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Chiesa dell’Ucraina

LA CHIESA ORTODOSSA DELL’UCRAINA

La Chiesa Ortodossa dell’Ucraina (in ucraino: Православна Церква України; abbreviazione internazionale: OCU – Orthodox Church of Ukraine) costituisce, secondo i Dittici ecclesiastici del Patriarcato Ecumenico, la quindicesima Chiesa autocefala della comunione delle Chiese Ortodosse. La sua costituzione ufficiale è avvenuta nel dicembre del 2018, nel contesto di una delle più importanti e controverse vicende ecclesiastiche dell’Ortodossia contemporanea. La nascita della nuova struttura ecclesiastica è stato il risultato di un lungo e complesso processo storico, ecclesiologico e politico riguardante la questione dell’autonomia ecclesiastica dell’Ucraina rispetto al Patriarcato di Mosca.

L’autocefalia della Chiesa Ortodossa dell’Ucraina è stata formalmente concessa dal Patriarcato Ecumenico attraverso il Tomos patriarcale e sinodale promulgato il 6 gennaio 2019 dal Patriarca Ecumenico Bartolomeo. Tale atto ha riconosciuto ufficialmente la nuova Chiesa come entità autocefala all’interno della comunione ortodossa.

Dal punto di vista canonico ed ecclesiologico, il Patriarcato Ecumenico ha giustificato la concessione dell’autocefalia richiamandosi ai propri diritti storici sulla Metropolia di Kiev, la quale originariamente dipendeva da Costantinopoli prima del trasferimento della sua amministrazione al Patriarcato di Mosca nel XVII secolo. Secondo la posizione costantinopolitana, l’Atto del 1686 non avrebbe costituito una cessione definitiva e irrevocabile della giurisdizione ecclesiastica di Kiev alla Chiesa Russa.

La nuova Chiesa Ortodossa dell’Ucraina è stata ufficialmente riconosciuta dal Patriarcato Ecumenico, dal Patriarcato di Alessandria, dalla Chiesa di Grecia e dalla Chiesa di Cipro. Tali riconoscimenti hanno inserito la nuova struttura ecclesiastica all’interno della comunione delle Chiese ortodosse che riconoscono il Tomos di autocefalia concesso da Costantinopoli.

Tuttavia, la nascita della Chiesa Ortodossa dell’Ucraina ha provocato profonde tensioni all’interno del mondo ortodosso contemporaneo. Il Patriarcato di Mosca ha infatti respinto radicalmente la legittimità dell’autocefalia ucraina, considerandola un’ingerenza illegittima del Patriarcato Ecumenico nel proprio territorio canonico. In seguito al riconoscimento della nuova Chiesa da parte del Patriarcato Ecumenico, la Chiesa Ortodossa Russa ha interrotto ufficialmente la comunione eucaristica con Costantinopoli nell’ottobre del 2018. Successivamente, Mosca ha interrotto la comunione anche con le Chiese di Grecia, Alessandria e Cipro dopo che queste hanno riconosciuto la nuova autocefalia ucraina.

La questione ucraina ha così generato una delle più gravi crisi ecclesiologiche dell’Ortodossia contemporanea, riaprendo il dibattito sui limiti dell’autorità del Patriarcato Ecumenico, sul procedimento canonico per la concessione dell’autocefalia e sui rapporti tra primato e sinodalità nella Chiesa Ortodossa. Parallelamente, la formazione della nuova Chiesa Ortodossa dell’Ucraina si inserisce anche nel più ampio contesto delle tensioni geopolitiche tra Ucraina e Russia, specialmente dopo gli eventi del 2014, l’annessione della Crimea e il successivo conflitto russo-ucraino.

In Ucraina, l’autocefalia è stata percepita da ampi settori della società come un importante elemento di consolidamento dell’identità nazionale e religiosa ucraina indipendente da Mosca. Al contrario, negli ambienti filorussi ecclesiastici e politici, la nuova struttura è stata spesso considerata una costruzione politicamente motivata e non canonicamente legittima. Nonostante le controversie, la Chiesa Ortodossa dell’Ucraina continua a sviluppare progressivamente la propria struttura ecclesiastica, amministrativa e pastorale all’interno dello Stato ucraino. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, la questione ecclesiastica ha assunto ulteriore rilevanza, poiché molte comunità hanno progressivamente abbandonato la giurisdizione del Patriarcato di Mosca aderendo alla nuova Chiesa autocefala.

