
Patriarcato di Bulgaria
IL PATRIARCATO DI BULGARIA
La storia della Bulgaria e della sua Chiesa si configura come un processo stratificato, nel quale elementi di continuità tardo-antica, trasformazioni etniche e sviluppi istituzionali si intrecciano in modo dinamico e spesso conflittuale. Il territorio dell’odierna Bulgaria, abitato originariamente dai Traci, fu progressivamente integrato nel sistema amministrativo e culturale dell’Impero Romano, assumendo il nome di Mesia. Già in epoca romana e soprattutto nel periodo tardoantico, la regione conobbe una significativa diffusione del cristianesimo, testimoniata dall’esistenza di sedi episcopali e dalla partecipazione di vescovi locali ai primi Concili Ecumenici. Questa precoce cristianizzazione costituisce un elemento fondamentale per comprendere la successiva evoluzione religiosa dell’area.
Dal punto di vista ecclesiastico, la regione rientrava nell’Illirico, zona di frontiera tra la giurisdizione del vescovo di Roma e quella del Patriarcato Ecumenico. La riorganizzazione ecclesiastica promossa dall’imperatore Leone III Isaurico (717-741) nel 731/732, che trasferì l’Illirico sotto la giurisdizione ecclesiastica del Patriarcato Ecumenico, segnò un passaggio decisivo, orientando definitivamente la regione verso l’ecumene dell’Impero Romano d’Oriente. Tale decisione non fu soltanto amministrativa, ma ebbe profonde implicazioni ecclesiologiche, consolidando il principio della subordinazione delle province ecclesiastiche all’autorità imperiale e patriarcale.
Nel corso del VI e VII secolo, il quadro etnico e culturale della regione subì profonde trasformazioni con l’arrivo delle popolazioni slave. Queste comunità, inizialmente organizzate in forme tribali, entrarono in contatto con il cristianesimo attraverso le strutture ecclesiastiche preesistenti e i rapporti con l’Impero Romano d’Oriente. Parallelamente, gruppi definiti storicamente come protobulgari di origine turanica, appartenenti a una confederazione politica guidata da Kubrat (Кубрат c. 632-c. 650/665)), si spostarono verso i Balcani in seguito alla pressione dei Khazari. Dopo la dissoluzione della cosiddetta Grande Bulgaria, il gruppo guidato da Asparuch (Аспарух 681-701) si stabilì a sud del Danubio, dando origine a una nuova entità politica.
Il riconoscimento ufficiale del Primo Stato bulgaro nel 681 rappresenta un momento di svolta nella storia dei Balcani. Dal punto di vista ecclesiastico, tuttavia, si trattava di uno Stato che si sovrapponeva a una realtà già cristianizzata, pur essendo governato da un’élite ancora pagana. Questa dualità tra una classe dirigente non cristiana e una popolazione in larga parte cristiana generò tensioni che si riflettono nelle fonti dell’epoca. Le persecuzioni contro i cristiani attestano la volontà dei governanti di preservare la propria identità religiosa e politica, ma allo stesso tempo evidenziano la crescente presenza del cristianesimo come forza culturale e sociale.
La progressiva diffusione del cristianesimo tra i Bulgari non può essere ridotta a un singolo evento, ma va interpretata come un processo di lunga durata, caratterizzato da interazioni complesse tra fattori politici, sociali e culturali. Il battesimo del khan Boris I di Bulgaria (852-889) nel 864 rappresenta il momento culminante di questo processo. La decisione di adottare il cristianesimo come religione di Stato rispondeva a una serie di esigenze strategiche. In primo luogo, essa permetteva alla Bulgaria di inserirsi nel sistema diplomatico degli Stati cristiani, superando l’isolamento che derivava dalla sua condizione di potenza pagana. In secondo luogo, favoriva l’integrazione interna, riducendo la distanza tra l’aristocrazia protobulgara e la popolazione slava.
