
Chiesa di Albania
LA CHIESA DI ALBANIA
La Chiesa Ortodossa Autocefala d’Albania, in albanese Kisha Orthodhokse Autoqefale e Shqipërisë, costituisce una delle Chiese autocefale che compongono la comunione della Chiesa Ortodossa. Il suo autocefalo fu riconosciuto canonicamente dal Patriarcato Ecumenico nel 1937, mediante l’emissione del relativo Tomo patriarcale e sinodale.
Il territorio dell’attuale Albania, sviluppato lungo la parte settentrionale del Mar Ionio e quella meridionale dell’Adriatico, ed esteso nell’entroterra attorno al tratto occidentale dell’antica via romana chiamata Egnazia, partecipò direttamente alle trasformazioni politiche e spirituali delle tre grandi realtà imperiali succedutesi nel tempo: quella romana, quella bizantina e quella ottomana. Parallelamente, esso divenne bersaglio di invasioni e devastazioni operate da numerosi popoli – Unni, Goti, Normanni, Serbi, Bulgari, Veneziani e altri – che cercarono di penetrare nella regione. I principali centri metropolitani conservarono costantemente una composizione multietnica, caratterizzata dalla presenza degli elementi greco, illirico e romano, insieme alle tracce lasciate, nel corso dei secoli, dai vari invasori.
L’apostolo Paolo, scrivendo da Corinto ai Romani (55-57 d.C.), afferma di aver operato con zelo divino «da Gerusalemme e dintorni fino all’Illirico» (Rm 15, 18-19). L’espressione «fino all’Illirico» sembra includere anche questa regione, che nel I secolo apparteneva alla provincia romana della Macedonia. Alla luce del versetto successivo – «avendo l’ambizione di evangelizzare dove il nome di Cristo non era ancora stato annunciato» – si può ragionevolmente supporre che l’apostolo Paolo, personalmente o tramite suoi stretti collaboratori, abbia piantato i primi semi del Vangelo anche nell’area geografica dell’attuale Albania. La presenza di Paolo a Nicopoli, poco più a sud dell’odierna Albania, è indiscutibile (Tt 3, 12), così come l’attività apostolica del suo collaboratore Tito nella vicina Dalmazia (2 Tm 4, 10).
Un’antica tradizione considera apostolo della regione Cesare o Cesario, uno dei Settanta Apostoli; un’altra tradizione, conciliando le due testimonianze, ritiene che Paolo abbia stabilito Cesare quale primo vescovo di Durazzo. Una testimonianza più chiara dell’esistenza di una comunità ecclesiale a Durazzo è offerta dal martirio del vescovo Astio, avvenuto nel 98 d.C. Nel Menologio si legge: «Il sei luglio, il santo Astio, vescovo di Durazzo, unto con miele e trafitto dalle api, consumò il martirio sulla croce». Il giorno seguente si commemorano i santi Pellegrino e i suoi compagni Luciano, Pompeo, Esichio, Papia, Saturnino e Germano, di origine latina, che il governatore di Durazzo Agricola fece annegare in mare.
Durazzo, l’antica colonia corcirese di Epidamno, costituiva uno dei principali porti dell’Adriatico, porta d’ingresso dei Romani nei Balcani e punto di collegamento, attraverso la Via Egnazia, con Tessalonica e Costantinopoli. In questo nodo strategico si sviluppò naturalmente, sin dai primi secoli cristiani, una Chiesa cosmopolita, che subì ripetutamente invasioni, terremoti e incendi, ma che seppe sempre rinnovarsi e riorganizzarsi.
Sotto Diocleziano (284-305), la parte settentrionale dell’attuale Albania, con centro Scutari, apparteneva alla provincia Praevalitana; la parte centrale, fino al fiume Aoos, con capitale Durazzo, alla provincia dell’Epiro Nuovo (Epirus Nova); mentre la regione compresa tra il fiume Aoos e il golfo Ambracico apparteneva all’Epiro Antico (Epirus Vetus). Dopo la divisione dell’Impero Romano alla morte di Teodosio I (395), l’attuale Albania passò alle province orientali dell’Impero. Fino all’epoca di Costantino Magno la regione dipendeva politicamente ed ecclesiasticamente da Roma; successivamente passò politicamente sotto Costantinopoli, pur mantenendo fino al 731 l’antico ordinamento ecclesiastico.
L’intero Illirico orientale costituiva una Chiesa autonoma sotto la suprema supervisione di Roma attraverso il Vicariato di Tessalonica. Tra i nove vescovi del vicariato, il metropolita di Durazzo occupava il quinto posto gerarchico. Nel Synekdemos di Ierocle (VI secolo) vengono menzionate varie città che oggi appartengono al territorio albanese: Durazzo, Skampa (Elbasan), Apollonia, Bullis, Amantia, Pulcheriopolis (Berat), Valona, Listra e Scampa nell’Epiro Nuovo; Euroia, Fenice, Adrianopoli, Anchiasmo e Butrinto nell’Epiro Antico. Le denominazioni delle città e delle diocesi compaiono con differenti varianti nelle varie fonti storiche. A causa delle continue vicende politiche e militari, le sedi episcopali furono spesso trasferite. Quando, ad esempio, le diocesi di Anchiasmo e Fenice furono devastate dai Goti di Totila (552), la sede episcopale di Anchiasmo fu trasferita a Himara, mentre quella di Fenice dapprima al monastero di Mesopotamo e successivamente a Delvino.