La nascita della Chiesa Ortodossa dell’Ucraina rappresenta pertanto un evento di straordinaria importanza nella storia recente dell’Ortodossia mondiale, le cui conseguenze ecclesiologiche, canoniche e geopolitiche continuano ancora oggi a influenzare profondamente i rapporti tra le Chiese ortodosse contemporanee.

In tale complesso contesto storico ed ecclesiastico, si inserisce lo sviluppo della storica Metropolia di Kiev e di tutta la Rus’, la cui evoluzione avrebbe esercitato un’influenza decisiva non soltanto sulla formazione dell’identità religiosa dell’Ucraina, ma anche sull’intera storia dell’Ortodossia slavo-orientale. La Metropolia di Kiev e di tutta la Rus’, conosciuta anche come Chiesa di Kiev e di tutta la Rus’, costituì la storica struttura ecclesiastica sviluppatasi all’interno dello Stato medievale della Rus’ di Kiev, il primo grande organismo politico degli Slavi orientali. Essa rappresenta il fondamento storico e spirituale dal quale derivano successivamente le tradizioni ecclesiastiche ortodosse dell’Ucraina, della Bielorussia e della Russia.

Secondo la tradizione ecclesiastica, le origini ufficiali della Chiesa della Rus’ vengono fatte risalire al battesimo del principe Vladimir I il Grande (980-1015) nel 988, evento che segnò l’adozione ufficiale del Cristianesimo dell’Impero Romano d’Oriente come religione dello Stato della Rus’ di Kiev. Tuttavia, il Cristianesimo era già presente nelle regioni slave orientali molto tempo prima di tale data, grazie ai contatti commerciali, culturali e missionari con l’Impero e con il mondo cristiano orientale.

Le fonti storiche attestano infatti la presenza di comunità cristiane già nei secoli precedenti lungo le rotte commerciali che collegavano il Mar Nero, Costantinopoli e i territori slavi. Anche la principessa Olga di Kiev (890-969), nonna di Vladimir, aveva ricevuto il battesimo cristiano nel X secolo a Costantinopoli, preparando in parte il successivo processo di cristianizzazione ufficiale della Rus’. La conversione del principe Vladimir rappresentò comunque un momento decisivo nella storia religiosa e culturale dell’Europa orientale. Attraverso il battesimo della Rus’, il mondo slavo orientale entrò stabilmente nell’orbita della civiltà costantinopolitana, adottandone la fede ortodossa, la celebrazione liturgica, l’arte, la spiritualità e gran parte dell’organizzazione ecclesiastica.

La Metropolia di Kiev venne così costituita come sede ecclesiastica dipendente dal Patriarcato Ecumenico. I primi metropoliti di Kiev furono generalmente di origine greca e nominati direttamente dal Patriarcato Ecumenico, a conferma della piena appartenenza della Chiesa della Rus’ alla giurisdizione canonica costantinopolitana. Per molti secoli la Metropolia di Kiev rimase dunque sotto l’autorità spirituale e canonica del Patriarcato Ecumenico. Essa svolse un ruolo fondamentale nella diffusione del Cristianesimo ortodosso tra i popoli slavi orientali e contribuì in maniera decisiva allo sviluppo della cultura religiosa della Rus’.

Dopo l’invasione mongola tra il 1237 e il 1242 e il progressivo declino politico di Kiev, il centro della vita ecclesiastica slavo-orientale iniziò gradualmente a spostarsi verso le regioni nord-orientali della Rus’, in particolare verso Vladimir e successivamente Mosca. Nonostante ciò, la Metropolia di Kiev continuò formalmente a dipendere dal Patriarcato Ecumenico.

Nel corso dei secoli XIV-XV le trasformazioni politiche dell’Europa orientale provocarono profonde modificazioni anche nella struttura ecclesiastica della Rus’. Le terre ucraine e bielorusse entrarono progressivamente nell’orbita del Granducato di Lituania e successivamente della Confederazione Polacco-Lituana, mentre Mosca consolidava la propria autonomia politica ed ecclesiastica. In questo contesto si svilupparono progressivamente tensioni tra la e la crescente potenza ecclesiastica moscovita.

