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Patriarcato di Romania

IL PATRIARCATO DI ROMANIA

La Chiesa Ortodossa in Romania (in rumeno: Biserica Ortodoxă Română) è una delle quindici Chiese autocefale che costituiscono la comunione della Chiesa Ortodossa. Dal 1925 essa appartiene al gruppo dei cosiddetti Patriarcati “recenti”, assumendo la denominazione di Patriarcato di Romania.

Le origini della diffusione del cristianesimo nel territorio che oggi rientra nella giurisdizione della Chiesa Ortodossa in Romania possono essere fatte risalire, secondo la tradizione ecclesiastica, all’età apostolica. Diversi autori cristiani – tra cui Origene, Eusebio di Cesarea, Eucherio di Lione, Basilio di Seleucia e Sofronio I di Gerusalemme – attribuiscono infatti all’opera missionaria di Andrea Apostolo la prima evangelizzazione della regione della Scizia Minore, corrispondente all’odierna Dobrugia.

A tali testimonianze si affianca la tradizione popolare romena, che conserva memoria dell’attività apostolica di Sant’Andrea attraverso canti e inni di carattere religioso, nonché attraverso la venerazione della cosiddetta Grotta di Sant’Andrea della Dobrugia, situata nei pressi della località di Ion Corvin, nel distretto di Costanza. Secondo tale tradizione, essa sarebbe il luogo in cui il Santo Apostolo avrebbe vissuto e annunciato la fede cristiana. Anche fonti non cristiane, come quelle di Plinio il Giovane (61/62-c.113), attestano indirettamente la presenza e la diffusione del cristianesimo in queste aree. Ulteriori conferme provengono dalle evidenze archeologiche, tra cui numerosi reperti paleocristiani rinvenuti in Transilvania e in Dobrugia. Già a partire dal III secolo si può rilevare nella regione l’esistenza di una struttura ecclesiastica organizzata. In particolare, la città di Costanza, l’antica Tomi, divenne sede di vescovi e successivamente di arcivescovi, assumendo un ruolo significativo nella vita ecclesiale locale.

Tra i principali fattori che favorirono la diffusione del cristianesimo si annoverano, da un lato, la presenza di consistenti colonie greche sin dall’epoca macedone, che facilitarono la prima penetrazione del messaggio cristiano nelle aree ellenizzate, e, dall’altro, l’integrazione della Dacia nell’Impero Romano, che contribuì alla circolazione di uomini, idee e religioni, creando un contesto favorevole alla diffusione della nuova fede.

Tra la fine del III e l’inizio del IV secolo, durante le persecuzioni dell’imperatore Diocleziano, si hanno testimonianze dei metropoliti Evangelico ed Efraim, quest’ultimo martirizzato durante tali persecuzioni. All’inizio del IV secolo è attestata anche la partecipazione del vescovo Teofilo di Gothia al I Concilio Ecumenico (Nicea 325).

Seguono altre importanti figure ecclesiastiche della regione: Bretannione, che si oppose all’imperatore ariano Valente; Geronzio (o Terentio), partecipante al II Concilio Ecumenico (Costantinopoli 381); Teotimo (o Timoteo), presente al III Concilio Ecumenico (Efeso 431); e Alessandro, che partecipò al IV Concilio Ecumenico (Calcedonia 451). Tra gli autori ecclesiastici della stessa epoca si distinguono Giovanni Cassiano, Dionigi il Piccolo e Giovanni Massenzio.

Sotto l’imperatore Zenone (474-473, 476-491), le Chiese dell’area romena dipendevano ecclesiasticamente dalla città di Tomi (oggi Costanza). A causa delle frequenti invasioni, l’amministrazione era spesso affidata ai chorepiscopi. Nel VI secolo si verificò un cambiamento temporaneo con la fondazione dell’Arcidiocesi di Giustiniana Prima, che comprendeva vaste regioni balcaniche. Tuttavia, Tomi fu distrutta nel 602-603 dagli Avari e fu sostituita dall’Arcidiocesi di Vicina, che mantenne la giurisdizione fino al XIV secolo su Transilvania, Moldavia meridionale e Valacchia.

