Passa al contenuto principale

LE ACROBAZIE STORICHE DEL METROPOLITA DI VOLOKOLAMSK ANTONIO, SULLA METROPOLIA DI KIEV

LE ACROBAZIE STORICHE DEL METROPOLITA DI VOLOKOLAMSK ANTONIO, SULLA METROPOLIA DI KIEV

LE ACROBAZIE STORICHE DEL METROPOLITA DI VOLOKOLAMSK ANTONIO, SULLA METROPOLIA DI KIEV

Ieromonaco Nikitas Pantokratorinos

1686: Quando un permesso ecclesiastico viene presentato come un titolo di proprietà eterno

In una recente pubblicazione abbiamo letto che il Metropolita Antonij di Volokolamsk, all’inaugurazione della mostra “I nomi della diplomazia russa: Emeljan Ukraintsev”, ha definito il trasferimento della Metropolia di Kiev nel 1686 come un “ripristino della giustizia storica”, riferendosi naturalmente al testo dell’Atto Sinodale del 1686 con cui il Patriarca Ecumenico concede il permesso al Patriarca di Mosca di ordinare l’eletto Metropolita di Kiev (ἔχῃ ἐπ’ ἀδείας χειροτονεῖν Κιόβου Μητροπολίτην). Vale la pena notare che in questa mostra uno dei reperti è l’Atto Sinodale originale del 1686. Nonostante questo fatto, però, è ben evidente che il Metropolita non ne conosce il contenuto. Presenta la storia in modo selettivo, estrapolando il testo ecclesiastico dal suo contesto storico e compiendo un tentativo di presentare una specifica interpretazione come l’unica verità possibile. Cerca quindi di trasformare la storia ecclesiastica in uno strumento per confermare posizioni ecclesiastiche o politiche contemporanee. Tuttavia, l’Atto Sinodale esiste. E quando lo si legge interamente e con attenzione, il quadro è molto più complesso di quello che viene presentato.

Mettiamo quindi le cose in ordine. Cominciamo da qualcosa che non può essere contestato. Nel 1686 il Patriarca Ecumenico concesse al Patriarca di Mosca il permesso di ordinare il Metropolita di Kiev. Quale fu il motivo della concessione di questo permesso? Lo stesso Atto Sinodale patriarcale menziona la grande distanza e i continui conflitti bellici tra i due regni (l’impero russo e quello ottomano), quegli eventi che rendevano praticamente difficile la realizzazione dell’ordinazione da parte del Trono Ecumenico (δια το ὑπερβολικον τοῦ τόπου διάστημα, και δια τας μεταξυ τῶν δύο μεγίστων Βασιλειῶν συμβάσας μάχας). Mosca, ovviamente, aveva chiesto molto di più di un semplice permesso del genere. Il 1685-1686 non fu una semplice richiesta neutrale di facilitazione pratica. Mosca perseguiva l’assoggettamento della Metropolia di Kiev alla propria giurisdizione ecclesiastica. Questo è un fatto storico. Ed è proprio per questo che ha importanza ciò che alla fine è stato concesso. Perché una cosa è dire: “Cedo definitivamente la giurisdizione canonica” e un’altra: “Permetto, a causa delle circostanze, al Patriarca di Mosca di ordinare il Metropolita che sarà eletto a Kiev”. Queste due proposizioni non sono identiche.

E qui sta il dettaglio che alcuni vorrebbero fosse dimenticato. Il Metropolita di Kiev non doveva essere nominato liberamente da Mosca. L’Atto Sinodale prevede che il Metropolita sarebbe stato eletto dai responsabili della Metropolia di Kiev, secondo la tradizione ecclesiastica locale, e successivamente sarebbe stato inviato a Mosca per l’ordinazione (ὅντινα ἂν ἐκλέξωσι οἱ ἐν τῇ Ἐπαρχίᾳ ταύτῃ ὑποκείμενοι, κατα το ἐκδοθεν γράμμα τοῖς ὑποκειμένοις τῇ Κιόβου Ἐπαρχίᾳ). Questo ha un’importanza enorme. Perché se nel 1686 fosse stata data a Mosca una giurisdizione completa e illimitata sulla Metropolia, come lascia intendere il Metropolita di Volokolamsk, allora perché la stessa procedura di elezione del Metropolita rimaneva alla Chiesa locale? Perché il Patriarca Ecumenico non ha affidato a Mosca il diritto di nominare chiunque desiderasse? Perché è stata mantenuta l’elezione? La risposta è semplice: perché l’ordinazione e la piena giurisdizione amministrativa non sono la stessa cosa.

