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Patriarcato di Georgia

LA CHIESA ORTODOSSA DI GEORGIA

La Chiesa Ortodossa di Georgia, in georgiano საქართველოს სამოციქულო ავტოკეფალური მართლმადიდებელი ეკლესია, costituisce una delle più antiche e venerabili Chiese della cristianità orientale. Essa appartiene alla comunione delle Chiese Ortodosse autocefale e si presenta storicamente come una Chiesa di origine apostolica, strettamente legata alla formazione religiosa, culturale e nazionale del popolo georgiano. La sua storia non rappresenta soltanto il percorso di una comunità ecclesiastica locale, ma coincide in larga misura con la stessa storia della Georgia, poiché nei secoli la Chiesa fu il principale fattore di coesione spirituale, culturale e identitaria della nazione georgiana.

Fin dai tempi antichi la Chiesa Ortodossa di Giorgia è chiamata anche “Chiesa Apostolica di Georgia”, poiché la tradizione ecclesiastica locale ne attribuisce la fondazione alla predicazione degli Apostoli di Cristo. Secondo le antiche fonti ecclesiastiche georgiane, in particolare la Moktsevay Kartlisay (მოქცევაჲ ქართლისაჲ), cioè La conversione del Kartli, databile tra il VII e il IX secolo, e la Kartlis Tskhovreba (ართლის ცხოვრება), cioè La vita del Kartli o Cronache georgiane, composta tra l’VIII e il IX secolo, affermano che al tempo degli Apostoli nel territorio dell’odierna Georgia esisteva il Regno del Kartli, che gli autori stranieri chiamavano Iberia. Tale regno era considerato l’erede storico della grande Colchide.

Secondo la tradizione della Chiesa Georgiana, il cristianesimo fu annunciato in Georgia da numerosi Apostoli: Andrea il Protocleto, Simone il Cananeo, Mattia, Bartolomeo, Tommaso e Taddeo. Tanto le fonti georgiane quanto alcune testimonianze da altri autori attestano l’attività apostolica in queste regioni caucasiche. La presenza di un numero così elevato di Apostoli nella memoria ecclesiastica georgiana può essere spiegata anche alla luce della posizione geografica e politica dell’Iberia antica, collocata lungo importanti vie commerciali internazionali.

All’epoca dell’attività apostolica, infatti, l’Iberia esercitava la propria influenza su una vasta area compresa tra il Mar Caspio e il Mar Nero e, verso sud, fino alla regione del lago di Van. Da questi territori passavano vie commerciali internazionali che collegavano l’Impero Romano con la Persia, la Scizia e le regioni orientali. Per tale ragione, gli Apostoli diretti verso la Persia e l’India, oppure verso le regioni settentrionali della Scizia e della Sarmazia, difficilmente avrebbero potuto evitare il passaggio attraverso l’Iberia.

Nel periodo che va dalla terza decade del I secolo fino alla seconda metà del II secolo, l’Iberia si presentava come uno Stato forte, esteso su una parte significativa del Caucaso. Gli storici romani, tra cui Tacito (ca. 55-117/120) e Dione Cassio (155-235), offrono importanti informazioni sulla vita politica dell’Iberia. Tacito riferisce che, già nella terza decade del I secolo, l’Iberia intratteneva rapporti amichevoli con Roma e combatteva contro il regno dei Parti, disponendo di un proprio esercito potente. Dione Cassio ricorda invece che, nella prima metà del II secolo, il re iberico P’arsman I (1-58) si recò a Roma con la moglie e che l’imperatore Adriano (117-138) ampliò i suoi possedimenti.

Secondo la tradizione riferita nella Kartlis Tskhovreba, dopo l’Ascensione del Signore gli Apostoli tirarono a sorte le regioni nelle quali avrebbero dovuto predicare il Vangelo. Alla Madre di Dio sarebbe toccata in sorte la Georgia; tuttavia, secondo la volontà del Figlio suo, ella inviò al proprio posto l’apostolo Andrea il Protocleto, consegnandogli un’icona acheropita della Vergine da portare in quella terra. In un successivo viaggio Andrea sarebbe tornato in Georgia insieme ad altri Apostoli; nel terzo viaggio avrebbe condotto con sé Simone il Cananeo e Mattia. Tale tradizione è ricordata anche da Epifanio di Costantinopoli, autore dell’VIII secolo.

Secondo le antiche fonti ecclesiastiche e secondo la testimonianza del Sinodo di Ruisi-Urbnisi, fin dalla sua formazione la Chiesa Georgiana estendeva la propria giurisdizione su tutta la regione storica della Georgia e su tutto il popolo georgiano, tanto nella Georgia occidentale quanto in quella orientale. Per questo negli atti del Sinodo di Ruisi-Urbnisi si legge che «il santo apostolo Andrea predicò il cristianesimo in tutta la Georgia». Il grande padre della Chiesa georgiana Giorgio l’Athonita (1009-1065) affermava che la tomba di Simone il Cananeo, il quale aveva operato in Georgia, si trova «nel nostro Paese, in Abkhazia», precisamente nella regione del Nuovo Athos, mentre la tomba dell’Apostolo Mattia sarebbe situata nella Georgia sud-occidentale, ad Apsaro. Le più antiche fonti cristiane ricordano inoltre che anche gli apostoli Bartolomeo e Taddeo giunsero in Georgia.

Il fatto che un numero significativo di abitanti abbia accolto il cristianesimo già durante la predicazione apostolica e nei secoli successivi, tra il I e il III secolo, è confermato anche da recenti scoperte archeologiche, le quali attestano la presenza di tendenze cristiane nella società georgiana al tempo del re Rev il Giusto, nel III secolo. Secondo l’interpretazione dei Padri del Sinodo di Ruisi-Urbnisi, poiché in Georgia le comunità cristiane erano state a lungo perseguitate dai sovrani pagani, nel IV secolo divenne necessario procedere alla cristianizzazione dell’intera nazione. In questa fase emerge la figura decisiva di santa Nina, detta Isapostola, originaria della Cappadocia, la cui missione segnò la piena affermazione del cristianesimo nel regno d’Iberia.

