Maria Skobtsova m.
Elizaveta Pilenko, la futura Madre Maria, nacque nel 1891 a Riga, in Lettonia, allora parte dell’Impero Russo, e crebbe nel sud della Russia sulla riva del Mar Nero. Suo padre era sindaco della città di Anapa, mentre dal lato materno discendeva dall’ultimo governatore della Bastiglia, la prigione parigina distrutta durante la Rivoluzione Francese.
I suoi genitori erano pii cristiani ortodossi, e la loro fede contribuì a plasmare i valori, la sensibilità e gli obiettivi della figlia. Da bambina svuotò una volta il suo salvadanaio per contribuire alla pittura di un’icona che avrebbe fatto parte di una nuova chiesa ad Anapa. A sette anni chiese alla madre se fosse abbastanza grande per diventare monaca, mentre un anno dopo chiese il permesso di diventare una pellegrina che passa la vita camminando da santuario a santuario.
All’età di 14 anni morì suo padre, un avvenimento che le sembrò privo di significato e ingiusto, e che la portò ad abbracciare l’ateismo. «Se non c’è giustizia», disse, «non c’è Dio.» Decise che la non-esistenza di Dio era ben nota agli adulti, ma tenuta segreta ai bambini. Per lei, l’infanzia era finita. Quando la madre vedova trasferì la famiglia a San Pietroburgo nel 1906, Elizaveta si trovò nel centro politico e culturale del Paese – anche un focolaio di idee e gruppi radicali – ed entrò a far parte dei circoli letterari radicali che si raccoglievano attorno a poeti simbolisti come Alexander Blok, che incontrò per la prima volta a 15 anni. Come molti suoi contemporanei, era attratta dalla sinistra, ma spesso restava delusa dai radicali che incontrava. Pur considerandosi rivoluzionari, sembravano non fare altro che parlare. «Il mio spirito anelava a compiere imprese eroiche, persino a perire, per combattere l’ingiustizia del mondo», ricordava. Eppure nessuno che lei conoscesse stava davvero dando la propria vita per gli altri. Se i suoi amici avessero sentito dire di qualcuno che moriva per la Rivoluzione, annotò, «lo apprezzeranno, approveranno o disapproveranno, mostreranno comprensione a un livello molto elevato, e discuteranno per tutta la notte finché il sole non sorgerà ed è ora di uova fritte. Ma non capiranno affatto che morire per la Rivoluzione significa sentire una corda attorno al proprio collo».
Nel 1910 sposò Dimitri Kuzmin-Karaviev, un bolscevico che faceva parte di una comunità di poeti, artisti e scrittori, ma in seguito commentò che si trattò di un matrimonio nato «più dalla pietà che dall’amore». Oltre di politica e poesia, lei e i suoi amici parlavano anche di teologia, ma così come le loro idee politiche non avevano alcun legame con la vita della gente comune, così la loro teologia fluttuava ben al di sopra della Chiesa reale. C’era molto che avrebbero potuto imparare, rifletté più tardi nella vita, da «qualunque vecchia mendicante indaffarata nelle sue prosternazioni domenicali in chiesa». Per molti intellettuali, la Chiesa era un’idea o un insieme di valori astratti, non una comunità nella quale si vive realmente.
Pur considerandosi ancora atea, gradualmente la sua precedente attrazione per Cristo si ravvivò e si approfondì, non ancora Cristo come Dio incarnato, ma Cristo come uomo eroico. Col tempo si sentì attratta verso la fede religiosa che aveva abbandonato dopo la morte del padre. Pregava e leggeva il Vangelo e le vite dei santi, e giunse alla conclusione che il vero bisogno del popolo non era per teorie rivoluzionarie, ma per Cristo. Voleva «proclamare la parola semplice di Dio», scrisse a Blok in una lettera del 1916. Desiderando studiare teologia, chiese l’ammissione all’Accademia Teologica di San Pietroburgo del Monastero di San Alexander Nevsky, in quei giorni una scuola interamente maschile i cui studenti si preparavano al sacerdozio. Tanto sorprendente quanto il suo desiderio di studiare lì fu la decisione del rettore di ammetterla.