Dal punto di vista ecclesiologico, la conversione della Bulgaria sollevò questioni fondamentali relative alla natura dell’autorità nella Chiesa e al rapporto tra universalità e autonomia locale. Boris I avviò negoziazioni sia con Roma sia con Costantinopoli, cercando di ottenere una Chiesa indipendente, dotata di una propria gerarchia. Le risposte ricevute mostrano le differenze tra i due modelli ecclesiastici: da un lato, la centralizzazione romana; dall’altro, la struttura sinodale della Chiesa Ortodossa, che pur riconoscendo una certa autonomia alle Chiese locali, le manteneva all’interno di una comunione gerarchica. La scelta finale a favore di Costantinopoli fu determinata non solo da considerazioni teologiche, ma anche da fattori geopolitici.
Un aspetto di grande rilevanza teologica fu l’introduzione della lingua slava nella celebrazione, resa possibile dall’opera dei discepoli di Cirilo e Metodio. Questo fenomeno rappresenta un esempio significativo di inculturazione del cristianesimo, in cui il messaggio evangelico viene tradotto e adattato a un contesto linguistico e culturale specifico senza perdere la sua universalità. La diffusione dell’alfabeto cirillico, attribuita tradizionalmente a Clemente di Ohrid (840-916), contribuì a consolidare una cultura cristiana slava autonoma, rafforzando l’identità bulgara.
Durante il regno di Simeone I di Bulgaria (893-927), il processo di consolidamento ecclesiastico e culturale della Bulgaria conobbe un’accelerazione significativa. In questo contesto, tra l’893 e l’894, il sovrano promosse Clemente di Ohrid alla dignità episcopale, rendendolo il primo vescovo a esercitare il ministero in lingua slava (o, più precisamente, slavo ecclesiastico) all’interno dello Stato bulgaro. La sua sede episcopale è generalmente identificata con la diocesi di Velika (talvolta indicata nelle fonti anche come Belika o Drembica), situata nella regione della Macedonia sud-occidentale. Il riferimento a Drama (città della Macedonia orientale) presente nel Martirologio Romano riflette tradizioni agiografiche posteriori e non sempre pienamente attendibili dal punto di vista storico.
Nella sua funzione episcopale, Clemente svolse un ruolo determinante nell’organizzazione della struttura ecclesiastica bulgara, contribuendo in modo concreto alla formazione di un clero locale e alla stabilizzazione delle istituzioni ecclesiastiche in una fase ancora relativamente recente della cristianizzazione del paese. La sua attività pastorale si inserisce nel più ampio progetto politico ed ecclesiastico di Simeone, volto a rafforzare l’autonomia culturale e religiosa della Bulgaria rispetto a Costantinopoli, attraverso l’uso sistematico della lingua slava nella celebrazione liturgica e nella predicazione.
Sul piano letterario, Clemente si distingue come una delle figure più prolifiche e influenti della cosiddetta “età d’oro” della cultura bulgara medievale. A lui sono attribuite numerose opere in slavo ecclesiastico antico (paleoslavo), tra cui testi agiografici dedicati ai santi Cirilo e Metodio, traduzioni e composizioni liturgiche per il ciclo pasquale e di Pentecoste, altre composizioni per gli Offici divini, omelie, sermoni e panegirici. Tra i contributi più rilevanti si annovera anche uno dei più antichi Offici liturgici dedicati ai due evangelizzatori degli Slavi, testimonianza della precoce istituzionalizzazione del loro culto.
Per quanto riguarda la questione dell’alfabeto cirillico, la tradizione attribuisce talvolta a Clemente un ruolo nella sua creazione. Tuttavia, la ricerca storica contemporanea tende a collocare l’elaborazione sistematica dell’alfabeto cirillico nell’ambito della Scuola letteraria di Preslav, agli inizi del X secolo, come risultato di un processo collettivo volto a semplificare e adattare la scrittura glagolitica alle esigenze amministrative e liturgiche dello Stato bulgaro. In questo senso, il contributo di Clemente va piuttosto inteso come parte di un più ampio movimento culturale, piuttosto che come un’invenzione individuale.
La memoria di Clemente ha avuto una lunga fortuna nella tradizione bulgara e slava. A lui è dedicata la principale istituzione accademica del paese, l’Università di Sofia, fondata nel 1888, il cui nome riflette il riconoscimento del suo ruolo fondamentale nello sviluppo della cultura e dell’istruzione in Bulgaria.