La situazione mutò radicalmente nel XVII secolo. Nel 1686 il Patriarca Ecumenico Dionisio IV (marzo 1671-7 settembre 1671, 1671-luglio 1673, 1. gennaio 1675-19 luglio 1676 1676-2 agosto 1679) concesse, per economia ecclesiastica, al Patriarca di Mosca il diritto di ordinare o intronizzare il Metropolita di Kiev, il quale tuttavia doveva essere eletto dal clero e dai fedeli della Metropolia di Kiev. Questa concessione era accompagnata da precise condizioni canoniche. In particolare, il Metropolita di Kiev avrebbe dovuto commemorare in ogni Divina Liturgia il nome del Patriarca Ecumenico, riconoscendo così la persistente dipendenza canonica della Metropolia dal Trono di Costantinopoli.

La questione dell’atto del 1686 costituisce ancora oggi uno dei principali punti di controversia ecclesiologica tra il Patriarcato Ecumenico e il Patriarcato di Mosca. Secondo l’interpretazione di Costantinopoli, tale Atto non comportò mai un trasferimento pieno e definitivo della giurisdizione canonica della Metropolia di Kiev alla Chiesa Russa, ma soltanto una concessione limitata e amministrativa motivata dalle difficili condizioni politiche dell’epoca. Nei decenni successivi, tuttavia, la commemorazione liturgica del Patriarca Ecumenico da parte del Metropolita di Kiev era altalenante e l’influenza di Mosca sulla Chiesa ucraina aumentava costantemente; venne definitivamente abbandonata dopo la Rivoluzione d’Ottobre.

Particolarmente significativo fu l’anno 1722, quando Pietro il Grande (2 novembre 1721-8 febbraio 1725) nominò Varlaam (Voniatovič, ca. 1675-1730) con il titolo di Arcivescovo anziché di Metropolita (1722). Tale decisione rifletteva chiaramente la volontà dello Stato russo di ridurre progressivamente l’autonomia storica della Chiesa di Kiev e di integrare completamente la struttura ecclesiastica ucraina all’interno del sistema ecclesiastico imperiale russo. Da quel momento, la Chiesa ucraina si trovò di fatto sotto il controllo del Patriarcato – e successivamente del Santo Sinodo – della Chiesa Russa. Questo processo di graduale assimilazione ecclesiastica si accompagnò anche a una più ampia politica di russificazione culturale e religiosa promossa dall’Impero Russo nei territori ucraini. Nonostante ciò, la memoria storica dell’antica Metropolia di Kiev quale Chiesa originariamente dipendente da Costantinopoli rimase viva nella coscienza ecclesiastica ucraina e riemerse con forza nei secoli successivi, specialmente nei movimenti ecclesiastici autocefalisti dell’età contemporanea.

La questione della successione canonica della Metropolia di Kiev e dell’interpretazione dell’Atto del 1686 continua ancora oggi a occupare un posto centrale nelle controversie ecclesiologiche tra Costantinopoli e Mosca, specialmente dopo la concessione dell’autocefalia alla Chiesa Ortodossa dell’Ucraina da parte del Patriarcato Ecumenico nel 2019.

Le tensioni ecclesiastiche e canoniche sorte nel corso dei secoli attorno alla Metropolia di Kiev riemersero con particolare intensità dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, quando la ritrovata indipendenza dello Stato ucraino (1991) riaprì in maniera decisiva la questione dell’autonomia e dell’autocefalia della Chiesa Ortodossa in Ucraina.

Il 27 ottobre 1990 il Santo Sinodo del Patriarcato di Mosca concesse uno Statuto di ampia autonomia alla Chiesa Ortodossa Ucraina, riconoscendole significative competenze amministrative e pastorali pur mantenendola all’interno della giurisdizione canonica della Chiesa Russa. Tale decisione si collocava nel contesto delle profonde trasformazioni politiche e nazionali che stavano interessando l’Unione Sovietica negli ultimi anni della sua esistenza. In Ucraina, infatti, il crescente risveglio dell’identità nazionale favorì anche l’emergere di richieste ecclesiastiche orientate verso una maggiore indipendenza della Chiesa locale rispetto a Mosca.