All’inizio dell’XI secolo, l’Arcidiocesi di Ohrid esercitava autorità su alcune diocesi danubiane, mentre con la fondazione dell’Arcidiocesi di Tărnovo (1235) diverse regioni passarono sotto la sua giurisdizione. La Metropolia di Valacchia fu istituita nel 1359 con un Atto patriarcale firmato dal Patriarca Callisto I di Costantinopoli (1350-1354, 1355-1363), su richiesta del principe Basarab I di Valacchia (1270 -1325). La sua creazione rafforzò l’unità del popolo romeno, contrastò l’influenza cattolica e consolidò la presenza costantinopolitana nella regione. Una seconda Metropolia fu fondata nel 1370, ma ebbe vita breve a causa dell’occupazione ungherese di Severin.

Nel XIV secolo si registrarono anche tensioni religiose: alcuni principi romeni favorirono il cattolicesimo, mentre il principe Petru I Mușat (…-1391) cercò di far riconoscere come Metropolita di Moldavia una propria scelta, Iosif Mușat. Il Patriarca Antonio IV di Costantinopoli (1389-1390, 1391-1397) rifiutò e nominò un altro vescovo (Geremia nel 1392), arrivando a scomunicare il principe e i suoi sostenitori. Dopo lunghe trattative, la crisi si risolse all’inizio del XV secolo (circa 1401), quando la scomunica fu revocata e Iosif Mușat fu riconosciuto come metropolita di Moldavia (1401-1436).

Nella seconda metà del XV secolo la Chiesa Ortodossa in Romania attraversò una profonda crisi, sia amministrativa sia spirituale. All’interno della Metropolia di Moldavia si sviluppò una forte corrente anti-unionista nei confronti del Patriarcato Ecumenico, che arrivò a eleggere propri Metropoliti: Ioachim (1447-1452) e Teoctist I (1452-1477), tra il 1449 e il 1454. La crisi fu affrontata dal Patriarca Ecumenico Nifon II di Costantinopoli (1486-1488), il quale istituì nuove diocesi e, tra il 1503 e il 1505, guidò de facto la Chiesa Ortodossa in Valacchia, intervenendo anche nella vita politica. Entrò poi in conflitto con il principe valacco Radu IV cel Mare (1495-1508), dopo essersi rifiutato di celebrare il matrimonio della sorella maggiore del principe, ritenuto irregolare. Nello stesso periodo si intensificarono anche i rapporti tra i territori romeni e il Monte Athos: molti monaci athoniti si trasferirono in Romania e numerosi principi romeni offrirono donazioni ai monasteri athoniti. In Valacchia, tuttavia, la situazione conobbe un evidente miglioramento: i rapporti con il Patriarcato Ecumenico divennero particolarmente favorevoli e la Chiesa Ortodossa in Valacchia si mantenne in piena comunione ecclesiale e in stretto rapporto di obbedienza canonica con Costantinopoli. In tale contesto, nel 1513, su richiesta del Principe valacco Neagoe Basarab (1459-1521), il Patriarca Pacomio I di Costantinopoli (…-1513) consacrò il santo crisma a Târgoviște, per la prima volta nel territorio dell’odierna Romania. Neagoe Basarab, canonizzato nel 2008 «per le sue sante opere e per la fioritura della vita spirituale e religiosa ortodossa nella Valacchia», invitò poi nel 1515 il Patriarca Ecumenico Teolipto I (…-1522) alla consacrazione del Monastero di Curtea de Argeș; in quell’occasione fu nuovamente consacrato il santo crisma. La Metropolia di Moldavia, inizialmente con sede a Suceava, in Bucovina, fu trasferita nel 1565 a Iași.