Le informazioni storiche relative a questo periodo sono estremamente limitate. Preziose testimonianze provengono dai reperti archeologici e dai nomi di santi e vescovi tramandati dalla tradizione, ma tali elementi non sono sufficienti a ricostruire integralmente il mosaico della storia ecclesiastica locale. Tombe cristiane rinvenute in una galleria esterna alle mura di Butrinto, probabilmente del II secolo, costituiscono la più antica testimonianza della presenza cristiana nel territorio dell’attuale Albania. Basiliche paleocristiane sono state rinvenute in diverse regioni del Paese. Tali edifici, soprattutto dei secoli V-VI, attestano, per le loro dimensioni, l’esistenza di comunità cristiane numerose e organizzate, rappresentando una significativa prova della fioritura del cristianesimo in queste terre.
Numerosi santi irrigarono con il loro sangue questa regione: Eleuterio, «vescovo di Valona e dell’Illirico», insieme alla madre Anthia († 120); Donato e Terino († 250 a Butrinto); Danace (III sec.); Isauro, Basilio, Innocenzo, Felice, Ermia, Pellegrino (ad Apollonia, III sec.); Trifone († 313, da Sekista di Berat); Donato vescovo di Euroia († 387) e molti altri. Dagli Atti dei Concili Ecumenici sono noti vari vescovi della regione: Euchario di Durazzo e Felice, «vescovo delle città di Apollonia e Bylis», che parteciparono al III Concilio Ecumenico (431); Luca di Durazzo, Eusebio di Apollonia dell’Epiro Nuovo, Pietro di Echinèo, Pellegrino di Fenice e Claudio di Anchiasmo, che presero parte al IV Concilio Ecumenico (451); Sissinio di Durazzo, partecipante al Concilio in Trullo (691-692). Sono inoltre ricordati, in differenti circostanze, i vescovi Ipazio (516), Eutichio o Eustochio (449-451), Costantino (523-529), Valeriano di Fenice sotto l’imperatore Leonzio, Filippo (516) ed Eustazio (586).
Una nuova fase storica (731-inizi dell’XI secolo) ebbe inizio con l’annessione dell’Illirico orientale al Patriarcato Ecumenico da parte dell’imperatore iconoclasta Leone III Isaurico (717-741) e si concluse con il passaggio di numerose diocesi dell’attuale Albania sotto la giurisdizione dell’Arcidiocesi autocefala di Ocrida. In questo periodo la regione fu continuamente scossa da tensioni politiche e militari, mentre la popolazione cristiana dovette affrontare dure prove. Tra gli eventi più rilevanti va ricordata la conquista di Durazzo da parte dei Bulgari nel 896. Solo dopo lunghe campagne militari l’imperatore Basilio II (976-1025) riuscì, tra il 1014 e il 1018, a ristabilire il dominio dell’Impero Romano d’Oriente sull’area.
Anche per questa fase le testimonianze storiche relative alla vita ecclesiastica risultano piuttosto scarse. Le fonti più sicure rimangono i cataloghi episcopali e i nomi dei vescovi documentati. Nel Taktikon di Leone III (733), conservato nel cosiddetto Codice Parigino, la provincia dell’Illirico occupa il quindicesimo posto nell’ordine gerarchico del Patriarcato Ecumenico. La Metropolia di Durazzo aveva sotto la propria giurisdizione otto diocesi suffraganee: Támnis, Scampa, Lychnidos, Amanthia, Byllis, Atrado, Aulon e Acroceraunia.
Successivamente, nel Syntagmation dell’imperatore Leone VI il Sapiente (inizi del X secolo), il metropolita di Durazzo viene collocato al quarantatreesimo posto, precedendo quello di Smirne, con quindici diocesi dipendenti: Stefaniana, Chounavia, Kroia, Elissos, Doclea, Scutari, Drivasto, Pulati, Glavinitsa o Acroceraunia, Valona, Lychnidos, Antivari, Tzernikos, Pulcheriopolis e Graditzion. L’elenco delle diocesi dimostra l’esistenza di una struttura ecclesiastica ben sviluppata. Esso evidenzia altresì la fondazione di nuove sedi episcopali, mentre alcune delle più antiche continuarono a sussistere, talvolta con una diversa collocazione gerarchica o con nuove denominazioni.
Tra i metropoliti di Durazzo di questo periodo vengono ricordati Niceforo, presente agli atti del VII Concilio Ecumenico di Nicea, e Luciano, firmatario degli atti del grande Concilio convocato da Fozio a Costantinopoli nell’879. Sono inoltre attestati alcuni vescovi della diocesi di Drinopoli, tra i quali Cosma (754-787), che rappresentò l’Epiro al VII Concilio Ecumenico, e Basilio I (822). Nel X secolo, o secondo altri agli inizi dell’XI secolo, operò e subì il martirio nei pressi di Elbasan san Giovanni Vladimir, le cui reliquie furono custodite nel monastero a lui dedicato.
Una nuova fase storica comincia la costituzione dell’Arcidiocesi di Ocrida (1018), avvenuta dopo la caduta dello Stato bulgaro di Samuele, l’imperatore Basilio II emanò tre sigilli imperiali (sigillia), con i quali assegnò all’arcivescovado trentadue province ecclesiastiche. In tal modo nacque una vasta Arcidiocesi indipendente, alla quale furono aggregate, dai territori dell’attuale Albania, le diocesi di Glavinitsa-Acroceraunia, Belegrado-Pulcheriopolis, Tzernikos, Adrianopoli e Butrinto.
