
Chiesa di Grecia
LE GIURISDIZIONI ECCLESIASTICHE NELLO STATO GRECO
LA CHIESA DI GRECIA
La Chiesa di Grecia costituisce una delle quindici Chiese autocefale che formano la comunione della Chiesa Ortodossa. Nell’ordine dei dittici e delle prerogative d’onore essa occupa l’undicesima posizione ed è tradizionalmente considerata erede dell’opera missionaria dei discepoli dell’Apostolo Paolo. Dal punto di vista istituzionale, la sua organizzazione ecclesiastica si configura come una sintesi tra il modello metropolitano e quello patriarcale, in continuità con l’antico sistema apostolico di governo della Chiesa. Autorità suprema dell’amministrazione ecclesiastica è il Santo Sinodo della Chiesa di Grecia, mentre la presidenza del medesimo appartiene all’Arcivescovo di Atene.
La fondazione della Chiesa di Grecia viene tradizionalmente fatta risalire all’opera missionaria dell’Apostolo Paolo durante il suo secondo viaggio apostolico, intorno all’anno 49 d.C. Secondo la testimonianza degli Atti degli Apostoli, l’Apostolo, trovandosi a Troade, ebbe la visione di un uomo macedone che lo supplicava di recarsi in Europa per annunciare il Vangelo (At 16, 6-10). Tale episodio, interpretato dalla tradizione cristiana come il momento inaugurale dell’evangelizzazione del continente europeo, segnò l’inizio della missione paolina nel mondo greco.
Attraversato l’Egeo, Paolo fondò le prime comunità cristiane a Filippi, dove battezzò Lidia, considerata la prima cristiana europea (At 16, 14-15); successivamente predicò a Tessalonica, Veria, Atene, Corinto e Nicopoli, dando origine a comunità ecclesiali che avrebbero svolto un ruolo decisivo nella storia del cristianesimo antico. Particolare rilievo assunse la comunità di Tessalonica, alla quale Paolo indirizzò le sue due Epistole ai Tessalonicesi, considerate i più antichi scritti del Canone del Nuovo Testamento.
L’opera apostolica nel territorio greco non si limitò alla sola predicazione paolina. Secondo la tradizione ecclesiastica, numerosi collaboratori e discepoli dell’Apostolo contribuirono alla diffusione della fede nelle province elleniche e macedoni, consolidando progressivamente l’organizzazione delle prime Chiese locali. La rapida penetrazione del cristianesimo nel mondo greco fu favorita anche dalla diffusione della lingua greca, che costituiva allora il principale strumento culturale e comunicativo del Mediterraneo orientale.
Tra gli eventi più significativi dei primi secoli cristiani si distingue inoltre la visita ad Atene del grande teologo e scrittore ecclesiastico Origene (185-254). La sua presenza esercitò una profonda influenza sugli ambienti ecclesiastici e culturali della città, contribuendo alla risoluzione di questioni interne alla comunità cristiana e rafforzando il prestigio teologico della Chiesa greca nell’ambito del cristianesimo antico.
La diffusione del cristianesimo incontrò tuttavia forti resistenze durante il periodo delle persecuzioni imperiali. In tutto il territorio ellenico si registrarono numerosi martiri, la cui testimonianza contribuì in modo decisivo al consolidamento della fede cristiana. Tra le figure più venerate della tradizione ortodossa greca emergono Dionigi l’Areopagita, convertito dalla predicazione di Paolo ad Atene (At 17, 34), Demetrio di Salonicco, grande martire e patrono della città, e Leonida di Atene, insieme a numerosi altri confessori della fede. Le persecuzioni cessarono definitivamente con l’ascesa al potere di Costantino il Grande (306-337) e con la promulgazione dell’Editto di Milano del 313, che riconobbe libertà di culto ai cristiani all’interno dell’Impero Romano.
Dal punto di vista ecclesiastico-amministrativo, a partire dal IV secolo il territorio dell’Illirico orientale, comprendente gran parte delle regioni greche, dipese canonicamente dalla Chiesa di Roma, pur appartenendo politicamente alla sezione orientale dell’Impero Romano d’Oriente. Tale assetto mutò profondamente durante il periodo dell’Iconoclastia (prima fase c. 726-787, seconda fase: 815-843). L’opposizione dei pontefici romani alla politica iconoclasta dell’imperatore Leone III Isaurico (717-741) spinse quest’ultimo a sottrarre l’Illirico orientale alla giurisdizione romana, ponendolo sotto l’autorità ecclesiastica della Chiesa di Costantinopoli.
Da quel momento, il legame tra il mondo greco e il Patriarcato Ecumenico si consolidò progressivamente, assumendo un carattere non soltanto amministrativo ma anche spirituale, culturale e identitario. La dipendenza ecclesiastica da Costantinopoli si protrasse per circa undici secoli, attraversando l’intera epoca bizantina e continuando durante il periodo della dominazione ottomana. In tale contesto, il Patriarcato Ecumenico divenne il principale centro religioso e culturale dell’ellenismo ortodosso, preservando la tradizione teologica, liturgica e spirituale del popolo greco. L’unità storica tra il Patriarcato Ecumenico e il mondo greco fu così profonda che la vicenda dell’uno finì inevitabilmente per identificarsi con quella dell’altro. La storia dell’ellenismo ortodosso, della sua spiritualità, della sua cultura e della sua coscienza nazionale si intrecciò indissolubilmente con la storia della Chiesa di Costantinopoli, dando origine a una continuità storica ed ecclesiale che avrebbe segnato in modo determinante l’identità della Chiesa greca fino all’età contemporanea.
L’unità ecclesiastica e amministrativa tra il territorio greco e il Patriarcato Ecumenico subì una profonda trasformazione in seguito alla Guerra d’Indipendenza greca del 1821 e alla costituzione del primo Stato greco indipendente nel 1833. La nascita del nuovo regno impose inevitabilmente anche una ridefinizione dell’assetto ecclesiastico, poiché le diocesi greche del nuovo Stato continuava a dipendere canonicamente da un Patriarcato situato entro i confini dell’Impero Ottomano.