Durante il regno di Simeone I, la Bulgaria conobbe un periodo di straordinario sviluppo culturale e politico. La corte di Preslav divenne un centro di produzione letteraria e teologica, in cui si elaborarono testi liturgici e opere di traduzione. Sul piano ecclesiastico, Simeone promosse l’autonomia della Chiesa bulgara, cercando di affermare una piena autocefalia. Tuttavia, la questione del riconoscimento canonico rimase complessa, poiché l’autocefalia richiede il consenso del Patriarcato Ecumenico.
Il regno di Pietro I di Bulgaria (927-969) segnò un periodo di stabilità, ma anche di trasformazioni religiose. L’elevazione della Chiesa bulgara al rango patriarcale rappresentò un riconoscimento importante, ma non eliminò le tensioni interne. L’emergere del bogomilismo, con la sua critica radicale alla Chiesa istituzionale, evidenzia le tensioni sociali e spirituali del tempo. Questo movimento, di carattere dualistico, metteva in discussione la validità dei Santi Misteri e la struttura gerarchica della Chiesa, costringendo le autorità ecclesiastiche a una risposta dottrinale.
La conquista del paese dall’Impero Romano d’Oriente nel 1018 comportò la fine dell’indipendenza politica bulgara, ma non la completa scomparsa delle sue istituzioni ecclesiastiche. L’Arcidiocesi di Ohrid mantenne una certa autonomia, fungendo da centro di continuità per la tradizione ecclesiastica bulgara. Questo dimostra come la Chiesa potesse adattarsi a nuovi contesti politici, conservando elementi della propria identità.
La restaurazione dello Stato bulgaro nel 1186 aprì una nuova fase, in cui la questione ecclesiastica tornò centrale. Il Patriarcato di Tãrnovo rappresentò un tentativo di ricostruire una struttura ecclesiastica autonoma. I rapporti con Roma e Costantinopoli riflettono la complessità delle scelte politiche e religiose del periodo. La breve unione con Roma mostra come le considerazioni strategiche potessero prevalere su quelle teologiche, mentre il ritorno all’Ortodossia evidenzia la persistenza di una tradizione ecclesiale radicata.
Nel contesto del Secondo Stato bulgaro (1185-1396/1422) per opera di Ivan Assen I (1189-1196) e Pietro IV di Bulgaria (1185-1197), la diffusione dell’Esicasmo, associata a figure come Gregorio del Sinai (1255/1265-1346), rappresenta un momento di grande profondità teologica. L’Esicasmo, con la sua enfasi sulla preghiera del cuore e sulla partecipazione alla luce divina, costituisce una delle espressioni più elevate della spiritualità ortodossa.
La conquista ottomana del 1393 delle regioni bulgare segnò una trasformazione radicale. L’integrazione della Chiesa bulgara nel sistema dei millet comportò la perdita dell’autocefalia e la subordinazione al Patriarcato Ecumenico. Dal punto di vista ecclesiologico, ciò implicava un ritorno a una struttura sovranazionale, in cui le identità etniche erano soggette all’unità religiosa. Tuttavia, nella pratica, si svilupparono tensioni legate alla predominanza del clero greco e all’uso della lingua greca, percepiti da molti Bulgari come elementi di alienazione culturale.
Nel lungo periodo della dominazione ottomana, la Chiesa Ortodossa svolse un ruolo fondamentale nella conservazione dell’identità bulgara. Nonostante le difficoltà, tra cui pressioni fiscali, limitazioni politiche e tentativi di islamizzazione, la tradizione religiosa rimase un elemento di continuità. Il fenomeno dei Neomartiri testimonia la resistenza spirituale e la centralità della fede nella vita della comunità.
Il risveglio nazionale bulgaro tra XVIII e XIX secolo segnò una nuova fase, in cui la dimensione religiosa si intrecciò strettamente con quella nazionale. L’opera di Paisij di Hilendar (1722-1773) contribuì a risvegliare la coscienza storica e a promuovere un’identità distinta. Le rivendicazioni ecclesiastiche si inserirono in questo contesto, portando alla richiesta di una Chiesa nazionale.
