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Patriarcato di Serbia

IL PATRIARCATO DI SERBIA

La Chiesa Ortodossa Serba (in serbo: Српска православна црква) costituisce una delle Chiese Ortodosse autocefale e rappresenta la seconda più antica Chiesa Ortodossa slava, dopo quella bulgara. Essa appartiene al gruppo dei cosiddetti Patriarcati “recenti” ed è comunemente designata come Patriarcato di Serbia.

Dal punto di vista demografico ed ecclesiale, la Chiesa Ortodossa Serba raccoglie la maggioranza dei fedeli in Serbia, Montenegro e nella Repubblica di Bosnia ed Erzegovina. La sua struttura organizzativa si articola in metropolie ed eparchie, distribuite non solo nei territori balcanici – tra cui Bosnia ed Erzegovina e Croazia – ma anche nelle comunità della diaspora serba presenti a livello globale.

L’autocefalia fu originariamente ottenuta nel 1219 sotto la guida di san Saba di Serbia, quando la Chiesa serba fu elevata ad Arcidiocesi indipendente con sede a Žiča. Nel 1346 essa fu ulteriormente elevata al rango patriarcale, assumendo la denominazione di Patriarcato serbo di Peć, status mantenuto fino alla sua soppressione da parte dell’Impero Ottomano nel 1766. Successivamente, nel 1879, il Patriarcato Ecumenico riconobbe ufficialmente l’autocefalia della Metropolia di Belgrado. La configurazione attuale della Chiesa Ortodossa Serba fu infine stabilita nel 1920, a seguito dell’unificazione del Patriarcato di Karlovci, della Metropolia di Belgrado e della Metropolia del Montenegro, e il dovuto riconoscimento canonico da parte del Patriarcato Ecumenico.

Il cristianesimo si diffuse nei Balcani fin dal I secolo. Tra le prime testimonianze vi sono i santi Floro e Lauro, martiri del II secolo, uccisi insieme a 300 cristiani a Lipljan, nell’attuale Kosovo. Costantino I, nato a Niš, fu il primo imperatore romano a favorire il cristianesimo. Alcuni vescovi dell’area dell’odierna Serbia parteciparono al I Concilio di Nicea (325). Più tardi, nel 380, Teodosio I (379-395) stabilì il cristianesimo niceno come religione ufficiale dell’Impero. Con la divisione definitiva dell’Impero Romano nel 395, si consolidò una distinzione tra Oriente e Occidente: nella parte orientale si usava il greco, mentre in quello occidentale il latino. Questa separazione contribuì nel tempo anche a una differenziazione religiosa nei Balcani, con i Serbi prevalentemente ortodossi e i Croati cattolici.

Tra le istituzioni ecclesiastiche importanti vi fu l’Arcidiocesi di Giustiniana Prima, fondata nel 535 dall’imperatore Giustiniano I (527-565) e inizialmente influente su gran parte dell’area balcanica. Tuttavia, le invasioni di Slavi e Avari portarono alla sua scomparsa dopo il 602. Nel 733, l’imperatore Leone III Isaurico (717-741) trasferì diverse regioni, tra cui Grecia, Sicilia e Calabria, sotto l’autorità del Patriarcato Ecumenico, rafforzando ulteriormente il legame con la Chiesa orientale.

La storia del primo principato serbo medievale è descritta nel De administrando imperio, scritto da Costantino VII Porfirogenito (913-959), che raccoglie anche tradizioni serbe. Secondo l’opera, i Serbi si posero sotto la protezione dell’imperatore Eraclio I ((610-641) e avviarono una prima cristianizzazione tra il 632 e il 638, inizialmente limitata alle élite. La piena affermazione del cristianesimo avvenne però nel IX secolo, sotto il principe Mutimir (850-891) e l’imperatore Basilio I (867-886), quando furono inviati missionari e battezzata la popolazione. Questo processo fu influenzato da Costantinopoli, dalla Bulgaria e dai contatti con la Grande Moravia, legati anche all’opera di Metodio e dei discepoli di Cirillo e Metodio.

