Elizabar e Shalvi mm.
Nel XVII secolo gli aggressori persiani rasero al suolo chiese, monasteri e fortezze e scacciarono migliaia di famiglie georgiane per reinsediarle in province remote della Persia. I territori abbandonati furono ripopolati da tribù turche provenienti dall’Asia Centrale. Nella cronaca La Vita di Kartli è scritto: «Non si permetteva che il nome di Cristo fosse pronunciato, se non in una manciata di regioni montuose: Tusheti, Pshavi e Khevsureti».
Ma il Signore onnimisericordioso suscitò un forte desiderio nel valoroso principe Bidzina Choloqashvili di Kakheti e, insieme con Shalva e suo zio Elizbar, principi delle province di Aragvi e Ksani, egli guidò la lotta per liberare Kakheti dai Tatari. (Il governatore persiano di Kakheti, Salim Khan (1656-1664), aveva incoraggiato le tribù tatare a profanare le chiese cristiane.)
Temendo che il nemico, che aveva già conquistato Kakheti, si sarebbe presto mosso per dominare anche Kartli, i principi Bidzina, Shalva ed Elizbar unirono le forze di queste due regioni in preparazione dell’attacco.
Dopo molte deliberazioni, Bidzina annunciò la sua intenzione al suocero, il principe Zaal di Aragvi. L’anima di Zaal era spiritualmente afflitta per le innumerevoli sventure e ingiustizie che il suo paese aveva sofferto, ed egli promise rapidamente il suo appoggio all’impresa. Acconsentì a partecipare all’insurrezione in forma anonima, mentre i sovrani di Ksani, Shalva ed Elizbar, avrebbero comandato gli eserciti.
Nella notte senza luna del 15 settembre 1659, la festa della chiesa di Alaverdi (la festa di San Giuseppe di Alaverdi) l’esercito unito di tutta la Georgia orientale si radunò, oltrepassò le montagne, oltre il villaggio di Akhmeta, e lanciò un attacco a sorpresa contro i Persiani dalla fortezza di Bakhtrioni e dalla chiesa di Alaverdi. Gli eserciti degli invasori furono così completamente annientati che il loro capo, Salim Khan, governatore persiano di Kakheti, riuscì a stento a sfuggire agli avversari, dopo aver abbandonato la sua famiglia e il suo esercito.
Il vittorioso esercito georgiano elevò preghiere di ringraziamento al Signore Dio e al Grande Martire Giorgio, protettore del popolo georgiano, che era apparso visibilmente a tutti durante la battaglia, cavalcando il suo cavallo bianco come un lampo e conducendo i Georgiani alla vittoria.
La gioia fu grande ma di breve durata. Il furioso Shah ‘Abbas II (1642-1667) ordinò al re Vakhtang V di Kartli (1658-1675) di consegnargli coloro che avevano istigato l’insurrezione.
Certi che non avrebbero ricevuto misericordia dallo shah, i valorosi liberatori della Georgia nondimeno si misero in viaggio per la Persia senza lamentarsi. Lo shah li ricevette con rispetto e li colmò generosamente di doni, ma poi pretese che rinunciassero alla Fede cristiana. Né le tangenti né gli adulatori riuscirono a piegare la loro volontà, così lo shah ordinò ai suoi servi di arrestarli e torturarli, di spogliarli delle loro vesti e di gettarli, legati, sotto il sole cocente. Tormentati dalla sete e dalle punture degli insetti, i martiri furono periodicamente tentati a rinunciare a Cristo, ma con l’aiuto di Dio resistettero a ogni tentazione.
Alla fine il furioso Salim Khan, vassallo dello Shah ‘Abbas, ordinò la decapitazione di Elizbar e Shalva, sperando in questo modo di spezzare la fermezza di Bidzina. Ma i suoi sforzi furono vani. «Non c’è nulla di più dolce della morte per amore di Cristo!» proclamò Bidzina.
I principi di Ksani chinarono tranquillamente il capo, ma i boia, di bassa statura, non riuscivano a raggiungere con le loro spade i principi, alti e imponenti. Così gli sgherri dello shah tagliarono ciascuno dei principi in due all’altezza delle tibie, poi li decapitarono dopo che erano caduti a un’altezza raggiungibile.
Ma neppure l’uccisione dei suoi compagni riuscì a far vacillare la volontà di San Bidzina. Così i nemici decisero di spezzare la sua volontà con la derisione. Avvolsero il principe legato in un chadar (il velo indossato dalle donne musulmane), lo misero a sedere su un asino e lo trascinarono per le strade in processione. Poi cominciarono a macellarlo vivo. Uno dopo l’altro gli tagliarono le dita delle mani e dei piedi, poi gli mozzarono le mani e i piedi, poi le braccia e le gambe, finché solo la testa rimase intatta. Dal movimento delle sue labbra era chiaro che il santo martire stava pregando.
Poi uno dei persecutori gli trafisse il cuore con una lancia. Ciò accadde nell’anno 1661. I corpi mutilati dei santi martiri rimasero sotto il cielo aperto per un giorno, e a nessuno fu permesso di avvicinarsi a loro. Durante la notte furono illuminati da una luce sfolgorante.
Allora un gruppo di cristiani seppellì di nascosto le reliquie dei santi. Alcuni anni dopo, la moglie di San Shalva, Ketevan, e il figlio Davide inviarono diversi fedeli in Persia per riportare le loro reliquie. F folle di credenti si radunarono al confine di Kartli per accogliere le sante reliquie e accompagnarle, con inni di giubilo, al loro luogo di riposo finale presso la chiesa degli Arcangeli di Ikorta.