Il monaco Paisij di Hilendar nacque nella prima metà del XVIII secolo nell’eparchia di Samokov, con ogni probabilità nella città di Bansko, importante centro culturale e commerciale della Macedonia ottomana. Intorno al 1745 entrò nel monastero di Hilandar, sul Monte Athos, uno dei principali centri spirituali e culturali della tradizione ortodossa slava, dove fu tonsurato monaco e successivamente ordinato ieromonaco, assumendo anche responsabilità amministrative all’interno della comunità monastica.
Nel contesto della vita athonita, caratterizzata da una intensa attività spirituale ma anche da una vivace circolazione di manoscritti e tradizioni storiche, Paisij maturò progressivamente l’idea di comporre un’opera che raccogliesse e sistematizzasse la memoria storica del popolo bulgaro. Per la realizzazione di questo progetto intraprese un lavoro di ricerca impegnativo, durato diversi anni, durante i quali consultò fonti manoscritte e a stampa in diversi centri monastici dei Balcani e dell’Europa centrale. Tra questi, particolare rilievo ebbe il monastero ortodosso di Karlovci, nella regione del Sirmio, dove ebbe accesso a opere storiche occidentali, tra cui il Regno de gli Slavi del benedettino Mauro Orbini (1563-1614) e gli Annales Ecclesiastici del cardinale Cesare Baronio (1538-1607). L’uso di tali fonti dimostra non solo l’ampiezza degli interessi di Paisij, ma anche la sua capacità di integrare tradizioni storiografiche diverse in una narrazione coerente.
L’opera principale di Paisij, la Istorija slavjanobolgarskaja (1762), fu completata nel monastero di Zografou sul Monte Athos. Essa rappresenta il primo tentativo sistematico di ricostruire la storia del popolo bulgaro in una prospettiva unitaria, comprendente non solo gli eventi politici, ma anche la dimensione ecclesiastica, culturale e letteraria. Dal punto di vista storiografico, l’opera non risponde ai criteri della critica moderna delle fonti, ma va interpretata nel suo contesto come un testo programmatico, volto a suscitare una presa di coscienza identitaria.
Il valore dell’opera risiede soprattutto nella sua funzione ideologica e pastorale. Paisij si proponeva esplicitamente di contrastare il fenomeno dell’ellenizzazione, particolarmente diffuso tra le élite urbane e il clero nelle regioni bulgare sotto dominio ottomano. In un sistema ecclesiastico dominato dal Patriarcato Ecumenico, in cui la lingua greca svolgeva un ruolo predominante nella celebrazione e nell’amministrazione, molti Bulgari tendevano a identificarsi culturalmente con il mondo greco, talvolta a scapito della propria tradizione. In questo contesto, l’appello di Paisij assume una chiara valenza ecclesiologica e culturale: egli non mette in discussione l’unità della Chiesa Ortodossa, ma critica la subordinazione culturale e invita al recupero di una identità nazionale all’interno della comunione ecclesiale. L’opera utilizza uno stile semplice, diretto e accessibile, lontano dalle elaborazioni retoriche della letteratura erudita, proprio per raggiungere un pubblico più ampio e favorire la diffusione delle idee.
Dopo la composizione del testo, Paisij intraprese un’intensa attività itinerante come monaco mendicante, viaggiando nelle regioni bulgare per diffondere il suo scritto. Poiché il libro non fu stampato immediatamente, esso circolò inizialmente in forma manoscritta, copiato e trasmesso di comunità in comunità. Questo processo contribuì in modo significativo alla sua diffusione e al suo impatto, rendendolo uno dei testi fondativi del risveglio nazionale bulgaro. Tutto ciò ha avuto come conseguenza naturale la creazione dell’Esarcato della Chiesa Bulgara (Българска екзархия) nel 1870, che rappresentò una soluzione politica per i Bulgari, ma generò un conflitto ecclesiologico.