La prima sede episcopale sorse a Ras (vicino a Novi Pazar), probabilmente tra IX e X secolo, come parte dell’organizzazione ecclesiastica del Patriarcato Ecumenico dei territori slavi, confermata dal Concilio di Costantinopoli (Concilio di Santa Sofia 879–880). In questo periodo si diffusero anche nomi cristiani tra i sovrani dei principati serbi, segno della crescente integrazione religiosa. Sotto il principe Petar Gojniković (892-917) il cristianesimo si consolidò ulteriormente, anche grazie ai rapporti con la Bulgaria. L’annessione bulgara del 924 favorì infine l’uso dell’alfabeto cirillico e della celebrazione slava, segnando una svolta culturale e religiosa duratura.

Dopo la conquista della Bulgaria (1018-1019) dall’Impero Romano d’Oriente fu istituita l’Arcidiocesi di Ohrid e il greco sostituì progressivamente lo slavo nella celebrazione. La Serbia fu organizzata in più diocesi: quella di Ras, citata nei decreti dell’imperatore Basilio II (976-1025), dipendeva da Ohrid e comprendeva gran parte della Serbia. Nei documenti imperiali del 1020 è indicata come sede principale per il territorio, con centro nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Tra i primi vescovi si ricordano Leontio, Cirillo, Eutimio e Callinico. Nel 1219 la diocesi fu inglobata nell’Arcidiocesi autocefala di Žiča, fondata da San Sava. Importanti testimonianze della cultura slava sono il Codice Mariano (X-XI secolo), uno dei più antichi vangeli in slavo ecclesiastico, e altri manoscritti come i frammenti dell’Apostolo di Gršković e di Mihanović, che documentano lo sviluppo precoce della tradizione liturgica e letteraria serba.

San Saba (1175-1235), al secolo Rastko Nemanjić, figlio del Kral dei serbi Stefano Nemanja (1166-1196), prese i voti monastici sul Monte Athos nel 1192. Poco dopo anche il padre lo raggiunse, diventando monaco con il nome di Simeone. Insieme restaurarono il monastero di Hilandar, che divenne il principale centro spirituale serbo; qui Simeone morì nel 1199 ed è venerato come santo. Nel 1207 Saba tornò in Serbia con le reliquie del padre, deposte a Studenica. Si impegnò nella riconciliazione tra i fratelli Stefano e Vukan e rimase nel paese per rafforzare la vita religiosa: fondò chiese e monasteri, tra cui Žiča, e promosse l’educazione cristiana. Nel 1217 incoronò il fratello come re, consolidando l’unità politica. Tra il 1217 e il 1219 tornò sul Monte Athos e ottenne l’autocefalia della Chiesa serba dal Patriarcato Ecumenico (allora con sede a Nicea), diventandone il primo arcivescovo. Nello stesso periodo pubblicò il Nomocanon (Zakonopravilo), che organizzava la vita ecclesiastica e giuridica del paese, rafforzandone l’autonomia.

Rientrato in Serbia, organizzò la Chiesa nominando vescovi e combatté l’eresia dei bogomili; nel 1221 convocò un importante Sinodo locale a Žiča. Tra il 1229 e il 1233 compì un pellegrinaggio in Terra Santa, visitando i principali luoghi sacri e ottenendo monasteri per i monaci serbi. Morì nel 1235 a Veliko Tarnovo, durante il regno di Ivan Asen II (1212-1241), e fu inizialmente sepolto lì; nel 1237 le sue reliquie furono trasferite nel monastero di Mileševa. In seguito, nel 1253, la Sede arcivescovile fu spostata a Peć, che divenne il principale centro della Chiesa serba, soprattutto dopo le distruzioni che ha subito il monastero di Žiča e il trasferimento delle sue reliquie e tesori.

Lo sviluppo della Chiesa Ortodossa Serba fu strettamente legato alla crescita politica del regno medievale. Con l’ascesa di Stefano Uroš IV Dušan (1331-1346), che ampliò notevolmente i territori serbi e assunse il titolo imperiale di zar, anche la Chiesa vide accrescere il proprio prestigio e la propria autonomia. Nel 1346 l’Arcidiocesi Autocefala Serba fu elevato al rango di Patriarcato unilateralmente e senza l’approvazione dal Patriarcato Ecumenico, segnando un momento decisivo nella sua storia. Nel corso del XIV secolo, la Chiesa serba raggiunse il massimo della sua influenza, e il clero serbo occupò una posizione di grande rilievo persino sul Monte Athos.

