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Tipologia: Santuario

SANTUARIO DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

La chiesa, comunemente conosciuta come S. Giovannello, fu edificata intorno al X secolo ed è un monumento del patrimonio nazionale italiano di notevole valore storico-artistico. Già in uso da parte dell’Arcidiocesi a partire dai primi anni ‘90 del ventesimo secolo, venne chiusa successivamente per molti anni, a causa di lavori di restauro. E’ stata riconsegnata dallo Stato Italiano all’Arcidiocesi Ortodossa d’Italia del Patriarcato Ecumenico nel 2023 in uso gratuito. La Divina Liturgia viene celebrata in italiano, greco e slavonico ed è frequentata principalmente da italiani e slavi.

SANTUARIO GRECO-ORTODOSSO DI SANT’ANDREA APOSTOLO

La Chiesa di Sant’Andrea Apostolo è la prima chiesa ortodossa dell’Arcidiocesi Ortodossa d’Italia a Roma. È stata consacrata nel 1956 da Sua Eminenza Reverendissima Germanos di Thyateira. Attualmente, la chiesa è in servizio per la celebrazione di tutte le funzioni eucaristiche feriali in lingua greca e italiana.

Santuario della SS Madre di Dio “Piena di Grazia”

Con la benedizione di Sua Eminenza il Metropolita Gennadios di beata memoria ed il permesso dell’allora Arcivescovo Metropolita di Gorizia, durante la Santa Quaresima 2011, è stato benedetto il Santuario Pan-Ortodosso della Vergine “Piena di Grazia ( Παναγία Κεχαριτωμένη), Metochion del Monastero di Santa Barbara, a Grado, in provincia di Gorizia. Il Santuario è stato impreziosito di una Icona della Vergine, a venerazione dei Fedeli Ortodossi che visitano la antica Basilica (IV secolo).

STORIA DELLA BASILICA DELLA VERGINE PIENA DI GRAZIA (o delle Grazie)

Santa Maria delle Grazie è una delle due basiliche paleocristiane di Grado. Si affaccia sul Campo dei Patriarchi, nel centro storico della città, a pochi passi dal Battistero e dalla Basilica di Sant’Eufemia, mentre i resti di una terza basilica (la Basilica della Corte) sono visibili a poca distanza, ai limiti del castrum romano.

La basilica è stata costruita alla fine del VI secolo per volontà del Patriarca greco Elia, che negli stessi anni completò la costruzione della Basilica di Sant’Eufemia e avviò i lavori per la prima chiesa di Barbana. La chiesa venne edificata sul sito di una precedente basilica paleocristiana risalente alla prima metà del V secolo, forse voluta dal vescovo Cromazio. I due stadi della costruzione risultano evidenti nell’interno, che i restauri hanno ripristinato a due livelli. L’altare e la navata centrale sorgono al livello della basilica eliana, mentre la navata destra e parte dell’abside, coperte da mosaici decorativi con motivi geometrici ed epigrafi, risalgono alla prima edificazione e sono posizionate circa un metro più in basso.

La basilica ha curiosamente una base quadrata sia nella pianta che nell’alzato. L’interno è scandito da tre navate separate da due file di cinque colonne marmoree di provenienza diversa. Di particolare interesse l’altare, l’acquasantiera e la immagine lignea della Madonna delle Grazie, tradizionale meta devozionale della popolazione gradese. L’architettura della basilica è caratterizzata dal forte slancio verticale della navata centrale. La facciata in pietra e mattoni ha tre porte ed è ingentilita da una trifora.

Le due basiliche paleocristiane dì Grado sono probabilmente le due chiese più vecchie d’Italia, miracolosamente sopravvissute nonostante invasioni e guerre. Anche se di dimensioni ridotte rispetto alla Basilica di Sant’Eufemia, Santa Maria delle Grazie non è una chiesa minore e la sua visita è parte integrante dell’itinerario di Grado paleocristiana. L’aspetto esteriore può apparire relativamente semplice, ma la simbolica trifora nella parte superiore della facciata, che venne realizzata con colonnine e capitelli d’epoca romana, è degna di nota.

Questa piccola basilica presenta uno sviluppo architettonico insolito per gli edifici di culto cristiani più antichi dell’alto Adriatico; all’interno, infatti, si possono cogliere particolari inusuali e di notevole interesse storico-artistico: secondo alcuni esperti, per esempio, la zona absidale di Santa Maria delle Grazie si richiama a modelli tipici della Siria; inoltre, risulta sorprendente il dislivello di circa un metro, che venne ripristinato con i restauri degli anni “20 del 1900: i due livelli della navata centrale e di quella destra ricordano efficacemente entrambe le fasi di costruzione.

