Santa Glafira
La vergine Glafira. Licinio ardeva di passione per Glafira, una serva di sua moglie Constantia. La santa vergine riferì questo all’imperatrice e chiese il suo aiuto. Vestendola con abiti maschili e fornendole del denaro, l’imperatrice Constantia la mandò nel Ponto in compagnia di un servo devoto. Essi dissero all’imperatore che Glafira era impazzita e giaceva in punto di morte. Sulla strada per l’Armenia, Santa Glafira si fermò ad Amasea, dove il vescovo locale, San Basilio, le diede rifugio.
In quel tempo il santo stava costruendo una chiesa nella città. Santa Glafira donò tutto il denaro che aveva ricevuto da Constantia per la sua costruzione, e in una lettera all’imperatrice le chiese di inviare ulteriori fondi per completare la chiesa. L’imperatrice esaudì la sua richiesta. Tuttavia, la lettera di Santa Glafira cadde nelle mani dell’imperatore. L’infuriato Licinio ordinò al governatore di Amasea di mandargli l’ierarca e la serva. Santa Glafira morì prima che l’editto arrivasse ad Amasea, e San Basilio fu mandato dall’imperatore. Due diaconi, Partenio e Teotimo, lo seguirono e alloggiarono vicino alla prigione dove il santo era tenuto.
Il pio cristiano Elpideforo corruppe il carceriere e ogni notte visitava il santo con Partenio e Teotimo. Alla vigilia del processo del santo, egli cantò salmi e intonò: «Se salissi in cielo, là Tu sei… Se scendessi negli inferi, eccoti. Se prendessi le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guiderebbe la tua mano e mi afferrerebbe la tua destra» (Sal 138/139,9-10). Queste furono parole profetiche.
Tre volte egli scoppiò in lacrime. I diaconi temevano che il santo non sarebbe stato in grado di sopportare i tormenti imminenti, ma egli li rassicurò.
Al processo San Basilio rifiutò risolutamente l’offerta dell’imperatore di diventare un sacerdote pagano, e così fu condannato a morte. Elpideforo diede del denaro ai soldati, ed essi permisero al santo di pregare e di parlare con i suoi amici prima dell’esecuzione. Allora il santo disse al boia: «Amico, fa’ come ti è stato ordinato». Serenamente, chinò il collo sotto la spada.
Quando il martire fu decapitato, Elpideforo cercò di riscattare le sue reliquie dai soldati. Ma i soldati avevano paura dell’imperatore e gettarono il corpo e la testa del santo nel mare. Dopo questo, un angelo di Dio apparve tre volte in sogno a Elpideforo, dicendo: «Il vescovo Basilio è a Sinope e ti aspetta».
Ascoltando questa chiamata, Elpideforo e i diaconi salparono per Sinope, e là assunsero dei pescatori perché calassero le loro reti. Quando calarono la rete secondo il suggerimento dei diaconi Teotimo e Partenio, non tirarono su nulla. Allora Elpideforo dichiarò che avrebbe chiesto loro di calare la rete nel nome del Dio che egli adorava. Questa volta, la rete riportò su il corpo di San Basilio. La testa del santo fu nuovamente riattaccata al suo corpo, e solo il taglio sul collo indicava il colpo di spada. Le reliquie di San Basilio furono portate ad Amasea e sepolte nella chiesa da lui costruita.



