Santi Pietro e Paolo, apostoli protocorifei
Omelia di Sant’Agostino, vescovo di Ippona
Oggi la Santa Chiesa ricorda piamente le sofferenze dei Santi, gloriosi e all-praiseworthy Apostoli Pietro e Paolo.
San Pietro, il fervente seguace di Gesù Cristo, per la profonda confessione della Sua Divinità: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, fu giudicato degno dal Salvatore di udire in risposta: “Beato sei tu, Simone … Io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la Mia Chiesa” (Mt 16,16-18). Su “questa pietra”, cioè su ciò che tu dici: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, è su questa tua confessione che Io edificherò la Mia Chiesa. Perciò il “tu sei Pietro”: è dalla “pietra” che viene Pietro, e non da Pietro che viene la “pietra”, così come il cristiano viene da Cristo, e non Cristo dal cristiano. Vuoi sapere da quale tipo di “roccia” fu chiamato di nome l’Apostolo Pietro? Ascolta l’Apostolo Paolo: “Fratelli, non voglio che ignoriate” – dice l’Apostolo di Cristo – “che i nostri padri furono tutti sotto la nube, e tutti passarono attraverso il mare; e tutti furono battezzati in Mosè nella nube e nel mare; e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10,1-4)…
Il Signore nostro Gesù Cristo, negli ultimi giorni della Sua vita terrena, nei giorni della Sua missione verso il genere umano, scelse tra i discepoli i Suoi dodici Apostoli per predicare la Parola di Dio. Tra di loro, l’Apostolo Pietro, per il suo ardore infuocato, fu ritenuto degno di occupare il primo posto (Mt 10,2) ed essere come il rappresentante di tutta la Chiesa. Perciò a lui è detto, in modo preferenziale, dopo la confessione: “Io ti darò le chiavi del Regno dei Cieli: e tutto ciò che legherai sulla terra, sarà legato nei cieli; e tutto ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto nei cieli” (Mt 16,19). Perciò non fu un solo uomo, ma bensì l’unica Chiesa universale, che ricevette queste “chiavi” e il diritto “di legare e di sciogliere”. E che sia stata effettivamente la Chiesa a ricevere questo diritto, e non esclusivamente una singola persona, rivolgi l’attenzione a un altro passo della Scrittura, dove lo stesso Signore dice a tutti i Suoi Apostoli: “Ricevete lo Spirito Santo” e subito dopo: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; e a chi li riterrete, saranno ritenuti” (Gv 20,22-23); oppure: “Tutto ciò che legherete sulla terra, sarà legato in cielo; e tutto ciò che scioglierete sulla terra, sarà sciolto in cielo” (Mt 18,18). Così, è la Chiesa che lega, la Chiesa che scioglie; la Chiesa, edificata sul pietra angolare di fondazione, lo stesso Gesù Cristo (Ef 2,20), lega e scioglie. Siano dunque temuti sia il legare che lo sciogliere: lo sciogliere, per non ricadere di nuovo in ciò; il legare, per non restare per sempre in tale condizione. Perciò “le iniquità catturano l’empio, ed egli è tenuto stretto dalle corde dei suoi peccati”, dice la Sapienza (Pr 5,22); e all’infuori della Santa Chiesa non è possibile ricevere lo scioglimento.
Dopo la Sua Risurrezione il Signore affidò all’Apostolo Pietro di pascere il Suo gregge spirituale, non perché tra i discepoli solo Pietro fosse pre-destinato a pascere il gregge di Cristo, ma Cristo si rivolge principalmente a Pietro perché Pietro era primo tra gli Apostoli e come tale il rappresentante della Chiesa; inoltre, rivoltosi in questa occasione al solo Pietro, come al capo degli Apostoli, Cristo conferma l’unità della Chiesa. “Simone di Giovanni” – dice il Signore a Pietro – “mi ami tu?” – e l’Apostolo rispose: “Sì, Signore, Tu sai che ti amo”; e una seconda volta fu così chiesto, e una seconda volta egli rispose così; interrogato una terza volta, come se non fosse creduto, ne fu rattristato. Ma come è possibile che egli non creda a Colui che conosceva il suo cuore? E perché allora Pietro rispose: “Signore, Tu sai tutto; Tu sai che ti amo”. “E Gesù gli disse” tutte e tre le volte: “Pasci le mie pecorelle” (Gv 20,15-17).
Inoltre, il triplice appello del Salvatore a Pietro e la triplice confessione di Pietro davanti al Signore ebbero uno scopo particolarmente benefico per l’Apostolo. Colui al quale erano state date “le chiavi del Regno” e il diritto “di legare e di sciogliere”, si era egli stesso legato tre volte per paura e codardia (Mt 26,69-75), e il Signore lo scioglie tre volte con il Suo appello e, in cambio, con la sua confessione di forte amore. E di pascere letteralmente il gregge di Cristo fu richiesto a tutti gli Apostoli e ai loro successori. “Vegliate dunque su voi stessi e su tutto il gregge” – esorta l’Apostolo Paolo i presbiteri della Chiesa – “in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come sorveglianti, per pascere la Chiesa di Dio, che Egli si è acquistata con il proprio sangue” (At 20,28); e l’Apostolo Pietro agli anziani: “Pascete il gregge di Dio che è tra voi, sorvegliandolo non per forza, ma volentieri; non per vile guadagno, ma di buon animo; non come dominatori sulle eredità di Dio, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il Principe dei pastori, riceverete la corona della gloria che non appassisce” (1 Pt 5,2-4).