La Chiesa Georgiana si affermò in modo stabile nel mondo cristiano nel IV secolo proprio grazie all’opera missionaria di santa Nina. Secondo la testimonianza dello storico latino Rufino (ca. 345-410/411), ripresa anche dallo storico ecclesiastico Socrate, (380/390–439/450) intorno al 330 gli Iberi, cioè i Georgiani, conobbero Cristo per mezzo di una prigioniera cristiana proveniente dalla Cappadocia, chiamata Nina. La sua fede, la sua vita ascetica e le guarigioni da lei operate contribuirono potentemente alla diffusione del Vangelo. Particolarmente importante fu, secondo la tradizione, la guarigione del figlio del re degli Iberi e della regina. Tale racconto fu trasmesso a Rufino dal principe iberico Bakur (363-365), e Rufino lo inserì nella sua Storia Ecclesiastica, composta nel 403. Dopo questi eventi, gli Iberi inviarono un’ambasceria all’imperatore Costantino il Grande, chiedendogli di inviare vescovi e altri chierici, poiché dichiaravano di voler credere sinceramente in Cristo. Anche Teofane il Confessore (758-817) ricorda che, al tempo di Costantino il Grande, molti popoli furono illuminati dalla fede cristiana, e tra questi anche gli Iberi. Alla diffusione del Vangelo in Georgia contribuirono inoltre i soldati cristiani provenienti dalle province vicine, i quali portarono con sé la testimonianza della fede cristiana.

Come primo vescovo degli Iberi è ricordato il greco Giovanni, attivo tra il 326 e il 332, inviato da Costantinopoli al tempo del re georgiano Mirian III (284–361). La conversione del re Mirian III rappresentò uno degli eventi fondamentali della storia georgiana. La monarchia iberica si orientò definitivamente verso il mondo cristiano romano-orientale e costantinopolitano, facendo del cristianesimo il principale elemento identitario dello Stato georgiano. A vescovo Giovanni succedettero altri vescovi di origine greca, tra cui Giacomo, Elia, Simeone, Giona, Giovanni II e altri. Ciò mostra come, nella fase iniziale della cristianizzazione ufficiale della Georgia, la Chiesa locale mantenesse stretti rapporti con l’ambiente ecclesiastico di Costantinopoli.

Le informazioni relative alla cristianizzazione degli Iberi non sono sempre omogenee e presentano talvolta elementi complessi. Alcune tradizioni riferiscono che il patriarca armeno Vardan, figlio di san Gregorio l’Illuminatore, abbia consacrato come Katholikòs d’Iberia il proprio figlio maggiore, Gregorio. Da quel momento si sarebbero sviluppati rapporti più stretti tra la Chiesa armena e quella iberica. A causa di tali relazioni, la Chiesa d’Iberia avrebbe subito per un certo periodo l’influsso del monofisismo, ritornando poi pienamente alla dottrina ortodossa intorno all’anno 608.

Altre testimonianze, conservate dallo storico bizantino Giovanni Malalas (ca. 491-578) e da Teofane, riferiscono che il re degli Iberi Farasmane V (534-547) si recò a Costantinopoli dall’imperatore Giustiniano con la moglie e i suoi dignitari, chiedendo di essere considerato alleato e amico sincero dei Romani. L’imperatore accolse favorevolmente tale disposizione, onorò il re e i suoi accompagnatori e concesse doni anche alla regina. È possibile che in questa fase si sia completato il processo di cristianizzazione dell’Iberia.

Secondo la testimonianza della Moktsevay Kartlisay (მოქცევაჲ ქართლისაჲ ossia La conversione del Kartli), nelle ultime decadi del V secolo, durante il regno del sovrano georgiano Vakhtang I Gorgasali (447-522), il capo della Chiesa Georgiana portava già il titolo di “Mamamtavari”, termine che nelle fonti georgiane antiche viene considerato equivalente al titolo di “Patriarca”. Nella medesima fonte il primo Katholikòs Pietro (V sec.) viene infatti definito “Mamamtavari”, e si afferma esplicitamente: «Da quel momento i Katholikòs divennero Mamamtavari (Patriarchi)». Tale testimonianza riveste una particolare importanza per la storia istituzionale della Chiesa Georgiana, poiché documenta il processo di consolidamento della sua autonomia ecclesiastica e della sua organizzazione gerarchica già nel V secolo. In questo periodo la Chiesa della Georgia cessò gradualmente di essere una semplice provincia ecclesiastica periferica dipendente dai grandi patriarcati orientali e iniziò ad assumere la struttura di una Chiesa nazionale organizzata attorno ad un proprio primate.

Per iniziativa del re Vakhtang Gorgasali, figura centrale nella storia politica ed ecclesiastica della Georgia, la Chiesa Georgiana venne infatti riorganizzata secondo un modello patriarcale. Il vescovo della capitale Mtskheta, antica sede religiosa e politica dell’Iberia caucasica, fu elevato alla dignità di Katholikòs, divenendo così il capo della Chiesa Georgiana. La figura del Katholikòs rappresentava nell’ecclesiologia orientale un’autorità superiore rispetto al semplice metropolita, poiché esercitava una giurisdizione estesa sull’intero territorio ecclesiastico nazionale. L’istituzione del Katholicato georgiano segnò pertanto una tappa fondamentale nel processo di emancipazione ecclesiastica della Georgia e nella formazione della sua identità religiosa autonoma.

Vakhtang Gorgasali comprese pienamente il ruolo della Chiesa come fondamento spirituale dell’unità politica e culturale del regno georgiano. Per questo motivo egli sostenne con decisione il rafforzamento della gerarchia ecclesiastica nazionale, favorendo l’organizzazione stabile delle diocesi e consolidando la centralità della sede di Mtskheta quale cuore spirituale della Georgia cristiana. La riforma ecclesiastica promossa dal sovrano non ebbe soltanto carattere amministrativo, ma anche un profondo significato politico e culturale. Attraverso il rafforzamento del Katholicato, la Georgia cercava infatti di affermare la propria indipendenza ecclesiastica e culturale sia nei confronti della Persia sasanide sia rispetto alle influenze delle altre Chiese regionali del Caucaso. La trasformazione della Chiesa Georgiana in una struttura di tipo patriarcale costituì uno degli elementi fondamentali nello sviluppo dell’identità nazionale georgiana. Da quel momento il Katholikòs di Mtskheta divenne non soltanto il capo spirituale della Chiesa, ma anche uno dei principali simboli dell’unità religiosa e culturale del popolo georgiano. Questo processo di consolidamento istituzionale preparò il terreno per il successivo riconoscimento dell’autocefalia della Chiesa Georgiana e per la progressiva evoluzione della dignità del Katholikòs verso la piena forma patriarcale che caratterizzerà la storia ecclesiastica georgiana nei secoli successivi.

