Chiesa di Cipro
LA CHIESA DI CIPRO
Secondo quanto attestato negli Atti degli Apostoli, gli abitanti di Cipro furono tra i primi ad accogliere il cristianesimo e a diffonderlo al di fuori di Gerusalemme. Tra questi si annoverano Barnaba, originario dell’isola, e suo cugino Giovanni Marco, entrambi protagonisti della prima espansione missionaria.
Intorno all’anno 45 d.C., Paolo Apostolo, insieme a Barnaba e Marco, evangelizzò l’isola: essi approdarono a Salamina e attraversarono l’intero territorio fino a Pafos, predicando il Vangelo. In questa città si verificò un evento di particolare rilievo, ossia la conversione del proconsole romano Sergio Paolo (At 13, 6-12), considerato il primo alto funzionario imperiale ad abbracciare ufficialmente la Fede cristiana. Intorno al 50 d.C., Barnaba fece ritorno a Cipro con Marco e, stabilitosi a Salamina, continuò a sostenere la diffusione del cristianesimo nelle principali città e comunità dell’isola. Tradizionalmente considerato il primo arcivescovo di Cipro, Barnaba subì il martirio per lapidazione nel 57 d.C., nei pressi di Salamina, dove ancora oggi è venerato il suo sepolcro.
Durante la permanenza apostolica, furono istituiti diversi centri episcopali. Tra questi primi vescovi dell’isola si distingue Lazzaro di Betania, il quale, secondo la tradizione, giunse a Cipro a seguito delle persecuzioni e fu ordinato vescovo di Kition. Analogamente, Eraclidio fu costituito vescovo di Tamaso. Insieme ad altri vescovi – quali Tichico, Filagrio, Filonide, Mnason, Rodon, Auxibio e Teodoto – e a numerosi collaboratori apostolici, essi contribuirono in modo determinante alla diffusione e al consolidamento della fede cristiana sull’isola. Molti di questi testimoni, insieme ad altri come Atanasio, Demetriano, Didimo e Nemesio, subirono il martirio durante le persecuzioni, confermando con il sangue la loro fede.
La Chiesa di Cipro partecipò attivamente anche alle controversie dottrinali della Chiesa antica, prendendo parte agli sforzi contro le eresie. Essa fu rappresentata nei principali Concili Ecumenici da vescovi di grande rilievo. Tra questi si ricordano, per il I Concilio (Nicea, 325), i vescovi Cirillo (o Ciriaco) di Pafos, Gelasio di Salamina e Spiridione di Trimitonte; per il II Concilio (Costantinopoli, 381), Giulio di Pafos e Teopompo; per il III Concilio Ecumenico (Efeso, 431), l’arcivescovo Regino di Costanzia; e per il IV Concilio Ecumenico (Calcedonia, 451), l’arcivescovo Olimpio e altri vescovi ciprioti. Anche nei successivi Concili, tra cui il VI Concilio Ecumenico (II Costantinopoli 553) e VII Concilio Ecumenico (II Nicea, 787), la presenza della Chiesa cipriota rimase significativa, a testimonianza del suo ruolo attivo nella difesa dell’Ortodossia.
Verso la fine del IV secolo, il cristianesimo risultava ormai pienamente radicato in tutta l’isola di Cipro. Tra le figure più rappresentative di questo periodo emerge Epifanio Arcivescovo di Salamina dal 367 al 403 (in seguito denominata Costanza), noto per la sua erudizione, la profondità teologica e il suo fermo impegno nella difesa della Fede.
La Chiesa di Cipro si annovera tra le più antiche Chiese autocefale. Quando il vescovo di Antiochia tentò di limitarne l’autonomia, i vescovi ciprioti ricorsero al III Concilio Ecumenico, il quale, attraverso l’ottavo canone, confermò ufficialmente la sua Autocefalia, sancendo un principio fondamentale per l’organizzazione ecclesiastica della regione.
Un evento di particolare rilievo si verificò nel 478, quando l’arcivescovo Antemio di Cipro (III-IV sec.), secondo la tradizione in seguito a una visione, rinvenne la tomba e le reliquie di Barnaba. Sul petto dell’Apostolo fu trovata una copia del Vangelo secondo Matteo, che venne offerta all’imperatore dell’Impero Romano d’Oriente Zenone (474-475, 476-491). In segno di riconoscimento, l’imperatore concesse all’Arcivescovo di Cipro tre privilegi distintivi: il diritto di firmare con inchiostro rosso, di indossare il mandyas color porpora durante le celebrazioni liturgiche e di portare uno scettro imperiale in luogo del pastorale.