La Metropolia di Durazzo, tra l’XI e il XIII secolo, continuò invece a dipendere dal Patriarcato Ecumenico. Tra i suoi gerarchi si distinguono Lorenzo (1025), Costantino Cabasilas (1180) e Romano (1240). L’ultima menzione di un Metropolita di Durazzo soggetto direttamente a Costantinopoli risale al 1280; successivamente la Sede appare sotto la giurisdizione di Ocrida, sebbene non sia chiaro il modo in cui avvenne tale passaggio. Da Durazzo proveniva il grande innografo e cantore san Giovanni Cucuzelis (XII o XIV), che visse sul Monte Athos. Sempre sull’Athos si distinsero, nel XIV secolo, san Nifone di Lukovo e di Himara e san Nilo Erichiota di Kanina.
Dopo la frammentazione dell’Impero Romano d’Oriente ad opera dei Latini (1204), la regione dell’Epiro fu coinvolta nelle mire espansionistiche degli Angioini di Napoli e negli interessi commerciali veneziani. Con la formazione del Despotato d’Epiro (1267-1479), molte diocesi dell’attuale Albania passarono alternativamente sotto differenti influenze politiche ed ecclesiastiche.
La Chiesa Romana, dalla fine dell’XI secolo, intensificò gli sforzi per estendere la propria influenza verso sud, fondando diocesi a Croia, Antivari, Scutari e in altre località. In particolare, dopo la dominazione latina (1204-1474), la parte settentrionale dell’attuale Albania subì una più forte influenza del cattolicesimo romano. Nel 1273, dopo la morte del Metropolita ortodosso di Durazzo a causa di un terremoto, nella città venne intronizzato un vescovo latino.
Le invasioni serbe del XIV secolo provocarono devastazioni in molte province. Parallelamente, importanti famiglie albanesi – Thopia, Balsha, Spata, Muzaka – fondarono piccoli principati locali.
Nel 1335 l’imperatore Andronico III Paleologo (1328-1341) intraprese una spedizione da Costantinopoli attraverso Tessalonica fino a Durazzo, ristabilendo il controllo costantinopolitano sui sudditi ribelli. Successivamente, i signori della famiglia Thopia consegnarono Durazzo ai Veneziani, che mantennero il controllo della città dal 1392 al 1501.
Sul finire di questa prima fase emerse la figura eroica di Giorgio Castriota Skanderbeg (1444-1468), il quale, attraverso le sue lotte contro gli Ottomani (1451-1468), divenne simbolo dell’ultima resistenza cristiana nei Balcani. Nel 1501 anche Durazzo cadde definitivamente in mano turca, completando così la conquista ottomana della regione.
Durante il periodo di appartenenza all’Arcidiocesi di Ocrida, la provincia ecclesiastica di Durazzo appare talvolta sotto un unico Metropolita con il titolo di «Durazzo e Gora-Mokra», mentre in altri casi è distinta in Metropolia di Durazzo e Diocesi di Gora-Mokra. Tra i metropoliti più noti di questa epoca si ricordano Daniele (1693), successivamente trasferito a Korçë; Cosma (1694), «metropolita di Durazzo e dei Dalmati»; Neofito (1760) e Gregorio (1767).
Per quanto riguarda la metropolia di Belegrado, non possediamo testimonianze certe circa il momento della sua fondazione. La denominazione “Belegrado” appare all’inizio del XIV secolo. La città, chiamata successivamente Berat, fu conquistata dagli Ottomani sotto il sultano Murad I (1362-1389). Sono conosciuti venti nomi di vescovi di questa Sede, tra i quali spiccano Ignazio (1691-1693), divenuto poi Arcivescovo di Ocrida, e Joasaf I (1752-1760 e 1765-1801), durante il cui pontificato la provincia di Belegrado ritornò sotto il Patriarcato Ecumenico.
La regione di Korçë, prima ancora della fondazione della città nel 1490, apparteneva alla Metropolia di Kastoria, anch’essa soggetta all’Arcidiocesi di Ocrida. La Metropolia di Korçë fu costituita agli inizi del XVII secolo incorporando le diocesi di Kolonia, Deabolis e Selasforo (Svesda). Il primo vescovo conosciuto di Korçë è Neofito, attestato negli anni 1624 e 1628. Nel 1670 l’Arcivescovo di Ocrida Partenio, originario di Korçë, elevò la propria città natale a sede metropolitana con il titolo di «Korçë, Selasforo e Moscopoli». Le regioni meridionali continuarono invece a dipendere direttamente dal Patriarcato Ecumenico.
Tra i diciotto vescovi noti della diocesi di Delvino, il più antico è Manasse (1270). Si distinsero inoltre Sofronio (1540), illustre uomo di lettere; Zaccaria (1670-1682), noto per la sua instancabile attività pastorale e caritativa; e Manasse (1682-1695), fondatore di scuole nei villaggi della propria diocesi e precursore, in questo ambito, dell’opera di san Cosma l’Etolo.
Le testimonianze relative alla diocesi di Drinopoli (XI-XVIII sec.) sono più numerose. Tra i quarantuno vescovi noti di questa sede si ricordano Sofianos (1672-1700), coraggioso difensore della popolazione ortodossa contro le conversioni forzate all’islam; Mitrofane (1752-1760), uomo colto e particolarmente esperto di musica ecclesiastica; e Dositeo (1760-1799), che si adoperò per la costruzione di circa settanta chiese.