A partire dalla metà del XIX secolo, e in particolare intorno agli anni 1850, il Movimento Ecclesiastico Bulgaro, che promuoveva la autonomia completa della Chiesa bulgara dal patriarcato ecumenico, assunse un carattere più sistematico e organizzato. In numerosi centri episcopali dell’Impero Ottomano, le comunità bulgare iniziarono a opporsi in modo sempre più deciso alla presenza del clero greco, chiedendone la sostituzione con gerarchi di origine bulgara. Le rivendicazioni non si limitavano alla questione etnica, ma includevano anche richieste di natura liturgica e amministrativa, come l’introduzione della lingua bulgara nelle celebrazioni e la regolamentazione degli emolumenti episcopali, spesso percepiti come eccessivi o arbitrari.
In questa fase, una parte significativa dell’élite ecclesiastica e culturale bulgara giunse alla conclusione che la semplice riforma interna non sarebbe stata sufficiente a garantire i diritti ecclesiastici e culturali del popolo bulgaro. Si fece strada, pertanto, l’idea che fosse necessario ottenere una forma di autonomia ecclesiastica, se non una vera e propria autocefalia, come condizione preliminare per lo sviluppo di istituzioni educative e liturgiche nazionali.
Tale dinamica deve essere compresa nel quadro del sistema ottomano dei millet, nel quale l’appartenenza religiosa costituiva il criterio principale di classificazione delle comunità. I cristiani ortodossi dell’Impero erano inclusi nel cosiddetto Rūm millet, posto sotto l’autorità del Patriarca Ecumenico, che agiva anche come rappresentante politico (millet-başı) presso le autorità ottomane. In questo contesto, la predominanza del clero greco, in particolare dei cosiddetti fanarioti, determinava un controllo culturale e amministrativo che i Bulgari percepivano sempre più come estraneo e limitante.
Dal punto di vista ecclesiologico, la questione si rivelava particolarmente delicata. La tradizione canonica della Chiesa Ortodossa si fonda sul principio territoriale della giurisdizione episcopale, secondo il quale in una determinata area deve esistere un’unica autorità ecclesiastica. Le richieste bulgare, invece, tendevano a introdurre un criterio etnico-linguistico, rivendicando strutture ecclesiastiche distinte per una popolazione specifica all’interno dello stesso territorio. Questa tensione tra principio territoriale e identità etnica costituirà uno dei nodi centrali del conflitto successivo.
La leadership del movimento ecclesiastico bulgaro fu assunta da figure come il chierico Neofit Bozveli (c. 1785-1848) e Ilarion Metropolita di Macariopoli (1812-1875), che promossero una mobilitazione diffusa contro il controllo fanariota. Nel corso degli anni Sessanta del XIX secolo, il conflitto si intensificò, assumendo forme sempre più radicali. In numerose diocesi, le comunità locali riuscirono a espellere i vescovi greci e a instaurare forme di autogoverno ecclesiastico de facto.
Verso la fine del decennio, la situazione era ormai tale che gran parte della Bulgaria settentrionale, insieme a vaste aree della Tracia e della Macedonia, si trovava di fatto al di fuori del controllo canonico effettivo del Patriarcato Ecumenico. Questa separazione non era ancora formalizzata dal punto di vista canonico, ma rappresentava una rottura sostanziale dell’unità amministrativa e disciplinare, preludio alla creazione di una struttura ecclesiastica autonoma riconosciuta dall’autorità ottomana nel 1870. Questo sviluppo evidenzia come, nel contesto dell’Impero Ottomano, le questioni ecclesiastiche non potessero essere separate da quelle politiche e nazionali. La Chiesa divenne il principale veicolo attraverso cui si articolavano le aspirazioni identitarie, trasformando un conflitto amministrativo in una questione di più ampia portata ecclesiologica e geopolitica.
Nel tentativo di contenere le crescenti tensioni tra le comunità bulgare e il Patriarcato Ecumenico, il governo ottomano del sultano Abdul Aziz (1861-1876) intervenne con una soluzione di carattere politico-amministrativo. Con il Firmano imperiale promulgato il 12 marzo 1870, fu autorizzata la creazione di un Esarcato Bulgaro autonomo. Questo provvedimento riconosceva ai Bulgari il diritto di organizzarsi in una struttura ecclesiastica distinta nelle diocesi della Bulgaria storica e in quelle regioni dell’Impero Ottomano in cui almeno i due terzi della popolazione ortodossa avessero espresso la volontà di aderirvi.