Già durante la Guerra d’Indipendenza, le Assemblee Nazionali greche tentarono di disciplinare provvisoriamente l’organizzazione ecclesiastica del territorio liberato. La I Assemblea Nazionale di Epidauro (1821) e la III Assemblea di Trezene (1827) definirono le prime modalità di funzionamento dell’amministrazione ecclesiastica del nascente Stato greco. Successivamente, il governatore Ioannis Kapodistrias (1828-1831) nominò nel 1828 una speciale Commissione ecclesiastica, mentre la IV Assemblea Nazionale di Argo (1829) istituì una Segreteria per gli Affari Ecclesiastici e la Pubblica Istruzione, segnando così il primo tentativo di organizzazione sistematica dei rapporti tra Stato e Chiesa.
La svolta decisiva avvenne nel 1833, durante la reggenza del re Ottone di Grecia. Il bavarese Georg Ludwig von Maurer (1833-1835), responsabile degli affari ecclesiastici del Consiglio di Reggenza sotto il regno dell’adolescente ancora re Ottone von Wittelsbach di Grecia (1837-1841), costituì il 27 marzo 1833 una Commissione preparatoria mista, composta da ecclesiastici e laici, sotto la presidenza di Spyridon Trikoupis (1788-1873), con il compito di elaborare un progetto definitivo per l’amministrazione della Chiesa del nuovo Stato.
Sulla base delle conclusioni di tale commissione, Maurer, insieme all’ecclesiastico illuminista Theoklitos Farmakidis (1784-1860), predispose una Carta Costituzionale degli Affari Ecclesiastici che tuttavia non venne mai formalmente ratificata. Parallelamente, i due elaborarono un Decreto reale volto a proclamare unilateralmente l’autocefalia della Chiesa di Grecia, separandola dalla giurisdizione canonica del Patriarcato Ecumenico.
Il 25 luglio 1833 il re Ottone ratificò il Decreto reale noto come «Dichiarazione sull’Indipendenza della Chiesa di Grecia», con il quale veniva ufficialmente proclamata l’autocefalia ecclesiastica. Contestualmente fu istituito un Sinodo Permanente composto da cinque metropoliti, incaricato della guida amministrativa della Chiesa. Tale dichiarazione costituì di fatto la prima Carta costituzionale della Chiesa greca e segnò l’inizio di una fase nella quale l’amministrazione ecclesiastica risultò fortemente subordinata all’autorità statale, situazione che sarebbe durata sostanzialmente fino al 1852.
La proclamazione unilaterale dell’autocefalia suscitò una dura reazione del Patriarcato Ecumenico, che considerò illegittima la separazione avvenuta senza previo consenso canonico. Costantinopoli interruppe la comunione ecclesiastica con la Chiesa greca, pur evitando di dichiararla formalmente scismatica. Tale vicenda diede origine a un intenso dibattito sia politico sia ecclesiologico. Da un lato, l’autocefalia veniva ritenuta necessaria per liberare la Chiesa greca dalla dipendenza amministrativa da un Patriarcato situato sotto controllo ottomano; dall’altro, molti interpretarono l’iniziativa come uno strumento attraverso il quale il nuovo Stato greco intendeva assoggettare la Chiesa al proprio controllo, inaugurando un processo di crescente “statalizzazione” dell’istituzione ecclesiastica.
Dopo la Rivoluzione del 3 settembre 1843, l’Assemblea Nazionale greca ratificò con lievi modifiche la Carta Costituzionale ecclesiastica. Nel 1850, i vescovi della Chiesa greca indirizzarono ufficialmente al Patriarcato Ecumenico una richiesta di riconoscimento canonico dell’autocefalia. A seguito di lunghe trattative, il 29 giugno 1850 il Patriarcato emanò il celebre Tomo Sinodale che riconosceva ufficialmente l’autocefalia della Chiesa di Grecia. Tuttavia, il Patriarcato non riconobbe come canonicamente valido il periodo compreso tra il 1833 e il 1850, durante il quale la Chiesa greca aveva agito unilateralmente come autocefala.
Nel corso della seconda metà del XIX secolo, l’espansione territoriale dello Stato greco determinò anche una progressiva estensione della giurisdizione della Chiesa di Grecia. All’unione politica delle Isole Ionie con la Grecia nel 1864 seguì infatti la loro integrazione ecclesiastica nella Chiesa Autocefala della Crecia, secondo quanto stabilito da un apposito Tomo patriarcale. Analogo processo interessò nel 1882 le metropolie della Tessaglia e di parte dell’Epiro, dopo la loro liberazione dal dominio ottomano. In tal modo, la storia della Chiesa di Grecia si intrecciò strettamente con il processo di formazione dello Stato nazionale greco moderno, assumendo un ruolo fondamentale nella costruzione dell’identità religiosa, culturale e politica dell’ellenismo contemporaneo.
Dopo le Guerre balcaniche (1912-1913) e l’ampliamento territoriale dello Stato greco, emerse una complessa questione ecclesiastica relativa all’amministrazione delle diocesi delle regioni recentemente incorporate alla Grecia, le cosiddette «Nuove Terre». Si vennero così a creare, all’interno dello stesso Stato, due distinte amministrazioni ecclesiastiche: da una parte la Chiesa di Grecia autocefala, dall’altra le eparchie rimaste canonicamente dipendenti dal Patriarcato Ecumenico, situate nei territori liberati della Macedonia, dell’Epiro settentrionale e delle isole dell’Egeo.
Le diocesi delle Nuove Terre continuarono inizialmente a essere amministrate direttamente dal Patriarcato Ecumenico, il cui principale organo locale di coordinamento era il Santo Sinodo dei Gerarchi presieduto dal Metropolita di Tessalonica, Gennadios Alexiadis (1912-1951). Tale situazione rifletteva la volontà del Patriarcato di preservare i propri diritti canonici sui territori storicamente appartenenti alla sua giurisdizione, nonostante il mutamento dei confini politici.