Durante il periodo della dominazione ottomana, il problema più grave per la Chiesa fu rappresentato dalle continue conversioni collettive all’islam. Le popolazioni albanesi furono particolarmente colpite, anche a causa della mancanza di una letteratura cristiana nella propria lingua madre. Parallelamente, nelle regioni costiere di Himara operarono diverse missioni propagandistiche romane.
Per sostenere la popolazione ortodossa, a partire dal XVII secolo furono fondati numerosi monasteri, che si svilupparono come centri di resistenza spirituale, di formazione culturale, di istruzione e di attività caritativa. Tra questi si ricordano i monasteri di Ravenia, Pepeli, Dryano, Cepo, Polytsani, Tsatista, Kamena, Lesinitsa, Kakomia, Palasa, Himara, Drymades, Kyparo, Hormovo, Kodhra, Ardenica, Apollonia e il monastero di San Giovanni Battista a Moscopoli.
Parallelamente, molti ecclesiastici operarono con grande zelo per il sostegno della popolazione ortodossa. Tra essi si distinse il ieromonaco Nektarios Terpos di Moscopoli, attivo tra il 1710 e il 1730 nelle regioni di Berat e Spathia. Costretto all’esilio, si rifugiò in Italia, dove pubblicò il suo libro intitolato La Fede, nel quale cercava di preservare gli ortodossi dal pericolo dell’islamizzazione. In molte aree dell’Albania meridionale la resistenza spirituale si rafforzò attraverso la costruzione di nuove chiese e l’organizzazione di scuole.
Tra i principali centri ortodossi dell’epoca occupò un posto eminente Moscopoli, edificata su un altopiano difficilmente accessibile. Nel XVIII secolo essa contava circa sessantamila abitanti e conobbe una straordinaria prosperità economica, culturale e spirituale. Grande fama acquistarono la “Nuova Accademia” (1744), la biblioteca e la tipografia cittadina. Moscopoli era adornata da circa venti chiese. Fino al 1670 la città dipendeva direttamente dall’Arcivescovo di Ocrida; successivamente fu incorporata nella Metropolia di Korçë. Dopo il saccheggio subìto nel 1771, a causa della partecipazione agli eventi politici dell’epoca, iniziò la sua decadenza, culminata nel 1916 con l’incendio della città da parte di bande irregolari.
Per evitare le conversioni forzate all’islam e al contempo preservare la propria identità religiosa, in varie regioni dell’Impero Ottomano si sviluppò il fenomeno del cripto-cristianesimo. Nella vita pubblica molti cristiani assumevano nomi e comportamenti esteriormente musulmani, mantenendo però in ambito familiare la fede e le tradizioni ortodosse. In Albania il caso più caratteristico fu quello dei Toschi della Spathia, regione montuosa a sud di Elbasan. Questo fenomeno perdurò dalla fine del XVII fino alla fine del XIX secolo.
Non mancarono inoltre i neomartiri provenienti da queste regioni: tra essi il santo ieromartire Nicodemo (1722), originario di Vithkuqi e martirizzato a Berat, e Cristo il Giardiniere o “l’Albanese”, proveniente dalla regione del fiume Genuso, che subì il martirio a Costantinopoli nel 1748.
Un’altra fase storica (1767-1937) si estende dall’abolizione dell’autocefalia dell’Arcidiocesi di Ocrida fino al riconoscimento canonico dell’autocefalia della Chiesa Ortodossa d’Albania. Evento determinante di questo periodo fu la nascita dello Stato albanese nel 1912. In questa fase le metropolie e le diocesi furono progressivamente riorganizzate; vennero edificati nuovi templi e furono compiuti ripetuti tentativi di risveglio spirituale della popolazione ortodossa.
La figura più eminente di quest’epoca fu san Cosma l’Etolo (1714-1779), che operò anche nei territori dell’attuale Albania tra il 1775 e il 1779, coronando la sua intensa attività missionaria con il martirio presso Berat nel 1779.
Circa trent’anni più tardi si distinse un altro santo «proveniente dalle terre d’Albania», Nikita l’Albanese, probabilmente originario della Spathia, il quale predicò Cristo e subì il martirio nella regione di Serres e Drama nel 1809.
Tra il XVIII e il XIX secolo furono intrapresi importanti tentativi di traduzione della Sacra Scrittura in lingua albanese. Il primo traduttore ricordato dalle fonti è il ieromonaco Gregorio Konstantinidis, successivamente Metropolita di Durazzo, che tradusse l’Antico e il Nuovo Testamento utilizzando un sistema alfabetico albanese di propria invenzione. Tale traduzione, tuttavia, andò perduta. Nel XIX secolo Gregorio di Argirocastro, vescovo di Eubea, pubblicò una traduzione del Nuovo Testamento in lingua albanese utilizzando caratteri greci. Successivamente videro la luce le traduzioni di Costantino Cristoforidis nei dialetti ghego (1869) e tosco (1879), anch’esse inizialmente stampate con caratteri greci.
Tra i più illustri gerarchi di questo periodo si ricordano i metropoliti di Durazzo Gregorio Konstantinidis di Moscopoli (1767-1772) e Crisanto di Madytos (1821-1823), uno degli ideatori del nuovo metodo della musica ecclesiastica; i metropoliti di Drinopoli Dositeo (1760-1799), Gabriele di Sifnos (1799-1827) e Gioacchino di Chio (1828-1835), che salì due volte al Trono patriarcale ecumenico (1860-1863 e 1873-1878); nonché i metropoliti di Berat Joasaf II (1802-1855) e Anthimos Alexoudis (1855-1887).