Oltre a ciò, nella lettera viene menzionata successivamente la commemorazione. Qui si trova forse il punto più altisonante. Il Metropolita di Kiev era tenuto a commemorare durante la Divina Liturgia prima il Patriarca Ecumenico e poi il Patriarca di Mosca (ἡνίκα ὁ Μητροπολίτης Κιόβου ἱερουργῶν εἴη την ἀναίμακτον και θείαν μυσταγωγίαν ἐν τῇ παροικίᾳ ταύτῃ, μνημονεύοι ἐν πρώτοις τοῦ σεβασμίου ὀνόματος τοῦ παναγιωτάτου Οἰκουμενικοῦ Πατριάρχου). E non si tratta di un dettaglio formale[1]. Nella Chiesa Ortodossa la commemorazione dei Primati ha un contenuto ecclesiologico. Manifesta la comunione e il riferimento canonico del vescovo e della Chiesa locale. Così la commemorazione del Patriarca Ecumenico da parte dell’eletto Metropolita di Kiev dichiara l’autorità ecclesiastica a cui è subordinato, mentre la commemorazione del Patriarca di Mosca è legata al fatto che quest’ultimo aveva effettuato l’ordinazione. Questo è estremamente rivelatore. Perché se la Metropolia fosse stata trasferita interamente e irrevocabilmente a Mosca, perché il Metropolita di Kiev avrebbe dovuto continuare a commemorare per primo il Patriarca Ecumenico? Se la lettera del 1686 fosse un trasferimento completo e definitivo, dov’è il chiaro atto di rinuncia del Trono Ecumenico alla sua giurisdizione canonica sulla Metropolia di Kiev? Perché un cambiamento ecclesiastico così importante non può basarsi su sottintesi. Se il Patriarca Ecumenico avesse abbandonato definitivamente la sua giurisdizione canonica, ciò avrebbe dovuto risultare in modo chiaro e incontestabile.

Pertanto, quando qualcuno invoca il 1686 come una semplice, completa e irrevocabile “annessione” della Metropolia di Kiev a Mosca, deve prima rispondere a una semplice domanda: perché nell’Atto vi erano queste condizioni specifiche e questi presupposti ecclesiologici? Non si può tenere solo la parte di un testo storico che fa comodo e ignorare il resto, come fa il Metropolita di Volokolamsk.

Nell’Atto Sinodale del 1686 si risolvono tutti i misteri. Vengono menzionati dettagli dai quali apprendiamo: perché è stato dato il permesso, a chi è stato dato, cosa è stato esattamente permesso, chi eleggeva il Metropolita, quali condizioni sono state poste, chi commemorava il Metropolita, quali privilegi manteneva e quale è stata la reale applicazione dell’Atto.

Tuttavia, è ancora più importante esaminare non solo ciò che è stato scritto nel 1686, ma anche ciò che è accaduto nella pratica negli anni successivi, perché la storia della Metropolia di Kiev non si è fermata nel 1686. La storia dice che Mosca ha gradualmente limitato o abolito i privilegi fondamentali della Metropolia di Kiev, è intervenuta nel processo di elezione dei Metropoliti e ha cessato la commemorazione del Patriarca Ecumenico. Le condizioni della lettera sinodale hanno smesso di essere rispettate. Un Atto ecclesiastico, tuttavia, non si interpreta solo in base a come lo presenta a posteriori il più forte, ma dalle condizioni con cui è stato realizzato e dal modo in cui tali condizioni sono state applicate. Perché anche l’interpretazione più favorevole di un testo storico non dà a nessuno il diritto di violarne i termini.

La Chiesa non è una mappa geopolitica. I Troni Patriarcali non sono imperi. Le Metropolie non sono territori che si comprano, si vendono o si conquistano. La Chiesa opera con i Sacri Canoni, con l’ordine canonico, con la tradizione apostolica e, soprattutto, nel mistero dell’unità del Corpo di Cristo. Per questo non è teologicamente corretto trasferire nella Chiesa la logica dei confini statali. Kiev non è semplicemente un’area geografica. È una delle culle più antiche del mondo russo e slavo orientale battezzato, con una storia e una tradizione ecclesiastica immensa. E proprio perché la sua storia è così importante, nessuno ha il diritto di semplificarla. Il fatto che territori politici siano passati sotto Mosca non significa automaticamente che con essi si siano spostati anche i confini canonici della Chiesa (sebbene questa sia una tattica costante nei secoli per Mosca). La sovranità politica e la giurisdizione ecclesiastica non sono la stessa cosa. Se fossero la stessa cosa, allora ogni cambiamento di confine creerebbe automaticamente anche una nuova giurisdizione canonica. Questo, però, trasformerebbe i Sacri Canoni in un’appendice delle mappe politiche. E questo non ha nulla a che fare con l’Ecclesiologia Ortodossa.