La questione venne regolata attraverso una serie di provvedimenti adottati tra lo Stato greco, il Patriarcato Ecumenico e la Chiesa di Grecia. Fondamentale fu la legislazione statale del 1927, seguita nel 1928 da due Atti patriarcali e sinodali emanati rispettivamente dal Patriarcato Ecumenico e dalla Chiesa di Grecia. In base a tali accordi, le metropolie delle «Nuove Terre» furono affidate “commissarialmente” all’amministrazione della Chiesa di Grecia, pur rimanendo spiritualmente e canonicamente sotto la giurisdizione del Trono Ecumenico.
Il sistema elaborato nel 1928 rappresentò dunque una soluzione di compromesso tra le esigenze dello Stato greco e le prerogative canoniche del Patriarcato Ecumenico. Esso prevedeva che i metropoliti delle Nuove Terre commemorassero liturgicamente il Patriarca Ecumenico come proprio primate ecclesiastico durante la Divina Liturgia, a testimonianza della loro dipendenza spirituale dal Patriarcato. Al tempo stesso, tali gerarchi venivano eletti dal Santo Sinodo della Gerarchia della Chiesa di Grecia. Tuttavia, il Patriarca Ecumenico conservava un ruolo significativo nella procedura elettiva, mantenendo il diritto di intervenire sulle liste dei candidati e di escluderne alcuni.
Questo particolare regime canonico-amministrativo diede frequentemente origine a tensioni tra la Chiesa di Grecia e il Patriarcato Ecumenico. Il Patriarcato accusava periodicamente la Chiesa greca di violare gli obblighi derivanti dagli Accordi del 1928 e di mostrare ingratitudine nei confronti della «Chiesa Madre». Dall’altra parte, la Chiesa di Grecia riteneva che il Trono Ecumenico interferisse eccessivamente nei suoi affari interni, cercando di esercitare un’influenza diretta sulla nomina dei metropoliti e di promuovere candidati vicini agli interessi costantinopolitani. La questione delle «Nuove Terre» rimane ancora oggi uno degli aspetti più delicati nei rapporti tra Chiesa di Grecia e Patriarcato Ecumenico poiché riflette il complesso equilibrio tra autocefalia nazionale e primato canonico del Patriarcato Ecumenico all’interno del mondo ortodosso.
Le profonde trasformazioni politiche e istituzionali imposte dal regime dittatoriale di Ioannis Metaxas (1871-1941) a partire dal 1936 ebbero rilevanti ripercussioni anche sulla vita ecclesiastica della Grecia. In tale periodo furono emanate numerose leggi straordinarie e decreti legislativi che modificarono ripetutamente l’assetto amministrativo della Chiesa di Grecia, rafforzando progressivamente il controllo statale sulle istituzioni ecclesiastiche.
Durante l’occupazione tedesca della Grecia, nel contesto della Seconda Guerra Mondiale, venne promulgata la Legge Costituzionale 671/1943, destinata a regolare l’organizzazione interna della Chiesa. Tale normativa subì nel tempo numerose modifiche e integrazioni, rimanendo sostanzialmente in vigore fino all’instaurazione della dittatura militare del 1967. Dopo il colpo di Stato del 21 aprile 1967, il regime dei colonnelli abolì infatti la Legge Costituzionale del 1943 mediante il Decreto legislativo 126/1968, sostituendola con nuove disposizioni maggiormente conformi all’impostazione autoritaria del regime.
Con la caduta della dittatura nel 1974 e il ristabilimento della democrazia, la Chiesa di Grecia ritornò temporaneamente al precedente ordinamento del 1943 attraverso il Decreto legislativo 87/1974. Tuttavia, l’esigenza di una regolamentazione stabile e conforme sia ai principi costituzionali sia alla tradizione canonica ortodossa portò all’elaborazione di una nuova Carta Costituzionale ecclesiastica. Essa venne definitivamente approvata con la Legge 590/1977 («Sulla Carta Costituzionale della Chiesa di Grecia»), pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dello Stato Greco il 31 luglio 1977.
La Legge del 1977, tuttora in vigore, rappresenta la prima autentica Carta Costituzionale autonoma della Chiesa di Grecia approvata mediante regolare procedura parlamentare dal Parlamento ellenico. Essa garantisce il funzionamento legittimo e canonico delle istituzioni amministrative ecclesiastiche, in conformità con quanto previsto dall’articolo 3 della Costituzione greca, e definisce in maniera più chiara i rapporti tra Chiesa e Stato sulla base del tradizionale principio ortodosso della «sinallilia», ossia della collaborazione armonica tra autorità ecclesiastica e autorità civile.
Grazie a questo nuovo assetto giuridico-istituzionale, la Chiesa di Grecia ha potuto consolidare la propria autonomia amministrativa e rafforzare il proprio ruolo spirituale nella società contemporanea. Forte della propria tradizione apostolica e sostenuta dalle sue risorse spirituali e morali, essa continua a svolgere la propria missione pastorale nel mondo contemporaneo, mantenendosi fedele alla tradizione ortodossa e alla corretta trasmissione della parola evangelica.
Il percorso storico bimillenario della Chiesa in Grecia costituisce infatti non soltanto una testimonianza della diffusione del messaggio cristiano, ma anche un’espressione continua dell’esperienza spirituale dell’Ortodossia. La Tradizione apostolica legata alla predicazione di Apostolo Paolo ha sempre rappresentato il criterio fondamentale della sua missione ecclesiale, sia nel contesto greco sia nell’ambito più ampio dell’ellenismo ortodosso. Tale missione si è sviluppata costantemente in stretta comunione e collaborazione con il Patriarcato Ecumenico, considerato la «Grande Chiesa di Cristo».
