di Mosca e di tutte le Rus’», rappresenta l’evoluzione del precedente titolo di «Metropolita di Kiev e di tutta la Rus’», in uso tra il 988 e il 1299. Il rango patriarcale fu istituito ufficialmente nel 1589, quando la sede ecclesiastica venne elevata da Metropolia a Patriarcato. Tale titolo rimase in vigore fino al 1721, fu temporaneamente ripristinato nel periodo 1917-1925 e definitivamente ristabilito nel 1943 sotto il pontificato di Sergio I di Mosca (1943-1944).
Nel corso dei secoli, il titolo ha conosciuto diverse varianti, tra cui: «Patriarca di Mosca (Moscovia), della Grande e della Piccola Russia», «Patriarca della città imperiale di Mosca e del Grande Stato russo» e «Arcivescovo di Mosca e di tutta la Russia e Patriarca dei territori settentrionali». Tali formulazioni riflettono i mutamenti storici, politici e territoriali che hanno interessato lo Stato russo e la sua organizzazione ecclesiastica, evidenziando il progressivo consolidamento del ruolo di Mosca quale centro religioso e politico della Rus’.
Fino agli inizi del IX secolo non si registra alcun tentativo sistematico e duraturo di cristianizzazione dei Rus’ di Kiev. Il primo intervento missionario di rilievo fu promosso dal patriarca Fozio I di Costantinopoli (858-867, 877-886), il quale orientò la propria azione verso la conversione delle popolazioni slave orientali.
Il retroterra religioso dei Rus’ era essenzialmente pagano: essi veneravano il sole, il fulmine e le forze della natura, nonché spiriti ritenuti abitare fiumi e montagne. Tuttavia, già nel IX secolo il cristianesimo era presente in alcune regioni limitrofe, come la Crimea, grazie a comunità cristiane di varia origine, tra cui Georgiani e Sciti. I Variaghi scandinavi, identificati con i Rus’, esercitavano il dominio su diverse popolazioni slave e nel 860 giunsero fino alle mura di Costantinopoli, assediandola. Il fallimento di tale impresa, dovuto anche all’impiego del cosiddetto “fuoco greco”, favorì un successivo riavvicinamento diplomatico: nel 867 Fozio concesse ai Rus’ privilegi commerciali nei mercati della capitale imperiale, instaurando relazioni reciprocamente vantaggiose. Secondo la tradizione, un evento prodigioso connesso al Vangelo contribuì alla conversione di alcuni gruppi di Rus’ di Kiev. I mercanti rus’ convertiti al cristianesimo svolsero un ruolo rilevante nella diffusione della nuova fede, trasmettendola nei contesti familiari e sociali di Kiev e di altri centri, nonostante la resistenza delle tradizioni pagane.
Un passaggio decisivo si ebbe con la Grande Principessa Olga di Kiev (890-969), che sarà battezzata con il nome di Elena, la quale ricevette il battesimo a Costantinopoli nel 957, per scelta personale, dal Patriarca Polieucto di Costantinopoli (956-970), alla presenza dell’imperatore Costantino VII Porfirogenito (913-959). Tale evento ebbe importanti implicazioni politiche e commerciali, rafforzando i rapporti tra la Rus’ e l’Impero Romano d’Oriente. Tuttavia, suo figlio Svjatoslav I di Kiev (942-972) rimase fedele alle credenze pagane. La svolta definitiva si verificò con il nipote di Olga, Vladimir I di Kiev (978-1015), il quale nel 988 adottò ufficialmente il cristianesimo come religione dello Stato, determinando l’integrazione della Rus’ nell’orizzonte religioso e culturale di Costantinopoli.
Nel medesimo periodo, anche l’Occidente franco tentò di attrarre i Rus’ nell’ambito della propria influenza religiosa, inviando missioni e un vescovo presso gli Slavi orientali; tali tentativi non ebbero tuttavia esito positivo. La Rus’ si inserì dunque stabilmente nella tradizione dell’Impero Romano d’Oriente, pur dovendo affrontare iniziali difficoltà di ordine linguistico e culturale.
Il gran principe di Rus’ di Kiev, Vladimir I di Kiev, dopo aver eliminato il fratello Jaropolk I di Kiev (972-980) nel 980, e pur essendo inizialmente sostenitore del paganesimo, intraprese un percorso che lo condusse alla conversione al cristianesimo. Nell’ambito del rafforzamento dei rapporti politico-diplomatici con l’Impero Romano d’Oriente, egli concluse un trattato con esso e chiese in sposa la principessa Anna Porfirogenita (963-1011).
A seguito del mancato rispetto degli accordi da parte dei Romei, Vladimir conquistò Cherson. Secondo la tradizione, proprio in tale contesto egli recuperò miracolosamente la vista, ricevette il battesimo insieme al proprio seguito e celebrò il matrimonio con Anna nel 988.
Nel 987 Vladimir confrontò tra loro le tre principali religioni monoteiste allo scopo di individuare quale fosse la migliore per il proprio regno. Dopo una consultazione con i boiardi, inviò dei messi nelle nazioni confinanti, i cui rappresentanti lo avevano invitato ad abbracciare le rispettive fedi. La prima religione presa in considerazione fu l’islam. Gli inviati riferirono che tra i musulmani della Bulgaria del Volga (regione a nord di Kiev) non c’era letizia ma solo tristezza e cattivi odori; la loro religione, inoltre, era da evitare a causa dei divieti contro il consumo d’alcool e di carne di maiale; a questi Vladimir aveva allora risposto: «Bere è la gioia della Rus’». Successivamente il Principe incontrò gli inviati ebraici (che potevano essere Cazari). Dopo averli interrogati a fondo sulla loro religione rifiutò di convertirsi alla stessa con il pretesto che la perdita della città santa Gerusalemme evidenziava che i fedeli ebraici erano stati abbandonati da Dio. Per ultimo Vladimir chiese dei cristiani. Nelle cupe chiese tedesche i suoi emissari gli riferirono che non c’era bellezza, ma del Sanata Sofia di Costantinopoli riferirono: «Noi non sapevamo se fossimo in cielo o sulla terra».
Fonti arabe, molto limitate nel numero, tramandano una versione diversa della conversione di Vladimir. Lo storico Yaḥya ibn Saʿīd al-Anṭākī di Antiochia (ca. 980-1066) così come i suoi allievi (Al-Rudhrawari, al-Makin, al-Dimashki, e ibn al-Athir) riferiscono che nel 987, i generali Barda Sclero (…-991) e Barda Foca il Giovane (940-989) si rivoltarono contro l’imperatore Basilio II (976-1025). Entrambi raccolsero velocemente forze e marciarono verso Costantinopoli. Il 14 settembre 987 Barda Foca si autoproclamò imperatore. Desideroso di evitare l’assedio della propria capitale, Basilio II chiese aiuto alla Rus’, anche se a quel tempo questa era considerata una nazione ostile. Vladimir accettò, ma in cambio chiese all’imperatore la mano di sua figlia Anna Porfirogenita. Il basileus considerò questo scambio estremamente umiliante perché la gente della Rus’ era considerata dai costantinopolitani un popolo “barbaro”. Basilio II accettò, ma pose una condizione: che Vladimir si convertisse al cristianesimo. Quando il contratto prematrimoniale fu concluso, Vladimir inviò 6.000 soldati alla volta dell’Impero Romano d’Oriente i quali aiutarono l’esercito regolare a reprimere la rivolta. Prima del matrimonio Vladimir fu battezzato (o a Cherson o a Kiev) e prese il nome cristiano di Basilio, in onore sia di san Basilio Magno (329-379) che del suo padrino. Il battesimo fu immediatamente seguito dallo sposalizio con la principessa costantinopolitana. Tornato a Kiev in trionfo, Vladimir ordinò agli abitanti della capitale di recarsi sul fiume Dnepr per ricevere a loro volta il battesimo. Questo battesimo di massa diventò di fatto il simbolo dell’introduzione del cristianesimo nella Rus’ di Kiev. Per primi, Vladimir battezzò i suoi dodici figli e i suoi boiardi più vicini. Ordinò in seguito la distruzione delle statue lignee degli dèi pagani presenti nella città. Furono tutte bruciate e distrutte; la statua di Perun – il Dio supremo – fu gettata nel Dnepr. Mandò quindi un invito a tutti i residenti di Kiev «ricchi, poveri, mendicanti e schiavi», a recarsi alla riva del fiume il giorno seguente, per non rischiare di diventare «nemici del Principe». Sul luogo dell’appuntamento giunsero un gran numero di cittadini, alcuni dei quali portarono con sé persino i figli ancora in fasce. Furono tutti fatti immergere nell’acqua mentre diversi sacerdoti, venuti da Cherson, officiavano il rito.
Il battesimo di Kiev fu seguito da cerimonie analoghe in tutti i centri urbani del Paese. Le Cronache di Ioachim (prima metà del XVIII sec.) che lo zio di Vladimir, Dobrynja (X sec.), costrinse gli abitanti di Novgorod a convertirsi al cristianesimo «con il fuoco» mentre il boiardo Putjata, persuase i suoi compatrioti ad accettare il credo cristiano «con la spada». Nello stesso periodo, il vescovo di Novogorod o di Kordsum, Ioakim Korsunianin (ca. 989-1030) costruì il primo tempio cristiano, la famosa cattedrale della Santa Saggezza, sorta sopra un cimitero pagano. Il paganesimo persistette nella Rus’ ancora per molto tempo, emergendo durante la rivolta dell’Alto Volga (1071) e in altri moti di protesta occasionali. La parte del paese situata a nord-est, il cui centro principale era Rostov, si dimostrò particolarmente ostile alla nuova religione. Il primo Metropolita russo di origine fu Ilarione († 1053).
La conversione al cristianesimo della Rus’ di Kiev comportò una stretta alleanza con l’Impero Romano d’Oriente. I testi liturgici greci furono adottati a Kiev e in tutto lo Stato. Furono erette chiese secondo il modello costantinopolitano. Durante il regno di Jaroslav I (Vladimirovich) (1019-20 febbraio 1054), il Metropolita Ilarione redasse la prima opera di letteratura slava conosciuta, un’elaborata orazione nella quale compare la Rus’, citata insieme agli altri Stati. I Vangeli di Ostromir, composti nello stesso periodo, furono i primi libri redatti in slavo. La sola opera laica sopravvissuta da quell’epoca, il Canto della schiera di Igor, testimonia la sopravvivenza di un substrato pagano.
Per commemorare il battesimo di massa dei Rus’ di Kiev, Vladimir costruì la prima chiesa in pietra della Rus’ di Kiev, intitolandola all’Assunzione della Vergine, dove in seguito fu seppellito il suo corpo e quello della moglie. Un altro edificio religioso fu costruito sulla cima della collina dove precedentemente si innalzavano le statue pagane.