Con la nascita dello Stato albanese nel 1912 si aprì una nuova fase per la Chiesa Ortodossa. L’acquisizione dell’indipendenza politica portò con insistenza alla richiesta di emancipazione delle comunità religiose dai centri ecclesiastici situati al di fuori dei confini nazionali. Un ruolo decisivo fu svolto dalla diaspora albanese in America e in Europa attraverso le diverse associazioni culturali e patriottiche, tra le quali si distinse l’organizzazione Drita (“Luce”), fondata a Bucarest nel 1886.
Particolarmente significativa fu l’opera di Fan Noli (Teofane Stilian Noli o Mavromatis 1882-1965), il quale tradusse numerosi testi ecclesiastici in lingua albanese, insistendo affinché essa fosse introdotta nella vita liturgica. Egli occupò successivamente importanti incarichi sia ecclesiastici, quale Metropolita di Durazzo, sia politici (Primo ministro e Viceré, divenendo ministro degli Esteri e Primo Ministro dell’Albania nel 1924.
La prima proclamazione dell’autocefalia della Chiesa Ortodossa d’Albania ebbe luogo durante il Congresso di Berat, tenutosi dal 10 al 12 settembre 1922. Le decisioni del Congresso furono riconosciute dal governo albanese, che ne aveva peraltro favorito la convocazione. Venne costituito un Supremo Consiglio Ecclesiastico, incaricato provvisoriamente dell’amministrazione della Chiesa.
Nel febbraio del 1929 fu costituito un Santo Sinodo composto da Bessarione (Juvani), consacrato vescovo in Serbia nel 1925, quale Arcivescovo d’Albania e locum tenens della metropolia di Korçë; Agathangelos (Çamçe) di Berat; Ambrogio (Ikonomou) di Drinopoli; ed Eutimio (Kosteva), quale vescovo ausiliare dell’Arcivescovo. Il 29 giugno 1929, durante il secondo Congresso Clero-Laicale convocato a Korçë, venne approvato lo “Statuto della Chiesa Ortodossa Autocefala d’Albania”.
Il Patriarcato Ecumenico rifiutò di riconoscere tali iniziative, considerandole non conformi all’ordine canonico, pur dichiarandosi disposto a concedere una forma di autonomia amministrativa e ad autorizzare l’uso della lingua albanese nelle celebrazioni liturgiche, nella predicazione e nell’istruzione ecclesiastica.
A causa delle evoluzioni politiche e dei molteplici pericoli provenienti dall’Occidente, il Patriarcato Ecumenico accettò successivamente di discutere anche la questione dell’autocefalia. A tal fine inviò in Albania il Metropolita di Trebisonda Crisanto (1913-1922) – futuro Arcivescovo di Atene (1938-1941) – per avviare consultazioni con le autorità albanesi. Crisanto si espresse favorevolmente riguardo alla concessione dell’autocefalia, indicando anche il percorso da seguire per una soluzione canonica della questione.
Nel tentativo di ristabilire relazioni normali con il Patriarcato Ecumenico, nel maggio del 1936 fu convocato a Korçë un Congresso Clero-Laicale con la partecipazione di rappresentanti delle quattro province ecclesiastiche. Il Congresso rivolse una richiesta di perdono al Patriarcato; seguirono negoziati ad Atene il 13 marzo 1937 e una delegazione albanese si recò successivamente a Costantinopoli per la definizione definitiva della questione.
La lunga irregolarità ecclesiastica aveva arrecato gravi danni alla vita spirituale degli ortodossi albanesi. Il clero aveva subito forti pressioni e difficoltà economiche, mentre il popolo era rimasto profondamente diviso, anche a causa delle complesse implicazioni nazionali della questione, come il problema dell’Epiro del Nord. Approfittando della situazione, sia l’uniatismo sia gruppi protestanti tentarono di estendere la propria influenza nella regione.
La concessione canonica dell’autocefalia da parte del Patriarcato Ecumenico, sotto il patriarca Beniamino I (1936-1946), inaugurò una nuova fase nella storia della Chiesa Ortodossa d’Albania. Il Tomo patriarcale e sinodale «Sulla benedizione dell’Autocefalia della Chiesa Ortodossa d’Albania» fu promulgato il 12 aprile 1937.
Il primo Santo Sinodo fu costituito, dopo regolari elezioni svoltesi presso il Patriarcato Ecumenico, dall’Arcivescovo di Tirana, Durazzo e di tutta l’Albania Cristoforo (Kissi) e dai vescovi Eulogio (Kurila) di Korçë, Agathangelos (Çamçe) di Berat e Panteleimon (Kotoko) di Argirocastro. Due delle antiche metropolie furono trasformate in diocesi, mentre la terza fu riorganizzata a partire dalle parrocchie comprese entro i confini dello Stato albanese dell’antica Metropolia di Drinopoli.
Due particolarità della Chiesa Ortodossa d’Albania comportavano notevoli difficoltà. La prima riguardava la composizione etnica del gregge ortodosso, formato da albanesi, greci, valacchi e slavofoni; la seconda consisteva nel fatto che gli ortodossi non costituivano la maggioranza della popolazione, come avveniva in altri Paesi balcanici, ma rappresentavano soltanto circa il 23% degli abitanti. Per tale motivo, le tensioni politiche, ideologiche e sociali interne all’Albania, così come le guerre e le instabilità della regione balcanica, ebbero molteplici ripercussioni sulla vita ecclesiastica.