Nel 1913 il suo matrimonio crollò. Più tardi nello stesso anno nacque la sua primogenita, Gaiana. All’inizio della Prima Guerra Mondiale tornò con la figlia nel sud della Russia, dove la sua vita religiosa divenne più intensa. Per un certo periodo indossò segretamente dei pesi di piombo cuciti in una cintura nascosta come modo per ricordare a se stessa sia «che Cristo esiste» sia per essere più consapevole che, minuto per minuto, molte persone soffrivano e morivano in guerra. Si rese però conto che l’ascesi cristiana primaria non era l’automortificazione, ma la risposta sollecita ai bisogni degli altri.
Nell’ottobre 1917 era presente a San Pietroburgo quando il Governo Provvisorio della Russia fu rovesciato dai bolscevichi. Partecipando al Congresso Panrusso dei Soviet, sentì il luogotenente di Lenin, Leon Trotsky, congedare le persone del suo partito con queste parole: «Il vostro ruolo è finito. Andate dove vi spetta, nella pattumiera della storia!» Venne a vedere quanto fosse orribilmente diversa la rivoluzione reale dai sogni di rivoluzione che avevano un tempo riempito l’immaginazione di tanti russi! Nel febbraio 1918 fu eletta vicesindaco di Anapa. Alla fine fu arrestata, imprigionata e processata per collaborazione con il nemico. In tribunale si alzò e parlò in propria difesa: «La mia lealtà non è verso alcun governo immaginario in quanto tale, ma verso coloro il cui bisogno di giustizia è maggiore, il popolo. Rossi o Bianchi, la mia posizione è la stessa – agirò per la giustizia e per alleviare la sofferenza. Cercherò di amare il mio prossimo.» Fu grazie a Daniel Skobtsov, un ex maestro di scuola che ora era il suo giudice, che evitò la fucilazione. Dopo il processo, lo cercò per ringraziarlo. Alla fine si sposarono.
Mentre l’andamento della guerra civile stava volgendo a favore dei bolscevichi, gli Skobtsov fuggirono in Georgia, dove nel 1920 diede alla luce un figlio, Yura. Un anno dopo, dopo essersi trasferita in Jugoslavia, diede alla luce Anastasia. Il loro lungo viaggio terminò con l’arrivo a Parigi nel 1923, dove, per integrare il reddito, lei confezionava bambole e dipingeva sciarpe di seta, lavorando spesso dieci o dodici ore al giorno.
Un’amica la introdusse al Movimento Cristiano degli Studenti Russi, un’associazione ortodossa fondata nel 1923. Cominciò a frequentare conferenze e altre attività e sentì che stava tornando in vita spiritualmente e intellettualmente. Nel 1926 pianse la morte della figlia Anastasia. Uscì dal suo lutto decisa a cercare «una nuova strada davanti a me e un nuovo significato nella vita, essere madre per tutti, per tutti coloro che hanno bisogno di cura, assistenza o protezione materna.» Si dedicò al lavoro sociale e alla scrittura teologica. Nel 1927 furono pubblicati due volumi, Raccolto dello Spirito, nei quali raccontava le vite di molti santi.
Nel 1930 fu nominata segretaria itinerante del Movimento Cristiano degli Studenti Russi, un lavoro che la mise quotidianamente a contatto con i profughi russi impoveriti in tutta la Francia e nei Paesi vicini. Teneva spesso delle conferenze, ma era pronta ad ascoltare gli altri quando raccontavano qualche terribile dolore che li aveva gravati per anni. Prendeva alla lettera le parole di Cristo, che Egli era sempre presente nella più piccola delle persone. «L’uomo deve trattare il corpo del suo simile con più cura di quanto tratti il proprio», scrisse. «L’amore cristiano ci insegna a dare ai nostri fratelli doni materiali oltre che spirituali. Dobbiamo dare loro la nostra ultima camicia e il nostro ultimo pezzo di pane. L’elemosina personale e il più vasto lavoro sociale sono entrambi ugualmente giustificati e necessari.»