La nuova Chiesa della Rus’ fu posta sotto la giurisdizione canonica del Patriarcato Ecumenico. Tuttavia, le fonti presentano una certa complessità interpretativa: alcune tradizioni riconducono le origini dell’evangelizzazione alla missione costantinopolitana legata a Fozio I di Costantinopoli, mentre altre ipotesi suggeriscono una possibile iniziale influenza della Chiesa di Ocrida, la quale esercitava un’ampia giurisdizione su popolazioni slave e contribuì alla diffusione culturale e religiosa nella regione.
Un’altra probabile fonte dell’interesse di Vladimir per il cristianesimo Ortodosso fu l’opera di due fratelli missionari, Cirillo e Metodio. Incaricati dal Patriarca Ecumenico Fozio I di evangelizzare gli Slavi della Moravia (862), i due fratelli crearono un alfabeto slavo, tradussero testi biblici nella lingua degli Slavi e introdussero una celebrazione in lingua slava, modellata sulla Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo. Sebbene i loro discepoli furono in seguito espulsi dalla Moravia, essi riuscirono a diffondere il cristianesimo Ortodosso tra i Bulgari del regno bulgaro. Sostenuto da una Chiesa autonoma, lo Stato bulgaro si sviluppò fino a diventare un potente impero, modellato su quello di Costantinopoli.
Sono state inoltre avanzate teorie circa una possibile fase iniziale di autocefalia o un legame con la Chiesa di Cherson. Tuttavia, le fonti costantinopolitane, tra cui il Taktikon dell’imperatore Alessio I Comneno (1081-1118), indicano chiaramente che l’organizzazione ecclesiastica della Rus’ di Kiev fu strutturata come Metropolia dipendente dal Patriarcato Ecumenico.
Tra i primi metropoliti della Rus’ si ricordano figure di primaria importanza per la strutturazione della Chiesa nascente, quali Michele di Kiev (988-992), Leone di Kiev, Teopempto di Kiev (1035-1049) e Ilarione di Kiev (1051-1053), i quali contribuirono in modo determinante all’organizzazione ecclesiastica e alla diffusione della fede cristiana tra le popolazioni slave orientali.
Lo sviluppo del monachesimo nella giovane Chiesa della Rus’ di Kiev si configurò in continuità con i modelli costantinopolitani. Un contributo decisivo fu offerto da Antonio (983-1073) e Teodosio delle Grotte di Kiev (1009-1074)), i quali si distinsero come fondatori e organizzatori della vita monastica nella Rus’. Essi promossero la fondazione di comunità cenobitiche secondo il modello del Monastero dello Studio e si ispirarono alle tradizioni ascetiche del Monte Athos e dei grandi centri monastici dell’Oriente cristiano. Per tali ragioni, sono giustamente considerati i padri del monachesimo ortodosso russo.
La rapida diffusione del monachesimo in questo contesto testimonia, in primo luogo, la profonda assimilazione della vita cristiana da parte del popolo russo; in secondo luogo, la ricerca di un’autentica espressione dell’ideale evangelico secondo il paradigma ricevuto da Costantinopoli; infine, il consolidarsi del monachesimo quale stabile punto di riferimento spirituale per la società. I numerosi monasteri fondati in questo periodo si trasformarono così in veri e propri centri di irradiazione della spiritualità ortodossa.
Parallelamente, durante l’epoca della Rus’ di Kiev (988-1240), si sviluppò una significativa produzione letteraria, fortemente influenzata dalle traduzioni in lingua slava delle opere dei Padri greci della Chiesa. Tali traduzioni – comprendenti la Sacra Scrittura, le vite dei santi e i testi liturgici – rispondevano alle esigenze spirituali dei fedeli e contribuirono alla formazione di una cultura cristiana autoctona. Influssi analoghi si manifestarono anche nel diritto, nell’arte (talora con elementi derivati dalla tradizione precristiana), nella scultura lignea, nell’architettura e nella pittura. In questo contesto, la vita liturgica assunse un ruolo centrale quale principio unificante della fede e dell’identità ecclesiale.
Sul piano sociale, la Chiesa esercitò una funzione rilevante nella mitigazione delle disuguaglianze e nella riorganizzazione della società secondo principi cristiani. La chiesa locale divenne il nucleo fondamentale della vita comunitaria, favorendo trasformazioni istituzionali, in particolare nell’ambito del matrimonio e delle relazioni tra i sessi. In tal modo, la Chiesa si affermò non solo come guida spirituale, ma anche come elemento di coesione e stabilizzazione nella vita sociale e politica della Rus’.
L’evento che segnò una brusca interruzione nello sviluppo storico della Rus’ di Kiev fu la conquista e il saccheggio di Kiev (1240) da parte dei Mongoli, nell’ambito delle Invasioni mongole della Rus’ (1223-1240), legate alla formazione della Orda d’Oro. La mancanza di unità tra i principati russi di fronte a un avversario militarmente organizzato compromise gravemente il loro prestigio politico e determinò una profonda crisi spirituale e sociale, espressione della frammentazione interna.
I Mongoli instaurarono nei territori conquistati un peculiare sistema di dominio: dopo una fase iniziale di persecuzioni, essi adottarono progressivamente una politica di tolleranza religiosa, giungendo a riconoscere alla Chiesa locale ampi margini di autonomia, anche sul piano amministrativo ed economico. In tale contesto, le reliquie sacre, i beni monastici e gli oggetti liturgici furono dichiarati inviolabili.
Sul piano ecclesiastico, nel 1326 la sede della Metropolia della Rus’ fu trasferita a Mosca, pur mantenendo il titolo tradizionale di «Metropolita di Kiev e di tutta la Rus’». Tuttavia, nel 1459 un Sinodo locale stabilì che i metropoliti dovessero essere eletti direttamente dall’episcopato locale, senza più la conferma del Patriarcato Ecumenico. In questo contesto si affermò progressivamente la denominazione di «Metropolia di Mosca» in luogo di quella di Kiev, segnando un rilevante mutamento negli equilibri ecclesiastici.
Nel 1462 si concluse simbolicamente la lunga fase della dominazione straniera, comunemente designata come “giogo tartaro”, aprendo una nuova fase nella storia politica ed ecclesiastica della Rus’. La notevole rinascita del monachesimo russo nel XIV secolo ebbe come figura eminente Sergio di Radonež (1314-1392), riconosciuto quale guida e riformatore del monachesimo cenobitico nella Russia medievale.
Nato in una famiglia di pii boiari del principato di Rostov, egli rimase orfano in giovane età e scelse una vita di radicale distacco dal mondo, abbracciando la povertà evangelica. Insieme al fratello Stefano si ritirò nei pressi di Radonež, dove intraprese una vita eremitica. Attorno alla sua figura si raccolsero progressivamente altri asceti, dando origine a una comunità monastica che culminò nella fondazione del monastero dedicato alla Santa Trinità, di cui Sergio divenne egumeno. Tale cenobio si affermò rapidamente come un centro spirituale di primaria importanza, attirando numerosi fedeli desiderosi di ricevere guida e consiglio. Su invito del Patriarca di Costantinopoli Filoteo (1353–1354, 1364–1376), egli introdusse formalmente nella comunità il modello cenobitico, rafforzando la dimensione comunitaria della vita monastica.
Nonostante alcune tensioni interne, in particolare con il fratello, Sergio lasciò temporaneamente il monastero per ritirarsi in un luogo più isolato, dove fondò un nuovo cenobio. Tuttavia, su richiesta dei monaci, fece ritorno alla comunità originaria, continuando la sua intensa attività spirituale. Dotato, secondo la tradizione, di carismi quali il dono della profezia e una profonda umiltà, egli si impose come punto di riferimento per la vita religiosa del suo tempo. Morì nel 1392, lasciando un’eredità duratura.
Sergio di Radonež rappresenta una delle figure più significative del monachesimo russo: guida spirituale autorevole, testimone esemplare della fede ortodossa e asceta fedele agli ideali della vita eremitica e comunitaria. La sua opera influenzò profondamente la spiritualità della Russia moscovita, e i numerosi monasteri da lui fondati o ispirati divennero non solo centri di vita ascetica, ma anche importanti poli di attività caritativa, con rilevanti ricadute sul piano sociale ed economico.
Il periodo della riorganizzazione della Chiesa russa fu caratterizzato da importanti sviluppi amministrativi e ideologici. L’elezione del Metropolita di Russia da parte del Sinodo locale (1459) non implicava una piena indipendenza amministrativa dal Patriarcato Ecumenico. Nei secoli XV e XVI si distinguono infatti due principali centri ecclesiastici: la Metropolia di Kiev e quella di Mosca.
La caduta di Costantinopoli nel 1453 e la progressiva ascesa dello Stato russo, unite al risveglio dell’identità nazionale, favorirono la nascita di una forma di particolarismo nei confronti degli altri popoli ortodossi. Il tentativo di unione con la Chiesa latina al Concilio di Ferrara-Firenze (1438-1439) contribuì a rafforzare l’idea che la Russia fosse l’unico baluardo libero della Fede ortodossa. Tuttavia, questa pretesa si scontrava con l’assenza di un titolo patriarcale e con il fatto che la Chiesa russa rimaneva ancora sotto la giurisdizione canonica del Patriarcato Ecumenico.
In questo contesto nacque la teoria politico-religiosa della “Terza Roma”. Essa poneva al centro la figura dello zar come protettore di tutti gli ortodossi e proponeva il trasferimento del prestigio dell’Ortodossia in Russia. Un evento significativo fu il matrimonio di Ivan III di Russia (1462-1505) con Sofia Paleologa (1472-1503) nel 1482, che diventò Granduchessa di Mosca, interpretato come una legittimazione dell’eredità costantinopolitana da parte del sovrano russo. Il gran principe Ivan il Grande (1440-1505) sposando la nipote dell’ultimo imperatore dell’Impero Romano d’Oriente, volle adottare come proprio emblema l’aquila bicipite costantinopolitana, sconfisse i Mongoli e ampliò i confini del suo regno. Proprio in questo periodo particolare «due Rome sono cadute», scrisse il monaco Filofej al figlio ed erede di Ivan, Vasilij III (1479-1533) e continua: «La terza, Mosca, è ancora in piedi. E una quarta non vi sarà».
Il figlio di Vasilij, Ivan il Terribile (1530-1584), incorporò con ferocia i principati minori della Rus’ e consolidò l’idea della Moscovia come erede di Costantinopoli, adottando formalmente il titolo di zar (in slavo, “cesare”) quando fu incoronato nel 1547. Gli zar di Russia, da Ivan il Terribile a Nicola II (1868-1918), si considerarono i custodi dell’autocrazia e dell’Ortodossia costantinopolitana.