Con l’ingresso delle truppe italiane il 7 aprile 1939, l’Albania divenne una provincia dell’Italia fascista. Immediatamente furono avviati progetti miranti ad una parallela subordinazione religiosa. Accanto all’insediamento di ordini missionari romani in diverse regioni del sud del Paese, il progetto principale consisteva nell’assorbimento degli ortodossi attraverso l’uniatismo.
La propaganda sosteneva che l’unione di tutti i cristiani albanesi avrebbe favorito lo sviluppo della nazione sotto la protezione del Vaticano e dello Stato italiano. Secondo alcune fonti, l’Arcivescovo Cristoforo avrebbe accettato una forma di unione con gli Arbëreshë d’Italia; secondo altre, egli cercò semplicemente di guadagnare tempo attraverso continui rinvii. In ogni caso, la mancanza di una maggioranza favorevole all’interno degli organi esecutivi della Chiesa Ortodossa impedì la realizzazione del progetto unionista, definitivamente abbandonato dopo il crollo dell’Italia fascista nel 1943.
Dopo il ritiro delle truppe tedesche nel novembre del 1944, il regime comunista si impose pienamente in Albania, dando inizio alla persecuzione sistematica della religione. Nei primi ventitré anni essa assunse le forme classiche già sperimentate in Unione Societica e in altri Paesi balcanici.
Il 25 dicembre 1948 l’Arcivescovo Cristoforo fu costretto a lasciare il proprio incarico e al suo posto venne nominato Paisios (Vodica), fino ad allora vescovo di Korçë. Fu ancora consentita la convocazione, a Tirana (5-10 febbraio 1950), di un’Assemblea Clero-Laicale della Chiesa Ortodossa, durante la quale venne approvato un nuovo Statuto, che in diversi punti migliorava quello del 1929.
Dopo il 1952 la gerarchia ecclesiastica risultava composta dall’Arcivescovo Paisios e dai vescovi Damianos (Kokoneshi) di Argirocastro, Filoteo (Duni) di Korçë, Kyrillos (Naszlazi) di Berat e dal vescovo ausiliare Sofronio (Borova). Il legittimo Arcivescovo Cristoforo rimase agli arresti domiciliari e il 19 giugno 1958 fu trovato morto; secondo la versione ufficiale, a causa di un attacco cardiaco. Nel marzo del 1966 morì Paisios e il Trono arcivescovile venne occupato da Damianos (Kokoneshi). Nel frattempo, si intensificarono le campagne di derisione della religione e dei suoi ministri, così come le persecuzioni, gli esili, le incarcerazioni e le esecuzioni di sacerdoti e fedeli.
Gli ortodossi albanesi emigrati negli Stati Uniti erano divisi in due gruppi: uno, guidato inizialmente da Fan Noli e successivamente dal vescovo Stephen Lasko, manteneva legami con la Chiesa d’Albania; l’altro, guidato dal vescovo Mark Lipa di Lefka, dipendeva dal Patriarcato Ecumenico. Dopo la morte di Fan Noli (marzo 1965), si tentò una riconciliazione tra le due correnti (1966-1967), senza successo.
L’iniziativa per la ricostituzione della Chiesa Ortodossa Autocefala d’Albania fu assunta dal Patriarcato Ecumenico mediante una serie di interventi decisivi. Nel gennaio del 1991 il Patriarca Ecumenico Dimitrios (1972-1991) e il Santo Sinodo nominarono il professore dell’Università di Atene, vescovo di Androusa (1972-1992) e Direttore Generale dell’Apostolikì Diakonìa della Chiesa di Grecia, Anastasios, quale Esarca Patriarcale, con l’incarico di recarsi in Albania per avviare i primi contatti con gli ortodossi e con le autorità del Paese. Dopo una lunga opposizione da parte dello Stato albanese, l’Esarca Patriarcale giunse finalmente a Tirana il 17 luglio 1991. Durante i suoi viaggi attraverso il Paese constatò la terribile devastazione provocata dalla persecuzione ateistica: 1608 chiese e monasteri erano stati distrutti.
La prima iniziativa dell’Esarca Patriarcale fu quella di creare una struttura ecclesiastica minima che potesse rappresentare la Chiesa locale. A tal fine convocò, il 12 agosto 1991, un’Assemblea Generale Clero-Laicale alla quale parteciparono quindici sacerdoti e trenta laici provenienti dalle province ecclesiastiche dell’Albania. In essa furono esaminate la situazione e le prospettive della Chiesa nel periodo post-comunista, e furono eletti quattro vicari episcopali insieme ad un Consiglio Ecclesiastico Generale composto da tredici membri.
Una delegazione della Chiesa Ortodossa d’Albania si recò successivamente al Patriarcato Ecumenico (5-8 giugno 1992), per la prima volta dopo il periodo della persecuzione, chiedendo l’elezione dell’Esarca Patriarcale quale primate della Chiesa d’Albania. Su iniziativa del Patriarca Ecumenico Bartolomeo, il Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico, al fine di ricostituire la Chiesa Ortodossa Autocefala d’Albania, elesse unanimemente il 24 giugno 1992 quale Arcivescovo di Tirana e di tutta l’Albania il già Metropolita di Androusa Anastasios (1992-2025). Furono inoltre eletti metropoliti di Korçë, Argirocastro, Berat, Valona e Kanina gli archimandriti Christodoulos Mustakas, Alexandros Kalpakidis e Ignatios Triantis, mentre alcune diocesi furono elevate al rango di metropolie.