Col tempo cominciò a immaginare un nuovo tipo di comunità, «per metà monastica e per metà fraterna», che connettesse la vita spirituale con il servizio ai bisognosi, mostrando così «che una Chiesa libera può compiere miracoli». Padre Sergei Bulgakov, il suo confessore, fu una fonte di sostegno e incoraggiamento, così come il suo vescovo, il Metropolita Evlogy [Georgievsky], responsabile dal 1921 al 1946 delle molte migliaia di russi espatriati sparsi per l’Europa. Riconoscendo la sua dedizione al lavoro sociale e venuto a conoscenza del declino del suo matrimonio, egli le suggerì la possibilità di diventare monaca. Col tempo Daniel arrivò ad accettare l’idea dopo un incontro con il Metropolita Evlogy. Nella primavera del 1932, nella cappella dell’Istituto Teologico San Sergio di Parigi, ella fece la professione monastica con il nome di Maria. Il Metropolita Evlogy riconobbe che aveva emesso la sua professione monastica «per donarsi senza riserve al servizio sociale». Madre Maria la chiamò semplicemente «monachesimo nel mondo». Intenzionata «a condividere la vita dei poveri e dei vagabondi», cominciò a cercare una casa di ospitalità e la trovò al numero 9 di villa de Saxe a Parigi, che prese in affitto con l’aiuto finanziario del Metropolita Evlogy. Cominciò a ricevere ospiti, principalmente giovani donne russe senza lavoro, cedendo loro la propria stanza mentre lei stessa dormiva su un angusto lettino di ferro in cantina. Una stanza al piano superiore divenne una cappella – dipinse lei stessa le icone dell’iconostasi – mentre la sala da pranzo fungeva anche da sala per conferenze e dialoghi.
Avendo bisogno di strutture più ampie, due anni dopo fu trovato un nuovo luogo in una zona di Parigi dove molti profughi russi impoveriti si erano stabiliti. Mentre al vecchio indirizzo poteva nutrire solo 25 persone, qui poteva sfamarne un centinaio. Qui i suoi ospiti potevano riprendere fiato «finché non verrà il momento di stare di nuovo sulle proprie gambe». Il suo credo era: «Ogni persona è la vera icona di Dio incarnato nel mondo.» Con questo riconoscimento veniva la necessità «di accogliere incondizionatamente questa tremenda rivelazione di Dio, di venerare l’immagine di Dio» nei suoi fratelli e sorelle. Man mano che il suo ministero si sviluppava, affittò altri edifici, uno per famiglie bisognose e un altro per uomini soli. Una proprietà rurale divenne un sanatorio. Nel 1937 ospitava diverse dozzine di donne e serviva fino a 120 pranzi ogni giorno. Ogni mattina andava a mendicare cibo o comprava a buon prezzo ciò che non veniva donato.
Malgrado una serie apparentemente infinita di sfide, Madre Maria era sostenuta soprattutto da coloro che serviva – persone esse stesse abbattute, disperate, zoppe, alcolizzate, malate, sopravvissute a molte tragedie. Ma non tutti rispondevano alla fiducia con la fiducia. Il furto non era raro. In un’occasione un’ospite rubò 25 franchi. Tutti immaginarono chi fosse la colpevole, una tossicodipendente, ma Madre Maria si rifiutò di accusarla. Invece annunciò a tavola che il denaro non era stato rubato, solo smarrito, e che lei l’aveva ritrovato. «Vedete quanto è pericoloso fare accuse», commentò. Subito la ragazza che aveva rubato il denaro scoppiò in lacrime.