Durante le incursioni arabe tra il VII e il IX secolo, la Chiesa cipriota subì gravi devastazioni: importanti centri urbani quali Costanza, Kourion e Pafos furono distrutti. Per garantire la sicurezza della popolazione, l’Arcivescovo, con il sostegno dell’imperatore Giustiniano II (685-695), trasferì parte degli abitanti nella regione di Cizico, presso l’Ellesponto, dove fu fondata la cosiddetta “Nuova Giustiniana”. Il Concilio in Trullo (692) riconobbe ufficialmente questa nuova sede e confermò i diritti e i privilegi della Chiesa di Cipro. Dopo la cessazione delle incursioni arabe, nel 698 l’Arcivescovo e il suo gregge fecero ritorno nell’isola, mantenendo da allora il titolo di «Nuova Giustiniana e di tutta Cipro», a testimonianza della continuità storica e istituzionale della Chiesa cipriota.
In questo periodo si registrò una significativa rinascita della Chiesa di Cipro, caratterizzata dalla ricostruzione delle città e delle comunità, dal ripristino dei templi distrutti, dal consolidamento della Fede cristiana e dallo sviluppo della vita monastica. Tale fase di prosperità fu tuttavia interrotta dalla conquista dell’isola da parte dei Franchi e dai Veneziani (1192-1571), i quali imposero una nuova organizzazione ecclesiastica.
In seguito alla dominazione latina, l’Arcivescovo e i vescovi ortodossi furono espulsi dalle loro sedi, che vennero occupate dalla gerarchia cattolica. La Chiesa Ortodossa cipriota perse così gran parte della propria autonomia, poiché le autorità latine intervenivano direttamente nelle elezioni dei vescovi e degli egumeni. Le quattordici diocesi ortodosse furono ridotte a quattro, in conformità alla struttura della Chiesa latina. Questa situazione suscitò una forte reazione da parte del clero e del popolo. La Chiesa Ortodossa di Cipro si trovò a subire persecuzioni non più da parte di pagani, ma da cristiani appartenenti a un’altra confessione. Un episodio emblematico fu il martirio dei tredici monaci del monastero di Kantara nel 1231, evento che suscitò profonda commozione nel mondo ortodosso. Nonostante persecuzioni, pressioni e confische dei beni ecclesiastici, la Fede Ortodossa rimase saldamente radicata tra la popolazione cipriota. Pertanto, con la fine del dominio franco, la Chiesa Ortodossa riacquistò il proprio ruolo di principale autorità religiosa sull’isola.
Successivamente, i Franchi furono sostituiti dal dominio dell’Impero Ottomano. L’Impero Ottomano, sotto il sultano Selim II (1566-1574), conquistò Cipro sottraendola alla Repubblica di Venezia, che la governava dal 1489. In una fase iniziale, al fine di consolidare il proprio potere, le autorità ottomane restituirono alla Chiesa Ortodossa una parte significativa dei suoi privilegi, delle diocesi, dei monasteri e dei beni confiscati. L’Arcivescovo fu riconosciuto non solo come guida spirituale, ma anche come rappresentante politico e nazionale della comunità cristiana cipriota.
Tuttavia, il dominio ottomano comportò nuove difficoltà: la popolazione visse in condizioni di insicurezza e oppressione, e alcuni fedeli furono costretti a convertirsi all’Islam o a emigrare. In tale contesto, la Chiesa svolse un ruolo fondamentale di sostegno, trasformando i luoghi di culto anche in centri di educazione e di conservazione dell’identità nazionale. Gli arcivescovi e i metropoliti, attraverso un’azione improntata a prudenza e discernimento, riuscirono a garantire la sopravvivenza del popolo cristiano greco di Cipro, sostenendolo sia sul piano spirituale sia su quello sociale per tutta la durata della dominazione ottomana.
Gli Ottomani, con una politica accorta, sfruttavano il ruolo dei capi della Chiesa di Cipro: riconoscendoli come leader nazionali del popolo, li rendevano anche responsabili della riscossione delle imposte e del mantenimento dell’ordine nell’isola. Il primo Arcivescovo ufficialmente riconosciuto dalla Sublime Porta come capo etnico fu Niceforo di Cipro (1644-1674), nel 1660. Tuttavia, gli stessi gerarchi rimanevano esposti all’arbitrio del potere ottomano: potevano essere deposti, esiliati o persino uccisi tramite decreti imperiali (firmani).