Dal 1715 ebbe inizio il periodo dei cosiddetti “fanarioti”. In questa fase la Chiesa romena rimase sotto la dipendenza del Patriarcato Ecumenico: i metropoliti della Valacchia venivano eletti localmente, ma la loro nomina doveva essere approvata da Costantinopoli. Questa dipendenza contribuì tuttavia a rafforzare la Chiesa contro le influenze e le pressioni considerate esterne. Tra il XVI e il XVIII secolo si sviluppò anche l’istituzione dei cosiddetti “monasteri dedicati”, i cui fondatori destinavano entrate economiche al sostegno di istituzioni religiose al di fuori dei principati romeni. Con il tempo, però, sotto la guida di egumeni greci, tali risorse furono spesso gestite arbitrariamente e inviate all’estero. La stretta collaborazione tra i boiari (nobiltà) e l’alto clero portò inoltre a tensioni con le masse contadine, creando contrasti sociali significativi all’interno della società romena dell’epoca.

Il principe Alessandro Ioan Cuza (1862-1866), eletto dalle Assemblee di Valacchia e Moldavia, promosse un ampio programma di riforme che incluse la nazionalizzazione dei beni monastici. Sebbene fosse prevista una compensazione economica per i beni appartenenti a istituzioni ecclesiastiche quali il Monte Athos, il monastero del Sinai e i Patriarcati ortodossi, tali indennizzi non furono effettivamente corrisposti. I membri del clero che si opposero a tali misure, tra cui il Metropolita di Moldavia, furono sottoposti a restrizioni e provvedimenti repressivi.

Le tensioni con il Patriarcato Ecumenico si intensificarono ulteriormente: Cuza sottrasse alla Chiesa il controllo delle scuole teologiche, dispose la chiusura delle tipografie ecclesiastiche, proibì l’uso della lingua greca nella liturgia (eccetto nelle comunità greche), rimosse gli egumeni di origine greca dai monasteri e ne confiscò i beni. Inoltre, abolì i tribunali ecclesiastici, introdusse il matrimonio civile e attribuì ai tribunali statali la competenza in materia di divorzio.

Nel 1864 fu promulgata una legge organica che istituiva un’autorità sinodale centrale suprema. La nuova organizzazione della Chiesa Ortodossa in Romania prevedeva l’indipendenza amministrativa da autorità straniere e un governo affidato a un sinodo generale composto da vescovi e laici, con la partecipazione del Ministro degli Affari Ecclesiastici; tuttavia, le decisioni sinodali restavano subordinate all’approvazione del sovrano. Un’ulteriore normativa stabiliva che i metropoliti fossero nominati dal principe su proposta governativa, rafforzando così il controllo statale sulla vita ecclesiale.

Tali provvedimenti suscitarono la reazione sia del Patriarcato Ecumenico sia del clero romeno, dando origine al cosiddetto “movimento per la canonicità. Nel 1866, il nuovo sovrano Carlo I di Romania (1881-1914) presentò un progetto di riforma, approvato nel 1882, che ristabiliva un maggiore rispetto dei canoni ecclesiastici, pur mantenendo una certa ingerenza statale nelle relazioni con le altre Chiese.

Nel 1882, la Chiesa romena procedette alla consacrazione del santo crisma, avanzando implicitamente una rivendicazione di autocefalia. Tale status fu ufficialmente riconosciuto nel 1885 dal Patriarcato Ecumenico mediante un Tomo sinodale, sotto il pontificato di Giachino IV (1884-1886). In segno di riconoscenza, il re Carlo I conferì al Patriarca Ecumenico Giachino IV una decorazione reale; nondimeno, la Chiesa romena continuò a ricevere il santo crisma da Costantinopoli quale segno di comunione ecclesiale.