Madre Maria e i suoi collaboratori non si limitavano ad aprire la porta quando i bisognosi bussavano, ma cercavano attivamente i senzatetto. Uno dei posti dove trovarli era un caffè aperto tutta la notte alle Halles, dove chi non aveva altro posto in cui andare poteva sedersi al prezzo di un bicchiere di vino. Ci si occupava anche dei bambini, e fu aperta una scuola part-time in diverse sedi. Rivolgendo l’attenzione ai profughi russi classificati come malati di mente, Madre Maria iniziò una serie di visite ai manicomi. In ogni ospedale, dal cinque al dieci per cento dei pazienti russi si rivelarono sani di mente e, grazie al suo intervento, furono dimessi. Barriere linguistiche e incomprensioni culturali li avevano tenuti nel manicomio. Col tempo lei e i suoi collaboratori contribuirono a fondare cliniche per malati di tubercolosi e una varietà di altri ministeri. Un’altra pietra miliare fu la fondazione, nel settembre 1935, di un gruppo chiamato «Azione Ortodossa» – nome proposto dal suo amico, il filosofo Nicholas Berdyaev. Tra i cofondatori c’erano padre Sergei Bulgakov, lo storico George Fedotov, lo studioso Constantine Mochulsky, l’editore Ilya Fondaminsky e il suo collaboratore di lunga data Fedor Pianov, con il Metropolita Evlogy come presidente onorario. Con il sostegno finanziario di benefattori di tutta l’Europa e degli Stati Uniti, fu possibile una più ampia gamma di progetti e centri: ostelli, case di riposo, scuole, campi, lavoro negli ospedali, aiuto ai disoccupati, assistenza agli anziani, pubblicazione di libri e opuscoli, ecc. In tutti questi ministeri in espansione, la principale preoccupazione di Madre Maria era che non perdessero mai il loro carattere personale o comunitario.
Nell’ottobre 1939, padre Dimitri Klepinin, allora trentacinquenne, iniziò ad assistere Madre Maria nell’ultima fase della sua vita – una serie di risposte alla Seconda Guerra Mondiale e all’occupazione della Francia da parte della Germania. Mentre Madre Maria avrebbe potuto fuggire da Parigi quando i tedeschi avanzavano, o persino cercare rifugio in America, non volle muoversi. «Se i tedeschi prendono Parigi, io resterò qui con le mie vecchiette. Dove potrei mandarle?» Non aveva illusioni sulla minaccia nazista, che per lei rappresentava un «nuovo paganesimo» che portava con sé disastri, sconvolgimenti, persecuzioni e guerre. Con la sconfitta arrivarono maggiore povertà e fame, e le autorità locali di Parigi dichiararono la sua casa punto ufficiale di distribuzione del cibo, dove volontari vendevano al prezzo di costo ciò che Madre Maria aveva comprato quella mattina.
I profughi russi furono tra i bersagli particolari degli occupanti. Nel giugno 1941 ne furono arrestati un migliaio, tra cui diversi amici intimi e collaboratori di Madre Maria e di padre Dimitri, che avviarono un progetto di assistenza ai prigionieri e ai loro familiari. All’inizio del 1942, mentre era in corso la loro schedatura, gli Ebrei cominciarono a bussare alla porta di Madre Maria, chiedendo a padre Dimitri se avrebbe rilasciato loro certificati di battesimo. La risposta era sempre sì. I nomi di coloro che venivano «battezzati» venivano diligentemente registrati anche nel registro parrocchiale, nel caso vi fossero controlli da parte della polizia o della Gestapo, come di fatto accadde. Padre Dimitri era convinto che, in una tale situazione, Cristo avrebbe fatto lo stesso. Quando i nazisti emisero carte d’identità speciali per le persone di origine russa che vivevano in Francia, con particolare identificazione per gli Ebrei, Madre Maria e padre Dimitri si rifiutarono di obbedire, benché fossero stati avvertiti che coloro che non si fossero registrati sarebbero stati considerati cittadini dell’URSS – stranieri nemici – e puniti di conseguenza.
Con il successivo arresto di massa degli Ebrei – 12.884 persone, di cui 6.900 (due terzi bambini) furono condotte al velodromo d’inverno, lo stadio sportivo Velodrome d’Hiver, e trattenute per cinque giorni prima di essere inviate ad Auschwitz – Madre Maria entrò nello stadio e per tre giorni offrì conforto ai bambini e ai loro genitori, distribuendo il cibo che riusciva a portare dentro. Riuscì persino a mettere in salvo alcuni bambini arruolando l’aiuto dei netturbini e facendoli uscire nascosti nei bidoni dell’immondizia. Nel frattempo la sua casa traboccava di gente, molti dei quali Ebrei. «È sorprendente», osservò Madre Maria, «che i tedeschi non si siano ancora avventati su di noi.» Padre Dimitri, Madre Maria e i loro collaboratori organizzarono vie di fuga verso il sud non occupato. Era un lavoro complesso e pericoloso. Bisognava procurarsi documenti falsi. Un gruppo della Resistenza locale aiutò a ottenere viveri per coloro che la comunità di Madre Maria si sforzava di nutrire.
