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«BENEDICI, SIGNORE, LA CORONA DELL’ANNO»

«BENEDICI, SIGNORE, LA CORONA DELL’ANNO»

«Benedici, Signore, la corona dell’anno»

Il 1° settembre, Principio dell’Indizione e Giornata di preghiera per la salvaguardia del creato

S.E.R. Dionysios, Vescovo di Kotyeon

Il 1o settembre la Chiesa Ortodossa celebra l’inizio del nuovo Anno ecclesiastico, denominato anche «principio o inizio dell’Indizione». In questa giornata il tempo non viene considerato soltanto nel suo naturale trascorrere, come successione di giorni, mesi e stagioni, ma viene presentato dinanzi a Dio affinché sia da Lui benedetto, santificato e orientato al compimento della sua volontà.

La Chiesa apre il nuovo ciclo annuale confessando che Cristo è il Signore del tempo e della storia, «Colui che è, che era e che viene» (Ap 1, 8). Tutto ha in Lui il proprio principio, tutto riceve da Lui consistenza e tutto è chiamato a essere ricondotto in Lui. L’Anno ecclesiastico, pertanto, non costituisce semplicemente un modo particolare di ordinare il calendario, ma esprime il Mistero dell’opera salvifica di Dio che entra nel tempo dell’uomo, lo redime e lo conduce verso il giorno senza tramonto del Suo Regno.

Attraverso la successione delle feste del Signore, della Madre di Dio e dei Santi, dei periodi di digiuno e delle diverse celebrazioni, la Chiesa rende presente l’intero Mistero di Cristo e invita i fedeli a parteciparvi. Il tempo cessa così di essere una realtà vuota o una forza che conduce inevitabilmente ogni cosa verso la dissoluzione: unito a Cristo, esso diviene spazio della salvezza, occasione di conversione e cammino verso l’eternità.

Il termine «Indizione», oggi poco conosciuto al di fuori del linguaggio ecclesiastico, deriva dalla parola latina indictio, che significa «proclamazione», «determinazione» o «imposizione». Nell’amministrazione dell’Impero Romano esso indicava originariamente il provvedimento con il quale l’autorità imperiale stabiliva la misura dei tributi da riscuotere nelle diverse province. La determinazione delle imposte era collegata alla valutazione periodica dei terreni, dei raccolti e delle risorse disponibili. Da questa pratica nacque un sistema di computo fondato su cicli di quindici anni. Ciascun anno veniva identificato secondo il posto occupato all’interno del ciclo: primo anno dell’Indizione, secondo anno, terzo anno e così via, fino al quindicesimo, dopo il quale il conteggio ricominciava.

L’Indizione non era quindi, in origine, un calendario religioso e neppure una datazione fondata su un particolare evento storico. Era soprattutto uno strumento amministrativo e fiscale. A partire dall’età di Diocleziano e, in maniera più stabile, durante il regno di san Costantino il Grande, questo sistema acquistò un’importanza crescente e venne largamente impiegato per datare leggi, atti pubblici, documenti civili ed ecclesiastici. Per calcolare retrospettivamente i cicli indizionali, i cronografi romei ne collocarono convenzionalmente l’inizio tre anni prima dell’era cristiana. Ciò non significa, tuttavia, che l’Indizione sia stata istituita realmente in quell’anno o in rapporto diretto con la nascita di Cristo. Si tratta di un sistema di calcolo elaborato successivamente per armonizzare differenti forme di datazione.

Esistettero, inoltre, diversi modi di determinare il giorno iniziale dell’anno indizionale. La cosiddetta Indizione costantinopolitana, o greca, aveva inizio il 1° settembre e divenne quella maggiormente utilizzata nell’Impero Romano d’Oriente. Altre forme di computo, diffuse in Occidente e in ambito pontificio, adottarono invece differenti date iniziali. Per la tradizione romea-costantinopolitana, tuttavia, il 1° settembre rimase stabilmente il principio dell’anno.

La scelta di settembre era legata anche alla vita agricola e amministrativa dell’Impero. In questo periodo si concludeva la raccolta dei principali frutti della terra, si poteva valutare l’andamento dell’annata trascorsa e cominciava la preparazione per un nuovo ciclo di semina. Il termine delle fatiche agricole e l’attesa di una nuova fecondità rendevano questo periodo particolarmente adatto sia alla determinazione dei tributi sia all’inizio di un nuovo anno.