Nel corso del primo millennio cristiano, la Chiesa di Grecia contribuì significativamente alla conservazione dell’unità della Fede e della comunione ecclesiale tra Oriente e Occidente. Nel secondo millennio, invece, si impegnò con particolare intensità nella difesa dell’Ortodossia contro le pressioni esercitate sia dalla propaganda uniate romano-cattolica sia dalle missioni protestanti, oltre che contro le difficoltà derivanti dalla lunga dominazione ottomana. In tale contesto, la Chiesa preservò l’integrità della Fede ortodossa e mantenne salda la coesione spirituale del proprio popolo.
Oggi, questa lunga esperienza storica rappresenta per la Chiesa di Grecia un prezioso patrimonio spirituale e culturale, ma anche il fondamento della sua missione contemporanea. Liberata dalle più pesanti interferenze politiche del passato, la Chiesa cerca di confrontarsi con le sfide della moderna società secolarizzata, proponendo una testimonianza spirituale credibile sia ai fedeli sia al mondo contemporaneo. Seguendo l’esempio dell’Apostolo Paolo, essa continua a impegnarsi nell’adattamento pastorale del messaggio evangelico alle esigenze spirituali dell’uomo contemporaneo, mantenendo al tempo stesso la fedeltà alla Tradizione ortodossa ricevuta dagli Apostoli e dai Padri della Chiesa.
L’attuale Primate della Chiesa di Grecia è Ieronymos II di Atene (al secolo Ioannis Liapis, nato a Oinofyta il 30 marzo 1938), eletto Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia il 7 febbraio 2008. Egli rappresenta il ventesimo primate della Chiesa di Grecia dall’epoca della proclamazione dell’autocefalia ecclesiastica nel XIX secolo.
In qualità di Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, Ieronymos II occupa la posizione di presidente del Santo Sinodo della Gerarchia, che costituisce il supremo organo istituzionale e amministrativo della Chiesa greca. Inoltre, presiede anche il Santo Sinodo Permanente, organismo incaricato della gestione ordinaria degli affari ecclesiastici e dell’attuazione delle decisioni sinodali. Il suo ministero si colloca nel solco della tradizione ecclesiastica ortodossa greca, caratterizzata dalla stretta collaborazione tra dimensione pastorale, responsabilità sinodale e testimonianza pubblica della Chiesa nella società contemporanea.
LE METROPOLIE DI DODECANESO
Il Dodecaneso è un complesso insulare del Mar Egeo sud-orientale costituito da numerose isole, isolotti e scogli appartenenti al territorio della Grecia, situati nello spazio marittimo compreso tra Samo, Creta, le Cicladi e le coste dell’Asia Minore. Il nome «Dodecaneso» (“dodici isole”) si riferisce storicamente alle principali isole dell’Arcipelago, pur comprendendo in realtà un numero molto maggiore di territori insulari.
L’assetto amministrativo unitario del Dodecaneso si consolidò durante la dominazione italiana, quando le isole furono organizzate nella colonia delle Isole Italiane dell’Egeo. L’amministrazione italiana, instaurata dopo la guerra italo-turca del 1912, lasciò un’impronta significativa sul piano urbanistico, amministrativo e infrastrutturale, soprattutto nelle principali città dell’Arcipelago.
Dopo il ritiro italiano conseguente alla Seconda Guerra Mondiale, le isole passarono temporaneamente sotto Amministrazione britannica con il nome di «Amministrazione Militare del Dodecaneso», per poi essere riorganizzate come «Amministrazione Generale del Dodecaneso». Nel 1948 il Dodecaneso fu ufficialmente incorporato nello Stato greco, completando così il processo di unificazione territoriale della Grecia moderna. Successivamente venne istituita la Prefettura del Dodecaneso, che rimase attiva fino alla riforma amministrativa dello Stato greco e all’introduzione del sistema delle regioni amministrative. Oggi il Dodecaneso appartiene alla Regione dell’Egeo Meridionale e, dal punto di vista geografico, costituisce una delle principali suddivisioni dell’Egeo greco.
Il periodo della dominazione italiana nel Dodecaneso, sebbene relativamente breve dal punto di vista cronologico, rappresentò una delle fasi più delicate e critiche dell’intera storia moderna dell’Arcipelago. Il nuovo potere occupante si distingueva profondamente dal precedente dominio ottomano, non soltanto sul piano politico e amministrativo, ma anche sotto il profilo culturale, religioso e ideologico. Le autorità italiane perseguirono infatti una sistematica politica di assimilazione, finalizzata alla progressiva alterazione della coscienza nazionale greca dei Dodecanesini e all’indebolimento della loro tradizione ortodossa, con l’obiettivo ultimo di garantire l’integrazione definitiva delle isole nello Stato italiano.
Secondo la percezione della popolazione locale e della gerarchia ecclesiastica ortodossa, tale progetto avrebbe potuto realizzarsi soltanto attraverso due processi complementari: la snazionalizzazione ellenica degli abitanti e il loro progressivo avvicinamento alla Chiesa Cattolica Romana. In questo contesto, la politica italiana cercò di limitare il ruolo storico della Chiesa Ortodossa, considerata uno dei principali pilastri dell’identità greca del Dodecaneso.
Durante il precedente periodo ottomano, infatti, la Chiesa aveva esercitato una funzione non soltanto religiosa, ma anche etnarchica, fungendo da guida spirituale, culturale e nazionale della popolazione cristiana ortodossa. Le autorità italiane contestarono apertamente questo ruolo tradizionale, tentando di confinare la Chiesa esclusivamente nell’ambito cultuale e pastorale, privandola delle sue prerogative sociali, educative e comunitarie. Di fronte a tali sviluppi, la lotta della gerarchia ortodossa si concentrò soprattutto sulla difesa dei privilegi e delle libertà ecclesiastiche ereditate dal periodo precedente. La Chiesa comprese infatti che la rinuncia a tali diritti avrebbe lasciato il popolo esposto alle politiche assimilatrici del nuovo regime, con il rischio di una graduale perdita sia della coscienza ecclesiale ortodossa sia dell’identità nazionale greca. Parallelamente, la rivendicazione dell’unione del Dodecaneso con la Grecia costituì uno degli elementi centrali della vita politica e sociale dell’Arcipelago durante tutto il periodo della dominazione italiana. Tale aspirazione influenzò profondamente gli sviluppi ecclesiastici e i rapporti tra la popolazione locale e le autorità coloniali.