Il 16 aprile 1346, giorno di Pasqua, Dušan convocò a Skopje un grande Sinodo ecclesiastico e politico. Vi presero parte importanti figure religiose, tra cui Ioannichio II, l’arcivescovo di Ohrid e il Patriarca bulgaro, oltre a rappresentanti delle comunità monastiche del Monte Athos. In questo Sinodo fu approvata formalmente l’elevazione della Chiesa serba a Patriarcato. Ioannichio II divenne così il primo Patriarca serbo (1346-1354), con sede nel monastero patriarcale di Peć, mentre Dušan fu solennemente incoronato «imperatore dei Serbi e dei Romani» (1346).

La creazione del Patriarcato comportò anche una riorganizzazione interna della Chiesa: diverse diocesi furono elevate al rango di metropolie, tra cui quella di Skopje, e la giurisdizione ecclesiastica serba si estese notevolmente. Essa arrivò a comprendere il Monte Athos e alcune importanti sedi greche che in precedenza dipendevano dal Patriarcato Ecumenico, come Tessalonica, mentre l’arcidiocesi di Ohrid mantenne la propria autonomia.

Questa espansione e l’assunzione del titolo imperiale da parte di Dušan provocarono forti contrasti con Costantinopoli. Nel 1350 il patriarca Callisto I di Costantinopoli (1350-1354) reagì scomunicando Dušan e la gerarchia serba, segnando una profonda frattura nei rapporti tra la Chiesa serba e quella di Costantinopoli, destinata a influenzare a lungo gli equilibri religiosi della regione.

L’Impero Ottomano conquistò progressivamente i territori serbi: il Despotato di Serbia nel 1459, il Regno di Bosnia nel 1463, l’Erzegovina nel 1482 e il Montenegro nel 1499. I territori occupati furono organizzati in sangiaccati. Sebbene alcuni Serbi si convertirono all’Islam, la maggioranza rimase fedele alla Chiesa Ortodossa Serba, che continuò a esistere durante il dominio ottomano, sebbene tra molte difficoltà. Dopo la morte del Patriarca serbo Arsenio II (1453-1463) nel 1463, non fu eletto un successore e il Patriarcato fu di fatto abolito. La Chiesa serba passò sotto la giurisdizione dell’Arcidiocesi di Ohrid e successivamente del Patriarcato Ecumenico, che esercitava autorità su tutti gli ortodossi dell’Impero Ottomano nel sistema dei millet.

Dopo vari tentativi falliti (1530-1541) del Metropolita Paolo di Smederevo di ristabilire l’autocefalia, il Patriarcato serbo fu infine restaurato nel 1557 sotto il sultano Solimano il Magnifico (1520-1566), grazie all’intervento del gran visir Mehmed Paša Sokolović (1506-1579). Suo parente, il vescovo ortodosso Macario Sokolović (1557-1571), fu eletto Patriarca di Peć. Questa restaurazione ebbe grande importanza, poiché contribuì all’unità spirituale dei Serbi nell’Impero Ottomano e incluse anche alcune diocesi della Bulgaria occidentale.

Durante il pontificato di Jovan Kantul (1592-1614), gli Ottomani trasferirono le reliquie di San Sava dal monastero di Mileševa a Belgrado, dove furono bruciate sul colle di Vračar per intimidire la popolazione serba durante le rivolte (come quella del Banato nel 1594). In seguito, sul luogo venne costruito il tempio di San Saba. Dopo ulteriori rivolte serbe contro il dominio ottomano, nelle quali la Chiesa ebbe un ruolo importante, il Patriarcato fu nuovamente abolito nel 1766. La Chiesa tornò sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico. Il periodo successivo, segnato dal governo dei cosiddetti “fanarioti”, fu caratterizzato da una forte decadenza spirituale, poiché molti vescovi greci avevano scarsa comprensione del loro gregge serbo.