Accogliendo il 1° settembre come principio dell’anno, la Chiesa non si limitò a riprodurre un uso amministrativo dell’Impero, ma lo trasformò attribuendogli un contenuto propriamente cristiano. Il tempo regolato dalle necessità civili venne posto sotto la signoria di Cristo e divenne occasione di rendimento di grazie, di supplica e di rinnovamento spirituale. Questa assunzione corrisponde al modo in cui la Chiesa opera all’interno della storia. Essa non distrugge ciò che appartiene alla vita umana, ma lo purifica, lo orienta e lo trasfigura. Come l’acqua, l’olio, il pane e il vino vengono assunti nelle celebrazioni della Chiesa e divengono portatori della grazia divina, così anche il tempo viene sottratto alla sua apparente vanità e consacrato a Dio.

La celebrazione del 1° settembre non equivale, dunque, al Capodanno civile del 1° gennaio. Quest’ultimo segna convenzionalmente l’inizio dell’anno sociale e amministrativo contemporaneo; il principio dell’Indizione, invece, apre il ciclo delle feste ecclesiastiche e pone l’intero anno sotto la benedizione del Creatore. All’inizio dell’Anno ecclesiastico la comunità non celebra semplicemente il ritorno di una data, ma riconosce che ogni principio appartiene a Dio. Essa rende grazie per i benefici ricevuti, presenta al Signore le proprie necessità e domanda che i giorni futuri siano attraversati nella pace, nella purezza della coscienza e nella fedeltà ai suoi comandamenti.

San Nicodemo l’Agiorita, nel suo Sinassario, ricapitolando la tradizione patristica precedente, individua tre ragioni fondamentali per questa celebrazione. Anzitutto, il 1° settembre segna l’inizio del nuovo anno; in secondo luogo, la Chiesa ricorda l’ingresso del Signore nella sinagoga di Nazaret e la proclamazione dell’«anno di grazia/giubileo»; infine, essa presenta a Dio inni e suppliche affinché benedica il tempo nuovo, custodisca il Suo popolo e conceda a tutti di trascorrere l’anno secondo la Sua volontà.

Il significato cristologico della giornata emerge in modo particolare dalla pericope evangelica proclamata il 1° settembre. Gesù entra nella sinagoga di Nazaret e riceve il rotolo del profeta Isaia. Dopo averlo aperto, legge: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato ad annunciare ai poveri la buona novella, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi e a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18-19). Dopo aver chiuso il rotolo e averlo riconsegnato all’inserviente, il Signore dichiara: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4, 21). Il nuovo anno si apre così nell’«oggi» della salvezza. Cristo non annuncia semplicemente l’arrivo di un periodo cronologico più favorevole: Egli stesso inaugura il tempo nuovo nel quale l’uomo viene liberato dalla schiavitù del peccato e della morte. In Lui è annunciata ai poveri la buona novella, i prigionieri ricevono la liberazione, i ciechi riacquistano la vista e quanti hanno il cuore ferito incontrano la misericordia di Dio.

Cristo stesso è il compimento dell’«anno di grazia del Signore». Entrando nella storia, il Figlio e Verbo di Dio assume il tempo umano senza identificarsi con esso e lo apre all’eternità. Per questo la Chiesa, all’inizio di ogni nuovo anno, non ripone la propria speranza nel semplice mutamento delle circostanze esteriori, ma nella presenza del Signore che rinnova l’uomo dall’interno. La vera novità domandata dalla Chiesa è la conversione del cuore, la purificazione della mente, il ristabilimento della comunione con Dio e con il prossimo. Non è sufficiente augurarsi un anno sereno e prospero: occorre accogliere il tempo ricevuto come un talento affidato alla responsabilità di ciascuno.