Un ruolo particolarmente significativo ebbe inoltre la questione del cosiddetto «Autocefalo», ossia il progetto di distacco ecclesiastico delle diocesi del Dodecaneso dalla giurisdizione del Patriarcato Ecumenico. Tale problematica provocò tensioni profonde e durature nella società dodecanesina, generando divisioni interne, conflitti politici ed ecclesiastici e lasciando ferite particolarmente dolorose nel corpo religioso e nazionale delle isole.
Alla fine del XIX secolo, Italia intraprese una progressiva politica di espansione coloniale, inizialmente rivolta verso l’Africa orientale. In questo contesto furono occupate Eritrea (1890) e Somalia (1889), territori che successivamente sarebbero stati utilizzati come basi strategiche per la conquista dell’Etiopia nel 1935-1936. Parallelamente, il progressivo indebolimento dell’Impero Ottomano spinse l’Italia a inserirsi nella competizione tra le grandi potenze europee per il controllo dei territori ottomani.
Nel quadro della Guerra italo-turca (1911-1912), l’Italia dichiarò guerra alla Turchia e il 5 novembre 1911 procedette all’annessione della Tripolitania e della Cirenaica, corrispondenti all’attuale Libia. In tale contesto strategico si colloca anche l’occupazione del Dodecaneso, considerato un importante punto di controllo nel Mediterraneo orientale. Le operazioni militari italiane nelle isole egee si svolsero rapidamente sotto il comando del generale Giovanni Ameglio (1854-1918). Il 26 aprile 1912 venne occupata Astypalea; seguirono Chalki l’8 maggio, quindi Tilos, Leros, Patmos e Kalymnos il 12 maggio, mentre entro la fine dello stesso mese furono occupate anche Karpathos e le altre isole dell’Arcipelago. Particolarmente significativa fu l’occupazione di Rodi, avvenuta il 4 maggio 1912. Una parte considerevole della popolazione accolse inizialmente gli Italiani come liberatori, vedendo in essi dei correligionari cristiani che avrebbero potuto porre fine al dominio ottomano. Le truppe italiane, circa 15.000 uomini, sbarcarono nella zona di Kalythies, nei pressi dell’attuale Faliraki, entrando successivamente nella città di Rodi con l’appoggio degli abitanti locali, attraverso la zona di Rodini fino alla Chiesa di Sant’Anastasia.
Il giorno seguente, il 5 maggio 1912, il generale Ameglio pubblicò un Proclama rivolto agli abitanti del Dodecaneso, nel quale prometteva rispetto per «le leggi e le usanze del mondo civile» e presentava l’occupazione italiana come un’azione temporanea e liberatrice. Anche il metropolita di Rodi Beniamino (1912-1913), futuro Patriarca Ecumenico Beniamino I (1936-1946), incontrò Ameglio, il quale lo rassicurò affermando che, al termine della guerra italo-turca, le isole avrebbero ottenuto un regime autonomo analogo a quello di Samo, aggiungendo che «il Turco non sarebbe mai più ritornato».
Tuttavia, ben presto emersero le reali intenzioni del governo italiano e apparve evidente che l’occupazione del Dodecaneso non aveva carattere provvisorio. Le autorità coloniali iniziarono gradualmente a imporre restrizioni che suscitarono il malcontento della popolazione greco-ortodossa. Furono proibiti gli addobbi con bandiere nelle chiese, così come alcune manifestazioni pubbliche della tradizione religiosa e nazionale greca, tra cui la cerimonia dell’immersione della Santa Croce durante la festa dell’Epifania del 6 gennaio 1913. Tali provvedimenti alimentarono rapidamente la sfiducia nei confronti dell’Amministrazione italiana e segnarono l’inizio di un lungo periodo di tensioni tra le autorità occupanti e la popolazione del Dodecaneso.
La prima significativa reazione della popolazione di Rodi nei confronti dell’occupazione italiana si manifestò attraverso l’iniziativa del Consiglio degli Anziani (Dimogerontia), che si rivolse al Patriarcato Ecumenico chiedendo il richiamo del Metropolita Beniamino di Rodi, ritenuto eccessivamente favorevole alla presenza italiana. Tale episodio rappresentò il primo momento di crisi nei rapporti tra la gerarchia ecclesiastica locale e il popolo del Dodecaneso durante il periodo della dominazione italiana. Non è possibile stabilire con certezza quale fosse il reale atteggiamento del Metropolita Beniamino nei confronti delle autorità italiane; tuttavia, la richiesta del suo richiamo segnò una profonda frattura tra parte della popolazione e i vertici ecclesiastici. Questo precedente avrebbe avuto conseguenze rilevanti negli anni successivi, contribuendo ad alimentare diffidenze e tensioni nei rapporti tra il clero superiore e il popolo dodecanesino.
A Beniamino succedette Apostolos I Tryfonos (1913-1946), allora Primo secretario del Santo e Sacro Sinodo del Patriarcato Ecumenico. La sua elezione rappresentò un tentativo di ristabilire l’equilibrio ecclesiastico e di rafforzare il legame tra la Chiesa locale e il Patriarcato Ecumenico. Apostolos giunse a Rodi il 1º aprile 1914, durante la Settimana Santa, circa dieci mesi dopo la sua elezione. Il ritardo nel suo insediamento fu dovuto principalmente all’atteggiamento ostile delle autorità italiane, irritate dal richiamo del precedente Metropolita. Il governo italiano, infatti, si mostrava riluttante ad accogliere un nuovo Metropolita inviato direttamente dal Patriarcato Ecumenico, poiché temeva il rafforzamento dell’influenza ecclesiastica e nazionale greca nelle isole occupate. La situazione si risolse soltanto grazie alla mediazione di Serafimov, rappresentante dell’ambasciata russa a Costantinopoli, il quale favorì un incontro tra Apostolos I e l’ambasciatore italiano. Attraverso tale intervento diplomatico fu possibile superare le resistenze delle autorità coloniali e permettere finalmente l’ingresso del nuovo Metropolita nell’isola.