L’8 febbraio 1943, mentre Madre Maria era in viaggio, la polizia di sicurezza nazista entrò nella casa e trovò nella tasca del figlio Yura una lettera nella quale si chiedeva a padre Dimitri di fornire a un Ebreo un falso certificato di battesimo. Yura, ormai parte attiva del lavoro di sua madre, fu portato all’ufficio di Azione Ortodossa, seguito poco dopo dalla nonna sconvolta, Sophia Pilenko. L’inquirente le ordinò di condurre lì padre Dimitri. Una volta che il sacerdote fosse arrivato, disse l’inquirente, avrebbero lasciato libero Yura. Alla nonna Sophia fu permesso di abbracciare Yura e di dargli la benedizione. Fu l’ultima volta che lo vide in questo mondo.
La mattina seguente, dopo aver celebrato la Divina Liturgia, padre Dimitri partì per l’ufficio della Gestapo, dove fu interrogato per quattro ore, senza far alcun tentativo di nascondere le sue convinzioni. Il giorno seguente, 10 febbraio, Madre Maria fu arrestata e i suoi alloggi furono perquisiti. Altre persone furono convocate per essere interrogate e poi trattenute dalla Gestapo. Fu rinchiusa con altre 34 donne nel quartier generale della Gestapo a Parigi. Suo figlio Yura, padre Dimitri e il loro collaboratore di molti anni, Feodor Pianov, erano detenuti nello stesso edificio. Pianov ricordò in seguito di aver visto padre Dimitri pungolato e picchiato da un ufficiale delle SS mentre Yura stava lì vicino piangendo. Padre Dimitri «cominciò a consolarlo, dicendo che Cristo aveva sopportato scherni ben peggiori di questi».
In aprile i prigionieri furono trasferiti a Compiègne, dove Madre Maria fu benedetta da un ultimo incontro con Yura, che disse che sua madre «era in uno stato d’animo straordinario e mi disse … che dovevo confidare nella sua capacità di sopportare le cose e in generale di non preoccuparmi per lei. Ogni giorno [padre Dimitri e io] la ricordiamo alla proskomidia … Celebriamo l’Eucaristia e ci comunichiamo ogni giorno.» Poche ore dopo il loro incontro, Madre Maria fu trasportata in Germania.
Il 16 dicembre Yura e padre Dimitri furono deportati al campo di concentramento di Buchenwald in Germania, seguiti alcune settimane dopo da Pianov. Nel gennaio 1944 padre Dimitri e Yura furono mandati in un altro campo, Dora. Nel giro di dieci giorni dall’arrivo Yura contrasse la furunculosi. Il 6 febbraio fu «inviato per le cure» – un eufemismo per «condannato a morte». Quattro giorni più tardi padre Dimitri, disteso su un pavimento di terra, morì di polmonite. Il suo corpo fu smaltito nel crematorio di Buchenwald.
Nel frattempo Madre Maria – ora «Prigioniera 19.263» – fu inviata in un vagone piombato al campo di Ravensbrück in Germania, dove sopravvisse per due anni, un risultato spiegabile in parte con la sua lunga esperienza di vita ascetica. Fu assegnata al Blocco 27 e divenne amica delle molte prigioniere russe che erano con lei. Impossibilitata a corrispondere con gli amici, poco è giunto fino a noi in sue parole dirette, ma le prigioniere sopravvissute alla guerra la ricordarono. Una di loro, Solange Perichon, ricorda: «Non era mai abbattuta, mai. Non si è mai lamentata… Era piena di buon umore, davvero di buon umore. Avevamo appelli che duravano moltissimo. Venivamo svegliate alle tre del mattino e dovevamo restare in piedi all’aperto, in pieno inverno, finché [la popolazione] delle baracche non fosse stata conteggiata. Lei prendeva tutto questo con calma e diceva: “Ebbene, è così. Un altro giorno è concluso. E domani sarà di nuovo la stessa cosa.” … Non permetteva che nulla di secondario ostacolasse il suo contatto con le persone.»