È notevole che Cristo, avendo detto a Pietro: “Pasci le Mie pecorelle”, non disse: “Pasci le tue pecore”, ma piuttosto: pasci, buon servo, le pecore del Signore. “Il Cristo è forse diviso? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo?” (1 Cor 1,13). “Pasci le Mie pecorelle”. Perciò “rapaci lupi, lupi oppressori, falsi maestri e mercenari, che non si preoccupano del gregge” (Mt 7,15; At 20,29; 2 Pt 2,1; Gv 10,12), dopo aver saccheggiato un gregge altrui e avendo fatto del bottino come se fosse un proprio particolare guadagno, pensano di pascere il loro gregge. Costoro non sono buoni pastori, come pastori del Signore. “Il buon pastore dà la vita per le pecore” (Gv 10,11), che gli sono affidate dallo stesso Principe dei pastori (1 Pt 5,4). E l’Apostolo Pietro, fedele alla sua chiamata, diede la sua anima per lo stesso gregge di Cristo, avendo suggellato il suo apostolato con una morte di martirio, ed è ora glorificato in tutto il mondo.
L’Apostolo Paolo, un tempo Saulo, fu mutato da lupo rapace in mite agnello. In precedenza era nemico della Chiesa, poi si manifesta come Apostolo. Prima la perseguitava, poi la predicò. Avendo ricevuto dai sommi sacerdoti un ampio potere per gettare in catene tutti i cristiani per farli uccidere, era già in cammino, egli spirava “minacce e stragi contro i discepoli del Signore” (At 9,1), egli assetava il sangue, ma “Colui che siede nei cieli se ne ride” (Sal 2,4). Egli, “avendo così perseguitato e devastato la Chiesa di Dio” (1 Cor 15,9; At 8,5), quando si avvicinava a Damasco, il Signore dal cielo lo chiamò: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” E Io sono qui, e Io sono là, Io sono dappertutto: qui è il Mio capo; là è il Mio corpo. Non vi è in questo nulla di sorprendente; noi stessi siamo membra del Corpo di Cristo. “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Ti è duro ricalcitrare contro il pungolo” (At 9,4-5). Saulo, però, “tremando e spaventato” gridò: “Chi sei, Signore?” Il Signore gli rispose: “Io sono Gesù che tu perseguiti”.
E Saulo subisce improvvisamente un cambiamento: “Che cosa vuoi che io faccia?” – grida. E subito per lui giunge la Voce: “Àlzati, entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare” (At 9,6). Qui il Signore manda Anania: “Àlzati e va’ nella via” presso un uomo “di nome Saulo”, e battezzalo, “perché egli è per Me uno strumento di elezione, per portare il Mio Nome dinanzi alle genti, ai re e ai figli d’Israele” (At 9,11.15.18). Questo vaso deve essere riempito della Mia grazia. “Anania però rispose: Signore, ho udito da molti tutto il male che costui ha fatto ai Tuoi santi in Gerusalemme; e qui ha l’autorità dai sommi sacerdoti di incatenare tutti quelli che invocano il Tuo Nome” (At 9,13-14). Ma il Signore comanda con urgenza ad Anania: “Cercalo e conducilo, perché questo vaso è da Me eletto: poiché Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il Mio Nome” (At 9,11.15-16).
E difatti il Signore mostrò all’Apostolo Paolo quali cose doveva soffrire per il Suo Nome. Lo istruì nelle opere; non si fermò alle catene, ai ceppi, alle prigioni e ai naufragi; Egli stesso partecipò alle sue sofferenze, Egli stesso lo guidò verso questo giorno. In un solo giorno si celebra la memoria delle sofferenze di entrambi questi Apostoli, sebbene essi abbiano sofferto in giorni diversi, ma per lo spirito e per la vicinanza delle loro sofferenze essi costituiscono una cosa sola. Pietro andò per primo, e Paolo lo seguì presto dopo di lui. Prima chiamato Saulo, e poi Paolo, avendo trasformato il suo orgoglio in umiltà. Il suo stesso nome (Paulus), che significa “piccolo, minimo, inferiore”, lo dimostra. Che cos’è l’Apostolo Paolo dopo questo? Chiediglielo, ed egli stesso ti dà la risposta: “Io sono” – dice – “il più piccolo degli Apostoli… ma ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me” (1 Cor 15,9-10).
E così, fratelli, celebrando ora la memoria dei santi Apostoli Pietro e Paolo, ricordando le loro venerabili sofferenze, stimiamo la loro vera fede e la santa vita, stimiamo l’innocenza delle loro sofferenze e la pura confessione. Amando in loro l’alta qualità e imitandoli con grandi imprese, “per divenire simili a loro” (2 Ts 3,5-9), giungeremo a quella beatitudine eterna che è preparata per tutti i santi. Il cammino della nostra vita, un tempo, era più gravoso, spinoso, duro, ma “anche noi siamo circondati da un così grande nugolo di testimoni” (Eb 12,1), che, passati prima di noi per questo cammino, l’hanno reso ora per noi più facile, più lieve e più agevolmente percorribile. Per primo lo ha percorso “l’autore e perfezionatore della nostra fede”, il Signore nostro Gesù Cristo stesso (Eb 12,2); i Suoi arditi Apostoli l’hanno seguito; poi i martiri, i fanciulli, le donne, le vergini e una grande moltitudine di testimoni. Chi ha operato in loro e li ha aiutati su questo cammino? Colui che ha detto: “Senza di Me non potete far nulla” (Gv 15,5).