Il principio dell’Indizione coincide con un momento significativo del ciclo della natura. Nel mondo mediterraneo il mese di settembre è tradizionalmente il tempo della raccolta dei frutti e della preparazione della terra per una nuova semina. Esso riunisce in sé la gratitudine per quanto è maturato e la speranza per ciò che deve ancora germogliare. Questa dimensione agricola possiede un profondo significato biblico. Il popolo d’Israele riconosceva nella fecondità della terra una benedizione divina e offriva al Signore le primizie del raccolto: «Onora il Signore con i tuoi beni e con le primizie di ogni tuo raccolto; i tuoi granai saranno riempiti di grano» (Pr 3, 9-10; cfr. Es 23, 19; Dt 26, 1-11). La terra non era considerata un possesso assoluto dell’uomo, ma un dono ricevuto da Dio e affidato alla sua responsabilità: «La terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» (Lv 25, 23). Per questo l’uomo è posto nel giardino «per coltivarlo e custodirlo» (Gen 2, 15), mentre il Salmo proclama: «Del Signore è la terra e quanto contiene, il mondo e i suoi abitanti» (Sal 23, 1).

Allo stesso modo, la Chiesa rende grazie al Creatore per la terra, le acque, le stagioni e i frutti necessari alla vita. Essa prega per la mitezza del clima, per piogge pacifiche, per la fecondità dei campi e per la liberazione dalla fame, dalle calamità e da ogni devastazione. L’uomo dipende dal creato e non può vivere separato da esso: è plasmato dalla terra, si nutre dei suoi frutti e condivide con tutte le creature il dono dell’esistenza. Da questa consapevolezza nasce il legame profondo tra l’inizio dell’Anno ecclesiastico e la preghiera per la salvaguardia del creato.

Nel 1989, il compianto Patriarca Ecumenico Dimitrios, con decisione del Santo e Sacro Sinodo del Patriarcato Ecumenico, stabilì che il 1° settembre fosse dedicato ogni anno alla Preghiera per la protezione dell’ambiente. In quella storica Enciclica, la Grande Chiesa di Cristo invitò il mondo cristiano a elevare preghiere di ringraziamento per il grande dono della creazione e suppliche per la sua custodia e salvezza.

L’iniziativa venne vigorosamente sviluppata dal suo successore, Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo, il quale ha portato la testimonianza ecologica della Chiesa Ortodossa nei principali consessi internazionali, promuovendo incontri, simposi, studi e iniziative dedicate alla salvaguardia delle acque, della terra e di ogni forma di vita.

La decisione del Patriarcato Ecumenico non rappresentò l’adesione occasionale della Chiesa a un tema divenuto socialmente rilevante. Essa scaturiva direttamente dalla fede Ortodossa in Dio, «Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili». La custodia del creato non è un elemento marginale dell’insegnamento ecclesiale, perché riguarda il rapporto stesso tra Dio, l’uomo e il mondo.

Secondo la Teologia Ortodossa, il mondo non esiste per necessità né è frutto del caso. Esso è stato liberamente chiamato all’esistenza dall’amore di Dio. Ogni creatura possiede pertanto un valore che non dipende soltanto dall’utilità che può avere per l’uomo: essa è voluta da Dio, porta in sé l’impronta della sua sapienza e partecipa, secondo la propria natura, alla bellezza dell’intera creazione. Il racconto della Genesi presenta ripetutamente lo sguardo compiaciuto del Creatore sulla propria opera: «Dio vide che era cosa buona». Al termine della creazione, la Scrittura afferma che quanto Dio aveva fatto era «cosa molto buona» (Gen 1, 31). La bontà del mondo precede, dunque, qualsiasi valutazione o uso umano.

Il peccato non distrugge questa bontà originaria, ma ferisce la relazione tra l’uomo e il creato. Quando l’uomo si separa da Dio, cessa di ricevere il mondo come dono e comincia a considerarlo come proprietà assoluta. Alla gratitudine subentra il possesso; alla custodia, lo sfruttamento; alla comunione, il consumo indiscriminato. La crisi ecologica manifesta così una più profonda crisi spirituale. L’inquinamento, la distruzione degli ecosistemi e l’esaurimento delle risorse naturali non dipendono soltanto dalla mancanza di conoscenze tecniche, ma anche dall’avidità, dall’egoismo e dall’incapacità di porre un limite ai desideri.