Prevedendo che il suo stesso punto di uscita dal campo potesse essere il crematorio, Madre Maria chiese a una compagna di prigionia che sperava sarebbe sopravvissuta di memorizzare un messaggio da riferire infine a padre Sergei Bulgakov, al Metropolita Evlogy e a sua madre: «Il mio stato attuale è tale che accetto completamente la sofferenza sapendo che è così che le cose devono essere per me, e se devo morire, considero questo una benedizione dall’alto.» Il suo lavoro nel campo variò. Vi fu un periodo in cui faceva parte di una squadra di donne che trascinavano un pesante rullo di ferro lungo i sentieri del campo per dodici ore al giorno. In un altro periodo lavorò in un laboratorio di maglieria. Le gambe cominciarono a cederle. Con il declino della salute, le amiche non le permisero più di dare via porzioni del proprio cibo, come aveva fatto in passato per aiutare altri a sopravvivere.
Con l’Armata Rossa che si avvicinava da est, gli amministratori del campo di concentramento ridussero ulteriormente le razioni di cibo mentre aumentavano enormemente la popolazione di ogni blocco da 800 a 2.500 persone. In grave declino, Madre Maria accettò una carta rosa, liberamente rilasciata a qualunque prigioniera che desiderasse essere esonerata dal lavoro a causa dell’età o della cattiva salute. Nel gennaio 1945, coloro che avevano ricevuto tali carte furono trasferite in quello che fu chiamato Jugendlager – il «campo giovanile» – dove le autorità dissero che ognuna avrebbe avuto il proprio letto e cibo abbondante. Il trasferimento di Madre Maria avvenne il 31 gennaio. Qui la razione di cibo fu ulteriormente ridotta e le ore trascorse in piedi per gli appelli aumentarono. Sebbene fosse pieno inverno, coperte, cappotti e giacche furono confiscati, e poi persino scarpe e calze. Il tasso di mortalità era di almeno cinquanta al giorno. In seguito furono ritirati tutti i medicinali. Coloro che ancora insistevano nel sopravvivere si trovarono ora di fronte alla morte per fucilazioni e gas, quest’ultimo reso possibile dalla costruzione, nel marzo 1945, di una camera a gas nella quale venivano uccise 150 persone ogni giorno. Sorprendentemente, Madre Maria sopravvisse cinque settimane nel «campo giovanile» prima di essere riportata al campo principale il 3 marzo. Pur emaciata e infestata dai pidocchi, con gli occhi in suppurazione, cominciò a pensare che avrebbe potuto davvero vivere abbastanza da tornare a Parigi, o persino tornare in Russia.
Così non fu. Il 30 marzo 1945 – che quell’anno era il Grande e Santo Venerdì – Madre Maria fu selezionata per la camera a gas, nella quale perì il giorno seguente, il Grande e Santo Sabato. I resoconti sono discordanti su ciò che accadde. Secondo uno, era una dei molti prescelti per la morte in quel giorno. Secondo un altro, prese il posto di un’altra prigioniera, un’ebrea, che era stata scelta. Sebbene sia morta nella camera a gas, non è perita nella memoria della Chiesa. I sopravvissuti alla guerra che l’avevano conosciuta richiamarono ripetutamente l’attenzione sulle idee, sulle intuizioni e sulle attività della straordinaria monaca che aveva passato tanti anni a soccorrere persone in condizioni disperate. Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, in Francia e in Russia cominciarono ad apparire saggi e libri su di lei. Un film russo, «Madre Maria», fu realizzato nel 1982. Vi sono state due biografie in inglese e, a poco a poco, la traduzione e la pubblicazione in inglese dei suoi saggi più notevoli.
Il 18 gennaio 2004, il Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli riconobbe Madre Maria Skobtsova come santa, insieme a suo figlio Yuri; al sacerdote che lavorò strettamente con lei, padre Dimitri Klépinin; e al suo caro amico e collaboratore Ilya Fondaminsky. La loro glorificazione ebbe luogo nella Cattedrale di Sant’Alessandro Nevsky a Parigi.