Dal punto di vista ecclesiastico, la Bassa Iberia dipendeva dal Patriarcato Ecumenico e ottenne una forma di autonomia agli inizi del VII secolo; l’Alta Iberia, invece, dipendeva dal Patriarcato di Antiochia e divenne indipendente al tempo dell’imperatore Costantino Monomaco, nel secolo XI. La Chiesa Georgiana ottenne una prima forma di indipendenza ecclesiastica già nel V secolo, riconosciuta dal Patriarcato di Antiochia, sotto la cui giurisdizione essa si trovava canonicamente. Tale indipendenza costituì un fattore determinante per la conservazione dell’identità culturale e religiosa georgiana nei secoli successivi, specialmente durante i periodi di dominazione straniera.

La piena affermazione dell’autocefalia e della dignità patriarcale della Chiesa Georgiana si consolidò progressivamente, fino alla sua elevazione nel contesto del regno georgiano medievale. Secondo una tradizione consolidata, la Chiesa Georgiana divenne pienamente autocefala nel 1010, durante il regno di Bagrat III (1008-1014), in un’epoca in cui la monarchia georgiana conosceva una fase di rafforzamento politico e culturale. La Chiesa ebbe un ruolo essenziale nello sviluppo dell’arte, della letteratura, della teologia e dell’architettura georgiana durante il Medioevo. Monasteri e accademie, come Gelati e Ikalto, divennero centri di studio, di cultura e di spiritualità, custodendo e sviluppando le tradizioni letterarie, liturgiche e artistiche del popolo georgiano. In tali ambienti si formarono generazioni di monaci, teologi, copisti, traduttori e uomini di cultura, che contribuirono alla definizione dell’identità nazionale georgiana.

Relativamente alla questione dell’autocefalia della Chiesa Georgiana, nel corso dei secoli si svilupparono differenti interpretazioni storiche ed ecclesiologiche, dalle quali emersero due principali teorie riguardanti l’origine e il fondamento canonico dell’indipendenza ecclesiastica della Chiesa di Georgia. La prima teoria, ampiamente riconosciuta tra il X e l’XI secolo e accolta nella tradizione ecclesiastica georgiana medievale, sosteneva che la Chiesa Georgiana era autocefala fin dalla sua origine apostolica. Tale concezione venne presentata in ambito ecclesiastico internazionale soprattutto da san Giorgio l’Athonita, una delle più illustri personalità della spiritualità e della cultura georgiana medievale. Nel corso delle sue discussioni presso il Patriarcato di Antiochia, san Giorgio l’Athonita affermò che la Chiesa della Georgia, essendo stata fondata dall’apostolo Andrea, possedeva sin dall’inizio una dignità autocefala, analogamente alle altre Chiese apostoliche fondate direttamente dagli Apostoli di Cristo. Secondo tale visione ecclesiologica, l’origine apostolica costituiva di per sé il fondamento della piena indipendenza ecclesiastica della Chiesa Georgiana. Per sostenere questa posizione, san Giorgio presentò numerose testimonianze e fonti antiche che attestavano non soltanto la missione dell’apostolo Andrea, ma anche l’attività di altri Apostoli nel territorio georgiano, tra cui Simone il Cananeo, Mattia, Bartolomeo e Taddeo. In tal modo egli cercava di dimostrare che la Georgia apparteneva pienamente al gruppo delle antiche Chiese apostoliche dell’Oriente cristiano.

La stessa tradizione viene indirettamente confermata anche dal grande canonista bizantino Teodoro Balsamone (XII sec.), il quale, commentando il secondo canone del II Concilio Ecumenico, menziona esplicitamente la Chiesa Georgiana come Chiesa autocefala. Tale riferimento assume particolare importanza, poiché proviene da uno dei più autorevoli interpreti del diritto canonico bizantino medievale. Secondo questa concezione, dunque, l’autocefalia georgiana non derivava da una concessione tardiva da parte di un altro Patriarcato, ma costituiva una caratteristica originaria della Chiesa stessa, fondata direttamente dalla missione apostolica.

Accanto a questa antica interpretazione ecclesiastica, si sviluppò successivamente una seconda teoria relativa all’origine dell’autocefalia georgiana. Essa prese forma soprattutto tra il XIX e il XX secolo, nel contesto delle controversie sorte dopo l’abolizione dell’indipendenza ecclesiastica georgiana da parte dell’Impero Russo. Dopo l’annessione della Georgia all’Impero zarista e la soppressione dell’autocefalia della Chiesa Georgiana nel 1811, numerosi ecclesiastici, teologi e storici georgiani iniziarono a impegnarsi attivamente nella difesa della tradizione ecclesiastica nazionale e nella lotta per il ristabilimento dell’indipendenza della Chiesa. In tale clima storico e culturale maturò progressivamente l’opinione secondo cui la Chiesa Georgiana avrebbe ricevuto formalmente l’autocefalia nel V secolo, durante il regno del sovrano Vakhtang Gorgasali. Secondo questa interpretazione, l’istituzione del Katholicato georgiano e la riorganizzazione della Chiesa operata da Vakhtang avrebbero costituito il momento storico concreto nel quale la Chiesa di Georgia acquisì la propria indipendenza canonica. Questa seconda teoria non negava necessariamente l’origine apostolica della Chiesa Georgiana, ma tendeva piuttosto a distinguere tra la fondazione apostolica della comunità ecclesiale e la successiva formalizzazione storico-canonica dell’autocefalia come istituzione ecclesiastica autonoma.

Nel contesto della dominazione russa, tale interpretazione assunse anche un forte significato politico ed ecclesiale. I teologi e gli storici georgiani cercavano infatti di dimostrare che l’abolizione dell’autocefalia da parte dell’Impero Russo nel 1811 costituiva un atto anticanonico, poiché la Chiesa Georgiana possedeva una legittima e antichissima indipendenza ecclesiastica riconosciuta storicamente dalla tradizione orientale. La questione dell’autocefalia georgiana divenne così uno dei principali temi della coscienza nazionale ed ecclesiastica georgiana nei secoli XIX e XX. La restaurazione dell’autocefalia nel 1917 fu percepita non soltanto come un evento ecclesiastico, ma anche come il recupero di una continuità storica e spirituale profondamente radicata nella memoria della nazione georgiana. La successiva conferma dell’autocefalia da parte del Patriarcato Ecumenico nel 1990, mediante Tomo Patriarcale e Sinodale, sancì definitivamente il riconoscimento canonico internazionale della Chiesa Ortodossa Georgiana quale Antica Chiesa Apostolica Autocefala della Tradizione Ortodossa.