Dopo la proclamazione dell’indipendenza dello Stato ucraino il 24 agosto 1991, iniziarono intensi tentativi di ottenere l’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina. Tali iniziative, tuttavia, non riuscirono inizialmente a raggiungere un consenso canonico all’interno dell’Ortodossia. Figura centrale di questa fase fu il metropolita di Kiev Filaret (Denisenko, 23 gennaio 1929-20 marzo 2026)), allora primate della Chiesa Ortodossa Ucraina (14 maggio 1966-27 maggio 1992) dipendente dal Patriarcato di Mosca. Dopo il fallimento dei tentativi di ottenere l’autocefalia attraverso il Patriarcato di Russia, Filaret entrò progressivamente in conflitto con Mosca. Le tensioni culminarono nella sua destituzione e successiva scomunica da parte del Patriarcato di Mosca (11 giugno 1992). In risposta, Filaret convocò un proprio Concilio ecclesiastico e diede vita alla cosiddetta Chiesa Ortodossa Ucraina – Patriarcato di Kiev (22 giugno 1992-11 ottobre 2018), struttura considerata scismatica dal resto del mondo ortodosso canonico.

Nel luglio del 1992, il Santo e Sacro Sinodo del Patriarcato Ecumenico inviò una lettera al Patriarca di Mosca Alessio II (10 giugno 1990-5 dicembre 2008), nella quale accettava la deposizione canonica di Filaret decisa dalla Chiesa Russa. Successivamente, nell’aprile del 1997, anche il Patriarca Ecumenico Bartolomeo riconobbe formalmente l’anatema pronunciato contro Filaret dal Patriarcato di Mosca, attraverso una lettera indirizzata nuovamente al Patriarca Alessio II. Questi atti dimostrano che, durante gli anni Novanta, il Patriarcato Ecumenico considerava ancora la questione ucraina come appartenente alla competenza canonica della Chiesa Russa e riconosceva pertanto la validità delle decisioni disciplinari adottate da Mosca nei confronti dell’ex Metropolita di Kiev. Tale posizione avrebbe tuttavia subito una profonda evoluzione nei decenni successivi, soprattutto alla luce delle nuove circostanze ecclesiastiche e politiche sviluppatesi in Ucraina, culminate poi nelle decisioni del Patriarcato Ecumenico del 2018 riguardanti la revoca delle sanzioni canoniche contro Filaret e la concessione dell’autocefalia alla nuova Chiesa Ortodossa dell’Ucraina.

Infatti, nel corso degli anni successivi la situazione ecclesiastica ucraina divenne estremamente complessa e frammentata. Il così dichiarato Patriarcato di Kiev attraversò anche periodi di divisione interna e successive ricomposizioni, mentre parallelamente continuava ad esistere la Chiesa Ortodossa Autocefala Ucraina, anch’essa non riconosciuta canonicamente. Di conseguenza, tra la fine del XX secolo e gli inizi del XXI secolo operarono contemporaneamente in Ucraina tre diverse strutture ecclesiastiche ortodosse:

  • la Chiesa Ortodossa Ucraina legata canonicamente al Patriarcato di Mosca e riconosciuta dall’intero mondo ortodosso fino al 2018;
  • la Chiesa Ortodossa Ucraina – Patriarcato di Kiev;
  • la Chiesa Ortodossa Autocefala Ucraina.

Le ultime due venivano considerate scismatiche dalle Chiese ortodosse canoniche fino agli sviluppi ecclesiastici del 2018.

La situazione cambiò profondamente dopo il 2014, in seguito all’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa e allo scoppio del conflitto nell’Ucraina orientale. Questi eventi intensificarono notevolmente le tensioni politico-religiose tra Kiev e Mosca. In tale contesto, la leadership politica ucraina iniziò a sostenere con maggiore decisione la creazione di una Chiesa ortodossa nazionale unificata e indipendente dal Patriarcato di Mosca, considerata da molti ambienti ucraini come un elemento fondamentale per il consolidamento dell’identità statale e nazionale del Paese.