L’arrivo di Apostolos I fu accolto con grande entusiasmo dalla popolazione ortodossa di Rodi. Egli si impegnò immediatamente nell’affrontare le difficili questioni ecclesiastiche, che affondavano anche gli altri metropoliti del Dodecaneso, nazionali e sociali sorte nel nuovo contesto politico del Dodecaneso sotto l’Amministrazione italiana, cercando di difendere i diritti della Chiesa e di preservare l’identità religiosa e culturale greca degli abitanti dell’Arcipelago.
Uno degli avvenimenti più significativi del periodo della dominazione italiana nel Dodecaneso fu rappresentato dalle grandi manifestazioni del Pasqua del 1919, durante le quali la popolazione espresse apertamente la propria richiesta di unione con la Grecia. Tali eventi costituirono una delle più importanti manifestazioni collettive della coscienza nazionale greca degli abitanti delle isole sotto il dominio italiano. L’iniziativa del Movimento partì dalla Metropolia di Rodi, dove si riunirono segretamente rappresentanti di Rodi e delle altre isole residenti nel capoluogo, con lo scopo di organizzare in maniera coordinata le manifestazioni popolari. Un ruolo centrale ebbe il Metropolita Apostolos I, il quale dimostrò notevole prudenza e capacità organizzativa nel dirigere l’intera iniziativa. Fu deciso di redigere una petizione ufficiale per l’unione del Dodecaneso con la Grecia e di raccogliere le firme della popolazione all’interno delle chiese delle varie isole. L’operazione fu condotta con tale discrezione ed efficienza che la polizia italiana, pur sospettando l’esistenza di un Movimento organizzato, non riuscì a effettuare arresti preventivi né a impedire la raccolta delle firme.
Secondo il piano stabilito, il testo del plebiscito sarebbe stato proclamato pubblicamente il giorno di Pasqua, il 7 aprile 1919. In tutte le isole del Dodecaneso si svolsero allora imponenti manifestazioni popolari, alle quali parteciparono migliaia di persone. Le processioni erano guidate dagli exapteryga (ventagli liturgici), dalle icone sacre e dal clero in abiti liturgici solenni, mentre il popolo proclamava apertamente il proprio desiderio di unirsi alla «Madrepatria» greca.
Gli avvenimenti ebbero tuttavia un esito drammatico. Le tensioni con le autorità italiane degenerarono dopo la celebrazione dei Vespri pasquali e portarono a repressioni e arresti. Nel villaggio di Paradeisi – allora chiamato Villanova – furono uccisi il sacerdote Loukas Oikonomos e una donna innocente del luogo, Anthoula Zervou. Tali episodi contribuirono ad accrescere ulteriormente il sentimento antitaliano della popolazione.
Le manifestazioni del 1919 ebbero vasta eco sia in Grecia sia a livello internazionale. La pressione diplomatica e politica derivante da tali eventi contribuì alla conclusione dell’Accordo Tittoni-Venizelos, firmato a Parigi il 29 luglio 1919 tra il Ministro degli Esteri italiano Tommaso Tittoni (1903-1905, 1906-1909, 1919) e il Primo ministro greco Eleftherios Venizelos (1910-1920, 1928-1932). In base a questo Accordo, l’Italia si impegnava a cedere il Dodecaneso alla Grecia, ad eccezione di Rodi, dove sarebbe stato organizzato un referendum entro cinque anni.
Tuttavia, l’Accordo non venne mai applicato. Il 22 luglio 1920 il nuovo Ministro degli Esteri italiano Carlo Sforza (1920-1921, 1947-1951) denunciò ufficialmente l’Accordo. Successivamente, il Trattato di Sèvres (1920) portò a un nuovo accordo, noto come Accordo Bonin-Venizelos, che confermava sostanzialmente le disposizioni dell’Accordo precedente, senza però riuscire a risolvere definitivamente la questione del Dodecaneso.
Dopo la Catastrofe dell’Asia Minore (1922), l’Italia denunciò gli Accordi precedentemente conclusi con la Grecia riguardo alla questione del Dodecaneso. Con il Trattato di Losanna (1923), la Turchia rinunciò formalmente ai propri diritti sulle isole del Dodecaneso in favore dell’Italia, consolidando così definitivamente la presenza italiana nell’Arcipelago. A partire da quel momento, il governo italiano avviò un sistematico programma di italianizzazione delle isole, volto non soltanto al controllo politico e amministrativo del territorio, ma anche alla trasformazione della coscienza nazionale e religiosa della popolazione locale. Tale politica si intensificò ulteriormente dopo l’ascesa del fascismo e la presa del potere da parte di Benito Mussolini il 28 ottobre 1922.
Nel febbraio 1923 il regime fascista nominò Mario Lago (1923-1936) Governatore generale del Dodecaneso. Durante il suo governo furono progressivamente attuate misure dirette all’assimilazione culturale e politica delle isole: inizialmente in modo moderato e diplomatico, successivamente in maniera sempre più aperta e coercitiva. In quel periodo, dopo il ritorno dall’esilio del Metropolita Apostolos I, il quadro ecclesiastico del Dodecaneso comprendeva il Metropolita di Rodi Apostolos I, il Metropolita di Karpathos e Kasos Germanos e il Metropolita di Leros e Kalymnos Apostolos, mentre la Metropolia di Kos rimaneva vacante sotto l’amministrazione dell’archimandrita Filemone.