Il governo albanese reagì duramente, considerando tali nomine come un’imposizione esterna di una leadership greca su una delle principali comunità religiose del Paese. Il presidente della Repubblica, Sali Berisha (2005-2013), espresse apertamente il proprio malcontento alla delegazione del Patriarcato Ecumenico che lo incontrò il 4 luglio 1992, composta dai metropoliti Evangelos di Perge, Melitone di Filadelfia e dal protopresbitero di origine albanese Elia Katres. Alla fine, il presidente albanese dichiarò di accettare l’insediamento dell’arcivescovo Anastasios, ma affermò che non sarebbe stato tollerato che tutti i metropoliti ortodossi dell’Albania fossero di origine greca.
Il nuovo arcivescovo, dopo aver pronunciato il Grande Messaggio al Fanar il 12 luglio 1992, fu intronizzato nella cattedrale di Tirana il 2 agosto 1992, alla presenza di tutti i rappresentanti del clero e del laicato delle province ecclesiastiche albanesi. Alcuni ambienti nazionalisti albanesi tentarono successivamente, attraverso varie iniziative e perfino mediante proposte legislative, di ottenere l’espulsione dell’Arcivescovo a motivo della sua origine greca. Durante l’Assemblea Straordinaria Clero-Laicale riunita a Durazzo il 21 gennaio 1993, tutti i rappresentanti dichiararono unanimemente che non avrebbero accettato una simile eventualità.
Nell’autunno del 1994 si cercò nuovamente di allontanare l’Arcivescovo attraverso un progetto di riforma costituzionale; tuttavia, tale proposta fu respinta nel referendum del 6 novembre 1994. Nel luglio del 1996, senza ulteriori consultazioni con le autorità albanesi, furono celebrate a Costantinopoli le consacrazioni episcopali dei metropoliti eletti nel 1992. Le autorità albanesi rifiutarono categoricamente il loro ingresso e insediamento nel Paese. Infine, dopo lunghe e insistenti trattative tra rappresentanti del Patriarcato Ecumenico, della Chiesa Ortodossa d’Albania e del governo albanese (novembre 1997-luglio 1998), la questione della composizione del Santo Sinodo fu risolta mediante l’accettazione di una struttura composta da due vescovi di origine greca e due di origine albanese.
Fu così intronizzato il Metropolita Ignatios di Berat, mentre i metropoliti Alexandros di Argirocastro e Christodoulos di Korçë presentarono le loro dimissioni. Vennero eletti Metropolita di Korçë l’archimandrita Giovanni (Pelushi) e vescovo di Apollonia l’economo Cosma (Qirio). L’archimandrita Giovanni era decano e docente presso l’Accademia Teologica “Anastasis” di Durazzo e laureato presso la Facoltà Teologica di Boston, mentre l’economo Cosma apparteneva alla vecchia generazione del clero ed era noto per la sua eroica attività durante gli anni della persecuzione religiosa, quando celebrava clandestinamente la Divina Liturgia e amministrava segretamente il Battesimo. Così, con la grazia di Dio, nel luglio del 1998 fu ricostituito il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Autocefala d’Albania.
Il 3 e 4 novembre 2006 si riunì presso l’Accademia Teologica “Anastasis”, situata nel Nuovo Monastero di San Biagio a Durazzo, una speciale Assemblea Clero-Laicale della Chiesa Ortodossa Autocefala d’Albania, composta da 257 rappresentanti, con la partecipazione di tutti i chierici. L’assemblea esaminò e approvò all’unanimità il nuovo Statuto della Chiesa. Il 6 novembre 2006 si riunì successivamente il Santo Sinodo, che ratificò ufficialmente il nuovo Statuto della Chiesa Ortodossa Autocefala d’Albania.
Nello stesso mese di novembre 2006 il Santo Sinodo elesse e consacrò tre nuovi vescovi: l’Archimandrita Dimitrios Sinaiti quale Metropolita di Argirocastro, il quale aveva servito per quindici anni come protosincello della Metropolia, e gli archimandriti Nikolaos Hyka ed Antonios Merdani quali vescovi ausiliari dell’Arcivescovo, rispettivamente con il titolo di vescovo di Apollonia e vescovo di Kruja. Entrambi appartenevano alla nuova generazione di ecclesiastici formati presso l’Accademia Teologica “Anastasis” di Durazzo ed erano laureati della Facoltà Teologica di Atene.
Il 24 novembre 2008 venne sottoscritto, sulla base della Costituzione dello Stato albanese, l’Accordo per la regolamentazione dei rapporti tra la Chiesa Ortodossa Autocefala d’Albania e il Governo albanese. Tale accordo fu successivamente ratificato dal Parlamento albanese e trasformato nella Legge n. 10057 del 22 gennaio 2009.
Nel gennaio del 2012 il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Autocefala d’Albania elesse due nuovi vescovi titolari: l’archimandrita Nathanael Lavriotis quale vescovo dell’antica e gloriosa diocesi di Amantia, e l’Archimandrita Astios Bakallbashi quale vescovo dell’antica diocesi di Byllis, attualmente Metropolita di Berat, Aulona e Kanina.
Nel periodo compreso tra il 1991 e il 2013, la Chiesa Ortodossa d’Albania, nonostante le dolorose prove attraversate e la generale instabilità politica, sociale ed economica del Paese, riuscì a ricostituirsi dalle rovine e a svilupparsi con straordinaria rapidità, vivendo in una costante atmosfera di rinascita pasquale.