Sin dai tempi più remoti dell’era cristiana si sviluppò anche una ricchissima tradizione letteraria georgiana. La traduzione della Bibbia, dei testi liturgici e delle opere dei Padri della Chiesa contribuì alla formazione di una lingua teologica georgiana raffinata e autonoma. I monasteri divennero centri di produzione culturale, copiatura dei manoscritti e formazione spirituale.

Un ruolo particolarmente importante fu svolto dal monachesimo georgiano. I monaci georgiani fondarono importanti comunità monastiche in Palestina, Siria, Sinai e soprattutto sul Monte Athos. Il monastero georgiano di Iviron, fondato nel X secolo sul Monte Athos, divenne uno dei più prestigiosi centri spirituali della diaspora monastica georgiana.

Tra l’XI e il XIII secolo la Georgia conobbe una delle stagioni più gloriose della propria storia politica, culturale ed ecclesiastica, comunemente definita dalla storiografia georgiana come la “età dell’oro” del regno georgiano. In tale periodo la Chiesa Ortodossa Georgiana raggiunse un elevato grado di consolidamento istituzionale, di sviluppo teologico e di influenza spirituale, divenendo uno dei principali pilastri dell’unità nazionale e della vita culturale del Paese.

Una figura decisiva di questa epoca fu il re Davide IV Bagrationi, noto anche come Davide II il Fondatore (1089-1125), considerato uno dei più grandi sovrani della storia georgiana. Sotto il suo regno non soltanto venne rafforzata l’unità politica dello Stato georgiano, ma si realizzò anche una profonda riorganizzazione della vita ecclesiastica. Davide IV comprese infatti che la rinascita politica e militare della Georgia doveva necessariamente accompagnarsi a una riforma spirituale, morale e culturale della Chiesa.

In tale contesto assunse particolare importanza il celebre Sinodo di Ruisi-Urbnisi del 1103, uno degli eventi più significativi della storia ecclesiastica georgiana medievale. Il Sinodo, convocato sotto il patrocinio del sovrano, affrontò questioni disciplinari, morali, canoniche e amministrative riguardanti la vita della Chiesa. Esso mirava soprattutto a restaurare la disciplina ecclesiastica, a combattere fenomeni di corruzione e mondanizzazione del clero e a rafforzare il livello spirituale e culturale dell’episcopato e del clero locale. Tra le principali decisioni del Sinodo vi furono la riorganizzazione delle diocesi, il rafforzamento dell’autorità del Katholikòs-Patriarca, la regolamentazione della vita monastica e il miglioramento della formazione teologica del clero. Le riforme promosse dal Sinodo contribuirono significativamente alla stabilizzazione della Chiesa Georgiana e alla sua più stretta integrazione nel progetto politico e culturale del regno georgiano.

Tra questi occupò una posizione eminente l’Accademia di Gelati, fondata dallo stesso sovrano presso il celebre monastero di Gelati. Tale istituzione divenne uno dei più importanti centri culturali del mondo cristiano orientale medievale ed è stata spesso definita “la nuova Atene” o “la seconda Gerusalemme”. In essa si insegnavano teologia, filosofia, retorica, astronomia, matematica e letteratura, favorendo la formazione di un clero altamente istruito e di una classe intellettuale georgiana profondamente legata alla tradizione costantinopolitana. Accanto a Gelati, anche l’Accademia di Ikalto svolse un ruolo significativo nella formazione teologica e culturale della Georgia medievale. Questi centri contribuirono alla traduzione e alla diffusione delle opere patristiche di lingua greca, allo sviluppo della letteratura georgiana e alla conservazione della tradizione ecclesiastica ortodossa.

La Chiesa Georgiana non fu soltanto un centro religioso, ma anche il principale custode della cultura nazionale. Attraverso i monasteri e le scuole ecclesiastiche vennero preservate la lingua georgiana, la tradizione letteraria e la memoria storica del popolo. In tal modo, la Chiesa contribuì in maniera decisiva alla formazione della coscienza nazionale georgiana e alla continuità spirituale del regno medievale.

Durante il regno della regina Tamara (1184-1213), venerata dalla tradizione georgiana come una delle più grandi sovrane della storia nazionale, la Georgia conobbe il periodo di massimo splendore politico, culturale, ecclesiastico e artistico della propria storia medievale. L’epoca di Tamara rappresentò il culmine della cosiddetta “età dell’oro” georgiana, iniziata sotto il regno di Davide II, e coincise con una straordinaria espansione del regno georgiano, che si impose come una delle maggiori potenze cristiane dell’Oriente medievale.

In questo periodo la Chiesa Ortodossa Georgiana raggiunse un elevatissimo livello di organizzazione e di prestigio spirituale, svolgendo un ruolo centrale nella vita religiosa, culturale e politica dello Stato. La monarchia e la Chiesa operarono in stretta collaborazione, considerate entrambe strumenti della provvidenza divina per la protezione e il consolidamento della Georgia cristiana.

La regina Tamara sostenne intensamente la vita ecclesiastica e monastica, promuovendo la costruzione, il restauro e l’arricchimento di numerosi monasteri, cattedrali e centri spirituali in tutto il territorio georgiano. In tale epoca furono edificati o ampliati alcuni dei più importanti monumenti della tradizione cristiana georgiana, molti dei quali costituiscono ancora oggi testimonianze fondamentali dell’arte locale. Tra i principali complessi monastici di questo periodo si distinguono Gelati, Vardzia, Betania, Pitareti, Kintsvisi e numerosi altri monasteri della Georgia storica. In particolare, il grande monastero rupestre di Vardzia, scavato nella roccia durante il regno di Giorgio III (1156-1184) e completato sotto Tamara, divenne uno dei principali simboli della spiritualità nazionale georgiana e della protezione della monarchia cristiana.

Le chiese e i monasteri dell’epoca furono decorati con straordinari cicli di affreschi, mosaici e programmi iconografici che rappresentano ancora oggi uno dei vertici assoluti dell’arte cristiana medievale orientale. L’arte ecclesiastica georgiana di questo periodo sviluppò uno stile originale, profondamente influenzato dalla tradizione di Costantinopoli ma caratterizzato da una forte identità locale, visibile nella monumentalità delle figure, nella raffinatezza cromatica e nella spiritualità delle rappresentazioni. Particolarmente significativi risultano gli affreschi raffiguranti Cristo Pantocratore, la Madre di Dio, i santi guerrieri e le rappresentazioni della famiglia reale georgiana, che testimoniano il profondo legame tra monarchia e Chiesa. Celebre è, ad esempio, il ritratto della regina Tamara conservato nel monastero di Vardzia, una delle più importanti immagini regali della Georgia medievale.