Prima ancora di queste due chiese, però, sarebbe esistita un’aula rettangolare con pavimento in cocciopesto databile al tardo IV° secolo, che potrebbe aver rappresentato il primo luogo di culto cristiano dell’antica Gradus (Nova Aquileia). A metà del V° secolo fu eretta una vera e propria basilica alla quale corrisponde il pavimento più basso; tale chiesa venne abbandonata per un certo periodo di tempo a causa dei danni di un incendio e sarebbe stata poi inglobata dal grandioso edificio voluto dal Patriarca Elia nella seconda metà del VI° secolo; a quest’ultima fase risale l‘innalzamento del livello pavimentale. Parecchi elementi della basilica per così dire ‘intermedia’ sono tuttora presenti, come nell’attuale navata destra dove si può ammirare un bel tratto di pavimento musivo, con decorazioni geometriche, grandi fiori stilizzati a quattro petali e iscrizioni di donatori; sempre risalenti al V° secolo sono gran parte della peculiare abside con bifora, la cosiddetta cattedra, i seggi e il banco presbiteriali in pietra e marmo.

Dobbiamo immaginare che la situazione idrogeologica di tutta la zona era completamente diversa in antichità; sarebbe stato comunque impensabile se non impossibile creare sotterraneamente delle cripte in considerazione della natura del sottosuolo. Pertanto, in maniera analoga alla Basilica di Santa Eufemia, si ricavarono a sinistra e a destra dell’abside la “protesi” e il “diaconico” che in S. Maria delle Grazie risultano singolarmente collegati tra di loro; questi due piccoli ambienti laterali venivano usati, rispettivamente, dai fedeli per lasciarvi le offerte e per la preparazione dell’occorrente per le celebrazioni liturgiche, nonché per la conservazione delle suppellettili sacre e delle reliquie, secondo la classica tradizione della Chiesa d’Oriente.

Di epoca ‘eliana’ sono le colonne, cinque a destra e altrettante a sinistra, con i bellissimi e variegati capitelli perlopiù di reimpiego; l’altare è coevo, mentre la recinzione è il frutto di restauri con utilizzo sia di parti autentiche che di integrazioni: particolarmente significativi sono gli animali raffigurati, quasi di certo opera di maestri lapicidi aquileiesi trasferitisi nel Castrum gradese; la valenza simbolica di colombe, pavoni e agnelli forse per noi oggi non è di immediata comprensione, mentre era comune e diffusa in passato.

Durante le celebrazioni ortodosse, la Chiesa è abbellita con preziose icone che esaltano la sua collocazione orientale.

Santuario dei SS. Vittore e Corona

Il Santuario Romano Cattolico dei Santi Vittore e Corona a Feltre (BL), raccoglie le sante Reliquie dei due Martiri dell’Oriente. Con la benedizione dell’allora Metropolita Gennadios, e il permesso delle Autorità Cattoliche, il Santuario è stato dichiarato Metochion del Monastero di Santa Barbara a Montaner, col permesso di porvi le Icone dei Santi e di rafforzare i pellegrinaggi ortodossi verso quel luogo. Il Monastero di Santa Barbara conserva le Reliquie dei due Santi.

Storia

Come per numerosi altri santi della Chiesa primitiva, poche, incerte e spesso rivestite di leggenda, sono le notizie sulla vita, sul tempo e sul luogo del martirio di Vittore e Corona (Stefania).
Non manca invece un discreto numero di fonti latine, greche e perfino copte, sul modo con cui affrontarono il martirio, sul loro culto e sulla traslazione delle loro reliquie.
L’Illustre certamen”, un’antica relazione greca del IV secolo, redatta da un diacono della Chiesa di Antiochia, ci dice che Vittore era un soldato cristiano che subì il martirio in Siria, nell’anno 171, durante la persecuzione di Marco Aurelio. Denunciato dinanzi al tribunale del prefetto romano Sebastiano e sottoposto a efferate torture, Vittore manifesta con serenità e intrepidezza la propria fede.
Corona, la giovane sposa di un suo compagno d’armi, presente al supplizio, colpita dalla testimonianza del giovane soldato, dichiara essa pure di essere cristiana. Arrestata, dopo un breve interrogatorio, è condannata ad essere appesa per i piedi alla cima di due palme, curvate a forza che, drizzandosi violentemente, la squarciano. Vittore, invece, viene decapitato.

La traslazione delle Reliquie
È difficile stabilire quando i corpi dei Martiri vennero trasportati a Feltre.
In una tavoletta di piombo, racchiusa nell’arca e risalente ai secoli VIII-IX, il Vescovo Solino (o di Solino secondo l’uso Orientale) ricorda che i corpi dei Santi Martiri furono trasportati dal luogo del martirio – forse, la Siria, data la vicinanza – a Cipro, dal suo predecessore, il martire Teodoro, nell’anno 205 d.C. e come lui stesso li fece deporre in un sepolcro più degno. La provenienza dall’Oriente dei corpi, come vuole la tradizione, è confermata anche dai tipi di polline rinvenuti di recente (1981) sulle Reliquie da una équipe di studiosi dell’Università di Padova.

