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Giurisdizione: Chiese con Autocefalia non pienamente riconosciuta

Chiesa Ortodossa in America – OCA

STORIA DELLA CHIESA ORTODOSSA IN AMERICA – OCA

L’sperienza della Chiesa Ortodossa in Nord America rappresenta una parabola storica di particolare rilievo nel contesto del cristianesimo orientale contemporaneo. La sua traiettoria si snoda attraverso tre fasi fondamentali: l’espansione missionaria in Alaska, la stabilizzazione istituzionale sotto il Patriarca Tikhon di Mosca (1917-1925) e la complessa transizione verso l’autocefalia amministrativa nel XX secolo.

La Chiesa Ortodossa in America fa risalire le proprie origini all’arrivo, nel 1794, di otto missionari ortodossi provenienti dal celebre monastero di Valaam, situato nella regione della Carelia settentrionale, i quali giunsero a Kodiak, in Alaska, allora parte dell’Impero Russo. Questa missione rappresentò l’inizio stabile della presenza ortodossa nel continente nordamericano. I missionari svolsero un’intensa opera evangelizzatrice tra le popolazioni indigene dell’Alaska, distinguendosi non soltanto per la predicazione del Vangelo, ma anche per la difesa delle popolazioni native contro gli abusi dei commercianti coloniali. Grazie alla loro attività pastorale e missionaria, numerosi abitanti dell’Alaska abbracciarono la fede cristiana ortodossa, dando origine alle prime comunità ecclesiali ortodosse del Nord America.

Negli anni Venti del XIX secolo giunse in Alaska il sacerdote Giovanni Veniaminov (1821-1840), una delle figure più eminenti della missione ortodossa in America settentrionale. Egli si dedicò con straordinario zelo all’evangelizzazione delle popolazioni indigene, distinguendosi non soltanto per l’attività pastorale, ma anche per il suo rilevante contributo linguistico e culturale. Tra i suoi principali meriti va ricordata la traduzione della Sacra Scrittura e dei testi liturgici nei dialetti locali delle popolazioni native dell’Alaska. Per facilitare tale opera missionaria, elaborò inoltre sistemi grammaticali e alfabeti per alcune lingue indigene, contribuendo in modo decisivo alla loro codificazione scritta.

Nel1840 Padre Giovanni fu ordinato primo vescovo di Kamchatka, assumendo il nome di Innocenzo. Sotto la sua guida l’opera missionaria ortodossa continuò a svilupparsi tra le popolazioni native dell’Alaska, consolidando la presenza ecclesiale nella regione. Il vescovo Innocenzo estese inoltre la propria attività pastorale anche oltre l’Alaska, visitando la California e la comunità ortodossa di Fort Ross, situata a nord di San Francisco, importante centro della presenza russa sulla costa pacifica nordamericana. Successivamente fece ritorno in Russia, dove venne chiamato a ricoprire incarichi di grande responsabilità ecclesiastica, fino a essere eletto Metropolita di Mosca (1867). La sua figura è venerata dalla tradizione ortodossa come uno dei più grandi missionari dell’epoca moderna e come autentico “apostolo dell’America”, canonizzato nel 1977 dal patriarcato di Mosca.

Mentre la Chiesa Ortodossa continuava a consolidarsi in Alaska attraverso l’opera missionaria tra le popolazioni indigene, il progressivo afflusso di immigrati ortodossi nei territori degli attuali Stati Uniti continentali favorì la nascita di nuove comunità ecclesiali anche nei cosiddetti “Lower 48”. Già negli anni Sessanta del XIX secolo venne istituita a San Francisco una parrocchia composta da fedeli serbi, russi e greci, l’attuale Cattedrale della Santa Trinità della Chiesa Ortodossa in America (OCA).

Successivamente, analoghe comunità ortodosse sorsero in numerose città degli Stati Uniti, soprattutto in concomitanza con le grandi ondate migratorie provenienti dall’Europa centrale e orientale, dal Medio Oriente e dall’Europa meridionale tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo. Tale sviluppo determinò una progressiva riorganizzazione dell’amministrazione ecclesiastica ortodossa nel continente nordamericano: la sede della Diocesi Ortodossa Nordamericana fu dapprima trasferita a San Francisco e, in seguito, a New York, che divenne il principale centro della presenza ortodossa negli Stati Uniti.

Agli inizi del XX secolo, la quasi totalità delle comunità ortodosse presenti nel continente nordamericano, pur caratterizzate da differenti origini etniche e linguistiche, risultava unita all’interno di un’unica struttura ecclesiastica facente capo alla Chiesa Ortodossa Russa. La Diocesi Nordamericana rappresentava, pertanto, il principale organismo canonico dell’Ortodossia nel Nuovo Mondo e riuniva fedeli provenienti dalle tradizioni russe, greche, serbe, arabe e di altre popolazioni dell’Europa orientale e del Medio Oriente.

