La ecumenicità della Chiesa nell’inno “Ἀπόστολοι ἐκ περάτων – Apostoli dai confini”
La ecumenicità della Chiesa nell’inno “Ἀπόστολοι ἐκ περάτων – Apostoli dai confini”
Dr. Achilleos Papatoliou
Docente al Dipartimento di Teologia Sociale e Cultura Cristiana dell’Università Aristotelica di Salonicco
All’interno del periodo ecclesiastico del quindici d’agosto, un significato teologico particolare presenta la frase «Apostoli dai confini» (Ἀπόστολοι ἐκ περάτων), con la quale inizia l’exapostilarion della festa della Dormizione della Madre di Dio. L’immagine degli Apostoli che si radunano dai «confini» della terra per presenziare alla Dormizione e alla sepoltura della Madre di Dio segna l’universalità e l’ecumenicità della Chiesa Ortodossa. Gli Apostoli, secondo la tradizione ecclesiastica, si trovavano dispersi nelle varie parti del mondo, compiendo il loro dovere missionario per la trasmissione del messaggio evangelico secondo il detto: «Andate, dunque e ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato». (Mt 28, 16-20).
Questa frase «Apostoli dai confini», evidenzia l’universalità della Chiesa, la quale non si rivolge a un popolo specifico, a una regione geografica specifica o a un gruppo sociale specifico. Il messaggio evangelico ha un carattere universale ed escatologico e si rivolge all’intera umanità. «E questo vangelo del Regno sarà annunciato in tutto il mondo, per rendere testimonianza a tutte le nazioni e allora verrà la fine» (Mt 24, 14). Sottovalutare o sospendere il dovere di questa testimonianza personale significherebbe un rifiuto sostanziale del Vangelo. La Chiesa è ecumenica perché raccoglie in un solo Corpo persone diverse per origine, nazione, genere, lingua, cultura e provenienza sociale. L’unità della Chiesa non si fonda sull’uniformità degli uomini, ma sulla diversità e sulla loro comune partecipazione al Corpo di Cristo. In questo senso, l’immagine degli Apostoli che giungono da luoghi diversi costituisce l’immagine di un’unità nella diversità delle espressioni nazionali, razziali, sociali e culturali.
Il significato autentico della Chiesa si ricava dal significato stesso della parola adattato al nuovo contesto; vale a dire, «chiesa» (εκκλησία) significa «chiamata verso l’esterno per il raduno del popolo di Dio». I «confini» non indicano solo la distanza da Gerusalemme, ma rimandano all’intera ecumene, la quale è chiamata a partecipare all’evento della Salvezza. Inoltre, l’Assemblea degli Apostoli attorno alla Madre di Dio può essere considerata come una prefigurazione della Chiesa universale, la quale si raduna attorno a Cristo e vive l’unità della fede secondo il «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17, 21).
Inoltre, l’ecumenicità della Chiesa si connette direttamente con il concetto di apostolicità. Si ritiene opportuno sottolineare che la Chiesa è Apostolica non certamente solo nel senso della successione apostolica, ma anche nel senso della continuazione dell’opera degli Apostoli, la quale deve estendersi e trasmettersi con ogni possibile modo e mezzo fino all’estremo della terra, in ogni accezione geografica, temporale, culturale e sociale. Gli Apostoli, dunque, ispirati dall’attesa della venuta del Regno di Dio, cioè di un mondo nuovo di amore, giustizia, in uno spirito di reciproco rispetto, mutuo sostegno e libertà, hanno messo in luce con la loro parola e la loro vita l’atemporale «Vieni e vedi» (Gv 1, 46) dell’Apostolo Filippo verso qualunque Natanaele di buona volontà. Del resto, il Dio dell’amore non impone né esige la nostra libertà, ma la «accatta» (la chiede mendicando) e la attende attraverso il nostro amore, poiché senza la libertà l’uomo sarebbe al pari degli altri animali, come menziona caratteristicamente Giovanni Damasceno: «la schiavitù assoggetterebbe le sue azioni e guiderebbe i suoi pensieri all’interno di un circolo limitato, in cui ruoterebbe. Le idee del bene e del bello gli sarebbero sconosciute, ignorerebbe cosa sia turpe, cosa sia male, cosa sia falso, e non avrebbe potere di auto-azione, possibilità di uscire dal circolo limitato degli impulsi innati».
Gli Apostoli, dunque, si sono rivolti a tutti gli uomini riguardo alla dimensione soteriologica dell’ideale cristiano, senza costringere nessuno ad abbracciarlo, e questo insegnano anche a noi: a continuare questa missione che deve tendere verso una relazione dialettica, verso un processo dinamico di interazione e di mutuo riconoscimento, che unisce senza livellare. I periodi di inerzia apostolica e di indifferenza pastorale per la Salvezza del mondo e degli uomini manifestano, senza dubbio, alienazione e secolarizzazione. La Chiesa non è costituita solo dai suoi membri fedeli; al contrario, come suoi membri sono considerati i fedeli che sono stati, sono e saranno: «i fedeli di ogni parte dell’ecumene presenti, passati e futuri».
I più danneggiati (ingiustamente privati) nella nostra epoca, enfaticamente diceva l’Arcivescovo d’Albania Anastasio, di beata memoria, sono coloro che sono stati privati della Parola Divina, «non perché essi stessi abbiano rifiutato di ascoltarla, ma perché coloro che da secoli la possiedono si sono disinteressati di fargliela conoscere». L’Evangelizzazione, dunque fino ai confini della terra non è un affare occasionale o marginale della Chiesa, che l’uomo d’oggi potrebbe trascurare o tralasciare, ma è l’espressione dell’amore di Cristo. San Porfirio il Cavsocalivita fa un riferimento caratteristico alla continuazione della diffusione del Vangelo dell’amore di Cristo fino ai confini del mondo: «L’amore verso Cristo non ha confini, lo stesso vale per l’amore verso il prossimo. Che si estenda ovunque, ai confini della terra. Ovunque, a tutti gli uomini. Io avrei voluto andare a vivere insieme agli hippy a Matala, senza peccati naturalmente, per mostrare l’amore di Cristo, quanto sia grande e come possa cambiarli, trasformarli. L’amore è al di sopra di tutto».
Traduzione dal sito: Fos Fanariou, 10 agosto 2026
Immagine: Sacra Metropoli di Salonicco, XIX sec.
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