L’epoca di Tamara coincise anche con una notevole fioritura della teologia, della letteratura e della cultura monastica georgiana. I monasteri non erano soltanto luoghi di preghiera e di ascesi, ma anche importanti centri di istruzione, copiatura di manoscritti, traduzione delle opere patristiche e produzione letteraria. Attraverso tali istituzioni la Chiesa contribuì alla conservazione e allo sviluppo della lingua e della cultura georgiana. In questo periodo la Georgia sviluppò intensi rapporti con i grandi centri spirituali dell’Ortodossia orientale, specialmente con il Monte Athos, Gerusalemme, Antiochia e Costantinopoli. Monaci georgiani continuarono a svolgere un’importante attività nei monasteri georgiani della Palestina e dell’Athos, contribuendo allo sviluppo della spiritualità e della letteratura ecclesiastica georgiana.

Il regno della regina Tamara fu percepito dalla coscienza storica georgiana come una vera epoca di armonia tra potere politico, fede cristiana e cultura nazionale. La Chiesa Ortodossa Georgiana divenne in quel periodo uno dei principali strumenti di coesione spirituale del regno e il principale custode dell’identità religiosa e culturale del popolo georgiano. Per tale motivo, l’età di Tamara continua ancora oggi ad occupare un posto centrale nella memoria storica ed ecclesiastica della Georgia, rappresentando il simbolo della massima fioritura della civiltà cristiana georgiana medievale

A partire dal XIII secolo la Georgia entrò progressivamente in una lunga e drammatica fase di crisi politica, militare ed ecclesiastica, causata dalle continue invasioni straniere e dalle profonde trasformazioni geopolitiche che interessarono il Caucaso e il Vicino Oriente. Dopo il periodo di massimo splendore raggiunto durante l’età di Davide II il Fondatore e della regina Tamara, il regno georgiano dovette confrontarsi con la pressione crescente delle potenze musulmane e con le devastanti invasioni mongole.

Le incursioni dei Mongoli, iniziate nei primi decenni del XIII secolo, segnarono una svolta decisiva nella storia della Georgia medievale. Le campagne militari mongole provocarono distruzioni diffuse, il crollo dell’economia del regno e l’indebolimento progressivo delle strutture statali ed ecclesiastiche. Molte città furono devastate, i monasteri saccheggiati e le diocesi impoverite. La stessa organizzazione della Chiesa Georgiana risentì profondamente della crisi politica del Paese. Le grandi accademie medievali di Gelati e Ikalto, che nei secoli precedenti avevano rappresentato alcuni dei più importanti centri teologici e culturali dell’Oriente cristiano, cessarono lentamente la loro intensa attività intellettuale.

Nei secoli successivi la situazione si aggravò ulteriormente a causa delle continue guerre combattute tra le grandi potenze islamiche del Vicino Oriente, in particolare l’Impero Ottomano e la Persia safavide, entrambe interessate al controllo strategico del Caucaso. La Georgia, collocata tra queste due grandi realtà imperiali, divenne frequentemente teatro di invasioni, devastazioni e conflitti.

Particolarmente grave fu la situazione delle regioni meridionali e orientali della Georgia, frequentemente esposte alle incursioni persiane e ottomane. Molte chiese furono trasformate in moschee o distrutte, mentre parte della popolazione fu sottoposta a pressioni religiose e politiche finalizzate all’islamizzazione. Nonostante tali condizioni estremamente difficili, la Chiesa Ortodossa georgiana continuò a rappresentare il principale elemento di resistenza spirituale, culturale e nazionale del popolo georgiano. In assenza di una forte autorità politica unitaria, i monasteri e le istituzioni ecclesiastiche assunsero il compito di custodire la continuità storica della nazione.

Durante i secoli delle dominazioni straniere, i monasteri georgiani conservarono la lingua georgiana, la tradizione liturgica nazionale, la produzione manoscritta e la memoria storica del popolo. Essi divennero veri e propri centri di sopravvivenza culturale e spirituale. Attraverso la copiatura dei manoscritti, la trasmissione della letteratura religiosa e la conservazione delle tradizioni liturgiche, il monachesimo georgiano contribuì in maniera decisiva alla preservazione dell’identità nazionale georgiana.

In questo periodo si sviluppò inoltre una forte spiritualità del martirio, profondamente legata alla difesa della fede ortodossa contro le pressioni islamiche provenienti sia dall’Impero Ottomano sia dalla Persia safavide. Numerosi vescovi, monaci, nobili e semplici fedeli subirono persecuzioni, torture e morte per non aver rinnegato il cristianesimo. Tra le figure più venerate della spiritualità georgiana emerge la santa regina Ketevan (ca. 1560-12 settembre 1624), considerata uno dei simboli più alti della testimonianza cristiana georgiana. Regina di Kakheti e figura di grande prestigio morale e politico, Ketevan venne catturata dai Persiani safavidi e condotta in prigionia. Le autorità persiane tentarono ripetutamente di costringerla ad abbandonare il cristianesimo e ad abbracciare l’Islam. Di fronte al suo fermo rifiuto, la sovrana subì terribili torture e venne martirizzata nel 1624. Il martirio della regina Ketevan lasciò un’impronta profondissima nella coscienza religiosa georgiana e divenne uno dei simboli della resistenza spirituale della Georgia cristiana contro le dominazioni straniere. La sua figura fu celebrata nella letteratura ecclesiastica, nell’agiografia e nell’arte religiosa georgiana, assumendo un significato non soltanto spirituale ma anche nazionale.

Parallelamente, anche numerosi monasteri e comunità monastiche subirono persecuzioni e devastazioni. Tuttavia, proprio in questi secoli di crisi, il monachesimo georgiano sviluppò una forte dimensione ascetica e di martirio, contribuendo a mantenere viva la fede ortodossa e la coscienza dell’identità cristiana georgiana. La lunga stagione delle invasioni e delle dominazioni straniere segnò profondamente la storia della Georgia e della sua Chiesa. Tuttavia, proprio attraverso queste prove, la Chiesa Ortodossa Georgiana consolidò ulteriormente il proprio ruolo quale principale custode della tradizione nazionale, della memoria storica e della continuità spirituale del popolo georgiano.

