Beniamino di Petrograd im
Il nuovo ieromartire Beniamino (Kazansky) fu nominato Metropolita di Petrograd nell’estate del 1917. In quei tempi tumultuosi, egli era una delle poche persone in Russia che non avessero alcun interesse per la politica. Era maggiormente preoccupato di prendersi cura della sua diocesi e del suo gregge.
Nel 1922, i Comunisti iniziarono a confiscare i tesori della Chiesa. Essi dichiaravano di volerli vendere per comprare cibo per la popolazione affamata. Quando il popolo protestò, ci furono sanguinose rappresaglie. Il Metropolita Beniamino non si oppose alla consegna dei beni della Chiesa, poiché credeva fosse suo dovere contribuire a salvare la vita delle persone. Tuttavia egli desiderava che questo sacrificio fosse volontario, e non un saccheggio dei beni ecclesiastici da parte del governo.
Il 6 marzo 1922 il Metropolita Beniamino incontrò una commissione formata per aiutare gli affamati. Essi acconsentirono alla sua richiesta che la distribuzione dei fondi provenienti dalle offerte volontarie fosse controllata dalle parrocchie. I giornali di quel tempo lodarono il Metropolita e il suo clero per il loro spirito caritatevole.
I dirigenti del Partito a Mosca non approvarono la decisione presa dai Comunisti di Petrograd di permettere che le offerte volontarie fossero amministrate dalle parrocchie, e dichiararono che la confisca dei beni della Chiesa sarebbe continuata. I manifestanti si radunarono a Petrograd, gridando e lanciando pietre contro coloro che stavano derubando le chiese.
Il 24 marzo 1922 la “Pravda” pubblicò una lettera di dodici sacerdoti che si erano dissociati dagli altri membri del clero, definendoli “controrivoluzionari” e accusandoli di essere responsabili della carestia. La maggior parte di questi dodici in seguito sarebbe stata attiva nella “Chiesa Vivente”. Essi chiedevano la resa incondizionata di tutti i beni della Chiesa ai Sovietici.
Il clero di Petrograd fu indignato per la lettera dei dodici. Il Metropolita Beniamino, sperando di evitare scontri tra il popolo e i Comunisti, cercò di calmare i suoi sacerdoti. Chiese anche un incontro con le autorità. Vvedensky e Boyarsky, due dei dodici, furono incaricati di parlare con i dirigenti sovietici, e giunsero a un accordo. Alle parrocchie sarebbe stato permesso di conservare i loro vasi sacri se avessero sostituito altri beni di uguale valore. Questo programma sembrò funzionare bene per un certo tempo.
Vvedensky, Boyarsky e altri cercarono di strappare il controllo della Chiesa al Patriarca Tikhon e ai vescovi. Informarono il Metropolita Beniamino del nuovo stato di cose, dichiarando che Vvedensky era stato nominato rappresentante a Petrograd della nuova amministrazione ecclesiastica.
Il Metropolita non poteva accettare questa minaccia all’ordine della Chiesa, perciò proclamò che Vvedensky sarebbe stato considerato fuori dalla Chiesa finché non si fosse pentito del suo errore. Questo decreto fu pubblicato sui giornali, e contribuì a irritare i Sovietici.
Vvedensky e il comandante di Petrograd Bakaev si recarono dal Metropolita e gli ordinarono di revocare il suo decreto. Se non lo avesse fatto, gli dissero, lui e altri a lui vicini sarebbero stati processati. Avvertirono il Metropolita Beniamino che lui e altri sarebbero stati messi a morte se avesse fatto la scelta sbagliata. Egli rifiutò di sottomettersi.
Il coraggioso arcivescovo iniziò a incontrarsi con i suoi amici per dir loro addio. Diede anche istruzioni per l’amministrazione della diocesi. Pochi giorni dopo, il Metropolita fu posto agli arresti domiciliari. Non molto tempo dopo, fu condotto in prigione.
Quando ebbe inizio il processo, il Metropolita entrò nell’aula del tribunale con il Vescovo Benedetto e altri membri del clero. Quando tutti si alzarono in piedi per lui, il Metropolita Beniamino li benedisse. I giudici tentarono di indurre il Metropolita a rinunciare all’idea che le parrocchie contribuissero volontariamente con i beni della Chiesa per sfamare gli affamati, oppure a fornire i nomi di coloro che avevano concepito tale idea. Sarebbe stato molto utile ai loro scopi se fossero riusciti a farlo “pentire” o a fargli ritrattare le sue precedenti dichiarazioni e sottomettersi alle autorità.
Gli altri membri del clero e i laici processati insieme al Metropolita Beniamino non cercarono di ingraziarsi la corte, né accusarono altri per ottenere indulgenza per sé. Durante il processo, l’archimandrita Sergio (Shein) spiegò che, in quanto monaco, aveva rinunciato al mondo per consacrarsi a Dio. Solo un filo sottilissimo lo collegava ancora con il mondo esterno, affermò. “Questo tribunale immagina forse,” disse, “che recidere questo filo che mi lega alla vita possa spaventarmi? Compiete la vostra azione. Io vi compiango e prego per voi.”
Il processo durò due settimane, e i pubblici ministeri presentarono testimoni che erano stati pagati per portare false accuse contro gli imputati.
Furono chiamati molti testimoni, e le loro deposizioni sembravano sostenere il Metropolita Beniamino e indebolire il caso del governo contro di lui. Un certo professore dell’Istituto Tecnologico di nome Egorov fece infuriare la corte con la sua testimonianza. Fu accusato di essere un seguace del Metropolita, e venne arrestato sul posto.
Nonostante tutte le prove, gli imputati furono dichiarati colpevoli. I sostenitori del governo e i membri dell’Armata Rossa presenti in aula esplosero in applausi. L’avvocato della difesa si rivolse alla corte dicendo che sapeva che qualsiasi appello avesse potuto presentare sarebbe stato inutile. “Le considerazioni politiche vengono per voi al primo posto, e tutti i verdetti devono favorire la vostra linea politica”, dichiarò. Benché tutti comprendessero che il processo era una farsa, il governo sovietico non poteva permettersi di fare del Metropolita Beniamino un martire. L’esempio della storia, egli sottolineò, avrebbe dovuto metterli in guardia da una simile linea di condotta.
Quando l’avvocato della difesa ebbe finito, scoppiò un fragoroso applauso. I giudici cercarono di ristabilire l’ordine, ma si accorsero che molti Comunisti tra il pubblico si erano uniti agli applausi.
Agli imputati fu data la possibilità di parlare, e il Metropolita si alzò per rivolgersi alla corte. Disse che lo addolorava essere chiamato nemico del popolo, poiché aveva sempre amato il popolo e gli aveva dedicato la sua vita. Il resto delle sue parole fu una difesa degli altri imputati insieme a lui. Quando il giudice presidente gli chiese di dire qualcosa di sé, egli rispose che, qualunque fosse la sentenza decretata dalla corte, avrebbe ringraziato Dio dicendo: “Gloria a Te, o Signore, gloria a Te per tutte le cose.”
Alle ore 21 del 5 luglio, il presidente del tribunale annunciò che dieci imputati, incluso il Metropolita, sarebbero stati fucilati.
San Beniamino e quelli con lui (l’archimandrita Sergio, Giorgio e Giovanni di Petrograd) furono giustiziati il 31 luglio 1922. Erano stati rasati e vestiti di stracci affinché il plotone di esecuzione non sapesse che stava fucilando membri del clero.
Questi santi sono commemorati anche al Sinassi dei Nuovi Martiri e Confessori di Russia (25 gennaio o la domenica dopo il 25).