Le politiche di Ivan possono anche aver favorito la riunificazione della Rus’, ma alla sua morte egli lasciò un erede debole. Lo zar Fëdor si affidò al cognato ambizioso, Boris Godunov (ca. 1551-1605). Godunov proseguì le politiche di Ivan e nel 1589 ottenne il titolo di Patriarca di Mosca e di tutti i Rus’ per il suo confidente, Giobbe, Arcivescovo Metropolita di Mosca (ca. 1589-1605). Alla morte di Fëdor nel 1598, Godunov si assicurò anche il trono.
Il breve regno di Godunov fu segnato dalla carestia. A ciò si aggiunse la “resurrezione” dello zarevič Dmitrij, il figlio più giovane di Ivan il Terribile, morto misteriosamente nel 1591. Con il sostegno militare polacco e lituano, il “Falso Dmitrij” accusò Godunov di tentato omicidio e invase la Moscovia, occupando gran parte del paese. La morte di Boris Godunov, seguita dall’assassinio della moglie e del figlio sedicenne, aprì la strada al governo dell’usurpatore.
Lo “zar Dmitrij” e i suoi alleati, desiderosi di imporre il cattolicesimo in Moscovia, furono presto deposti, ma il periodo dei torbidi durò altri sette anni. Un altro falso Dmitrij, alleato del re di Polonia, invase la Moscovia. I Polacchi occuparono e poi incendiarono Mosca mentre guerra, carestia e pestilenze devastarono il paese.
Ma la Moscovia non crollò. Guidata dal Patriarca Ermogene (1606-1612), e dall’abate Dionisio egumeno del Monastero della Trinità, venne costituito un esercito nazionale e Mosca fu riconquistata. Dopo la sconfitta dell’usurpatore e dei suoi alleati, un Sinodo composto da rappresentanti di tutte le classi sociali si riunì nel febbraio 1613 ed elesse zar un lontano parente di Anna, moglie di Ivan il Terribile. La nuova dinastia dei Romanov ha governato la Russia fino alla Rivoluzione del 1917.
Tuttavia, la teoria della “Terza Roma” rimase in gran parte un’aspirazione ideologica e non fu pienamente accolta nella prassi della Chiesa russa. Essa riguardava soprattutto il ruolo dello zar più che quello dell’istituzione ecclesiastica, essendo espressione del risveglio dell’identità nazionale russa. Anche in epoche successive vi furono sostenitori di questa teoria, ma lo schema tradizionale rimase quello di “Prima Roma – Nuova Roma (Costantinopoli)”, mentre l’idea di una “terza” Roma è considerata impropria.
Un momento importante di riforma fu il Sinodo del 1551, convocata sotto lo zar Ivan IV il Terribile (1547-1584) e dal Metropolita di Mosca Macario (1542-1563). Essa mirò a correggere abusi e carenze del periodo precedente, stabilendo norme per la disciplina del clero e per la corretta osservanza del rito liturgico.
In questa fase emerge una figura di primaria importanza per la storia ecclesiastica della Rus’: Massimo il Greco (1475-1556), originario del Peloponneso e proveniente da una famiglia agiata. Formatosi inizialmente in ambiente occidentale, egli abbracciò successivamente la vita monastica presso il Monte Athos, nel monastero di Vatopediou. Su richiesta dello zar, fu inviato in Russia dal Patriarcato Ecumenico, dove svolse un ruolo determinante come riformatore della Chiesa Ortodossa russa, distinguendosi per il suo impegno nella revisione dei testi e nella difesa dell’Ortodossia. Tuttavia, la sua opera suscitò forti opposizioni, che condussero alla sua persecuzione e marginalizzazione.
Parallelamente, nelle regioni occidentali della Chiesa russa, in particolare in Ucraina, si diffuse il fenomeno delle Chiese uniate, promosso attraverso missioni di monaci latini. Ciò determinò tensioni e conflitti tra ortodossi e uniati, accompagnati da episodi di persecuzione e da ripercussioni sulla coesione religiosa e nazionale delle popolazioni locali.
Un momento decisivo nella storia ecclesiastica russa si verificò nel 1588, quando il Patriarca Ecumenico, Geremia II il Tranos (1570-1579, 1580-1584, 1589-1595), giunse a Mosca e accettò, in un contesto di forti pressioni, soprattutto di Boris Godunov, cognato di Ivan il Terribile, l’istituzione del Patriarcato di Russia. Sotto forti pressioni nel 1589 egli consacrò il Metropolita Giobbe di Mosca quale primo Patriarca di Mosca. Tale atto fu successivamente ratificato dal Sinodo patriarcale del Patriarcato Ecumenico, del 1593, che riconobbe ufficialmente il Patriarcato di Mosca come quinto in Ordine d’Onore nella Chiesa Ortodossa.
In questo periodo emersero anche tensioni tra la Metropolia di Kiev e il centro ecclesiastico di Mosca, con una parte del clero incline a mantenere un legame diretto con il Patriarcato Ecumenico. Contestualmente, il cristianesimo si diffuse ulteriormente verso est, raggiungendo la Siberia e le regioni abitate dai popoli tatari.
Uno dei problemi più rilevanti affrontati dalla Chiesa russa riguardò la revisione dei libri liturgici sul modello greco, ad opera del Patriarca Nikon (1652-1666), quando verso la metà del XVII secolo si formò in Russia un circolo denominato del Movimento degli Zelatori della Pietà (Кружок ревнителей благочестия) fondato con l’intento di riformare la società moscovita, in modo tale da renderla conforme ai precetti cristiani, migliorando nel contempo l’apparato ecclesiastico della Chiesa ortodossa russa. Per realizzare questo scopo cercarono di rendere uniformi i libri liturgici che circolavano nel territorio russo, vagliando e correggendo le versioni che risultavano in contrasto. I membri più influenti di questo circolo furono l’Arciprete Avvakum, Ivan Neronov, Stefan Vonifat’ev, Fëdor Rtiščev e, quando ancora ricopriva la carica di Arcivescovo di Novgorod (1648-1652), lo stesso Nikon, il futuro Patriarca.
Con il supporto dello zar Aleksej Michajlovič (23 luglio 1645-6 febbraio 1679), Nikon, una volta salito al soglio di Mosca, iniziò il processo di correzione dei libri religiosi russi, cercando di renderli uniformi ai loro corrispettivi greci e introdusse diversi cambiamenti negli usi radicati nella fede russa (il segno della croce con due dita fu rimpiazzato da quello con tre, il conto dell’Alleluia doveva essere pronunciato tre volte invece di due, ecc.). Queste innovazioni incontrarono resistenza sia tra il popolo che tra il clero, che disputò sulla legittimazione e sulla correttezza di tali riforme, le quali non rispecchiavano le tradizioni dell’ortodossia russa. Ignorando le proteste, il Patriarca Nikon riuscì a far approvare le riforme dal Concilio locale riunitosi tra 1654 e il 1655. Tra il 1653 e il 1656, sotto l’egida di Epifanij Slavineckij (…-19 nivembre 1675), venne avviata la produzione dei nuovi testi liturgici corretti.
Anche se apparentemente queste riforme avrebbero potuto sembrare una mera modifica degli aspetti esteriori del credo russo, in realtà mutarono in modo radicale le relazioni tra il clero e la comunità dei fedeli. Diventò presto evidente che Nikon aveva usato queste innovazioni in un’ottica di centralizzazione dell’apparato ecclesiastico e di un personale rafforzamento politico. L’introduzione forzata di nuove opere liturgiche e rituali causò la rottura dei rapporti tra gli Zelanti della Pietà e il Patriarca di Mosca. Alcuni dei membri dell’organizzazione, infatti, presero posizione in favore dell’Antico Credo e si opposero alle riforme introdotte. Avvakum e Daniel si appellarono allo zar perché intervenisse in favore del ripristino del segno della croce con due dita e delle genuflessioni durante i sermoni, quindi cercarono di dimostrare al clero che gli usi della Chiesa Greca erano impuri in quanto i greci facevano stampare i propri libri liturgici nelle presse cattoliche (Venezia), contaminandoli e facendoli divergere dall’«antica pietà». Ivan Neronov si espresse contro il rafforzamento dell’autorità patriarcale e domandò la democratizzazione dell’apparato ecclesiastico. Il conflitto tra le due anime della Chiesa ortodossa si concluse tuttavia a favore di Nikon: Avvakum, Ivan Neronov e altri membri del clero furono perseguitati e giustiziati nel 1682.
Le idee propugnate dai difensori dell’Antico Credo trovarono molti sostenitori, appartenenti a tutti gli strati della società russa, che diedero vita al Movimento del Raskol. Alcuni esponenti del basso clero protestarono contro l’incremento dell’oppressione feudale che li vedeva soggetti da parte dell’alta gerarchia ecclesiastica. Membri di quest’ultima si unirono al Raskol per combattere le aspirazioni assolutistiche di Nikon e l’arbitrarietà delle riforme. Alcuni fra questi, come il Vescovo Pavel di Kolomna (1652-1656) e l’Arcivescovo Aleksandr di Vjatka (1657-1674) si schierarono apertamente per l’Antico Credo, tanto che il primo fu in seguito giustiziato per questa scelta. La boiarda Feodosija Morozova (21 maggio 1632-1 dicembre 1675) e sua sorella, la principessa Urusova e altri membri della Corte supportarono inoltre segretamente o simpatizzarono con i difensori dell’Antico Credo.
L’unificazione di forze tanto eterogenee contro quella che era diventata la “Chiesa ufficiale” può probabilmente essere spiegato attraverso l’analisi degli aspetti contraddittori del Raskol. Elementi quali l’idealizzazione e la spinta alla conservazione di valori tradizionali e antiche tradizioni, un’attitudine sospettosa verso le innovazioni, la conservazione di un rito “nazionale” e l’accettazione (da parte degli elementi radicali) del martirio nel nome dell’Antico Credo scelto come una via per la salvezza coesistevano infatti con le critiche sociali contro feudalesimo e servitù della gleba. Differenti strati sociali erano attratti da differenti componenti di questa ideologia. I più radicali apologeti del Raskol che annunciavano l’imminente apocalisse, la venuta dell’Anticristo e accusavano zar e patriarca di essere servi di Satana, ottennero un grande seguito tra il popolo russo. Il Raskol divenne così l’avanguardia al medesimo tempo di tendenze ultraconservatrici e democratiche.
Il Movimento del Raskol esplose in tutta la propria virulenza dopo il Concilio ecclesiastico del 1666-1667, nel quale i Vecchi Credenti erano stati bollati come eretici e si erano prese decisioni riguardo alle punizioni da infliggere loro. I membri del basso clero divennero i capi della opposizione facendo voto di predicare l’Antico Credo fino alla morte. La più drammatica manifestazione del Raskol era rappresentata dal ognenniye kreščenija (огненные крещения, o battesimo del fuoco o auto-immolazione), praticata dai membri più radicali dei Vecchi Credenti, i quali ritenevano prossima la Fine dei Tempi.