Nel XVIII secolo, dopo lunghi secoli segnati da invasioni, frammentazione politica e dominazioni straniere, il regno georgiano conobbe un tentativo di rinascita politica, culturale ed ecclesiastica sotto la guida del re Erekle II (1762-1798), una delle figure più importanti della storia georgiana moderna. Il sovrano comprese profondamente che la sopravvivenza della Georgia non dipendeva soltanto dalla difesa militare del territorio, ma anche dal rafforzamento della coscienza religiosa, culturale e nazionale del popolo georgiano. In tale contesto, Erekle II promosse una significativa opera di riorganizzazione della vita ecclesiastica e dell’istruzione religiosa. Consapevole del declino culturale prodotto dai secoli di guerre e devastazioni, egli sostenne la rifondazione di scuole teologiche e la formazione del clero locale, considerati strumenti indispensabili per la rinascita spirituale della nazione.

Nel 1755 il sovrano fondò un seminario teologico presso la chiesa di Anchiskhati a Tbilisi, destinato alla formazione ecclesiastica e culturale del clero georgiano. Successivamente venne aperto un secondo seminario nella città di Telavi. Tali istituzioni rappresentarono un importante tentativo di restaurare la tradizione educativa e teologica georgiana che, nei secoli precedenti, aveva trovato la propria massima espressione nelle grandi accademie medievali di Gelati e Ikalto. Attraverso queste riforme Erekle II cercò di rafforzare il ruolo della Chiesa Ortodossa Georgiana quale centro della vita spirituale e culturale del Paese. La promozione dell’istruzione religiosa mirava anche alla conservazione della lingua georgiana e delle tradizioni ecclesiastiche nazionali, fortemente minacciate dalle continue pressioni politiche provenienti dalle potenze straniere circostanti.

Parallelamente, il sovrano tentò di restaurare l’autorità politica del regno di Kartli-Kakheti e di ricostruire le strutture statali georgiane, profondamente indebolite dalle invasioni persiane e ottomane. Tuttavia, la difficile situazione geopolitica del Caucaso rese sempre più complessa la sopravvivenza indipendente della Georgia. Le continue minacce provenienti dalla Persia e dall’Impero Ottomano spinsero progressivamente la monarchia georgiana a cercare la protezione dell’Impero Russo, considerato una potenza cristiana ortodossa capace di difendere la Georgia dalle aggressioni musulmane. Tale orientamento politico culminò nel Trattato di Georgievsk del 1783, attraverso il quale il regno georgiano si pose sotto la protezione della Russia imperiale.

Sebbene inizialmente tale alleanza apparisse come una garanzia di sicurezza per la Georgia cristiana, essa segnò in realtà l’inizio della progressiva perdita dell’indipendenza politica ed ecclesiastica georgiana. Dopo la morte di Erekle II e il progressivo indebolimento della monarchia georgiana, l’Impero Russo intervenne sempre più direttamente negli affari interni del Paese. Nel 1801 la Russia annesse ufficialmente il regno di Kartli-Kakheti e successivamente estese il proprio dominio sull’intera Georgia. Tale evento segnò una svolta decisiva anche per la storia della Chiesa Georgiana. La politica ecclesiastica dell’Impero Russo mirava infatti all’integrazione completa della Chiesa Georgiana nelle strutture della Chiesa Russa, eliminandone progressivamente l’autonomia storica.

Il momento più drammatico di questo processo si verificò nel 1811, quando il governo zarista abolì unilateralmente e in maniera anticanonica l’autocefalia della Chiesa Ortodossa Georgiana. Il Katholikòs-Patriarca venne deposto, il Patriarcato soppresso e la Chiesa Georgiana subordinata al Santo Sinodo della Chiesa Russa sotto la guida di un Esarca nominato da San Pietroburgo.

La soppressione dell’autocefalia rappresentò uno degli eventi più traumatici della storia ecclesiastica georgiana. Per la prima volta dopo molti secoli la Chiesa Georgiana perdeva la propria indipendenza canonica e la propria guida nazionale. Tale decisione fu percepita dal clero e dal popolo georgiano come una grave violazione della tradizione apostolica e della continuità storica della Chiesa nazionale. Nello stesso momento, le autorità imperiali avviarono un intenso processo di russificazione ecclesiastica e culturale. La lingua georgiana venne progressivamente esclusa dalle scuole teologiche e sostituita dal russo; le tradizioni liturgiche locali furono limitate; molti manoscritti e monumenti ecclesiastici georgiani subirono alterazioni o furono trascurati. Anche i seminari teologici e le istituzioni educative fondate sotto Erekle II furono gradualmente sottoposti al controllo delle autorità russe. La formazione teologica venne orientata secondo il modello ecclesiastico russo e l’uso della lingua georgiana fu progressivamente ridotto.

Tale politica provocò una forte reazione negli ambienti ecclesiastici e culturali georgiani. Nel corso del XIX secolo si sviluppò infatti un movimento nazionale ed ecclesiastico volto alla difesa della tradizione georgiana e alla restaurazione dell’autocefalia della Chiesa. Nonostante le difficoltà, la Chiesa Georgiana continuò a rappresentare il principale custode della memoria storica e dell’identità nazionale del popolo georgiano. Proprio durante il periodo della dominazione russa maturò progressivamente la coscienza ecclesiastica che avrebbe portato, agli inizi del XX secolo, alla restaurazione dell’autocefalia e del Katholicato georgiano.

Nel 1917, nel contesto della profonda crisi politica provocata dalla Rivoluzione Russa e dal progressivo crollo dell’Impero zarista, la Chiesa Ortodossa Georgiana colse l’occasione per restaurare la propria indipendenza ecclesiastica, ponendo fine a oltre un secolo di subordinazione forzata alla Chiesa Russa. In un’Assemblea ecclesiastica tenutasi a Tbilisi, il clero e il popolo georgiano proclamarono unilateralmente il ristabilimento dell’autocefalia della Chiesa Georgiana, considerata una restaurazione legittima dell’antico ordine canonico abolito dall’Impero Russo nel 1811.

Con tale decisione venne ripristinato il titolo storico di Katholikòs-Patriarca di tutta la Georgia, simbolo della continuità apostolica e dell’antica indipendenza ecclesiastica georgiana, mentre fu abolita la figura dell’Esarca russo, che per oltre un secolo aveva rappresentato l’autorità ecclesiastica imposta da San Pietroburgo. Il ristabilimento dell’autocefalia fu percepito non soltanto come un evento religioso, ma anche come una profonda riaffermazione dell’identità nazionale georgiana dopo decenni di russificazione politica ed ecclesiastica.