Nell’ottobre del 2018 il Patriarcato Ecumenico intervenne ufficialmente nella questione ucraina. Richiamandosi ai propri diritti canonici storici e al proprio speciale privilegio ecclesiologico all’interno dell’Ortodossia, il Patriarcato Ecumenico accolse gli appelli presentati dai capi delle due strutture fino ad allora considerate scismatiche. Dopo aver esaminato il caso, il Patriarcato Ecumenico stabilì che lo scisma ucraino non era nato per motivi dogmatici o dottrinali, ma principalmente da questioni ecclesiastiche e amministrative. Sulla base di questa interpretazione, Costantinopoli decise di revocare le sanzioni canoniche precedentemente imposte ai vescovi coinvolti. Di conseguenza, i capi delle due giurisdizioni furono reintegrati nei rispettivi gradi ecclesiastici e i fedeli appartenenti a tali comunità vennero riammessi alla piena comunione ecclesiale. Questa decisione aprì la strada alla convocazione del Concilio di Unificazione del dicembre 2018 e alla successiva costituzione della nuova Chiesa Ortodossa dell’Ucraina, riconosciuta autocefala dal Patriarcato Ecumenico.

Le decisioni del 2018 provocarono tuttavia una gravissima crisi all’interno del mondo ortodosso contemporaneo. Il Patriarcato di Mosca contestò radicalmente la legittimità dell’intervento di Costantinopoli in Ucraina, accusando il Patriarcato Ecumenico di violazione dei confini canonici della Chiesa Russa. La questione ucraina divenne così non soltanto un problema ecclesiastico locale, ma uno dei principali temi ecclesiologici e geopolitici dell’Ortodossia contemporanea, con profonde conseguenze nei rapporti tra le Chiese ortodosse e nella stessa comprensione del primato e dell’autocefalia nella tradizione canonica orientale.

In tale clima di crescente tensione ecclesiastica e politica, maturò progressivamente il processo che avrebbe condotto alla costituzione ufficiale della nuova Chiesa Ortodossa dell’Ucraina e alla concessione della sua autocefalia da parte del Patriarcato Ecumenico.

Dopo lunghi mesi di preparazione e di intense trattative ecclesiastiche e politiche, il 15 dicembre 2018 venne convocato nella storica cattedrale di Santa Sofia a Kiev il cosiddetto “Concilio di Unificazione”, evento destinato a segnare una svolta decisiva nella storia dell’Ortodossia ucraina contemporanea. Alla riunione parteciparono tutti i vescovi delle due precedenti giurisdizioni considerate fino ad allora scismatiche – il Patriarcato di Kiev e la Chiesa Ortodossa Autocefala Ucraina – insieme a due vescovi provenienti dalla Chiesa Ortodossa Ucraina dipendente dal Patriarcato di Mosca (UOC). Alla seduta prese parte anche il presidente dell’Ucraina Petro Porošenko, (7 giugno 2014-20 maggio 2019) il quale sostenne apertamente il progetto di creazione di una Chiesa ortodossa ucraina indipendente da Mosca.

Nel corso della medesima assemblea venne eletto quale primate della nuova Chiesa Ortodossa dell’Ucraina il Metropolita Epifanij (Dumenko), che assunse il titolo di “Metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina”. L’elezione di Epifanij rappresentò il momento culminante del processo di unificazione delle precedenti strutture ecclesiastiche ucraine separate e preparò il terreno per la concessione ufficiale dell’autocefalia da parte del Patriarcato Ecumenico.

Il Tomos patriarcale e sinodale di concessione dell’autocefalia alla Chiesa Ortodossa dell’Ucraina venne firmato a Costantinopoli il 5 gennaio 2019 dal Patriarca Ecumenico Bartolomeo. Tale documento costituì l’atto canonico ufficiale mediante il quale il Patriarcato Ecumenico riconosceva la nuova Chiesa autocefala come quindicesima Chiesa dell’Ortodossia secondo i Dittici di Costantinopoli. Il giorno seguente, 6 gennaio 2019, festa della Teofania secondo il calendario gregoriano seguito dal Patriarcato Ecumenico, ebbe luogo la solenne consegna ufficiale del Tomo di autocefalia. Il documento, artisticamente realizzato presso il monastero di Xenophontos del Monte Athos, venne consegnato al Metropolita Epifanij durante le celebrazioni patriarcali al Fanar.

La scelta del Monte Athos per la realizzazione materiale del Tomos possedeva anche un forte significato simbolico, poiché richiamava il legame storico tra la tradizione monastica athonita e la spiritualità della Rus’ di Kiev sin dai tempi medievali.