I Vecchi Credenti si divisero presto in due differenti fazioni, i Popovcy e i Bespopovcy (con preti e senza preti). Attratti dalle predicazioni degli ideologi del Raskol, molti piccolo-borghesi, contadini, artigiani e cosacchi si trasferirono nelle dense foreste della Russia Settentrionale, nella Regione del Volga, nei confini meridionali della Russia, in Siberia e persino all’estero, dove organizzarono la propria Obščina. Alcuni Vecchi Credenti, per sfuggire alle persecuzioni cui erano soggetti, migrarono infatti verso ovest, cercando rifugio nella Confederazione polacco-lituana, le cui autorità permisero loro di praticare liberamente la propria fede. Nel 1681, il governo annotò un accrescimento dei “nemici della Chiesa”, specialmente in Siberia. Con il supporto attivo della Chiesa Ortodossa Russa iniziò allora la persecuzione dei cosiddetti raskolniki (раскольники), ovvero “scismatici”.
Negli anni ‘70 e ‘80 del XVII secolo gli ideologi del Raskol si prodigarono nel denunciare i vizi della società russa coeva. Avvakum e i Vecchi credenti imprigionati nella prigione di Pustozersk cercarono inoltre di giustificare alcune rivolte che in quel periodo sconvolgevano il Paese come una punizione divina per le azioni delle autorità ecclesiastiche e zariste. Nel 1668 l’egumeno del monastero Soloveckij dichiarò di non aderire alla Riforma, provocando la reazione del potere centrale, il quale diede incarico al Voivoda Meščerinov di cingere d’assedio il luogo di culto. Dopo due anni, i monaci, esasperati dalla fame, aprirono per primi il fuoco contro le truppe assalitrici. Il monastero fu conquistato solo nel 1676 e i suoi abitanti furono duramente puniti. Alcuni Vecchi Credenti presero parte alla ribellione di Sten’ka Razin negli anni 1670-1671, anche se questa rivolta non fu propriamente considerata una diretta conseguenza del Raskol e lo stesso Razin avesse vedute fortemente anticlericali. Altri seguaci della Antico Credo, come Nikita Dobrynin, ebbero inoltre un ruolo importante nella Rivolta di Mosca del 1682.
All’inizio del XVIII secolo le posizioni degli elementi più radicali divennero minoritarie quando risultò pacifico che le riforme nikoniane non sarebbero più state revocate. Pur rimanendo ufficialmente membri di un movimento illegale fino al 1905 non tutti gli zar perseguitarono con la stessa veemenza gli adepti dell’Antico Credo. Sotto Pietro il Grande (2 novembre 1721-8 febbraio 1725) le persecuzioni difatti cessarono e ai Vecchi credenti fu solamente obbligato il pagamento di una tassazione doppia. Caterina II (9 luglio 1762-17 novembre 1796) incoraggiò addirittura gli scismatici che avevano trovato rifugio all’estero a tornare nella loro madrepatria.
Il Raskol (scisma) continua ad esistere e con un antagonismo piuttosto marcato tra la Chiesa Ortodossa Russa e i Vecchi Credenti, anche se a livello ufficiale le gerarchie si sono trovate concordi nell’attuare una pacifica coesistenza. Da un punto di vista ecclesiastico e teologico il Raskol rimane una questione altamente controversa e uno dei più tragici episodi della storia russa.
Un altro momento fondamentale per la storia Russa e per la Chiesa russa fu la salita al trono di Pietro I il Grande, zar e poi imperatore di Russia, il “grande modernizzatore”. Egli occidentalizzò profondamente il Paese, sottomise la nobiltà e la Chiesa, e, attraverso la vittoria nella Grande Guerra del Nord (1700-1721), ha trasformato la Russia in una superpotenza, spostando la capitale da Mosca a San Pietroburgo.
Pietro salì al trono nel 1682, all’età di dieci anni, e governò inizialmente insieme al fratellastro Ivan V (1682-1696), visitò in incognito l’Europa (Olanda, Inghilterra, Germania). Lavorò nei cantieri navali e studiò le scienze e le tecniche occidentali, rendendosi conto dell’arretratezza russa. Tornato in patria, impose riforme radicali, tra cui il taglio delle tradizionali barbe e abiti lunghi per uniformarsi agli standard europei. Dopo la morte di Ivan avvenuta nel 1696, Pietro diede inizio alla sua vasta stagione di riforme. In un primo momento esse furono concepite per sostenere la Grande guerra del Nord; successivamente, però, riforme più sistematiche trasformarono profondamente la struttura interna e l’amministrazione dello Stato. Le riforme di Pietro distinsero nettamente il suo regno da quello degli zar precedenti. Nella Russia moscovita (1389-1547), le funzioni dello Stato si limitavano essenzialmente alla difesa militare, alla riscossione delle imposte e al mantenimento delle divisioni di classe. Al contrario, la legislazione emanata sotto Pietro regolò con minuzia quasi ogni aspetto della vita in Russia, influenzando in modo significativo l’esistenza quotidiana di pressoché tutti i sudditi. Il successo delle riforme contribuì in maniera decisiva anche ai risultati ottenuti dalla Russia nella Grande Guerra del Nord: l’aumento delle entrate fiscali e della produttività rafforzò la macchina bellica russa. Ancora più importante, però, fu il fatto che Pietro costruì un «ordinato Stato di polizia», che consolidò e legittimò ulteriormente il potere autoritario in Russia. Una prova della durata di questa eredità è data dal fatto che numerose istituzioni pubbliche dell’Unione Sovietica e della Federazione Russa, come ad esempio l’Università Statale di Mosca, fanno risalire le proprie origini al periodo del suo regno.
Pietro il Grande introdusse anche grandi riforme ecclesiastiche che ebbero come obiettivo la riduzione del potere del Patriarcato e la sua sostituzione con un organo collegiale, un Santo Sinodo composto da membri nominati dallo stesso Sovrano. Si trattò di un intervento diretto dello Stato negli affari ecclesiastici. Le riforme ecclesiastiche di Pietro il Grande trasformarono la Chiesa Ortodossa Russa in un apparato burocratico dello Stato. Nel 1721, lo zar abolì il Patriarcato di Mosca, sostituendolo con il Santo Sinodo, un’assemblea di ecclesiastici guidata da un funzionario laico e fedele esecutore delle direttive imperiali.
Questo intervento radicale, noto come la Riforma della Chiesa Russa, modificò per sempre l’assetto religioso dell’Impero:
- Abolizione del Patriarcato (1721): Alla morte del Patriarca Adriano (24 agosto 1690-16 ottobre 1700), nel 1700, Pietro evitò di nominarne il successore, azzerando l’indipendenza politica del clero. Nel 1721, attraverso il Regolamento Spirituale (scritto con l’aiuto del teologo Feofan Prokopovyč), venne formalizzata la nascita del Santo Sinodo.
- Subordinazione e controllo: Il Santo Sinodo era un consiglio di vescovi sottoposto al controllo diretto del sovrano, grazie alla presenza di un Procuratore Generale laico. La Chiesa perse la sua autonomia e divenne di fatto un braccio del governo incaricato di gestire l’istruzione, l’assistenza e il controllo sociale.
- Secolarizzazione e confisca: Venne ridotto drasticamente il numero dei monasteri e dei monaci, mentre i beni ecclesiastici e le vaste proprietà terriere del clero furono incamerate e tassate per finanziare le spese militari dello Stato.
- Modernizzazione della celebrazione: La figura dello zar non fu dichiarata capo spirituale assoluto, ma la Chiesa fu fortemente spinta verso la modernizzazione, combattendo le superstizioni e promuovendo l’alfabetizzazione tra gli ecclesiastici. Nel XVIII secolo si rinnovò l’istruzione ecclesiastica con la creazione di Accademie teologiche e Seminari, che divennero importanti centri di formazione, mentre la condizione del clero rimase complessa. Proprio in questo periodo si avvia una progressiva occidentalizzazione della Chiesa russa sia liturgica sia teologica
L’impatto di questa svolta autoritaria fu profondo: l’istituzione del Santo Sinodo segnò la sottomissione del potere religioso a quello temporale, un assetto centralizzato che rimase in vigore fino alla caduta dell’Impero nel 1917.
All’inizio del XX secolo, le condizioni di vita nelle campagne erano notevolmente peggiorate per la povertà. A ripetute sommosse contadine erano seguite manifestazioni di protesta di ferrovieri ed operai. Aveva inoltre ripreso vigore il terrorismo rivoluzionario: nel 1901 era stato assassinato il Ministro dell’istruzione, nel 1902 quello degli interni e nel 1904 il successore di quest’ultimo. In quello stesso anno scoppiava la guerra con il Giappone. La Russia zarista viveva insomma un momento particolarmente difficile e il tradizionale sistema di potere autocratico rivelava tutta la sua debolezza: il conflitto russo-giapponese (8 febbraio 1904-5 settembre 1905) si concluse infatti con una sconfitta per i Russi.
Le trasformazioni politico-sociali in corso nel Paese non risolsero le tensioni sociali, difatti manifestazioni operaie e popolari sempre più frequenti indebolivano il regime. In una di queste, seguita ad uno sciopero generale cui avevano aderito 250.000 lavoratori, che ebbe luogo domenica 9 gennaio 1905, decine di migliaia di persone scesero pacificamente davanti al Palazzo d’Inverno, inneggiando allo zar. Essi erano convinti che lo zar, qualora fosse stato a conoscenza delle loro difficili condizioni di vita, avrebbe tentato di migliorarle. Per questo i manifestanti portavano una petizione con oltre 130.000 firme, in cui si chiedeva l’attuazione di riforme economiche e politiche: la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore, il salario minimo giornaliero, la convocazione di un’assemblea costituente. Per tutta risposta, i fucili delle truppe imperiali aprirono il fuoco sulla folla, lasciando sul terreno oltre duemila feriti e centinaia di morti e per questo viene ricordata come domenica di sangue. Così, scomparve definitivamente anche la fiducia che il popolo russo aveva da sempre riposto nello zar.
Lo sdegno suscitato da questo episodio moltiplicò nel paese le manifestazioni di protesta. I socialdemocratici, pur divisi in due fazioni (Bolscevichi e Menscevichi), già dal loro secondo congresso (1903) tentarono di porsi a capo del moto popolare. Consigli di operai (soviet) si formarono a Mosca, San Pietroburgo e in altre città, mentre nelle campagne dilagarono le rivolte contro i proprietari terrieri. Era generale la richiesta di una maggiore rappresentatività del governo, che rifletteva la nuova spinta alla mobilitazione del popolo. Stavano nascendo infatti nuovi partiti.