Dal punto di vista ecclesiologico, il Firmano rappresentava un compromesso: da un lato concedeva un’ampia autonomia amministrativa e pastorale all’Esarcato; dall’altro, lo manteneva formalmente sotto la suprema autorità canonica del Patriarcato Ecumenico. Ciò significa che non si trattava di una vera autocefalia, ma di una forma di autonomia subordinata, definita e garantita dal potere politico ottomano piuttosto che da un consenso sinodale tra le Chiese Ortodosse. Questo elemento costituirà uno dei punti più controversi nella successiva valutazione canonica dell’istituzione.
In seguito alla sua istituzione, l’Esarcato Bulgaro iniziò progressivamente a estendere la propria giurisdizione anche con la forza e l’uso degli armi. In una prima fase, essa comprendeva le regioni della Mesia (Bulgaria settentrionale), gran parte della Tracia e alcune aree della Macedonia. Tuttavia, il Firmano prevedeva un meccanismo di espansione basato su consultazioni locali: le comunità ortodosse potevano decidere, attraverso votazioni, se aderire all’Esarcato o rimanere sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico, ma non erano sempre libere di farlo.
Questo sistema portò a sviluppi significativi. Nel 1874, le popolazioni cristiane delle diocesi di Skopje e Ohrid votarono in larga maggioranza per l’adesione all’Esarcato (con percentuali tradizionalmente indicate come superiori al 90%). Di conseguenza, l’Esarcato estese la propria influenza su vaste aree della Macedonia, in particolare nelle regioni del Vardar e della Macedonia di Pirin. Parallelamente, esso stabilì una presenza anche nelle aree della Macedonia meridionale e nel vilayet di Adrianopoli, attraverso l’istituzione di vicari e rappresentanti ecclesiastici.
Dal punto di vista geografico e amministrativo, l’Esarcato finì così per comprendere una parte considerevole dei territori abitati da popolazioni bulgare e non all’interno dell’Impero Ottomano. Tuttavia, questa espansione non fu priva di conseguenze. L’introduzione di un criterio etnico-linguistico nella definizione delle giurisdizioni ecclesiastiche entrava in tensione con il principio canonico tradizionale della territorialità episcopale. Tale situazione contribuì in modo diretto alla condanna del 1872 da parte del Patriarcato Ecumenico, che interpretò la struttura dell’Esarcato come espressione di etnofiletismo, ossia come subordinazione dell’organizzazione ecclesiastica all’appartenenza nazionale. In questo senso, l’istituzione dell’Esarcato Bulgaro rappresenta un caso emblematico di intersezione tra politica imperiale, rivendicazioni nazionali ed Ecclesiologia Ortodossa, evidenziando le difficoltà di adattare strutture canoniche tradizionali a un contesto segnato dall’emergere dei nazionalismi moderni.
Il primo Esarca della nuova istituzione ecclesiastica bulgara fu Antim I di Bulgaria (1872-1877), eletto dal Santo Sinodo dell’Esarcato il 28 febbraio 1872. La sua elezione avvenne dopo il tentativo iniziale di designare Ilarion di Lovech (1872), il quale tuttavia fu costretto a ritirarsi prima di ottenere la conferma ufficiale da parte delle autorità ottomane, elemento necessario nel sistema politico-religioso dell’Impero.
Pochi giorni dopo, il 23 marzo 1872, nella chiesa bulgara di Santo Stefano a Costantinopoli – edificio simbolico della presenza ecclesiastica bulgara nella capitale imperiale – il Metropolita Antim I, insieme ad altri vescovi bulgari già sospesi o esclusi dal Patriarcato Ecumenico, celebrò la Divina Liturgia e proclamò unilateralmente l’indipendenza ecclesiastica della Chiesa Bulgara. Questo atto segnò una rottura de facto con il Patriarcato Ecumenico, ma non costituiva, dal punto di vista canonico, una autocefalia riconosciuta, poiché mancava il consenso del Patriarcato Ecumenico.