In tale contesto assunse particolare rilievo la figura del vescovo Raphael Hawaweeny (1904), primo vescovo destinato pastoralmente ai fedeli arabo-americani e, al tempo stesso, primo cristiano ortodosso consacrato all’episcopato sul suolo nordamericano. Egli, insieme alle parrocchie affidate alla sua cura pastorale, rimase pienamente integrato nella Diocesi Ortodossa Nordamericana, contribuendo in modo decisivo allo sviluppo dell’Ortodossia negli Stati Uniti e alla formazione di una coscienza ecclesiale sovra-etnica, fondata sull’unità della fede e della tradizione canonica ortodossa.

Nel 1917, con lo scoppio della Rivoluzione Russa e i profondi sconvolgimenti politici che seguirono alla caduta dell’Impero zarista e alla successiva instaurazione del regime bolscevico, le comunicazioni tra la Diocesi Ortodossa Nordamericana e la Chiesa madre in Russia subirono gravissime difficoltà. La nuova situazione politica dell’Unione Sovietica rese infatti quasi impossibile il normale esercizio dei rapporti amministrativi ed ecclesiastici con il Patriarcato di Mosca.

In tale contesto, il Patriarca di Mosca san Tikhon – il quale aveva precedentemente servito per circa un decennio come vescovo della Diocesi Nordamericana (1898-1907) – emanò nei primi anni Venti un importante Decreto canonico, con il quale invitava le diocesi ortodosse situate al di fuori dei confini della Russia a organizzarsi temporaneamente in modo autonomo, fino al ristabilimento di normali condizioni di comunicazione e di governo ecclesiastico con la Chiesa russa.

Poco tempo dopo, un Concilio composto da vescovi, membri del clero e delegati parrocchiali della Chiesa nordamericana giunse alla conclusione che non fosse più possibile mantenere una stretta dipendenza amministrativa dal Patriarcato di Mosca, soprattutto in seguito all’arresto dello stesso Patriarca Tikhon da parte delle autorità sovietiche. Tale decisione segnò l’inizio di un nuovo periodo nella storia dell’Ortodossia in Nord America, caratterizzato da una crescente autonomia organizzativa e dalla ricerca di una struttura ecclesiastica stabile e adattata alla realtà religiosa del continente americano.

Parallelamente a questi sviluppi, diversi gruppi etnici che fino ad allora avevano fatto parte dell’unica Diocesi Ortodossa Nordamericana iniziarono progressivamente a organizzarsi in strutture ecclesiastiche separate, ponendosi sotto la giurisdizione delle rispettive Chiese Madri d’origine. In tal modo sorsero diocesi e amministrazioni ecclesiastiche distinte per greci, serbi, arabi, rumeni e altri gruppi ortodossi immigrati nel continente americano.

Questo processo diede origine alla particolare configurazione ecclesiastica che ancora oggi caratterizza l’Ortodossia in Nord America: la coesistenza di molteplici giurisdizioni sovrapposte sul medesimo territorio, fondate prevalentemente su criteri etnici e nazionali, piuttosto che sull’antico principio canonico ortodosso che prevede l’esistenza di un’unica autorità ecclesiastica locale per ciascun territorio geografico determinato. Tale situazione, maturata in circostanze storiche eccezionali legate alle migrazioni e alle vicende politiche del XX secolo, continua a rappresentare una delle principali questioni ecclesiologiche e pastorali dell’Ortodossia contemporanea nel continente americano.

All’inizio degli anni Sessanta, la OCA – allora conosciuta con il nome di Russian Orthodox Greek Catholic Church of North America, comunemente denominata “Metropolia” – avviò un dialogo ufficiale con il Patriarcato di Mosca, con l’obiettivo di regolarizzare canonicamente la propria posizione ecclesiastica, rimasta irrisolta dopo i profondi mutamenti causati dalla Rivoluzione Russa e dalla successiva separazione amministrativa dalla Chiesa madre.

Le trattative condussero, nel 1970, al ristabilimento della piena comunione ecclesiastica tra la Metropolia e il Patriarcato di Mosca. Nello stesso contesto, il Patriarcato di Mosca concesse alla Metropolia il Tomos di autocefalia, riconoscendole così il diritto all’autogoverno amministrativo ed ecclesiastico. Tale atto segnò una tappa fondamentale nella storia dell’Ortodossia nordamericana, poiché sanciva ufficialmente la nascita di una Chiesa locale autonoma nel continente americano.