Sebbene la Chiesa Ortodossa continuasse formalmente a essere riconosciuta dallo Stato italiano, essa perse gradualmente i privilegi e le competenze di cui aveva goduto durante il periodo ottomano. Il Metropolita cessò di essere presidente delle comunità locali e dell’istruzione pubblica. Furono progressivamente abolite istituzioni tradizionali come la Demogerontia, l’Eforia e i tribunali misti, che in precedenza erano presieduti dal Metropolita e regolavano questioni civili ed ecclesiastiche, quali divorzi, successioni ereditarie e controversie familiari. Le competenze notarili dei vescovi furono trasferite ai notai civili e agli uffici dello stato civile italiano. I membri del clero vennero limitati esclusivamente alle loro funzioni spirituali e si stabilì che i sacerdoti dovessero essere esclusivamente originari del Dodecaneso. Fu inoltre vietata la nomina di ecclesiastici provenienti dalla Grecia, dalla Turchia o dall’Egitto, nel tentativo di interrompere ogni legame culturale ed ecclesiastico con il resto dell’ellenismo.
All’interno di questa strategia rientrava anche il progetto di proclamare autocefala la Chiesa del Dodecaneso, separandola così dalla dipendenza canonica dal Patriarcato Ecumenico e riducendo ulteriormente l’influenza del mondo greco-ortodosso sulle isole. Parallelamente, il regime italiano promosse attivamente la presenza cattolica romana nell’Arcipelago. Fu istituita una Arcidiocesi latina del Dodecaneso, alla quale venne attribuita precedenza protocollare nelle cerimonie ufficiali. Monaci e monache italiani fondarono scuole, istituti educativi e opere filantropiche, divenendo strumenti della politica di italianizzazione. Tra le misure più controverse vi fu la promozione ufficiale dei matrimoni misti tra italiani cattolici e abitanti ortodossi del Dodecaneso. Tali unioni erano incentivate economicamente dalle autorità, poiché comportavano automaticamente la conversione al cattolicesimo romano e l’acquisizione della cittadinanza italiana e delle relative proprietà.
In questo contesto, la questione più delicata e conflittuale fu quella del cosiddetto «autocefalo» della Chiesa del Dodecaneso, attraverso il quale il regime fascista tentò di creare una struttura ecclesiastica separata dal Patriarcato Ecumenico e maggiormente controllabile dal potere politico italiano.
L’iniziativa prese formalmente avvio attraverso un Memorandum inviato dal governatore Mario Lago al Metropolita di Rodi, nel quale si sosteneva la necessità che la Chiesa del Dodecaneso fosse proclamata autocefala, così da acquisire, secondo la formulazione ufficiale italiana, una maggiore «indipendenza d’iniziativa». Le trattative iniziarono durante il pontificato del Patriarca Ecumenico Gregorio VII (1923-1924) e coinvolsero l’Ambasciata italiana a Costantinopoli, il Patriarcato Ecumenico, il Metropolita di Rodi Apostolos I e l’Amministrazione italiana dell’isola. Successivamente furono avviati contatti anche con i metropoliti di Karpathos e di Kalymnos. Il primo era appena rientrato da Castellorizo, dove era stato confinato in esilio.
Uno degli argomenti principali utilizzati dall’Italia a sostegno dell’autocefalia era il precedente della Chiesa di Grecia e della Chiesa di Cipro, quest’ultima allora sotto Amministrazione britannica. Secondo le autorità italiane, anche il Dodecaneso avrebbe dovuto seguire un analogo percorso di autonomia ecclesiastica. Non appena informato delle trattative, il Ministero degli Esteri greco intervenne tramite il consolato, impartendo precise istruzioni ai metropoliti del Dodecaneso. Essi avrebbero dovuto chiarire che la concessione dell’autocefalia nella tradizione ortodossa presuppone normalmente la liberazione politica di un popolo ortodosso e una richiesta congiunta dello Stato e della Chiesa locale al Patriarcato Ecumenico. Nel caso del Dodecaneso, invece, si trattava di un territorio sottoposto a occupazione straniera, circostanza che rendeva ecclesiologicamente e canonicamente problematica l’iniziativa italiana.
Il Metropolita Apostolos I rispose alle pressioni del governatore Lago sottolineando di non poter prendere decisioni unilateralmente, poiché non rappresentava da solo l’intero episcopato del Dodecaneso. Furono quindi convocati a Rodi anche gli altri metropoliti delle isole: il metropolita di Karpathos, quello di Kalymnos, l’Archimandrita Filemone da Kos e l’egumeno del monastero di Patmos. Le discussioni con l’Amministrazione italiana portarono alla formulazione di una proposta secondo la quale l’eventuale autocefalia sarebbe stata accettabile soltanto a condizione che fossero preservati i privilegi ecclesiastici tradizionali. Si prevedeva inoltre la costituzione di un Santo Sinodo locale composto da quattro metropoliti e dall’egumeno di Patmos, sotto la presidenza del Metropolita di Rodi.
Per proseguire le trattative fu inviata a Costantinopoli una delegazione composta dai metropoliti di Rodi e di Kalymnos e dall’interprete personale di Mario Lago, Pietro Mankouzos. I negoziati fecero alcuni progressi, ma furono improvvisamente interrotti dalla morte del Patriarca Gregorio VII, evento che costrinse i metropoliti a rientrare nelle rispettive sedi. Successivamente furono eletti Costantino VI di Costantinopoli (1924-1925) e, dopo i noti eventi politici ed ecclesiastici dell’epoca, Basilio III di Costantinopoli (1925-1929). Le trattative ripresero e i tre metropoliti del Dodecaneso furono nuovamente convocati nella capitale ottomana.
Nel corso delle discussioni furono esaminati i dettagli della possibile organizzazione ecclesiastica autonoma. La Commissione patriarcale, in collaborazione con i rappresentanti dell’Ambasciata italiana e dell’Amministrazione di Mario Lago, elaborò infine un Rapporto ufficiale. Tale documento, tenendo conto dell’intransigenza mostrata dall’Italia – rappresentata soprattutto da P. Mancuso – cercava di salvaguardare almeno in parte il tradizionale regime privilegiato della Chiesa del Dodecaneso, pur in un contesto di forte pressione politica e diplomatica da parte del governo fascista.