La restaurazione dell’autocefalia segnò una fase di rinascita della vita ecclesiastica georgiana. Si tentò di ricostruire le strutture canoniche tradizionali, di rilanciare l’istruzione teologica e di restituire centralità alla lingua georgiana nella celebrazione e nella formazione del clero. Tuttavia, questa fase di rinnovamento ebbe una durata estremamente breve.

Pochi anni dopo, infatti, la Georgia venne occupata dall’Armata Rossa e nel 1921 fu incorporata nell’Unione Sovietica. L’instaurazione del regime comunista inaugurò una delle pagine più drammatiche e dolorose della storia della Chiesa Ortodossa Georgiana. Il nuovo potere sovietico, fondato sull’ideologia marxista-leninista e sull’ateismo di Stato, considerava la religione un ostacolo alla costruzione della società socialista. Per questo motivo la Chiesa Georgiana, come le altre confessioni religiose dell’Unione Sovietica, fu sottoposta a una sistematica persecuzione politica, amministrativa e culturale.

Nel corso degli anni Venti e Trenta migliaia di chiese furono chiuse, confiscate o distrutte. Molti edifici ecclesiastici vennero trasformati in magazzini, fabbriche, club politici o edifici amministrativi. Numerosi monasteri, che per secoli avevano rappresentato il cuore spirituale e culturale della Georgia cristiana, furono soppressi e privati delle loro proprietà.

Particolarmente violenta fu la persecuzione contro il clero. Vescovi, sacerdoti, monaci e fedeli furono arrestati, deportati nei campi di lavoro forzato o condannati a morte con accuse di “attività controrivoluzionaria”. Molti vescovi georgiani subirono interrogatori, torture e lunghi anni di prigionia. Intere diocesi rimasero prive di clero, mentre la vita liturgica venne drasticamente limitata.

Durante le grandi purghe staliniane degli anni Trenta – rese ancora più tragiche dal fatto che Stalin stesso era di origine georgiana ed era stato educato in un seminario ecclesiastico di Tbilisi – la persecuzione raggiunse livelli particolarmente brutali. La repressione colpì duramente non soltanto il clero, ma anche gli intellettuali, gli storici e i monaci che rappresentavano la memoria culturale e spirituale della nazione georgiana.

Molti monumenti ecclesiastici subirono devastazioni irreparabili. Antichi monasteri medievali vennero abbandonati o distrutti, biblioteche monastiche disperse e numerosi manoscritti antichi andarono perduti. L’obiettivo del regime sovietico non era soltanto limitare la pratica religiosa, ma anche spezzare il legame storico tra la Chiesa e l’identità nazionale georgiana.

L’attività religiosa fu rigidamente controllata dallo Stato ateo sovietico. Le ordinazioni sacerdotali vennero limitate, la formazione teologica quasi completamente soppressa e ogni manifestazione pubblica della fede sottoposta a sorveglianza da parte delle autorità. Per lunghi periodi la Chiesa Georgiana fu ridotta a una presenza minima e fortemente controllata.

Nonostante tali persecuzioni, la Fede ortodossa rimase profondamente radicata nella coscienza del popolo georgiano. In molte famiglie le tradizioni cristiane continuarono ad essere tramandate clandestinamente. Le celebrazioni religiose, i digiuni, le preghiere e la venerazione delle icone sopravvissero spesso nella dimensione privata e familiare, divenendo una forma silenziosa di resistenza spirituale contro l’ateismo di Stato.

Anche il monachesimo, pur duramente colpito, riuscì in parte a sopravvivere attraverso piccole comunità clandestine o isolate. Alcuni monasteri continuarono segretamente la propria vita spirituale, preservando la continuità della tradizione ascetica georgiana.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale il regime sovietico adottò temporaneamente una politica leggermente meno repressiva nei confronti della religione, soprattutto per motivi politici e patriottici. Tuttavia, il controllo statale sulla Chiesa rimase molto rigido e le restrizioni continuarono per gran parte del periodo sovietico.

Un momento importante nella lenta rinascita della vita ecclesiastica si verificò nel 1963-1964, quando nell’antica capitale ecclesiastica di Mtskheta venne riaperto il seminario teologico georgiano. Tale istituzione rappresentò uno dei pochi centri ufficiali di formazione del clero consentiti dal regime sovietico.

Tra le figure più importanti di questo periodo emerge quella del futuro Katholikòs-Patriarca Elia II, che svolse un ruolo fondamentale nella conservazione e nella graduale rinascita della vita ecclesiastica georgiana durante gli ultimi decenni del regime comunista. La sua elezione al Trono patriarcale nel 1977 segnò l’inizio di una nuova fase per la Chiesa Georgiana.

Nonostante decenni di persecuzione, la Chiesa Ortodossa Georgiana riuscì dunque a sopravvivere al periodo sovietico grazie alla profonda fede del popolo, alla resistenza spirituale del clero e alla capacità della tradizione ecclesiastica georgiana di mantenersi viva anche nelle condizioni più difficili. Proprio questa continuità spirituale consentì alla Chiesa di conoscere una straordinaria rinascita religiosa e nazionale dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’indipendenza della Georgia nel 1991.

Un momento particolarmente significativo nel processo di rinascita ecclesiastica della Georgia durante il periodo sovietico si verificò nel 1964, quando, dopo decenni di repressione religiosa, venne riaperto il seminario teologico di Mtskheta, antica capitale spirituale della Georgia cristiana e storica sede del Katholicato georgiano. La riapertura del seminario rappresentò un evento di straordinaria importanza per la sopravvivenza della Chiesa Georgiana, poiché consentì nuovamente la formazione di un clero locale in un contesto ancora fortemente dominato dall’ateismo di Stato sovietico.

Alla guida di questa delicata fase della vita ecclesiastica emerse la figura di Elia II, allora giovane gerarca della Chiesa Georgiana e successivamente Metropolita d’Abkhazia. Egli comprese profondamente che la sopravvivenza della Chiesa dipendeva non soltanto dalla conservazione formale delle strutture ecclesiastiche, ma soprattutto dalla rinascita spirituale, culturale e teologica del popolo georgiano.

Il seminario di Mtskheta divenne così uno dei principali centri della resistenza spirituale georgiana durante il periodo sovietico. In esso si formarono nuove generazioni di sacerdoti e teologi che avrebbero successivamente contribuito alla rinascita della Chiesa dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Nonostante le severe limitazioni imposte dal regime comunista, il seminario riuscì a mantenere viva la tradizione liturgica, teologica e pastorale della Chiesa Georgiana.