La più antica testimonianza che li ricorda è l’iscrizione latina, incisa su una tavoletta plumbea, rinvenuta entro l’Arca dei martiri il 19 maggio 1943, allorchè fu compiuta l’ultima ricognizione sui Corpi dei Santi

L’iscrizione, incisa sulla tavoletta di piombo è la seguente : “Anno CCV ab incarnato verbo – sub Antonino Cesare – Corpora Sanctorum Martyrum – Victoris et Coronae – transvecta sunt a Theodoro Martyre – et a me indigno Solino – episcopo urbis Ceroniae – hic recondita sunt sub die XVIII septembris – in Christo Iesu”.

(Traduzione: “Nell’anno 205 dalla nascita di Cristo – sotto Antonino Cesare – i corpi dei SS. Martiri Vittore e Corona furono trasportati per mare dal martire Teodoro, e da me indegno Solino, vescovo di Cirenia (Kyrineias), composti in Gesù Cristo, il 18 settembre” ).

L’iscrizione accenna a due fatti, distinti e lontani nel tempo, compiuti da due diverse persone. Il primo riguarda la traslazione dei corpi dei Martiri da Alessandria di Siria (o Alessandria d’Egitto o dalla Cilicia) nell’isola di Cipro, per opera di Teodoro (più tardi vescovo di Cirenia e martire) nell’anno 205 d.C.; il secondo ricorda come il vescovo Solino (forse di Solino, antica diocesi vicino a Cirenia, il cui nome del vescovo è ignoto) provvedesse a far trasportare le spoglie dal primitivo luogo di deposizione (forse una grotta) in altro più degno, collocandole entro un’Arca di piombo. Questa traslazione avvenne, sotto l’episcopato di Solino, quattro secoli dopo quella teodoriana, il 18 settembre.
Da Cipro, attraverso varie traslazioni, i corpi pervennero a Venezia, come quello di S. Marco dove rimasero per vario tempo e dove esiste la tradizione di una antichissima chiesa intitolata a S. Vittore rifatta e intitolata a S. Moisè. Da Venezia i Santi arrivarono sul Miesna probabilmente nel secolo IX.

La leggenda
E qui la storia si colora di poesia. Quando il carro che trasportava le spoglie dei Santi Martiri, attraversata la stretta gola del Piave, arriva alle falde del Miesna ormai vicino a Feltre accadde un fatto prodigioso. I cavalli si rifiutano di procedere.
A nulla valgono gli incitamenti e le sferzate. Le ruote sembrano inchiodate sulla strada. Si cambiano i cavalli, si aggiogano altri buoi, il Vescovo indice pubbliche preghiere. Tutto inutile. Il carro non si stacca di un palmo. Ma, nella notte S. Vittore, vestito da soldato e sfolgorante di luce appare ad una umile donna di Anzù e le ingiunge di attaccare al carro le sue due vaccherelle e di lasciarle libere su per la costa.
Così avviene. Il mattino dopo, tra il sorriso incredulo dei conducenti, le giovenche attaccate al carro, agili e svelte, risalgono l’erta boschiva fino allo spiazzo designato dalla visione, dove sorse poi il Santuario a custodia, attraverso i secoli, dell’arca preziosa con il corpo dei Santi.
È il 18 settembre.
Le impronte delle giovenche e del bastone della vecchietta, impresse nella viva roccia del monte, visibili in una cappelletta del sentiero testimonierebbero ancor oggi il prodigio.

Ricerche storiche e scientifiche
Le due ricognizioni delle Reliquie fatte nel 1943 e nel 1981 hanno confermato scientificamente la presenza di ossa appartenenti a due individui, maschio e femmina.
Nell’ultima ricognizione, fatta da un’équipe dell’Università di Padova, sotto la direzione dell’illustre prof. Cleto Corrain, l’esame dei pollini di Cedrus confermava inequivocabilmente la provenienza delle Reliquie dall’Oriente, come vuole la tradizione.

Il Tempio

Iniziato nel 1096 – all’epoca della prima Crociata – su un luogo di culto precedente, il tempio fu realizzato di getto in soli cinque anni e consacrato dal Vescovo di Feltre, Arpone, il 13 maggio 1101.mDi stile romanico con chiari influssi bizantini, è a croce greca, a tre navate con transetto e cupola centrale ed è preceduto da un protiro costruito dai Padri Fiesolani. Una ricerca della Università di Padova ha riscontrato che il tempietto bizantino è costruito al suo interno con un tipo di pietra non riscontrabile nelle Alpi, bensì nell’area di Cirenia a Cipro. Secondo una antica tradizione locale di Cipro, il vescovo aveva posto le Reliquie nella Chiesa di San Mosé, la quale venne successivamente “smontata” per essere ricomposta a Venezia, sull’isola di San Mosé, fatto impossibile a causa della tipologia del terreno. Alcuni ritengono che essa sia stata portata a Feltre e possa essere parte della prima Chiesa di san Mosé a Cipro. Tra le altre cose, sono state riscontrate nelle colonne della Chiesa delle scritte arabe, impossibili a Feltre ma possibili a Cipro, viste le incursioni dei Saraceni).
Una lunga e imponente gradinata fiancheggiata da muretti, costruita alla fine dell’ottocento dall’architetto feltrino Giuseppe Segusini (1801-1876), caratterizza la salita e l’accesso al Santuario.