Nonostante ciò, la gerarchia cipriota non cessò di operare, spesso in segreto, per la liberazione del popolo. Arcivescovi come Timoteo (1572-1579/1589), Beniamino (1600/1601-1604), Cristodulo I (1607- giugno o agosto 1636, agosto o settembre 1640-1641) e Niceforo (1644-1674) cercarono appoggi presso sovrani europei, come i re di Spagna e i duchi di Savoia, nel tentativo di liberare l’isola. Parallelamente, i vescovi si impegnavano a ridurre il peso fiscale e a proteggere i fedeli dalle ingiustizie e dalle persecuzioni.
Il culmine delle sofferenze si ebbe con il martirio dell’Arcivescovo Cipriano di Cipro (30 ottobre 1810-9 luglio 1821) e di altri importanti esponenti del clero e della società, tra cui i metropoliti Crisanto di Pafos (c. 1770-9 luglio 1821), Melezio II di Kition (1810-1821) e Lorenzo di Kyrenia (1816-1821), insieme a numerosi monaci e laici. Questo episodio rappresentò uno dei momenti più tragici della storia del cristianesimo cipriota sotto il dominio ottomano.
La dominazione ottomana terminò nel 1878, quando Cipro passò sotto amministrazione britannica. La popolazione e la Chiesa accolsero con entusiasmo questo cambiamento, sperando in una futura liberazione completa. In effetti, durante il periodo britannico si registrarono miglioramenti nell’ordine pubblico, nella sicurezza e nello sviluppo dell’istruzione e della vita sociale. Tuttavia, anche il nuovo potere non fu privo di interferenze: le autorità britanniche introdussero talvolta restrizioni nella gestione della Chiesa, nell’istruzione e in altri ambiti della vita nazionale, economica e culturale del popolo cipriota.
Nel 1914 il governo del Regno Unito procedette all’annessione di Cipro, dichiarandola ufficialmente colonia nel marzo del 1925. La popolazione greca dell’isola comprese progressivamente l’intento britannico di consolidare un dominio stabile e duraturo; ne conseguì l’avvio di una mobilitazione organizzata per la liberazione nazionale, nella quale la Chiesa di Cipro assunse un ruolo guida. In tale contesto si colloca la rivolta del 1931, repressa con durezza dalle autorità coloniali: i metropoliti Nicodemo di Kition (1918-1937) e Macario di Kyrenia (1917-1947) furono esiliati insieme ad altri esponenti della società cipriota, mentre all’arcivescovo Cirillo III di Cipro (1916-1933) e al metropolita Leontios di Pafos (1930-1947) furono imposte severe restrizioni.
Alla morte dell’Arcivescovo nel 1933, la Chiesa cipriota rimase priva di guida effettiva, con un solo gerarca in carica – Leontios di Pafos – fino al 1946, quando furono revocate le limitazioni imposte dall’amministrazione britannica all’elezione dei vescovi e fu consentito il rientro dall’esilio del metropolita di Kyrenia Macario II. Il metropolita di Kition Nicodemo era nel frattempo deceduto in esilio nel 1937.
In seguito alla revoca delle restrizioni, fu costituita un Sinodo elettiva composta dai gerarchi locali e dal Metropolita Ioachim di Derkon (1931-1950) del Patriarcato Ecumenico. Nonostante, al termine delle trattative, se fosse giunti all’elezione di Leontios di Pafos alla Sede arcivescovile di Cipro, la sua morte, avvenuta appena trentasette giorni dopo, riaprì la questione della successione. In tale contesto, la componente politica di sinistra propose come candidato al Trono arcivescovile il metropolita Ioachim di Derkon, il quale si trovava ancora sull’isola e parve inizialmente disposto ad accettare la candidatura. Tuttavia, il Patriarcato Ecumenico intervenne richiamandolo, imponendogli così il rientro a Costantinopoli e impedendo di fatto la sua eventuale elezione. Un nuovo Sinodo, formata anche dai metropoliti Adamantios di Pergamo (1943-1958) e Massimo di Sardi (1946-1986), procedette a nuove elezioni, che portarono alla nomina di Macario II di Cipro (1948-1959) quale Arcivescovo, insieme ai metropoliti Cleopa di Pafos (1948-1951), Macario di Kition (1948-1950) e Cipriano di Kyrenia (1948-1973). Alla morte di Macario II nel 1950, fu eletto Arcivescovo Macario III di Cipro (1950-1977).
