PERIODO DEL TONO PLAGALE I Martedì Sera Al Vespro
Al Signore a te ho gridato stichirà prosòmia despotikà.
Tono pl. 1. Salve, tu che sei veramente.
Ferma, o filantropo, gli assalti contro di me dei demòni, che cercano di uccidere la mia povera anima e di condurla in perdizione; sventa i loro disegni e le loro insidie quotidiane, notte e giorno e liberami da loro, Sovrano; ferma i flutti tumultuosi della vita, strappami alla geenna e alle tenebre eterne, ti supplico, o Cristo, quando verrai nella gloria per giudicare il mondo, tu che sei più che buono.
Quando si apriranno i libri, o Cristo, nel giorno della tua tremenda parusia e tutti staranno davanti al tuo tribunale aspettando la sentenza, mentre il fuoco scorrerà davanti alla tribuna e la tromba suonerà con fragore, che farò io infelice, accusato dalla coscienza e condannato al fuoco inestinguibile? Chiedo dunque, prima della fine, di trovare remissione per le mie colpe, o Cristo, mio Dio, tu che doni al mondo la grande misericordia.
Prendesti sulle spalle la tua croce, o Cristo venendo alla passione e a noi, che vogliamo vivere in te, mostrasti come vivere in te e con te esser glorificati; tu stesso rendi degni anche noi di partecipare alla tua passione e alla tua gloria, portando in noi stessi la tua morte; uccidi gli assalti della mia carne, o filantropo, inchioda le sue membra con il tuo divino timore, rendimi morto per il mondo, ma vivo solo per i tuoi precetti.
Altri Stichirà della Theotòkos, uguali.
Piango e mi rattristo amaramente, considerando il tremendo rendiconto, non avendo, me misero, la minima difesa dalle opere; perciò supplico: prima che mi raggiunga l’incerta fine della vita, prima della falce, prima della morte, prima del giudizio, prima del rendiconto là dove è il fuoco inestinguibile e la tenebra esteriore, dov’è quel verme che divora i colpevoli, donami, o pura, scioglimento dalle colpe e grande misericordia.
Divenisti trono davvero cherubico, superiore a tutte le creature, poiché in te dimorò il divino Verbo volendo riplasmare la nostra forma e venne incarnato da te accettando croce e passione per noi come compassionevole e donò come Dio la risurrezione, perciò, siccome riconciliasti col Creatore la nostra natura condannata, grati a te acclamiamo: Concedici per le tue preghiere il perdono dei peccati e la misericordia.
Le onde delle mie lacrime dai miei occhi, dilettissimo Figlio il tempo non potrà mai inaridire del tutto: così gridava gemendo la pura; tu sei infatti luce inaccessibile che illumina con l’illuminazione da cui i grandi luminari effondono, i cieli e l’universo trova consistenza; che m’importa vedere il sole, quando tramonta il mio sole? Mia dolce luce, come ti spegni, o illuminazione del mio volto? Spegnerò dunque con rivi di lacrime le pupille dei miei occhi.
Gloria. E ora. Theotokìon.
L’Agnella, vedendo un tempo il suo Agnello affrettarsi all’uccisione, lo seguiva gridando a lui queste cose: Dove vai, Figlio mio dolcissimo? Cristo longanime, in grazia di chi corri questa strada, o Gesù dilettissimo, senza peccato, misericordiosissimo Signore? Dimmi una parola, a me tua serva, Figlio mio carissimo, non ignorare me, la tua genitrice, o compassionevole tacendo tremendamente, o Dio vivificante, che doni al mondo la grande misericordia.
Apòstica stavròsima.
La tua croce, o Cristo, benché appaia per natura legno, è rivestita di divina potenza e mentre appare sensibilmente al mondo, opera spiritualmente il prodigio della nostra salvezza; e noi, venerandola, ti glorifichiamo, Salvatore: abbi pietà di noi.
Appena l’albero della tua croce fu piantato, o Cristo, fu messo in fuga l’errore e fiorì la grazia: esso infatti non rappresenta più la pena di una condanna, ma ci è mostrato quale trofeo di salvezza. O croce, nostro sostegno; croce, nostro vanto; croce, nostra esultanza.
Martyrikòn. Intercedete per noi, martiri santi, perché siamo liberati dalle nostre iniquità: a voi infatti è stata data la grazia di intercedere per noi.
Gloria. E ora. Stavrotheotokìon.
Salve, tu che sei veramente.
Stando presso la croce, o Gesù, la tua genitrice faceva lamento e gemeva, esclamando: Non sopporto, o Figlio, di vedere inchiodato al legno colui che ho generato; ho infatti sfuggito le doglie perché ignara d’uomo e come dunque sono ora presa dai dolori e ho il cuore straziato, io, l’irreprensibile? Infatti ora si è compiuto ciò che aveva detto Simeone, che una spada sarebbe amaramente penetrata nel mio cuore. Ma tu, Figlio mio, risorgi e salva i tuoi cantori.