In questo periodo, un numero significativo di cristiani nei Balcani si convertì all’Islam, anche per sottrarsi al gravoso sistema fiscale imposto dall’Impero Ottomano, che colpiva in particolare le popolazioni cristiane quale misura punitiva in risposta a rivolte e persistenti forme di resistenza. Parallelamente, numerosi Serbi emigrarono, insieme ai propri capi ecclesiastici, nei territori della Monarchia asburgica, dove ottennero forme di autonomia religiosa e amministrativa. In tale contesto, nel 1708 fu istituita una Metropolia Ortodossa Serba Autonoma con sede a Karlovci, la quale fu successivamente elevata al rango patriarcale nel periodo compreso tra il 1848 e il 1920.

Il forte legame tra la Chiesa Ortodossa Serba e la resistenza nazionale contro il dominio dell’Impero Ottomano favorì una profonda identificazione tra Ortodossia, identità serba e la nuova struttura statale emersa dopo il 1815. In tale contesto, nel Principato di Serbia, la Chiesa ottenne nel 1831 un’ampia autonomia, organizzandosi come Metropolia di Belgrado, pur rimanendo formalmente sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico. Dopo il riconoscimento dell’indipendenza politica nel 1878, nel 1879 fu concessa anche l’autocefalia ecclesiastica. Parallelamente, le diocesi serbe in Bosnia ed Erzegovina continuarono a dipendere da Costantinopoli, mantenendo tuttavia una certa autonomia interna.

All’inizio del XX secolo, il panorama ecclesiastico serbo risultava articolato in più entità: il Patriarcato di Karlovci nei territori della Monarchia asburgica, la Metropolia di Belgrado nel Regno di Serbia e la Metropolia del Montenegro. Dopo la Prima guerra mondiale, tali realtà furono unificate nel 1920 in un’unica struttura ecclesiastica, con l’elezione del Patriarca Dimitrije di Serbia (1920-1930), riconosciuto come tale dal Patriarcato Ecumenico.

Nel periodo interbellico, la Chiesa esercitò una notevole influenza nel Regno di Jugoslavia, opponendosi con successo al tentativo governativo di stipulare un concordato con la Santa Sede. Nello stesso periodo furono istituite nuove diocesi anche nella diaspora, in particolare negli Stati Uniti, in Canada e nell’Europa centrale.

Durante la Seconda guerra mondiale, la Chiesa subì dure persecuzioni da parte delle forze occupanti e del regime ustascia dello Stato Indipendente di Croazia, che tentò di imporre una “Chiesa ortodossa croata”. Numerosi fedeli serbi furono uccisi, deportati o costretti alla conversione al cattolicesimo, e molte chiese vennero distrutte.

Nel dopoguerra, il regime comunista guidato da Josip Broz Tito (1953-1980) impose severe restrizioni alla vita ecclesiale, tra cui la confisca dei beni, il divieto di insegnamento religioso e limitazioni alle attività pastorali. Nonostante ciò, la Chiesa continuò a operare, sebbene sotto stretto controllo statale.

Negli anni Sessanta emersero divisioni nella diaspora, con la formazione della cosiddetta “Chiesa ortodossa serba libera”; tuttavia, l’unità fu ristabilita nel 1991. La fine del comunismo e le tensioni nazionalistiche degli anni Ottanta e Novanta favorirono una rinascita religiosa. Il Patriarca Pavle di Serbia (1990-2009) sostenne l’opposizione al regime di Slobodan Milošević, mentre le guerre jugoslave causarono ingenti danni: distruzione di edifici religiosi, sfollamenti e persecuzioni del clero. In Croazia, molte diocesi furono quasi abbandonate dopo l’esodo dei serbi nel 1995. In Kosovo, dopo il 1999, numerosi monasteri e chiese ortodosse subirono devastazioni e molti fedeli furono costretti alla fuga. Nonostante tali difficoltà, negli anni successivi si avviò un processo di ricostruzione e restituzione dei beni ecclesiastici, mentre la riorganizzazione della diaspora, completata tra il 2009 e il 2011, consentì il ristabilimento dell’unità strutturale della Chiesa Ortodossa Serba a livello globale.

Attualmente, il Patriarca dei Serbia è Porfirije, 46º Primate della Chiesa Ortodossa Serba. Egli ricopre tale ufficio dal 18 febbraio 2021 e porta il titolo di «Arcivescovo di Peć, Metropolita di Belgrado e Karlovci e Patriarca dei Serbi», espressione della sua autorità ecclesiastica e della continuità storica della tradizione ortodossa serba.