La Sacra Scrittura affida all’uomo il compito di coltivare e custodire il giardino (cfr. Gen 2, 15). Il dominio dell’uomo sul creato non può essere interpretato come diritto alla sopraffazione o alla distruzione. Esso è un ministero di responsabilità esercitato a immagine del dominio provvidente e misericordioso di Dio.

L’uomo appartiene contemporaneamente al mondo materiale e a quello spirituale. Il suo corpo è tratto dalla terra, mentre il soffio della vita gli viene comunicato da Dio. Proprio per questa sua posizione, egli è chiamato a riunire in sé la creazione e a riferirla al Creatore mediante il rendimento di grazie. La tradizione Ortodossa descrive perciò l’uomo come sacerdote della creazione. Egli riceve il mondo dalle mani di Dio, lo coltiva con amore e lo offre nuovamente al Creatore nella riconoscenza. Tale vocazione trova la sua espressione più alta nella Divina Liturgia, quando il pane e il vino, frutti della terra e del lavoro umano, vengono presentati a Dio con le parole: «Il Tuo dal Tuo a Te offriamo in tutto e per tutto». In questa offerta è simbolicamente presente l’intera creazione. La materia non viene rifiutata né considerata estranea alla salvezza, ma accolta, offerta e santificata. La Divina Eucaristia rivela che la vocazione ultima del mondo non è il consumo né la distruzione, ma la comunione con Dio.

Il Santo e Grande Concilio della Chiesa Ortodossa e l’intero insegnamento teologico del Patriarca Ecumenico Bartolomeo, hanno affermato che le radici della crisi ecologica sono spirituali ed etiche e si trovano nel cuore dell’uomo. Ha indicato il pentimento, la temperanza e l’ethos ascetico come risposta all’avidità e al consumismo, ricordando che l’uomo è economo, protettore e sacerdote della creazione, non suo possessore assoluto. La cura del creato non deriva soltanto dalla fede nella creazione, ma anche dal Mistero dell’Incarnazione. Il Figlio e Verbo di Dio, assumendo la natura umana, ha assunto anche la dimensione materiale della nostra esistenza. Il corpo ricevuto dalla Vergine Maria appartiene alla stessa terra dalla quale è stato plasmato Adamo.

In Cristo, il creato e l’increato si uniscono senza confusione e senza separazione. Attraverso la Sua morte e Risurrezione, il Signore non salva un’anima isolata dal corpo e dal mondo, ma inaugura il rinnovamento dell’intera creazione. Come insegna l’Apostolo Paolo, tutta la creazione «geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto», nell’attesa di essere liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio (cfr. Rm 8, 19-22). La salvezza possiede pertanto una dimensione cosmica. L’uomo non viene redento separatamente dal mondo nel quale vive; è chiamato piuttosto a cooperare, mediante la grazia, alla sua riconciliazione e trasfigurazione. La custodia del creato diviene così una conseguenza concreta della fede nell’Incarnazione, nella Risurrezione e nel rinnovamento finale di tutte le cose.

Il principio dell’Indizione e la Giornata di preghiera per la salvaguardia del creato, dunque, non sono due celebrazioni semplicemente accostate. Esse manifestano un’unica verità: il tempo e il mondo appartengono a Dio e sono affidati alla responsabilità dell’uomo. All’inizio del nuovo Anno ecclesiastico la Chiesa invita pertanto ciascuno a consacrare nuovamente al Signore il tempo ricevuto e a rinnovare il proprio rapporto con l’intera creazione. Non basta domandare che l’anno sia prospero e pacifico: occorre impegnarsi affinché esso divenga realmente tempo di conversione, di riconciliazione, di giustizia e di custodia.

Cristo, Signore dei secoli, apre dinanzi a noi le porte del nuovo anno e proclama ancora una volta «l’anno di grazia del Signore». Accogliere questa proclamazione significa permettere che la sua grazia rinnovi il nostro rapporto con Dio, con il prossimo e con il mondo.

Con questa speranza, la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia eleva la propria preghiera al Creatore e Provvidente dell’universo, affinché benedica la nuova Indizione, custodisca nella pace la Sua Santa Chiesa, protegga il mondo da ogni avversità, illumini quanti hanno responsabilità verso i popoli e verso l’ambiente e conceda a tutti di vivere con gratitudine, sobrietà e amore.

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