Tutto sembrava ormai pronto per la firma del Tomo di autocefalia della Chiesa del Dodecaneso, quando intervenne un evento inatteso: la morte del Patriarca Basilio III di Costantinopoli. Il suo successore, Fozio II di Costantinopoli (1929-1935), eletto il 7 ottobre 1929, adottò una posizione più prudente e pose come condizione preliminare per la concessione dell’autocefalia la consultazione diretta della popolazione del Dodecaneso attraverso un referendum. Tale richiesta risultò inaccettabile per l’Amministrazione italiana, poiché un pronunciamento popolare avrebbe probabilmente espresso il netto rifiuto della separazione dal Patriarcato Ecumenico e confermato la fedeltà religiosa e nazionale dei Dodecanesini all’ellenismo ortodosso. Di conseguenza, il progetto italiano di autocefalia fallì temporaneamente.
L’iniziativa italiana incontrò inoltre opposizioni provenienti da diversi ambienti ecclesiastici e nazionali. Sebbene la questione fosse stata momentaneamente sospesa dalla risposta del Patriarca Fozio II, essa non venne mai definitivamente abbandonata. Le autorità italiane continuarono infatti ad attendere circostanze politiche più favorevoli per riproporre il progetto o imporlo unilateralmente, orientandosi progressivamente verso una possibile soluzione di carattere uniate, cioè una struttura ecclesiastica formalmente orientale ma sottoposta all’influenza della Chiesa Romana. Nel tentativo di favorire tale evoluzione, il governo italiano continuò a concedere privilegi e facilitazioni ai metropoliti locali, cercando di ottenere il loro consenso o almeno la loro neutralità.
Nel giugno del 1934 si riunirono a Rodi il Metropolita di Rodi Apostolos I, il Metropolita di Karpathos Germanos, il Metropolita di Kalymnos Apostolos, il Commissario patriarcale di Kos, l’archimandrita Filemone, e l’egumeno del Monastero di Patmos, Teofilo. La riunione si svolse presso il monastero del Profeta Elia, dove fu deciso di inviare un memorandum al Patriarcato Ecumenico contenente l’implicita minaccia di dimissioni collettive qualora la questione ecclesiastica del Dodecaneso non fosse stata rapidamente risolta.
Prima ancora di ricevere una risposta ufficiale dal Patriarcato, i metropoliti presentarono effettivamente le loro dimissioni. Parallelamente, sacerdoti e notabili delle comunità locali furono invitati a firmare un documento indirizzato al Patriarcato, con il quale si chiedeva di non accettare tali dimissioni. Tale iniziativa mirava a creare l’impressione che il popolo sostenesse spontaneamente una soluzione autocefala. Per rafforzare ulteriormente questa immagine di apparente spontaneità popolare, i capi ecclesiastici si trasferirono nel celebre monastero di Panormitis, sull’isola di Symi, in attesa della risposta patriarcale. Tuttavia, la reazione della popolazione fu immediata e fortemente negativa. In tutto il Dodecaneso si manifestò un vasto movimento di opposizione all’autocefalia imposta dall’Italia, culminato nei violenti disordini di Kalymnos, dove la protesta popolare sfociò in una sassaiola contro i promotori dell’iniziativa. Alla fine, il progetto autocefalista naufragò definitivamente. Il fallimento dell’operazione provocò però un ulteriore irrigidimento della politica italiana nei confronti della Chiesa Ortodossa e delle istituzioni scolastiche greche del Dodecaneso.
In questo difficile contesto, oltre alla Chiesa Ortodossa, divenne punto di riferimento dell’ellenismo locale anche il consolato greco, grazie all’opera di figure di rilievo come il console Dimitrios Papas e il viceconsole, il medico rodiota N. Karagiannis, che sostennero moralmente e politicamente la popolazione greca delle isole durante il periodo della dominazione fascista italiana.
Dopo il fallimento del progetto italiano di autocefalia della Chiesa del Dodecaneso e con l’inizio della II Guerra Mondiale, le difficoltà per la popolazione delle isole si intensificarono ulteriormente. In un contesto segnato da repressioni politiche, privazioni economiche e crescente instabilità, la Chiesa Ortodossa cercò di sostenere il popolo del Dodecaneso attraverso molteplici forme di assistenza spirituale, sociale e morale.
La situazione mutò radicalmente soltanto dopo la liberazione delle isole dall’occupazione nazista e la loro ufficiale unione con la Grecia nel 1948, evento che inaugurò una nuova fase nella storia ecclesiastica e nazionale del Dodecaneso.
Nel periodo immediatamente successivo si verificarono importanti cambiamenti all’interno della gerarchia ecclesiastica locale. Si ebbero infatti le dimissioni dei metropoliti di Rodi e di Kalymnos, mentre il Metropolita di Karpathos, Germanos, morì, profondamente provato dalle sofferenze, dalle persecuzioni e dalle privazioni affrontate durante gli anni dell’occupazione italiana.
Con l’elezione di nuovi metropoliti, le metropolie del Dodecaneso entrarono in una nuova epoca, come diocesi appratenti direttamente al Patriarcato Ecumenico. Tuttavia, la memoria storica riconobbe progressivamente che coloro i quali avevano sostenuto il peso delle persecuzioni e delle difficoltà durante la dominazione italiana furono spesso giudicati con eccessiva severità. Molti di essi, pur coinvolti nelle drammatiche tensioni ecclesiastiche e politiche del tempo, agirono in condizioni estremamente difficili e si sacrificarono sinceramente per il bene del proprio popolo. Al di là delle singole figure e delle inevitabili controversie storiche, appare evidente che la Chiesa del Dodecaneso seppe rispondere alle esigenze del momento storico, divenendo un autentico punto di riferimento spirituale e nazionale per la popolazione greca delle isole. In nessun altro periodo della sua storia moderna la Chiesa svolse probabilmente un ruolo tanto centrale quanto durante la fase dell’italianizzazione del Dodecaneso, quando essa si trasformò, per il popolo locale, in una vera e propria «arca di salvezza», custode della Fede ortodossa, della lingua greca e dell’identità nazionale ellenica.
Alla Grecia appartiene anche la Chiesa semi-autonoma di Creta (vedi)