L’intronizzazione ufficiale del nuovo primate della Chiesa Ortodossa dell’Ucraina ebbe luogo il 3 febbraio 2019 nella cattedrale di Santa Sofia a Kiev, uno dei più importanti simboli storici e religiosi della Cristianità slavo-orientale. La cerimonia venne presieduta dal rappresentante del Patriarcato Ecumenico, il Metropolita Emmanuel di Francia (2003-2021), alla presenza del presidente ucraino e di numerose autorità ecclesiastiche e civili. La scelta della cattedrale di Santa Sofia possedeva un forte valore storico, poiché essa rappresenta il cuore spirituale dell’antica Metropolia di Kiev e della tradizione cristiana della Rus’.

Gli eventi del dicembre 2018 e del gennaio 2019 rappresentano uno dei passaggi più significativi nella storia recente dell’Ortodossia mondiale. La nascita della nuova Chiesa Ortodossa dell’Ucraina non costituì soltanto un evento ecclesiastico locale, ma provocò profonde conseguenze ecclesiologiche, canoniche e geopolitiche per l’intero mondo ortodosso contemporaneo.

 

L’ATTUALE SITUAZIONE ECCLESIASTICA DELL’UCRAINA.

LA CHIESA ORTODOSSA UCRAINA.

La situazione ecclesiastica in Ucraina si è ulteriormente complicata dopo l’invasione russa del 2022. La guerra ha infatti profondamente trasformato anche il panorama religioso del Paese, accelerando il distacco di numerose comunità ecclesiastiche dall’influenza del Patriarcato di Mosca.

La Chiesa Ortodossa Ucraina (abbreviazione internazionale: UOC; in ucraino: Українська Православна Церква; in russo: Украинская Православная Церковь) costituisce una struttura ecclesiastica dell’Ortodossia orientale operante in Ucraina, la quale gode di un ampio grado di autonomia amministrativa pur rimanendo canonicamente in comunione con il Patriarcato di Mosca.

Dal punto di vista canonico, essa viene generalmente definita come una Chiesa “autonoma” o “auto amministrata”, ma non autocefala. Secondo lo Statuto del Patriarcato di Mosca, la Chiesa Ortodossa Ucraina è qualificata ufficialmente come: «Chiesa auto amministrata con diritti di ampia autonomia». Tale status le conferisce notevoli competenze interne in ambito amministrativo, pastorale e disciplinare. Anche questa Chiesa Ortodossa Ucraina possiede infatti un proprio Sinodo episcopale, elegge autonomamente i propri vescovi e gestisce internamente gran parte delle questioni ecclesiastiche relative al territorio ucraino. Tuttavia, essa rimane formalmente legata al Patriarcato di Mosca, con il quale conserva la piena comunione canonica.

Primate della Chiesa è il Metropolita Onufrij (Berezovsky), che porta il titolo di “Metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina”. Egli è considerato una delle figure più autorevoli dell’Ortodossia ucraina contemporanea e ha svolto un ruolo particolarmente delicato nel difficile contesto ecclesiastico e politico sviluppatosi in Ucraina negli ultimi anni.

La Chiesa Ortodossa Ucraina rappresentò per lungo tempo l’unica struttura ortodossa riconosciuta canonicamente in Ucraina dall’intero mondo ortodosso, fino alla costituzione della nuova Chiesa Ortodossa dell’Ucraina (OCU) e alla concessione dell’autocefalia da parte del Patriarcato Ecumenico nel 2019. La sua origine storica è strettamente legata alla tradizione della storica Metropolia di Kiev e alla successiva integrazione della Chiesa ucraina nella giurisdizione ecclesiastica della Chiesa Russa a partire dal XVII secolo.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e l’indipendenza dell’Ucraina nel 1991, la Chiesa Ortodossa Ucraina mantenne il legame canonico con Mosca, pur ricevendo nel 1990 un ampio statuto di autonomia dal Patriarcato russo. Tale assetto ecclesiastico cercava di conciliare l’identità nazionale ucraina con l’unità canonica della Chiesa Russa. Tuttavia, la situazione ecclesiastica ucraina divenne progressivamente sempre più complessa, soprattutto a causa delle tensioni politiche tra Ucraina e Russia e della crescita dei movimenti ecclesiastici favorevoli all’autocefalia.