Sempre nel 1970, durante un Concilio composto da vescovi, membri del clero e rappresentanti laici, riunito presso il monastero di san Tikhon a South Canaan, in Pennsylvania, venne deliberato che la Chiesa assumesse ufficialmente il nome di “Chiesa Ortodossa in America” (The Orthodox Church in America – OCA), denominazione che intendeva esprimere il carattere territoriale e missionario della nuova realtà ecclesiale, superando progressivamente le precedenti identificazioni esclusivamente etniche.

Oggi la Chiesa Ortodossa in America (OCA), oltre a comprendere le storiche parrocchie appartenenti all’antica Metropolia nordamericana, include anche l’Episcopato Ortodosso Rumeno, l’Arcidiocesi Ortodossa Albanese e la Diocesi Ortodossa Bulgara. Nel corso degli ultimi decenni, inoltre, la OCA ha conosciuto una significativa espansione missionaria, con la fondazione di oltre 220 nuove parrocchie, costituite in larga parte da comunità non più legate esclusivamente a specifiche appartenenze etniche e caratterizzate dall’uso predominante della lingua inglese nelle celebrazioni liturgiche. Anche molte delle parrocchie storiche della ex Metropolia celebrano oggi quasi esclusivamente in lingua inglese, manifestando così il progressivo radicamento dell’Ortodossia nel contesto culturale nordamericano.

La Chiesa Ortodossa in America è membro a pieno titolo dell’Assemblea dei Vescovi Ortodossi Canonici degli Stati Uniti d’America, insieme all’Arcidiocesi Ortodossa Greca d’America, all’Arcidiocesi Cristiana Ortodossa Antiochena del Nord America e alle altre giurisdizioni ortodosse canoniche presenti nel continente. In tale contesto, i vescovi e il clero della OCA partecipano regolarmente a concelebrazioni e iniziative comuni con le altre Chiese Ortodosse, esprimendo concretamente la comunione ecclesiale pan-ortodossa. Un momento particolarmente significativo di tale collaborazione è rappresentato dalla celebrazione annuale della Domenica dell’Ortodossia, celebrata nella prima domenica della Grande Quaresima, durante la quale le diverse giurisdizioni ortodosse testimoniano pubblicamente l’unità della fede ortodossa.

In quanto Chiesa autocefala e autogovernata, la OCA possiede il diritto di eleggere autonomamente il proprio Primate, senza necessità di ratifica da parte di autorità ecclesiastiche esterne. Il Primate della Chiesa porta il titolo di Metropolita di tutta l’America e del Canada ed esercita le principali funzioni di governo ecclesiastico, tra cui la presidenza del Santo Sinodo dei Vescovi, la consacrazione del Santo Crisma e il coordinamento della vita pastorale e missionaria della Chiesa.

Attualmente il primate della Chiesa Ortodossa in America è Sua Beatitudine il Metropolita Tikhon (Mollard), eletto durante il XVII Concilio All-American, riunito a Parma (Ohio) il 13 novembre 2012, e intronizzato il 27 gennaio 2013 presso la Cattedrale di San Nicola a Washington D.C., con il titolo Arcivescovo di Washington, Metropolita di tutta l’America e Canada (Archbishop of Washington, Metropolitan of All America and Canada). La OCA continua inoltre a sostenere con convinzione il principio canonico dell’unità dell’Ortodossia in Nord America, fondata sull’ideale ecclesiologico di una sola Chiesa Ortodossa in un medesimo territorio geografico. In questa prospettiva, essa partecipa attivamente a numerose iniziative pan-ortodosse di carattere missionario, educativo e caritativo, tra cui l’International Orthodox Christian Charities (IOCC), l’Orthodox Christian Mission Center (OCMC), l’Orthodox Christian Fellowship (OCF), l’Orthodox Christian Education Commission (OCEC) e vari organismi di comunicazione e informazione ortodossa, contribuendo così alla testimonianza contemporanea dell’Ortodossia nel continente americano.

Nonostante il Tomos di autocefalia concesso dal Patriarcato di Mosca nel 1970, lo status ecclesiologico della Chiesa Ortodossa in America (OCA) continua a essere oggetto di discussione nel mondo ortodosso contemporaneo. Il Patriarcato Ecumenico, insieme alla maggioranza delle Chiese Ortodosse Autocefale, non riconosce infatti l’autocefalia della OCA, considerandola piuttosto una Chiesa autonoma dipendente dal Patriarcato di Mosca. Il Patriarcato di Mosca, al contrario, continua a riconoscere pienamente l’autocefalia della OCA e, coerentemente con tale posizione, non interviene ordinariamente nelle sue questioni interne, nel governo ecclesiastico o nell’elezione del proprio primate.