La reazione del Patriarcato Ecumenico fu immediata e severa: Antim I venne deposto, e diversi esponenti del movimento ecclesiastico bulgaro, tra cui Ilarion Makariopolski, furono colpiti da sanzioni ecclesiastiche. Il conflitto sfociò nella convocazione del Concilio di Costantinopoli del settembre 1872, presieduto dal Patriarca Ecumenico Antimo VI (1845-1848, 1853-1855, 1871-1873), al quale parteciparono anche i Patriarchi di Alessandria e Antiochia (mentre quello di Gerusalemme, pur presente, non sottoscrisse le decisioni finali).
Il Concilio dichiarò l’Esarcato bulgaro scismatico e scomunicò i suoi aderenti. L’accusa principale fu quella di aver introdotto nella vita ecclesiale il principio dell’etnofiletismo (ἐθνοφυλετισμός), cioè la subordinazione dell’organizzazione della Chiesa a criteri etnici e nazionali. Tale condanna ebbe un’importanza duratura nella Teologia Ortodossa. Parallelamente agli sviluppi ecclesiastici, si registrarono interventi diretti da parte delle autorità ottomane. Già nel gennaio 1872, su pressione del Patriarcato Ecumenico e con l’influenza del diplomatico russo Nikolay Pavlovich Ignatyev (1832-1908), alcune figure di rilievo del Movimento bulgaro furono temporaneamente esiliate in Anatolia. Tuttavia, le proteste della comunità bulgara portarono rapidamente alla revoca di tali misure.
La posizione della Russia fu ambivalente: ufficialmente neutrale attraverso il suo Santo Sinodo, ma attivamente coinvolta sul piano politico. L’Impero Russo vedeva nell’unità del mondo ortodosso uno strumento strategico della propria politica estera, e cercò di mediare tra le parti, senza tuttavia riuscire a conciliare le rivendicazioni bulgare con le posizioni del Patriarcato Ecumenico.
Nel contesto della guerra russo-turca del 1877-1878, Antim I fu deposto dalle autorità ottomane e mandato in esilio ad Ankara. Gli succedette Josif I di Bulgaria (1877-1915), sotto la cui guida l’Esarcato conobbe un notevole sviluppo organizzativo. Esso ampliò la propria rete ecclesiastica e scolastica non solo nel Principato di Bulgaria e nella Rumelia orientale, ma anche nelle regioni della Macedonia e del vilayet di Adrianopoli, dove svolse un’intensa attività educativa e pastorale.
La Costituzione di Tãrnovo del 1879 riconobbe formalmente la Chiesa Ortodossa Bulgara come religione nazionale, sancendo il legame tra identità religiosa e costruzione statale. Alla vigilia delle guerre balcaniche, l’Esarcato disponeva di una struttura capillare, comprendente diocesi, parrocchie, monasteri e un vasto sistema scolastico, che rappresentava uno dei principali strumenti di diffusione della coscienza nazionale bulgara.
Le guerre balcaniche (1912-1913) e la successiva spartizione dei territori ottomani ebbero conseguenze drammatiche per l’Esarcato. Nelle regioni passate sotto controllo serbo e greco, le istituzioni ecclesiastiche e scolastiche bulgare furono sistematicamente smantellate: numerosi sacerdoti e insegnanti furono espulsi, le scuole chiuse e l’uso della lingua bulgara vietato o limitato, rispondendo così ad anni di oppressioni delle popolazioni non bulgare. Questi eventi provocarono massicci flussi di profughi bulgari verso il territorio bulgaro e segnarono una profonda frattura nella presenza ecclesiastica bulgara nei Balcani meridionali.