L’elezione di Elia II al trono patriarcale nel 1977 segnò una svolta decisiva nella storia contemporanea della Chiesa Ortodossa Georgiana. Egli assunse il titolo di Katholikòs-Patriarca di tutta la Georgia in un momento ancora estremamente difficile per la vita religiosa del Paese. La Georgia rimaneva infatti parte integrante dell’Unione Sovietica e la Chiesa continuava ad essere sottoposta al controllo delle autorità comuniste.

Fin dall’inizio del suo ministero patriarcale, Elia II si impegnò con grande prudenza ma anche con notevole determinazione nel rafforzamento della vita ecclesiastica georgiana. Pur operando entro i limiti consentiti dal sistema sovietico, egli favorì progressivamente la rinascita della pratica religiosa, la riapertura di alcune chiese e monasteri e la formazione del clero. Parallelamente, il Patriarca promosse il recupero della coscienza spirituale e nazionale del popolo georgiano, sottolineando il ruolo storico della Chiesa quale custode dell’identità culturale della Georgia. In un contesto nel quale il regime comunista tentava di marginalizzare la religione, la Chiesa Georgiana divenne progressivamente uno dei principali punti di riferimento morali della società georgiana.

Con il progressivo indebolimento dell’Unione Sovietica negli anni Ottanta e soprattutto con l’indipendenza della Georgia nel 1991, la Chiesa Ortodossa Georgiana conobbe una straordinaria rinascita spirituale, pastorale e culturale. Dopo decenni di persecuzione ateistica, il popolo georgiano tornò massicciamente alla pratica religiosa e la Chiesa riacquistò un ruolo centrale nella vita pubblica del Paese.

Sotto il lungo pontificato del Patriarca Elia II furono restaurati numerosi monasteri storici, molti dei quali erano stati distrutti, confiscati o abbandonati durante il periodo sovietico. Antichi centri monastici medievali, come Gelati, Samtavro, Svetitskhoveli, Alaverdi e numerosi altri, tornarono progressivamente ad essere luoghi vivi di spiritualità, culto e vita monastica. Infatti, vennero riaperte migliaia di chiese in tutto il territorio georgiano, mentre nuove parrocchie furono organizzate sia nelle città sia nelle regioni rurali. La vita liturgica rifiorì rapidamente e la partecipazione popolare alle celebrazioni religiose aumentò in modo straordinario.

Grande attenzione fu riservata anche alla formazione teologica. Furono riaperti seminari e accademie ecclesiastiche, incrementata la preparazione del clero e favorita la pubblicazione di testi liturgici, teologici e patristici in lingua georgiana. La Chiesa investì notevolmente nella formazione delle nuove generazioni di sacerdoti, monaci e teologi.

La rinascita ecclesiastica coinvolse anche il settore culturale e artistico. Vennero restaurati antichi affreschi, recuperati monumenti medievali e valorizzato il patrimonio artistico della tradizione cristiana georgiana. La Chiesa Ortodossa Georgiana tornò così ad essere uno dei principali custodi della memoria storica e culturale della nazione.

Nel contesto della restaurazione della piena normalità canonica della Chiesa Georgiana, assunse particolare importanza il riconoscimento ufficiale della sua autocefalia da parte del Patriarcato Ecumenico. Nel 1990, per iniziativa del Patriarca Ecumenico Dimitrios (1972-1991), il Patriarcato Ecumenico riesaminò formalmente la questione dell’autocefalia georgiana. Con apposito Tomo Patriarcale e Sinodale, il Patriarcato Ecumenico riconobbe ufficialmente l’autocefalia della Chiesa Ortodossa Georgiana e confermò la dignità patriarcale del suo Primate. Tale atto ebbe un’enorme importanza ecclesiologica e simbolica, poiché sancì sul piano panortodosso la piena continuità storica e canonica della Chiesa Georgiana quale antica Chiesa apostolica autocefala.

Oggi la Chiesa Ortodossa Georgiana rappresenta una delle istituzioni più autorevoli e influenti della Georgia contemporanea. Essa continua a svolgere un ruolo centrale non soltanto nella vita religiosa, ma anche nella vita culturale, sociale e nazionale del Paese.

La Chiesa custodisce la memoria apostolica della Georgia cristiana, preserva la tradizione liturgica e spirituale del popolo georgiano e continua ad essere percepita come uno dei principali fondamenti dell’identità nazionale georgiana. Attraverso i suoi monasteri, le sue scuole teologiche, le attività pastorali e il patrimonio spirituale e culturale accumulato nei secoli, la Chiesa Ortodossa Georgiana continua ancora oggi a rappresentare uno dei più importanti simboli della continuità storica e spirituale della nazione georgiana.

Dal 11 maggio 2026 il trono patriarcale della Chiesa Ortodossa Georgiana è occupato da Sua Beatitudine il Katholikòs-Patriarca Sio III, succeduto al compianto Patriarca Ilia II. Con la sua elezione al Trono patriarcale, Sio III ha assunto il titolo tradizionale di «Katholikòs-Patriarca di tutta la Georgia», divenendo il Primate della Chiesa Ortodossa Georgiana e il supremo riferimento spirituale, canonico e pastorale del popolo georgiano.

La successione patriarcale del 2026 ha rappresentato un momento di particolare rilievo nella vita ecclesiastica della Georgia, poiché ha segnato la conclusione del lunghissimo ministero del Patriarca Ilia II, il quale guidò la Chiesa Georgiana per quasi mezzo secolo, accompagnandola attraverso il periodo sovietico, la restaurazione dell’indipendenza nazionale e la grande rinascita religiosa della Georgia contemporanea. Il nuovo Katholikòs-Patriarca Sio III eredita una Chiesa profondamente radicata nella società georgiana e caratterizzata da un forte prestigio spirituale e morale. Nel suo ministero egli è chiamato a proseguire l’opera di consolidamento pastorale, culturale e spirituale della Chiesa Ortodossa Georgiana, custodendo la continuità della tradizione apostolica, liturgica e nazionale che da secoli caratterizza il Patriarcato di Georgia. In qualità di Katholikòs-Patriarca, Sio III presiede il Santo Sinodo della Chiesa Georgiana, guida la vita ecclesiastica del Patriarcato e rappresenta ufficialmente la Chiesa nei rapporti interortodossi, ecumenici e istituzionali, continuando la storica missione spirituale che la Chiesa Ortodossa Georgiana svolge nella vita religiosa e culturale della nazione georgiana.