La frase, dunque, uscita dalla bocca del Metropolita di Volokolamsk, “ripristino della giustizia storica”, è molto pesante e fuorviante. Di quale giustizia parla? Della giustizia della distanza? Della giustizia delle guerre? Della giustizia dell’elezione del Metropolita da parte della Chiesa locale? Della giustizia della prima commemorazione del Patriarca Ecumenico? O forse della giustizia di un’interpretazione successiva, secondo la quale un atto del 1686 si trasforma in un titolo ecclesiastico irrevocabile per i secoli successivi?

E quale ingiustizia storica è stata esattamente riparata? L’unica ingiustizia storica riparata ha avuto luogo nell’ottobre 2018 con la revoca della validità della lettera sinodale del 1686, i cui termini d’altronde non erano mai stati applicati. Con questa decisione si è aperta la strada per la concessione dell’Autocefalia alla Chiesa dell’Ucraina.

Più avanti il Metropolita si riferisce alle persecuzioni che la Chiesa Ortodossa Ucraina sotto il Metropolita Onufrij subisce oggi da parte delle autorità ucraine. Se il termine “persecuzioni” viene utilizzato per descrivere la situazione della Chiesa del Metropolita Onufrij, allora lo stesso termine non può smettere di valere quando le vittime appartengono alla Chiesa Autocefala dell’Ucraina. Nella Crimea occupata, i chierici della Chiesa Autocefala sono stati costretti ad abbandonare le loro parrocchie e l’ultima cappella ortodossa è stata demolita. Nel Donetsk occupato si registra lo scioglimento delle ultime parrocchie della Chiesa Autocefala e la detenzione di chierici. Anche queste non sono “persecuzioni”? Non può esserci una sensibilità selettiva per la libertà ecclesiastica. Se denunciamo l’oppressione dei fedeli di Onufrij, allora dobbiamo avere lo stesso coraggio di denunciare l’espulsione di chierici e l’eliminazione di parrocchie della Chiesa Autocefala nei territori occupati. E non solo della Chiesa Autocefala, perché se difendiamo la libertà canonica della Chiesa di Onufrij, allora dobbiamo spiegare anche cosa è successo alle diocesi della stessa Chiesa che si sono trovate sotto l’occupazione russa. Non è possibile denunciare l’intervento statale nella Chiesa quando proviene da Kiev e passare sotto silenzio il corrispondente intervento quando proviene da Mosca. Non è teologicamente coerente invocare il 1686 per dimostrare che Mosca ha diritti canonici in Ucraina e, allo stesso tempo, evitare di rispondere alla domanda se la stessa Mosca, nel 2022 e successivamente, abbia rispettato i confini ecclesiastici della Chiesa di Onufrij nei territori occupati dalla Russia.

Non è bello trasformare la Chiesa in un campo di scontri nazionali. Mosca non è la Chiesa. Né Kiev è la Chiesa. La Chiesa è il Corpo di Cristo. E chi ama veramente la Chiesa non cerca modi per giustificare a posteriori la propria fazione. Cerca la verità. E la verità non ha paura dei documenti storici. Non ha paura della ricerca. Non ha paura nemmeno dell’autocritica. Per questo, prima di definire il 1686 come un «ripristino della giustizia storica», apriamo i testi stessi, leggiamoli per intero e lasciamo che sia la storia a parlare. Perché nella Chiesa di Cristo non c’è bisogno di gridare per dimostrare che abbiamo ragione. C’è bisogno di avere e di vivere con la verità.

Dal sito: https://fosfanariou.gr/index.php/2026/08/31/oi-istorikes-akrovasies-tou-mitropoliti-volokolamsk-peri-tis-mitropoleos-kievou/

[1] Ancora il Metropolita di Kiev Antony Khrapovitsky (1863-1936), eminente vescovo e teologo della Chiesa Russa, celebre soprattutto per essere stato il fondatore e il Primo Gerarca della Chiesa ortodossa russa fuori dalla Russia (ROCOR), continuava a commemorare, come Metropolita di Kiev,  prima il Patriarca Ecumenico e poi il Patriarca di Mosca.

Nessun documento disponibile.