All’inizio del 1917, l’Impero Russo, che da tre anni combatteva nella Prima Guerra Mondiale come membro della Triplice intesa, era stremato: le perdite ammontavano a più di sei milioni tra morti, feriti e prigionieri e, tranne alcune vittorie sul fronte austriaco, ormai vanificate dagli eventi, la Russia aveva subito una grave serie di sconfitte che avevano comportato la perdita della Polonia, di una parte di Paesi baltici e dell’Ucraina, portando così il fronte all’interno dei suoi stessi confini, mentre le condizioni del popolo si aggravavano fortemente.
Il regime zarista, chiuso a riccio nella difesa del principio dell’autocrazia, aveva ormai perso del tutto il contatto con la realtà della Russia, al punto che anche molti degli elementi conservatori delle classi tradizionalmente alleate del regime stavano prendendo coscienza che solo un’uscita di scena dello zar Nicola II (1 novembre 1894-15 marzo 1917) avrebbe permesso loro di mantenere il controllo dello Stato. A San Pietroburgo scoppiò la rivolta con la Rivoluzione di febbraio (8-12 marzo 1917) e il 2 marzo (15 marzo secondo il calendario gregoriano) Duma e Soviet di operai e soldati si accordarono per la deposizione dello zar e l’istituzione di un governo provvisorio formato da cadetti, menscevichi e socialisti rivoluzionari.
Si formò il governo provvisorio di Georgij L’vov (15 marzo 1917-21 luglio 1917), che indusse Nicola II ad abdicare. Mentre lo zar e la sua famiglia venivano arrestati, nel Paese si formarono due poteri: quello del governo provvisorio e quello dei soviet, formato da delegati eletti, compresi i bolscevichi. Contemporaneamente, si diffuse in tutto il paese il disfattismo nazionale, segno della crescente stanchezza verso la guerra. Il leader bolscevico Lenin (Vladimir Il’ič Ul’janov 1870-1924), tornato dall’esilio, sostenne la necessità di trasformare la rivoluzione borghese di febbraio in rivoluzione proletaria, guidata dai soviet, e che mirava all’instaurazione di una società comunista. Nell’ottobre seguente i bolscevichi occuparono i punti nevralgici della capitale, dando vita alla Rivoluzione d’ottobre (25 ottobre 1917).
La vittoria dei bolscevichi portò al rovesciamento del Governo provvisorio russo e alla nascita della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, governata dal Consiglio dei commissari del popolo. Dal 1917 al 1921 esplose la Guerra civile russa (3 marzo 1918-marzo 1921), che avrebbe visto la vittoria dell’Armata Rossa (bolscevichi) sull’Armata Bianca (contro-rivoluzionari) e ciò portò, nel 1922, all’istituzione dell’Unione Sovietica, dominata dall’ideologia marxista, che portò alla separazione totale tra Stato e Chiesa e, successivamente, a persecuzioni e restrizioni della vita religiosa dei russi, segnando profondamente il XX secolo.
Ai primi del ‘900 la Il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa chiede allo zar Nicola II la possibilità di convocare un Concilio e ottiene l’autorizzazione alla sua preparazione, durata 12 anni. Il Concilio locale di Mosca del 1917-1918 viene aperto nell’agosto 1917, alla vigilia della Rivoluzione d’ottobre e mentre la Prima Guerra Mondiale è in corso. Gli avvenimenti storici e religiosi si intrecciano con quelli politici: il Concilio si attiene all’ordine del giorno programmato, ma contemporaneamente il Consiglio dei commissari del popolo trasforma con i suoi decreti il volto della società e ridefinisce il ruolo della Chiesa russa di fronte allo Stato.
Il Concilio di Mosca del 1917-1918 costituisce una pagina estremamente interessante per comprendere le dinamiche della Chiesa Russa al momento del crollo dell’Impero zarista, con le proposte di riforma che attraversavano un mondo nel quale si confrontavano prospettive diverse che erano venute maturando, soprattutto a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Sono questi gli anni nei quali si fa sempre più forte la richiesta di un cambiamento riguardo ai rapporti tra la monarchia zarista e la Chiesa Ortodossa Russa, cioè di mettere fine a quella situazione che si era creata con Pietro il Grande, che aveva abolito la figura del Patriarca, ponendo la Chiesa sotto il controllo diretto dello zar. Sul Concilio di Mosca, in questi ultimi anni, non sono mancati convegni e studi, anche grazie alla decisione del Patriarca Alessio II (10 giugno 1990-5 dicembre 2008), negli anni ‘90, dopo il crollo dell’Impero Sovietico, di autorizzare la ripubblicazione degli Atti del Concilio, che erano stati editi nel 1918, ma che erano poi stati travolti dalle drammatiche vicende che avevano segnato la Chiesa Ortodossa Russa, sottoposta a una pesante persecuzione da parte del regime bolscevico. Nell’affrontare i lavori del Concilio si è così sempre più affermata l’idea che esso rappresentò un’occasione perduta non solo per una riforma della Chiesa Ortodossa Russa nella riscoperta delle sue radici spirituali e teologiche ma anche per l’intero cristianesimo che era alle prese, negli stessi anni, con i primi incerti passi del Movimento Ecumenico contemporaneo.
Ricostruendo in sintesi le vicende del Concilio a partire dalla sua preparazione, esso si è soffermato principalmente sulla riforma della Chiesa Russa, sulla riforma del governo eparchiale, sul ruolo della parrocchia e del monachesimo ma soprattutto il Concilio ristabilisce il Patriarcato, soppresso da Pietro il Grande due secoli prima, ristabilisce altresì la dottrina della sobornost’ (conciliarità). All’interno dell’elaborazione storica, teologica ed ecclesiale emergono il ruolo politico e sacrale dello zar nonché il suo «martirio», il passaggio dalla Chiesa di Stato alla Chiesa dello Stato, privata di ogni legittimità, che riesce a sopravvivere grazie ad alcune importanti delibere conciliari e al principio fondamentale della sobornost’ che pure darà vita alla teologia e alla filosofia dei pensatori della diaspora russa, soprattutto in Francia e negli Stati Uniti.
Col ristabilimento del principio della sobornost’, il Concilio del 1917-1918 fissò due principi ecclesiologici fondamentali: che custode della fede è tutto il popolo di Dio e che la libertà è nell’unità dell’Ortodossia, perché: «la Chiesa non consiste nella molteplicità delle persone e nelle loro individualità separate, ma nell’unità della grazia divina che vive nella molteplicità delle creature razionali, che si sottopongono ad essa». Ed «è possibile cogliere la verità, inaccessibile al pensiero individuale, solo attraverso l’insieme dei pensieri, uniti dall’amore». Da ciò deriva il concetto basilare dell’Ortodossia russa, ripristinato dal Concilio del 1917-1918, che: «la verità non è nel concilio, ma nella sobornost’, nello spirito di comunione del popolo dei fedeli».
Il 5 novembre 1917, il Metropolita delle Isole Aleutine e dell’Alaska Tichon (1898—1917), dopo essere stato eletto come uno dei tre candidati al restaurato Patriarcato di Mosca, il Metropolita Vladimir di Kiev (1915-1918) annunciò che Tichon era stato scelto, mediante sorteggio, come nuovo Patriarca della Chiesa Ortodossa di tutta la Russia.
Durante la Guerra civile russa, la Chiesa Ortodossa della Russia fu considerata parte della fazione antibolscevica e molti membri del clero vennero incarcerati o uccisi dal nuovo regime. Il Patriarca Tichon condannò apertamente l’uccisione della famiglia dello zar nel 1918 e protestò contro le persecuzioni cui la Chiesa Ortodossa era oggetto. Nel 1921 fu nominato presidente onorario dello Zemskij sobor del Governo provvisorio del Priamur’s (Приамурский земский край).
Dopo il consolidamento dell’URSS, Tichon fu accusato dal governo di sabotaggio, accusa per la quale fu di fatto imprigionato nel monastero Donskoj dall’aprile 1922 al giugno 1923. Tra gli atti che gli furono contestati vi fu la sua veemente protesta contro la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici. Tale condanna fu di risonanza internazionale e comportò numerose petizioni al governo comunista. Sotto minaccia, il Patriarca scrisse dal luogo ove era relegato numerose lettere ai credenti, nelle quali affermava di «non essere più nemico del potere Sovietico». L’analisi testuale di questi messaggi mostrò molte analogie con dei documenti dell’Ufficio politico del Partito (Politbüro/политическое бюро) riguardanti “L’affare Tichon”. Nonostante questa dichiarazione di lealtà, continuò ad avere la fiducia della comunità ortodossa russa. A ciò va aggiunto che già nel 1920 Tichon emanò un Ukaz (указ) con il quale invitò ed autorizzò i fedeli che riconoscevano la sua autorità residenti all’estero a cercare guida e protezione altrove, capendo che la propria libertà di espressione sarebbe stata fortemente limitata. Ad ulteriore riprova di tale fatto è il suo testamento spirituale, scritto il giorno della sua morte, nel quale affida il destino della Chiesa Ortodossa in Russia e del popolo russo al governo comunista. Tale documento, scritto in realtà dal Metropolita Pietro di Kiev e successore di Tichon come locum tenens del Trono patriarcale (1925-1937), fu uno strumento con il quale il governo sovietico cercò di legittimare il proprio potere agli occhi dei fedeli ortodossi.
Sotto Vladimir Lenin si verificarono confische e nazionalizzazioni dei beni ecclesiastici, insieme alla limitazione della libertà religiosa, relegando la Chiesa fuori dalle strutture statali.
Dal tempo della Rivoluzione la Chiesa Ortodossa Russa fu privata dello status giuridico. Ciò ha prodotto una sorta di vuoto. Questa situazione era aggravata dal fatto che la comunicazione tra i vescovi diventava difficile, e talvolta impossibile. In parte a causa di ciò, durante molti degli anni successivi, spesso non era chiaro alle persone coinvolte chi fosse il vero successore del Patriarca Tikhon e quali fossero le scelte corrette per il bene della fede cristiana ortodossa e della Chiesa. L’altra causa che contribuì notevolmente a questa incertezza fu l’inizio della Guerra civile russa, che durò dal 1918 al 1921.