Dopo il 2014, con l’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa e l’inizio del conflitto nel Donbass, la posizione della Chiesa Ortodossa Ucraina legata a Mosca divenne particolarmente difficile all’interno della società ucraina. Molti ambienti politici e nazionali iniziarono infatti a percepirla come eccessivamente vicina al Patriarcato russo. La situazione si aggravò ulteriormente dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022. In tale contesto, il Metropolita Onufrij della Chiesa Ortodossa Ucraina cercò di prendere progressivamente le distanze dal Patriarcato di Mosca.

Nel maggio 2022 il Concilio della Chiesa Ortodossa Ucraina approvò importanti modifiche statutarie, dichiarando la propria “piena indipendenza e autonomia” rispetto al Patriarcato di Mosca. In tale occasione venne inoltre espressa una chiara presa di distanza dalla posizione del Patriarca Kirill di Mosca riguardo alla guerra. Nonostante ciò, la questione del reale status canonico della Chiesa Ortodossa Ucraina rimane ancora oggi oggetto di dibattito e controversia. Da una parte, la Chiesa continua formalmente a non proclamarsi autocefala; dall’altra, essa insiste sulla propria piena autonomia amministrativa rispetto a Mosca.

Anche il Patriarcato di Mosca continua a considerare la Chiesa Ortodossa Ucraina come parte integrante della propria struttura canonica, sebbene le relazioni concrete tra Kiev e Mosca si siano notevolmente indebolite negli ultimi anni. Parallelamente, la Chiesa Ortodossa Ucraina si trova oggi in una posizione estremamente delicata all’interno della società ucraina contemporanea. Da un lato, continua a rappresentare una delle più grandi comunità ortodosse del Paese; dall’altro, subisce forti pressioni politiche e sociali a causa della sua storica connessione con Mosca.

Attualmente, le due principali strutture ortodosse operano parallelamente in Ucraina: da una parte la Chiesa Ortodossa dell’Ucraina (OCU), riconosciuta autocefala dal Patriarcato Ecumenico e da alcune altre Chiese ortodosse; dall’altra la Chiesa Ortodossa Ucraina (UOC), storicamente legata al Patriarcato di Mosca, pur avendo dichiarato nel 2022 la propria piena indipendenza amministrativa, come abbiamo visto sopra. La popolazione ortodossa ucraina risulta oggi profondamente divisa tra queste due giurisdizioni ecclesiastiche, in un contesto reso ancora più complesso dalla guerra tra Russia e Ucraina e dalle forti implicazioni politiche, nazionali e identitarie assunte dalla questione religiosa.

Le autorità statali ucraine, inoltre, hanno progressivamente intensificato gli sforzi volti a ridurre l’influenza della Chiesa tradizionalmente collegata a Mosca, ritenendo che i legami ecclesiastici con il Patriarcato russo possano costituire un problema di sicurezza nazionale nel contesto del conflitto armato in corso. In diversi casi, tali politiche hanno comportato indagini, restrizioni amministrative, perquisizioni di monasteri e sedi ecclesiastiche, nonché arresti o procedimenti giudiziari nei confronti di membri del clero accusati di collaborazionismo o propaganda filorussa. Queste misure hanno suscitato un ampio dibattito internazionale riguardo all’equilibrio tra esigenze di sicurezza statale e tutela della libertà religiosa.

Proprio entro questo clima di crescente pressione politica ed ecclesiastica, il 27 maggio 2022 il Concilio allargato della Chiesa Ortodossa Ucraina ha approvato una risoluzione con la quale dichiarava la piena indipendenza e autonomia dal Patriarcato di Mosca. Nel documento ufficiale il Concilio esprimeva chiaramente il proprio dissenso rispetto alle posizioni del Patriarca Kirill di Mosca riguardo all’invasione militare russa dell’Ucraina. Contestualmente vennero approvate modifiche allo Statuto ecclesiastico della Chiesa, che – secondo il comunicato ufficiale – attestavano la piena indipendenza e autonomia della UOC. Tale decisione rappresentò un tentativo della leadership ecclesiastica ucraina di preservare la propria posizione all’interno della società ucraina e di prendere le distanze dall’immagine di subordinazione religiosa alla Russia. Tuttavia, il Patriarcato di Mosca non riconobbe formalmente una separazione completa della UOC dalla Chiesa Russa, e numerosi osservatori continuarono a considerare ambiguo il reale status canonico di questa Chiesa locale.