Dopo la ricostituzione del Sacro Sinodo, la Chiesa di Cipro avviò un ampio programma di riorganizzazione nei settori religioso, sociale, educativo e culturale. Nel 1949 fu fondata la Scuola Teologica “Apostolo Barnaba” per la formazione del clero; furono istituiti seminari, scuole catechetiche, associazioni religiose e organismi rappresentativi come il Consiglio etnarchico. Nel 1950, sotto la guida del metropolita di Kition e futuro arcivescovo Macario III, fu indetto un referendum nel quale la popolazione si espresse in larga maggioranza a favore dell’unione con la Grecia.
L’arcivescovo Macario III dedicò particolare attenzione al rinnovamento spirituale del clero e dei fedeli, al miglioramento delle condizioni economiche ecclesiastiche e allo sviluppo di istituzioni caritative, contribuendo al rafforzamento dell’identità nazionale. Parallelamente, organizzò in modo sistematico il movimento di liberazione dell’isola, sia sul piano interno sia su quello internazionale. Tale impegno sfociò nella lotta contro il dominio britannico (1955-1959), condotta sotto la sua guida politica e con la direzione militare di Georgios Grivas-Dighenis (1897-1974).
Dopo l’indipendenza di Cipro (1960), conseguita anche grazie al forte sostegno popolare, l’Arcivescovo Makarios III di Cipro assunse nello stesso anno anche la carica di Presidente della Repubblica. Attraverso la sua azione politica ed ecclesiale, caratterizzata da un profondo legame con il popolo e da una visione ampia e lungimirante, egli contribuì in modo significativo allo sviluppo del Paese, favorendo il rapido consolidamento di Cipro nel contesto degli Stati moderni.
Durante il suo pontificato, a seguito della rimozione dei metropoliti di Pafos, Kition e Kyrenia – motivata dalla loro opposizione al Primate – furono istituite due nuove circoscrizioni ecclesiastiche: la Metropolia di Lemessos, separata da Kition, e quella di Morphou, distaccata da Kyrenia. Il percorso di sviluppo dell’isola subì tuttavia una brusca interruzione a causa della crisi ecclesiastica del 1972-1973, del colpo di Stato del 15 luglio 1974 – sostenuto da fattori esterni – e della successiva invasione turca. A seguito di tali eventi, circa il 37% del territorio cipriota fu occupato e un terzo della popolazione fu costretto all’esodo.
Makarios III fece ritorno a Cipro nel dicembre 1974, condividendo con il suo popolo le difficoltà del momento e rafforzando la speranza collettiva. Il suo ritorno contribuì a sostenere gli sforzi di ricostruzione e a mantenere viva la prospettiva della liberazione dei territori occupati. Tuttavia, la divisione dell’isola, le sofferenze della popolazione, la perdita delle terre e la distruzione di numerosi luoghi sacri ebbero un forte impatto sulla sua salute. Dopo ripetuti attacchi cardiaci, egli morì il 3 agosto 1977.
Alla sua morte fu eletto arcivescovo Chrysostomos I di Cipro (1977-2006). Durante il suo pontificato, tra le principali iniziative, si annovera la redazione e l’approvazione, nel 1979, di un nuovo Statuto della Chiesa di Cipro, che sostituì quello precedente del 1914, contribuendo alla riorganizzazione istituzionale della Chiesa. Dopo la morte dell’arcivescovo di Cipro Crisostomo I di Cipro, il trono arcivescovile della Chiesa di Cipro rimase vacante fino all’elezione del suo successore. Nuovo arcivescovo di Cipro fu eletto il Metropolita di Pafos Crisostomo II (2006–2022).
Attualmente, l’arcivescovo di Cipro è Georgios (al secolo Georgios Papachrysostomou, nato ad Athienou il 25 maggio 1949). Dal 2022 egli è Primate della Chiesa di Cipro e porta il titolo di «Arcivescovo della Nuova Giustiniana e di tutta Cipro», occupando una posizione di primato d’onore tra gli arcivescovi delle Chiese autocefale. In precedenza, ha ricoperto l’ufficio di corepiscopo di Arsinoe (1996-2006) e successivamente quello di Metropolita di Pafos (2006-2022), fino alla sua elezione alla Sede arcivescovile della Chiesa di Cipro.