La cooperazione tra i Rinnovazionisti e il regime comunista, iniziata nel 1917, portò direttamente ad uno scisma, che iniziò apertamente nel 1922. Questa divisione fu in gran parte orchestrata e sostenuta dalle autorità comuniste. I suoi effetti furono avvertiti dalla Chiesa Ortodossa in tutto il mondo, e uno degli effetti collaterali fu la tensione tra il Patriarcato di Mosca e il Patriarcato Ecumenico dell’epoca. La fonte di questa tensione è stato il rapido riconoscimento dei “rinnovazionisti” da parte del Patriarcato Ecumenico, presumibilmente concesso a causa del suo status giuridico e del sostegno del governo. I suoi rappresentanti in Russia parteciparono fin dall’inizio alle assemblee generali dei “rinnovazionisti”. Sembra che anche il rappresentante del Patriarcato di Antiochia abbia fatto così per un certo periodo. Una volta stabilito lo status giuridico della Chiesa Ortodossa Russa, Costantinopoli sembra tecnicamente aver riconosciuto entrambe le entità, ma era molto più visibilmente presente ai “rinnovazionisti” attraverso i suoi rappresentanti. Solo nel 1943 la situazione tornò al completo riconoscimento della Chiesa Ortodossa Russa canonica. Nonostante le numerose pressioni per istituire questa entità anti-ecclesiale gestita dallo stato, si è rivelata una notevole resistenza passiva tra i credenti ortodossi in Russia.
Inoltre, all’inizio degli anni ‘20, le autorità sovietiche avevano avviato una vasta campagna di persecuzione e repressione contro la Chiesa Ortodossa Russa: molti sacerdoti e vescovi furono arrestati e giustiziati. Inoltre, furono ripristinati i mezzi che la dinastia dei Romanov aveva utilizzato per controllare la Chiesa. Semplicemente, la Chiesa fu nuovamente sottomessa allo Stato, e a un supervisore nel governo fu affidata la responsabilità di prendere decisioni sulla Chiesa (di solito riguardo a come debilitarla).
Nel gennaio 1921 il Metropolita di Nižnij Novgorod Sergij (1920-1937), il futuro locum tenens del Trono patriarcale (1937-1943) e infine Patriarca (12 settembre 1934-15 maggio 1944) fu arrestato (1926). Trascorse diversi mesi nella prigione di Butyrka. Fu rilasciato durante la festa di Pasqua (1 maggio) del 1927. È noto che il monaco Vladimir (Putyata, che era stato deposto dalla carica di vescovo), garantì per lui. Dopo una riunione del Santo Sinodo, durante la quale al monaco Vladimir (Putyata) fu rifiutata la reintegrazione, il Metropolita Sergij fu inviato a Nizhny Novgorod. La detenzione in qualsiasi momento durante il periodo sovietico comportava solitamente forme crudeli di interrogatorio, accompagnate da violenza e tortura. Nei campi di punizione, ciò è stato amplificato da maggiore violenza e lavoro forzato.
La Grande Carestia Russa iniziò nella primavera del 1921 e durò fino al 1922. Durante questo periodo, il governo usò la carestia come scusa per saccheggiare qualsiasi cosa di valore dai templi di tutto il paese. I vescovi della Chiesa russa avevano organizzato rapidamente e volontariamente raccolte e programmi speciali per alleviare gli affamati. Queste figure compassionevoli furono invece descritte dalle autorità civili come indifferenti e avidi, poiché non accettavano la consegna di oggetti sacri al governo, che vennero sottratte alla Chiesa con la violenza. La situazione servì come opportunità per opprimere ancora di più la Chiesa.
Nel 1921, in seguito all’emanazione del decreto del Patriarca San Tikhon n. 362, 34 vescovi della Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR) si riunirono in sinodo a Karlovtsy, in Serbia, dopo essere ospitati per un lungo periodo a Costantinopoli. All’incontro partecipava il Metropolita Platon (Rozhdestvensky), Primate della Arcidiocesi delle Isole Aleutine in Nord America (1907-1914, 1911-1934), poiché la Arcidiocedsi (a quel tempo) faceva parte del Sinodo dei vescovi fuori dalla Russia (ROCOR). La ROCOR continuava a considerarsi non un’istituzione permanente, ma meramente temporanea, creata in risposta agli eventi straordinari degli anni precedenti. Ma il Patriarca Tikhon morì nel 1925 e al suo posto fu posto un locum tenens nella persona del Metropolita Sergij (Stragorodsky). Il Metropolita Sergij cercò modi con cui convincere le autorità sovietiche a fermare la campagna di terrore e persecuzione contro la Chiesa e a trovare vie di riconciliazione pacifica con il governo. Non è senza significato che il successivo passo importante sia avvenuto quattro mesi dopo la sua scarcerazione.
Il 29 luglio 1927 viene pubblicata la famosa Dichiarazione, nella quale si professava la ferma lealtà della Chiesa Ortodossa Russa all’Unione Sovietica. Questa Dichiarazione non era firmata solo dal locum tenens: era la Dichiarazione dei vescovi del Santo Sinodo ad interim che era stato stabilito legalmente con il permesso dello stato nel maggio 1927. Il Metropolita Sergij affermò inoltre che era stato il desiderio insoddisfatto del Patriarca Tikhon quello di ottenere uno status legale per la Chiesa ortodossa sotto il nuovo governo dell’Unione Sovietica. In ogni caso, nonostante le buone intenzioni, la Dichiarazione causò un’immediata controversia tra gli ecclesiastici russi, sia all’interno dell’URSS che all’estero. Molti chierici (compresi molti vescovi importanti e rispettati in prigione ed in esilio) ruppero la comunione con il metropolita Sergij. Successivamente, alcuni di questi vescovi si riconciliarono con il Metropolita, ma molti continuarono nella loro opposizione alla “Chiesa ufficiale” fino all’elezione del Patriarca Alessio I (Simanskij) nel 1945.
Uno dei motivi per cui la reazione fu così negativa è l’evidente cambiamento di atteggiamento del Metropolita nelle sue parole. Nella Dichiarazione non si parlava delle contraddizioni chiare ed evidenti tra le intenzioni e il modo di vivere della Chiesa e dello Stato. Invece di lavorare per dissociare la Chiesa dal governo, ora affermava una stretta collaborazione: «Vogliamo essere ortodossi e allo stesso tempo riconoscere l’Unione Sovietica come nostra patria civile, le cui gioie e i cui successi sono le nostre gioie e i nostri successi, e i cui fallimenti sono i nostri fallimenti. Ogni colpo diretto contro l’Unione […] lo consideriamo come un colpo diretto contro di noi».
Durante l’autunno del 1927, la vita della Chiesa Ortodossa Russa fu segnata da una nuova fase di profonda tensione e confusione ecclesiale, strettamente connessa alla pubblicazione della celebre Dichiarazione del Μetropolita Sergij (Stragorodskij). Tale documento, volto a definire i rapporti tra la Chiesa e il potere sovietico, suscitò forti reazioni all’interno dell’episcopato e del clero, generando divisioni, perplessità e il rischio concreto di nuove fratture ecclesiastiche. In questo difficile contesto emerse la figura dell’Arcivescovo Ilarion (Troickij) di Vereja (1920-1929), una delle personalità più autorevoli dell’episcopato russo del tempo, noto per la sua straordinaria fermezza spirituale, la profonda sapienza ecclesiologica e l’ampiezza della sua visione storica e pastorale.
Preoccupato per il crescente clima di smarrimento che si stava diffondendo tra i vescovi, Ilarion convocò a Mosca, nella cella dell’archimandrita Teofane, una riunione riservata alla quale parteciparono circa una quindicina di vescovi. Alcuni di essi, turbati dagli eventi e dalle tensioni sorte attorno alla Dichiarazione di Sergij, iniziavano infatti a lasciarsi trascinare verso posizioni separatiste o scismatiche. L’Arcivescovo Ilarion, con grande equilibrio ecclesiale e profondo senso dell’unità della Chiesa, esortò con forza i presenti a non cadere nello scisma in alcuna circostanza, riconoscendo nelle divisioni interne uno dei più gravi pericoli per la sopravvivenza stessa della Chiesa perseguitata. Le sue parole, rimaste celebri nella memoria ecclesiastica russa, furono: «Nessuna scissione! Qualunque cosa ci venga detto, lo considereremo una provocazione!». Questa affermazione manifesta non soltanto la prudenza pastorale di Ilarion, ma anche la sua profonda coscienza ecclesiologica: egli riteneva infatti che, in un’epoca segnata dalla persecuzione ateistica e dalle pressioni del regime sovietico, la conservazione dell’unità canonica della Chiesa dovesse prevalere sulle tensioni contingenti e sulle divergenze di carattere amministrativo o politico.
L’atteggiamento dell’Arcivescovo Ilarion contribuì significativamente a contenere ulteriori frammentazioni all’interno della Chiesa Ortodossa Russa e rimane una delle testimonianze più alte di fedeltà ecclesiale e di responsabilità pastorale nella drammatica stagione delle persecuzioni sovietiche.
Il 9 settembre 1927, il Sinodo dei Vescovi della Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR), riunito a Karlovci in Serbia sotto la presidenza del metropolita Antonij (Khrapovickij) di Kiev e Galizia (1863-1936), decretò ufficialmente la rottura della comunione ecclesiastica con le autorità ecclesiastiche di Mosca. Tale decisione maturò nel contesto delle profonde tensioni sorte in seguito alla Dichiarazione del Metropolita Sergij (Stragorodskij), con la quale si richiedeva al clero e ai fedeli ortodossi una dichiarazione di lealtà nei confronti del regime sovietico.
I vescovi della ROCOR respinsero categoricamente questa richiesta, ritenendola incompatibile con la libertà spirituale della Chiesa e giudicandola una pericolosa sottomissione dell’autorità ecclesiastica al potere ateo bolscevico. La rottura con Mosca segnò così una tappa decisiva nella formazione della Chiesa russa della diaspora, che si considerava custode della libera tradizione ecclesiale russa al di fuori del controllo sovietico.
Nello stesso anno si verificò un ulteriore evento destinato ad avere profonde conseguenze nella vita dell’emigrazione russa ortodossa. Il Metropolita Evlogij (Georgievskij) di Parigi (1868-1946), responsabile delle comunità russe dell’Europa occidentale, si separò dal Sinodo di Karlovci insieme al metropolita Platon (Roždestvenskij), guida della Metropolia russa nel Nord America. Entrambi i metropoliti furono successivamente condannati, provocando una grave frattura all’interno della diaspora russa sia in Europa occidentale sia nel continente nordamericano.
Tuttavia, il metropolita Evlogij riteneva che la propria situazione ecclesiastica differisse sostanzialmente da quella dei vescovi appartenenti al Sinodo di Karlovci. Egli, infatti, era stato nominato direttamente dal Patriarca di Mosca Tichon alla guida delle comunità russe dell’Europa occidentale e considerava pertanto il proprio ministero ancora legittimamente connesso alla Chiesa Madre, nonostante le difficili circostanze politiche.