Nella maggior parte delle città e dei centri abitati con popolazione ortodossa, così come in centinaia di villaggi, furono riorganizzate le parrocchie ortodosse. Riprese intensamente la vita liturgica e sacramentale, insieme all’attività di predicazione e di catechesi. Vennero inoltre costituiti movimenti giovanili, associazioni femminili e gruppi di intellettuali ortodossi.
Per la formazione di un clero autoctono fu istituita, nell’ottobre del 1992, una Scuola Teologica e Sacerdotale, che dal 1997 si sviluppò all’interno di un proprio complesso edilizio presso il monastero di San Biagio a Durazzo, assumendo il nome di «Accademia Teologica Ortodossa “Anastasis”». Furono ordinati 165 nuovi chierici, in possesso di formazione liceale o universitaria e di studi teologici triennali o quadriennali. Furono fondati il Liceo Ecclesiastico “Santa Croce” ad Argirocastro (1998) e quello di Sukth presso Durazzo (2007), oltre alla Scuola di Musica Bizantina di Tirana (2013), tutti dotati di convitti. Diplomati dell’Accademia Teologica costituirono inoltre il primo nucleo monastico del monastero di Ardenica.
Vennero costruite ex novo 150 chiese, restaurati 70 edifici ecclesiastici monumentali e riparate circa 160 chiese. Oltre settanta grandi edifici furono costruiti oppure acquistati e ristrutturati per ospitare sedi metropolitane, scuole, asili, foresterie, laboratori, cliniche e centri giovanili. L’intera opera edilizia della Chiesa raggiunse complessivamente circa 450 edifici.
La Chiesa iniziò inoltre la pubblicazione del giornale mensile in lingua albanese Ngjallja (“Risurrezione”) dal 1992, della rivista per bambini Gëzohu (“Rallegrati”) dal 1997, del bollettino studentesco Fjala (“La Parola”) e del periodico informativo in lingua inglese News from Orthodoxy in Albania, oltre a numerose pubblicazioni liturgiche, teologiche, scientifiche e formative. La Chiesa Ortodossa d’Albania dispone oggi di una propria tipografia, di una stazione radiofonica, di laboratori per la produzione di candele e di falegnamerie ecclesiastiche.
La Chiesa sviluppò altresì una vasta attività sociale, specialmente nei periodi di crisi politica e sociale che attraversarono il Paese negli anni 1992, 1994, 1997 e 1999. Furono distribuite migliaia di tonnellate di viveri, vestiti e medicinali per il sostegno delle famiglie povere e dei profughi kosovari, oltre a consistenti aiuti sanitari destinati a città, villaggi e istituzioni pubbliche albanesi.
Nel settore sanitario la Chiesa contribuì mediante il Centro Diagnostico “Evangelismos” di Tirana, attraverso poliambulatori situati a Kavaja, Lushnja, Korçë e Georgoutsati, nonché mediante un’unità odontoiatrica mobile.
Nel campo dell’istruzione, oltre agli istituti già menzionati, furono fondati diciassette asili infantili, tre scuole dell’obbligo: la Scuola Albanese-Americana “Protagonisti” di Tirana (2001), alla quale nel 2013 fu aggiunto anche il liceo; la Scuola Albanese-Greca “Soffio d’Amore” a Durazzo (2005) e ad Argirocastro (2008); il Liceo Tecnico “Apostolo Paolo” a Mesopotamo, presso Delvino e vicino ad Agioi Saranda (2005); nonché due Istituti di Formazione Professionale “Soffio d’Amore” a Tirana (2000) e ad Argirocastro, presso il moderno centro “Emmaus” (2002). Dal 2009 l’Istituto “Soffio d’Amore” di Tirana fu elevato al rango universitario con il nome di “Logos”.
La Chiesa sostenne inoltre numerosi programmi sociali riguardanti lo sviluppo delle aree montane nei settori agricolo e zootecnico, la costruzione di strade e acquedotti, programmi sanitari e pedagogici per l’infanzia, la creazione di centri medici nei villaggi, il sostegno a scuole, orfanotrofi e ospedali, l’assistenza ai disabili, agli anziani e ai detenuti, nonché l’organizzazione di mense per i poveri.
Nel 1999, quando il Paese accolse l’ondata dei profughi provenienti dal Kosovo, la Chiesa Ortodossa Autocefala d’Albania, in collaborazione con benefattori e organizzazioni religiose internazionali – specialmente con ACT del Consiglio Ecumenico delle Chiese – realizzò un vasto programma di assistenza che superò i dodici milioni di dollari statunitensi, offrendo ospitalità a circa 33.000 rifugiati, ai quali furono forniti viveri, vestiario, cure mediche, alloggi e altre forme di sostegno materiale.
L’attuale Primate della Chiesa Ortodossa Autocefala d’Albania è Sua Beatitudine l’Arcivescovo Giovanni (Pelushi), eletto unanimemente dal Santo Sinodo della Chiesa d’Albania il 16 marzo 2025, in successione al compianto Arcivescovo Anastasio.
L’elezione dell’Arcivescovo Giovanni rappresenta un momento di particolare rilevanza nella storia contemporanea della Chiesa Ortodossa d’Albania, poiché segna il passaggio alla nuova generazione ecclesiastica formatasi nel periodo della ricostruzione post-comunista promossa dall’Arcivescovo Anastasio. La sua ascesa al Trono arcivescovile costituisce infatti il compimento di un lungo processo di rinascita ecclesiale, spirituale e istituzionale iniziato dopo la caduta del regime ateistico.