Dopo la Prima guerra mondiale e la conseguente unificazione nazionale della Romania, si realizzò anche l’unità ecclesiastica. Il 4 febbraio 1925 il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa in Romania elevò il Metropolita Miron Cristea al rango di Patriarca di Romania (1925-1939). Tale decisione fu ratificata dal Parlamento e riconosciuta ufficialmente dal Patriarcato Ecumenico, segnando la nascita del Patriarcato di Romania.

Tra i momenti più significativi della storia ecclesiastica di questo periodo vi fu l’azione coordinata per contrastare la denazionalizzazione dei romeni della Transilvania sud-occidentale. Un ruolo centrale ebbe il Metropolita di Ungro-valcchia Miron Cristea (1919-1939), che intraprese importanti iniziative di carattere nazionale: denunciò attraverso la stampa il problema dell’assimilazione, promosse la creazione di scuole e sostenne programmi agricoli ed economici per rafforzare le comunità locali.

Il 10 maggio 1927 fu firmato un Accordo con il Vaticano dal re Ferdinando I di Romania (1914-1927), di confessione cattolica. Questo Accordo rafforzò notevolmente la presenza della Chiesa Romana in Romania, consentendo una comunicazione diretta con la Santa Sede: prevedeva, tra l’altro, la nomina dei cardinali e dei sacerdoti da parte del Papa, il loro sostegno economico da parte dello Stato romeno, la libera attività dei seminari cattolici e il controllo di istituzioni educative anche senza supervisione statale.

Durante la II Guerra Mondiale, una parte della Transilvania passò sotto il controllo dell’Ungheria. In quelle regioni rimase un solo vescovo ortodosso, mentre gli altri furono espulsi; molte chiese romene furono distrutte, numerosi fedeli furono costretti a convertirsi al cattolicesimo e diversi sacerdoti ortodossi furono uccisi. Questi eventi segnarono profondamente la vita della Chiesa e della popolazione romena nel periodo bellico.

Il periodo immediatamente successivo alla II Guerra Mondiale si apre con la denuncia, il 17 luglio 1948, del concordato con la Santa Sede da parte del governo romeno, anche sotto l’influenza del patriarca Justinian Marina (1948-1977). Nello stesso periodo si verificò un evento di grande rilievo: il 3 ottobre 1948 circa 1.250.000 fedeli uniati rientrarono nella Chiesa Ortodossa Romena, abbandonando la Chiesa Romana.

A Justinian succedette il patriarca Iustin Moisescu (1977-1986). Dopo la sua morte, nel 1986, fu eletto patriarca Teoctist Arăpașu (1986-2007), che in seguito fu criticato per la sua collaborazione con il regime comunista. Dopo la rivoluzione del 1989, il 10 gennaio 1990 si dimise, ma il 4 aprile 1990, su invito del nuovo governo guidato da Ion Iliescu e in seguito alle numerose richieste provenienti da fedeli, clero, parrocchie e monasteri di tutto il Paese, nonché ad alcune lettere dei Patriarchi delle Chiese Ortodosse locali, il Santo Sinodo deliberò il suo richiamo alla guida della Chiesa, revocando la precedente decisione con la quale erano state accettate le dimissioni del patriarca Teoctist. Egli rimase Patriarca fino alla sua morte, avvenuta nel 2007. Durante il suo patriarcato, Teoctist invitò Giovanni Paolo II (1978-2005) a visitare la Romania nel 1999: fu la prima visita di un Papa in un paese ortodosso dopo il Grande Scisma del 1054.

Attualmente, il Patriarca di Romania è Daniele (Daniel), Primate della Chiesa Ortodossa in Romania dal 2007. Egli detiene i titoli di Arcivescovo di Bucarest, Metropolita di Muntenia e Dobrugia, Vicario del trono di Cesarea in Cappadocia e Patriarca di tutta la Romania, espressione della sua autorità ecclesiastica e della continuità della tradizione ortodossa nel paese.