La risposta del Metropolita Sergij non tardò ad arrivare. Nel 1928 egli decretò che il Metropolita Evlogij non possedeva ormai autorità canonica sull’Europa occidentale e dichiarò inoltre prive di validità canonica le decisioni assunte dal Sinodo di Karlovci. Tale presa di posizione contribuì ad aggravare ulteriormente la già complessa situazione ecclesiastica della diaspora russa, nella quale si intrecciavano questioni canoniche, tensioni politiche, differenti atteggiamenti verso il regime sovietico e divergenti concezioni del rapporto tra la Chiesa perseguitata in patria e le comunità ortodosse dell’emigrazione.
La frammentazione della diaspora russa ortodossa negli anni successivi alla Rivoluzione bolscevica rappresenta uno dei fenomeni ecclesiologici più complessi del XX secolo. Essa evidenziò drammaticamente il conflitto tra l’esigenza di preservare l’unità canonica della Chiesa e la difficoltà di mantenere rapporti normali con una gerarchia ecclesiastica sottoposta alla pressione costante del potere sovietico.
Tra il 1936 e il 1940 il regime sovietico, sotto la guida di Stalin, diede avvio alla cosiddetta «Grande Purga» (Большой террор), una vasta campagna repressiva volta ufficialmente all’eliminazione di ogni forma di opposizione reale o presunta nei confronti della politica statale. Tale processo, motivato dalla volontà di consolidare il controllo assoluto del potere sovietico, è stato interpretato da numerosi studiosi anche come espressione della crescente paranoia politica di Stalin e del sistema totalitario da lui instaurato.
La repressione colpì in maniera indiscriminata ampi settori della società sovietica: membri del Partito Comunista, ufficiali dell’Armata Rossa, rappresentanti dell’intellighenzia, funzionari statali, artisti, scienziati e semplici cittadini furono arrestati, deportati nei gulag o condannati a morte mediante processi sommari. Anche la Chiesa Ortodossa Russa subì persecuzioni particolarmente dure: numerosi vescovi, sacerdoti, monaci e fedeli vennero imprigionati, esiliati o giustiziati, mentre migliaia di chiese e monasteri furono chiusi o distrutti nell’ambito della politica ateistica del regime sovietico. Le conseguenze della Grande Purga furono devastanti non soltanto sul piano umano e spirituale, ma anche per l’intera struttura dello Stato sovietico. La decimazione dell’élite militare, amministrativa e culturale compromise gravemente l’efficienza delle istituzioni dell’Unione Sovietica, lasciando profonde ferite nella vita religiosa, sociale e politica del Paese.
Nel contesto drammatico della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945), definita nella storiografia sovietica «Grande Guerra Patriottica» (1941-1945), il 22 giugno 1941 – giorno dell’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Germania nazista mediante l’Operazione Barbarossa – il Metropolita Sergij (Stragorodskij), locum tenens del Trono patriarcale di Mosca, apprese l’inizio delle ostilità contro il popolo sovietico.
Ancor prima che Stalin rivolgesse il suo celebre appello alla nazione, il Metropolita Sergij emanò un solenne «Messaggio ai pastori e al gregge della Chiesa Ortodossa di Cristo», che venne immediatamente trasmesso a tutte le parrocchie della Chiesa russa. In tale documento, redatto nello stesso giorno dell’attacco tedesco, egli interpretava la guerra non soltanto come un conflitto politico o militare, ma anche come una lotta spirituale e patriottica per la difesa della patria, della fede e del popolo. Scriveva il Metropolita: «Non è la prima volta che il popolo russo deve sopportare tali prove. Con l’aiuto di Dio, questa volta ridurremo in polvere il potere nemico nazista. In una situazione peggiore, i nostri antenati non si persero d’animo perché ricordarono non i loro pericoli e benefici personali, ma il loro sacro dovere verso la loro patria e alla Fede, e ne uscirono vittoriosi. Non disonoriamo il loro glorioso nome. […] La Chiesa di Cristo benedice tutti gli Ortodossi per difendere i sacri confini della nostra Patria. Il Signore ci conceda la vittoria».
Nel breve ma intenso Messaggio, il Metropolita Sergij affermava che la Chiesa Ortodossa Russa non poteva rimanere indifferente dinanzi alla sofferenza della patria e richiamava l’esempio dei santi prìncipi e difensori della Rus’, esortando clero e fedeli all’unità, alla preghiera e al sacrificio. Egli dichiarava inoltre che la Chiesa avrebbe condiviso pienamente le sofferenze del popolo, sostenendo moralmente e spiritualmente quanti combattevano al fronte e quanti operavano per la salvezza della nazione. Questo appello segnò una svolta significativa nei rapporti tra lo Stato sovietico e la Chiesa Ortodossa Russa. Dopo decenni di persecuzioni, chiusure di chiese e repressioni anticlericali, il governo sovietico comprese progressivamente il valore della Chiesa quale elemento di coesione nazionale e forza morale capace di rafforzare la resistenza del popolo contro l’invasione nazista.
Nel corso della guerra, infatti, la Chiesa Ortodossa Russa sostenne attivamente lo sforzo bellico attraverso raccolte di fondi, assistenza spirituale ai soldati, opere caritative e continue esortazioni alla difesa della patria. Parallelamente, il regime attenuò parzialmente la propria politica antireligiosa: numerose chiese furono riaperte, alcuni vescovi e sacerdoti vennero liberati dai campi di prigionia e nel 1943 Stalin autorizzò perfino la restaurazione del Patriarcato di Mosca, vacante dal 1925. L’intervento del Metropolita Sergij del 22 giugno 1941 rimane pertanto uno dei documenti più significativi della storia contemporanea della Chiesa Ortodossa Russa, poiché segnò l’inizio di una nuova fase nei rapporti tra la Chiesa e lo Stato sovietico durante uno dei periodi più tragici della storia del XX secolo.
In questo quadro, il 4 settembre 1943 il Metropolita Sergij (Stragorodskij), locum tenens del Trono patriarcale di Mosca, insieme ai metropoliti Aleksij (Simanskij) e Nikolaj (Jaruševič), fu convocato al Cremlino per un incontro storico con Iosif Stalin. Alla riunione presero parte anche Vjačeslav Molotov e Georgij Karpov, colonnello dell’NKVD – successivamente NKGB – che sarebbe poi divenuto presidente del Consiglio per gli Affari della Chiesa Ortodossa Russa. L’incontro segnò una svolta decisiva nella politica religiosa sovietica. Stalin comunicò ai metropoliti la decisione del governo di permettere la restaurazione del Patriarcato di Mosca, abolito di fatto dopo la morte del Patriarca Tikhon e rimasto vacante per quasi due decenni. Egli annunciò inoltre la riapertura di numerose chiese, di seminari teologici e di accademie ecclesiastiche, nonché la ripresa della pubblicazione del «Giornale del Patriarcato di Mosca», organo ufficiale della Chiesa russa.
Secondo diverse testimonianze, Stalin fece anche riferimento ai propri anni giovanili trascorsi nel seminario teologico di Tbilisi, lasciando intendere di conservare ancora una certa familiarità con il linguaggio e la struttura della vita ecclesiastica. Sebbene tale apertura fosse motivata soprattutto da considerazioni politiche e strategiche, essa rappresentò per la Chiesa Ortodossa Russa l’inizio di una nuova fase storica, caratterizzata da una limitata tolleranza religiosa dopo i durissimi decenni delle persecuzioni. Su invito di Stalin, i metropoliti esposero le principali necessità della Chiesa, tra cui la convocazione di un Concilio episcopale per l’elezione di un nuovo patriarca. Stalin assicurò che il governo sovietico avrebbe garantito tutta l’assistenza necessaria per lo svolgimento del Concilio e per la riorganizzazione della vita ecclesiastica.
Pochi giorni dopo, l’8 settembre 1943, venne così convocato il Concilio dei vescovi della Chiesa Ortodossa Russa, che elesse patriarca di Mosca e di tutta la Rus’ il Metropolita Sergij. Tale evento segnò ufficialmente la restaurazione del Patriarcato di Mosca e rappresentò uno dei momenti più significativi della storia contemporanea della Chiesa russa. Tuttavia, questa nuova fase di relativa libertà ecclesiastica non implicò una reale indipendenza della Chiesa rispetto allo Stato sovietico. Il regime continuò infatti a esercitare un controllo costante sulle attività ecclesiastiche attraverso gli organismi governativi appositamente istituiti, mentre il clero rimaneva sottoposto alla sorveglianza degli apparati di sicurezza. Nonostante tali limitazioni, la restaurazione patriarcale del 1943 consentì alla Chiesa Ortodossa Russa di recuperare una struttura istituzionale stabile e di riprendere gradualmente la propria missione pastorale, liturgica e spirituale nel contesto della società sovietica.
L’8 settembre 1943, presso il nuovo edificio del Patriarcato di Mosca, si svolse il Concilio dei vescovi della Chiesa Ortodossa Russa, al quale presero parte diciannove vescovi. Nel corso dell’assemblea, i vescovi elessero all’unanimità il locum tenens patriarcale, il Metropolita Sergij (Stragorodskij) di Mosca e Kolomna, quale Patriarca di Mosca e di tutta la Russia. L’elezione del patriarca Sergij rappresentò un evento di straordinaria importanza nella storia della Chiesa Ortodossa Russa contemporanea, poiché segnò ufficialmente la restaurazione del Patriarcato di Mosca dopo i lunghi anni di persecuzioni e di gravissima crisi ecclesiastica seguiti alla Rivoluzione del 1917.
L’intronizzazione del nuovo patriarca ebbe luogo il 12 settembre 1943 nella Cattedrale della Teofania (Bogojavlenskij sobor) di Yelokhovo, a Mosca, che in quel periodo svolgeva le funzioni di principale cattedrale patriarcale della Chiesa russa. Il Patriarca Sergij guidò la Chiesa in una fase particolarmente delicata, caratterizzata dalla prosecuzione della Seconda Guerra Mondiale e dalla complessa ridefinizione dei rapporti tra la Chiesa e il potere sovietico. Nonostante l’età avanzata e le precarie condizioni di salute, egli si adoperò per la riorganizzazione della vita ecclesiastica, la riapertura delle chiese e dei seminari, nonché per il consolidamento della struttura patriarcale recentemente restaurata.
Il 15 maggio 1944, il Patriarca Sergij si addormentò nel Signore a causa di un’emorragia cerebrale, dopo avere guidato la Chiesa Ortodossa Russa in uno dei periodi più drammatici e complessi della sua storia contemporanea. Alla sua morte, l’ufficio di locum tenens del Trono patriarcale venne assunto dal Metropolita Aleksij (Simanskij) di Leningrado, vescovo di grande autorevolezza ecclesiastica e figura eminente dell’episcopato russo del XX secolo. Durante gli anni della guerra e delle persecuzioni egli aveva manifestato notevoli capacità pastorali e organizzative, distinguendosi soprattutto per il sostegno spirituale offerto al popolo e al clero nella città assediata di Leningrado.