Le tensioni si manifestarono anche nei territori occupati dalla Russia. Il 7 giugno 2022 il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa decise infatti che le diocesi della Crimea precedentemente appartenenti alla giurisdizione della Chiesa Ortodossa Ucraina passassero direttamente sotto l’autorità del Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kirill. La decisione venne adottata dopo le richieste avanzate dai metropoliti di Feodosia, di Simferopoli e Crimea, nonché dal vescovo di Džankoj. Tale scelta rappresentò un ulteriore passo verso la separazione concreta tra le strutture ecclesiastiche presenti nei territori controllati dalla Russia e quelle rimaste sotto l’autorità della Chiesa Ortodossa Ucraina.

La situazione si è aggravata ulteriormente nel 2024. Il 20 agosto di quell’anno il Parlamento ucraino (Verkhovna Rada) ha approvato una legge intitolata “Per la protezione dell’ordine costituzionale nell’ambito delle attività delle organizzazioni religiose”, mediante la quale veniva proibita l’attività delle organizzazioni religiose considerate collegate alla Chiesa Ortodossa Russa. Secondo il nuovo provvedimento legislativo, le organizzazioni religiose ucraine aventi legami con il Patriarcato di Mosca avrebbero dovuto interrompere tali relazioni entro nove mesi dalla notifica ufficiale emessa dalle autorità competenti, pena la loro proibizione sul territorio ucraino. La legge venne firmata il 24 agosto 2024 dal presidente Volodymyr Zelensky, nel contesto delle più ampie misure adottate dallo Stato ucraino per limitare l’influenza russa nel Paese durante il conflitto.

Questa decisione ha suscitato forti reazioni sia all’interno del mondo ortodosso sia a livello internazionale. La Commissione Internazionale per la Libertà Religiosa degli Stati Uniti ha espresso, nell’aprile 2024, preoccupazione per le possibili conseguenze della nuova legislazione sulla libertà religiosa in Ucraina. Il governo ucraino ha risposto sottolineando che le misure adottate erano motivate principalmente da ragioni di sicurezza nazionale nel contesto della guerra.

Anche il Patriarcato di Mosca ha reagito con estrema durezza. Il Santo Sinodo della Chiesa Russa ha condannato ufficialmente la legge, definendola incompatibile con i principi dello Stato di diritto e considerandola il culmine della distruzione della più grande comunità religiosa del Paese. Mosca attribuì inoltre parte della responsabilità della crisi al Patriarcato Ecumenico e alla questione dell’autocefalia ucraina.

Preoccupazione o aperta condanna nei confronti della legge ucraina vennero espresse anche da numerose altre Chiese Ortodosse, tra cui il Patriarcato di Antiochia, il Patriarcato di Gerusalemme, la Chiesa Ortodossa Bulgara, la Chiesa Ortodossa Serba, la Chiesa Ortodossa d’Albania e la Chiesa Ortodossa delle Terre Ceche e della Slovacchia.

Le reazioni dimostrarono chiaramente come la questione ecclesiastica ucraina abbia ormai assunto una dimensione panortodossa e internazionale, coinvolgendo non soltanto aspetti canonici ed ecclesiastici, ma anche questioni relative ai diritti religiosi, alla sicurezza nazionale e agli equilibri geopolitici contemporanei.

Anche il Papa Francesco (13 marzo 2013-21 aprile 2025) è intervenuto pubblicamente sulla questione, esprimendo preoccupazione per la tutela della libertà religiosa e per il rischio di ulteriori divisioni confessionali nel contesto della guerra. Analoga posizione è stata assunta dal Catholikòs di tutti gli Armeni, Karekin II, il quale ha manifestato anch’egli inquietudine per le possibili conseguenze ecclesiastiche e religiose della nuova legislazione ucraina.

La situazione ecclesiastica ucraina rimane pertanto estremamente fluida e complessa, riflettendo le profonde tensioni storiche, nazionali, ecclesiologiche e geopolitiche che caratterizzano l’Ucraina contemporanea e l’intero mondo ortodosso del XXI secolo. L’intera vicenda evidenzia come la questione ecclesiastica ucraina sia oggi uno dei problemi più complessi e delicati del mondo ortodosso contemporaneo, collocandosi al crocevia tra identità nazionale, diritto canonico, geopolitica, sicurezza statale e libertà religiosa.