Dopo la Prima guerra mondiale, i trattati di pace ridussero ulteriormente la giurisdizione dell’Esarcato, privandolo delle sue eparchie in Macedonia e nella Tracia egea. Già nel 1913, Josif I aveva trasferito la sede dell’Esarcato da Costantinopoli a Sofia, adeguandosi al nuovo assetto politico. Alla sua morte nel 1915, la Chiesa bulgara entrò in una lunga fase di governo sinodale, non riuscendo a eleggere un nuovo capo per diversi decenni, anche a causa delle difficoltà politiche e delle tensioni internazionali. Bisogna, tuttavia, ricordare la figura dell’Esarca Stefan I, (nato Stojan Popgeorgiev Šokov, 1878–1957) un influente esarca della Chiesa ortodossa bulgara dal 1945 al 1948. Figura carismatica, colta e indipendente, è noto per la sua opposizione al nazismo durante la Seconda Guerra Mondiale, impegnandosi nella protezione degli ebrei, e per il suo ruolo nel superamento dello scisma bulgaro
Solo dopo la II Guerra Mondiale si crearono le condizioni per una normalizzazione dei rapporti ecclesiastici. Nel 1945, il Patriarcato Ecumenico, revocò lo scisma e riconobbe l’autocefalia della Chiesa Ortodossa Bulgara. Questo Atto patriarcale ristabilì la comunione canonica, pur lasciando aperte alcune questioni relative all’organizzazione interna.
Nel 1950, il Santo Sinodo della Chiesa Bulgara dottò un nuovo statuto che pose le basi per la restaurazione del Patriarcato. Nel 1953, l’elezione di Cirillo come Patriarca segnò il completamento di questo processo. La restaurazione patriarcale rappresentava non solo un riconoscimento ecclesiastico, ma anche un simbolo della continuità storica della Chiesa bulgara, capace di sopravvivere a secoli di trasformazioni politiche e di riaffermare la propria identità all’interno della comunione ortodossa. Il riconoscimento dell’autocefalia nel 1945 e l’elevazione alla dignità patriarcale della Chiesa di Bulgaria, nel 1961, dal Patriarcato Ecumenico segnò la fine dello scisma e l’integrazione della Chiesa bulgara nella comunione ortodossa. Tuttavia, il periodo comunista introdusse nuove sfide, legate al controllo statale e alla limitazione della libertà religiosa.
Nel contesto contemporaneo, la Chiesa ortodossa bulgara continua a svolgere un ruolo importante, non solo come istituzione religiosa, ma anche come custode della memoria storica e culturale. La sua struttura sinodale riflette il modello ecclesiologico ortodosso, basato sulla sinodalità episcopale e sulla comunione tra le Chiese locali.
Nel complesso, la storia della Chiesa bulgara mostra come l’identità religiosa e quella nazionale si siano sviluppate in modo interdipendente. La tensione tra universalità e particolarismo, tra autorità ecclesiastica e autonomia politica, rappresenta una costante che attraversa tutta la sua storia. Questa dinamica rende il caso bulgaro particolarmente significativo per lo studio delle relazioni tra religione, politica e cultura nel mondo ortodosso.
Nell’assetto ecclesiologico contemporaneo, il capo della Chiesa Ortodossa Bulgara è il Patriarca di tutta la Bulgaria, che rappresenta la suprema autorità canonica di una Chiesa autocefala inserita nella comunione delle Chiese Ortodosse. Il titolo ufficiale è «Patriarca di tutta la Bulgaria e Metropolita di Sofia», formula che riflette la duplice dimensione del primato patriarcale: da un lato, la guida dell’intera Chiesa locale; dall’altro, la titolarità diretta della principale sede episcopale del paese.
Dal punto di vista canonico, il Patriarca esercita le proprie funzioni in sinergia con il Santo Sinodo, secondo il principio della sinodalità che caratterizza l’Ecclesiologia Ortodossa. Egli presiede le sessioni sinodali, rappresenta la Chiesa nei rapporti interortodossi e internazionali e svolge un ruolo di coordinamento e unità, senza tuttavia configurarsi come un’autorità monarchica nel senso occidentale, ma piuttosto come primus inter pares tra i vescovi.
Dal 30 giugno 2024, la carica patriarcale è ricoperta da Daniele di Bulgaria, eletto dal Santo Sinodo in conformità alle norme statutarie della Chiesa Ortodossa Bulgara. La sua elezione si inserisce nella continuità istituzionale ristabilita nel XX secolo, dopo la restaurazione del Patriarcato nel 1953 e il riconoscimento canonico da parte del Patriarcato Ecumenico.