La sua elezione a locum tenens assicurò continuità alla restaurata istituzione patriarcale e contribuì al progressivo riordinamento della vita ecclesiastica della Chiesa russa nel difficile contesto dell’Unione Sovietica. Successivamente, Aleksij (Simanskij) sarebbe stato eletto Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, guidando la Chiesa Ortodossa Russa in una lunga e significativa fase della sua storia.
Il Concilio locale della Chiesa Ortodossa Russa si aprì il 31 gennaio 1945 a Mosca, in un clima profondamente segnato dalle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale e dal recente ristabilimento del Patriarcato. Nel corso dei lavori conciliari, il locum tenens patriarcale, il Metropolita Aleksij (Simanskij) di Leningrado, presentò una relazione sull’attività patriottica svolta dalla Chiesa durante gli anni del conflitto, evidenziando il contributo spirituale e morale offerto al popolo russo e il sostegno prestato alla difesa della patria nel periodo della cosiddetta «Grande Guerra Patriottica».
Il Concilio si concluse il 2 febbraio 1945 con l’elezione del Metropolita Aleksij al Trono patriarcale di Mosca e di tutta la Russia. L’elezione avvenne all’unanimità e mediante voto palese espresso dai vescovi partecipanti al Concilio, segnando così la definitiva successione al patriarca Sergij (Stragorodskij) e il consolidamento della rinnovata struttura patriarcale della Chiesa Ortodossa Russa nel contesto sovietico del dopoguerra.
Durante il patriarcato di Alessij I di Mosca (1945-1970), la Chiesa Ortodossa Russa visse una fase caratterizzata da un complesso modus vivendi con lo Stato sovietico. In tale contesto venne promulgato un nuovo Statuto ecclesiastico e si sviluppò una significativa attività internazionale della Chiesa Russa, soprattutto nell’ambito del Movimento Ecumenico e delle relazioni inter-ortodosse. Tale situazione diede origine a una particolare forma di coesistenza tra il regime bolscevico e la gerarchia ecclesiastica, spesso interpretata come una sorta di “sinfonia” forzata tra il potere sovietico e l’Ortodossia russa.
Tuttavia, sotto questa apparente stabilizzazione, permaneva un forte controllo statale sulla vita ecclesiale. Un momento particolarmente critico si verificò il 13 marzo 1961, quando il Patriarca Alessij I e i membri permanenti del Santo Sinodo furono convocati presso il Consiglio per gli Affari della Chiesa Ortodossa Russa dal nuovo presidente V. A. Kuroedov, successore di Georgij Karpov. In tale occasione venne proposta una radicale riforma dell’amministrazione parrocchiale, volta a modificare il Capitolo IV del Regolamento ecclesiastico del 1945.
L’obiettivo della riforma era sottrarre al parroco la direzione effettiva della comunità locale, trasferendo l’amministrazione delle parrocchie a organi esecutivi composti prevalentemente da laici approvati dalle autorità statali. Tale misura comprometteva profondamente la tradizionale struttura gerarchica della Chiesa Ortodossa, subordinando di fatto la vita ecclesiale al controllo diretto del potere sovietico.
Il principio di questa nuova politica religiosa venne formalizzato nella disposizione segreta del Consiglio dei ministri dell’URSS del 6 gennaio 1961, intitolata «Sul rafforzamento del controllo sull’attività della Chiesa». Successivamente, il 18 aprile 1961, il Santo Sinodo della Chiesa Russa emanò un decreto che recepiva le direttive imposte dalle autorità sovietiche.
La decisione suscitò tuttavia vive proteste all’interno dell’episcopato. Alcuni vescovi contestarono apertamente la legittimità canonica del provvedimento, sostenendo che una decisione approvata da un Concilio locale non potesse essere modificata unilateralmente mediante un semplice decreto sinodale. La vicenda mise così in luce la tensione permanente tra la fedeltà alla tradizione canonica ortodossa e le pressioni esercitate dal regime sovietico sulla vita interna della Chiesa.
Dopo la morte del patriarca Aleksij I (Simanskij), avvenuta il 17 aprile 1970, si aprì una lunga e complessa fase di trattative tra la gerarchia ecclesiastica e le autorità sovietiche per la scelta del nuovo primate della Chiesa Ortodossa Russa. Le elezioni patriarcali furono infatti precedute da estenuanti negoziazioni e da delicati compromessi con il potere politico, protrattisi per diversi mesi, segno evidente della profonda ingerenza dello Stato sovietico nella vita interna della Chiesa. Al termine di questo processo venne eletto Patriarca di Mosca e di tutta la Russia il Metropolita Pimen (Izvekov), la cui intronizzazione segnò l’inizio di una nuova fase nei rapporti tra Chiesa e regime sovietico.
Gli anni del patriarcato di Pimen (1971-1990) furono caratterizzati da una relativa stabilizzazione della politica antireligiosa dello Stato e dalla fine delle più violente persecuzioni ecclesiastiche dell’epoca chruščëviana. Pur permanendo restrizioni e controlli, cessarono infatti gli eccessi delle campagne antireligiose degli anni Sessanta, che avevano provocato la chiusura di migliaia di chiese e monasteri e una drastica limitazione della vita pastorale.
Tuttavia, questa apparente distensione fu accompagnata da un ulteriore consolidamento della subordinazione della Chiesa al potere sovietico. Le autorità continuarono a esercitare un controllo capillare sulla gerarchia ecclesiastica mediante il Consiglio per gli Affari Religiosi e attraverso il coinvolgimento diretto degli organismi di sicurezza statale. La Chiesa Ortodossa Russa venne inoltre progressivamente utilizzata come strumento della politica estera dell’Unione Sovietica, soprattutto nell’ambito dei rapporti ecumenici e delle relazioni internazionali.
In tale contesto, la partecipazione della Chiesa Russa agli organismi ecumenici internazionali, alle conferenze per la pace e ai dialoghi inter-cristiani fu spesso funzionale agli interessi diplomatici sovietici, presentando all’estero l’immagine di una piena libertà religiosa nell’URSS. Parallelamente, sul piano interno, la vita ecclesiale continuava a essere rigidamente vigilata e limitata, mentre numerosi credenti, sacerdoti e dissidenti religiosi subivano ancora discriminazioni, controlli e persecuzioni.
Alla metà degli anni Ottanta il regime sovietico si va progressivamente disgregando ed è costretto a interrogarsi sui risultati dell’esperimento comunista e sui disastri e costi umani che ha comportato, nonché sulle ragioni del suo sempre più evidente fallimento.
Un momento importante fu la grande Assemblea locale del 1988, che celebrò il millenario del battesimo della Rus’. Nel 1990 venne promulgata la legge «Sulla libertà di coscienza», nel contesto delle riforme di Michail Gorbaciov (1985-1991), note come Perestrojka e Glasnost.
Il problema della collaborazione troppo stretta della Chiesa con lo Stato ateo non è scomparso con il crollo dell’Unione Sovietica. La collaborazione con lo Stato, diventato molto benevole con la Chiesa Ortodossa ufficiale, continua ancora oggi. I patriarchi Alessio II e Kirill nonostante i loro legami con i servizi segreti sovietici appaiono persone stimatissime. L’invasione in Ucraina, però, che ha scosso il mondo con le sue atrocità ed il sostegno aperto a questa guerra offerto dal patriarca Kirill, ha risvegliato il vulcano dormiente della critica, che è andata oltre la persona del Patriarca. Il pieno appoggio allo Stato da parte della Chiesa, criticato di nascosto ma anche pubblicamente al tempo sovietico, è diventato insopportabile oggi nei tempi della guerra.
Durante il patriarcato di Kirill di Mosca, la Chiesa Ortodossa Russa ha progressivamente elaborato e promosso il concetto del cosiddetto “Russkij mir” (Mondo russo), divenuto uno dei principali paradigmi ideologico-ecclesiali della contemporanea visione religiosa e geopolitica russa. Tale concezione si fonda sull’idea dell’esistenza di una comune civiltà spirituale e culturale sorta dalla Rus’ di Kiev e comprendente russi, ucraini e bielorussi, popoli considerati espressioni di un’unica tradizione storica, religiosa e culturale.
Nella prospettiva del “Russkij mir”, il battesimo della Rus’ nel 988, avvenuto a Kiev sotto il principe Vladimir, rappresenta il fondamento dell’unità spirituale dei popoli slavi orientali. Questa impostazione, tuttavia, ha assunto progressivamente anche una dimensione politica ed ecclesiologica, poiché tende a considerare lo spazio storico dell’antica Rus’ come appartenente a una medesima sfera civilizzatrice e religiosa legata a Mosca.
Tale dottrina è stata fortemente contestata in Ucraina, soprattutto dopo il consolidamento della coscienza nazionale ucraina maturata nel corso dei secoli e intensificatasi dopo l’indipendenza del 1991. Molti ucraini percepiscono infatti questa teoria come una negazione della propria identità storica, culturale ed ecclesiale. La memoria della lunga subordinazione politica all’Impero russo, le tragedie del periodo sovietico – in particolare la carestia dell’Holodomor degli anni Trenta sotto Stalin – e l’esperienza della statualità indipendente hanno contribuito a rafforzare il desiderio di una piena autonomia nazionale ed ecclesiastica.
In ambito ucraino si è inoltre sviluppata la convinzione che Kiev, e non Mosca, costituisca la vera culla storica del cristianesimo della Rus’, poiché fu proprio a Kiev che avvenne il battesimo del principe Vladimir e del suo popolo nel 988. In questa prospettiva, la tradizione ecclesiale e culturale della Rus’ viene interpretata come originariamente ucraina-kieviana, mentre Mosca sarebbe una realtà sviluppatasi successivamente.
Il crescente risveglio della coscienza nazionale ed ecclesiale ucraina è stato percepito da parte russa come una minaccia all’unità storica e spirituale del “Mondo russo”. In alcuni ambienti politici ed ecclesiastici russi, il nazionalismo ucraino è stato descritto come espressione di radicalismo ostile alla Russia e potenzialmente pericoloso anche sul piano geopolitico e militare. In tale contesto, il concetto di “Russkij mir” è divenuto uno degli elementi ideologici utilizzati per giustificare la posizione russa nei confronti dell’Ucraina, contribuendo ad alimentare una contrapposizione non soltanto politica e militare, ma anche storica, culturale ed ecclesiologica.
Attualmente, il Patriarca di Mosca è Kirill I, il quale ricopre la carica di Patriarca di Mosca e Primate della Chiesa Ortodossa Russa dal febbraio 2009.