La mancata ricezione universale dell’autocefalia della OCA ha contribuito al mantenimento, nel territorio nordamericano, di una pluralità di giurisdizioni ortodosse parallele, spesso organizzate secondo criteri etnici o nazionali. Accanto alla OCA operano infatti strutture ecclesiastiche dipendenti direttamente da diverse Chiese Ortodosse autocefale, tra cui il Patriarcato Ecumenico, il Patriarcato di Antiochia, la Chiesa Ortodossa Serba, la Chiesa Ortodossa Romena, nonché la stessa Chiesa Ortodossa Russa e la Chiesa Russa Ortodossa fuori dalla Russia (ROCOR).

Questa situazione rappresenta una delle principali questioni ecclesiologiche dell’Ortodossia contemporanea, poiché si discosta dal principio canonico tradizionale secondo cui in uno stesso territorio dovrebbe esistere una sola autorità episcopale ortodossa. Proprio per affrontare tale problematica, negli ultimi decenni sono stati avviati diversi organismi di cooperazione inter-ortodossa, tra cui l’Assemblea dei Vescovi Ortodossi Canonici degli Stati Uniti d’America, con l’obiettivo di promuovere una maggiore unità pastorale e una più stretta collaborazione tra le differenti giurisdizioni presenti nel continente nordamericano.

 

Arcivescovado di Ocrida – Macedonia del Nord

L’ARCIDIOCESI DI OCRIDA (MACEDONIA DEL NORD)

Secondo la testimonianza degli Atti degli Apostoli e della tradizione ecclesiastica antica, il cristianesimo fu introdotto nel territorio della Macedonia dall’Apostolo Paolo verso la metà del I secolo d.C., nel contesto dei suoi viaggi missionari tra l’Asia Minore e l’Europa. Fondamentale, in questo senso, fu la celebre visione dell’«uomo macedone», attraverso la quale Paolo ricevette la chiamata a portare il Vangelo nel continente europeo: «Passa in Macedonia e aiutaci» (At 16, 9). In seguito a tale evento, l’Apostolo attraversò il mare Egeo e giunse a Filippi, prima città europea evangelizzata da lui (At 16, 10-12).

Nel corso della sua missione, Paolo fondò importanti comunità cristiane a Filippi, Tessalonica e Berea (At 16, 13-40; 17, 1-15), che divennero ben presto centri vitali della Chiesa apostolica. A Filippi battezzò Lidia, considerata la prima cristiana europea (At 16, 14-15), mentre a Tessalonica predicò nella sinagoga «per tre sabati» annunciando che Cristo doveva patire e risorgere dai morti (At 17, 1-4). Anche la comunità di Berea viene lodata negli Atti perché i suoi membri «accoglievano la parola con grande disponibilità» ed esaminavano quotidianamente le Scritture (At 17, 10-12).

Accanto a Paolo operarono anche i suoi stretti collaboratori Timoteo e Sila, che continuarono l’opera missionaria nelle regioni macedoni dopo la partenza dell’Apostolo (At 17, 14-15; 18, 5). Le giovani Chiese della regione macedone, di cultura e lingua greca mantennero un legame profondo con Paolo, come testimoniano le epistole indirizzate ai Filippesi e ai Tessalonicesi, considerate tra i più antichi testi del Nuovo Testamento. In esse l’Apostolo esprime il proprio affetto pastorale e loda la fede delle comunità macedoni: «La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto» (1Ts 1, 8). Anche nelle altre lettere paoline la Macedonia viene menzionata frequentemente quale importante centro della vita cristiana delle origini. Paolo ricorda, ad esempio, la generosità delle Chiese macedoni nella colletta a favore dei cristiani di Gerusalemme: «Nella grande prova della tribolazione, la loro gioia sovrabbondante e la loro estrema povertà hanno sovrabbondato nella ricchezza della loro generosità» (2 Cor 8, 1-2).

Nel periodo romano, la Macedonia costituiva una vasta provincia amministrativa i cui confini variarono più volte nel corso dei secoli, comprendendo popolazioni differenti dal punto di vista etnico e culturale. In tale contesto multiculturale il cristianesimo si diffuse rapidamente, favorito anche dalla Via Egnazia, la grande arteria romana che collegava l’Oriente con l’Occidente e che facilitò i viaggi missionari apostolici. Grazie alla progressiva espansione della fede nei primi tre secoli, all’inizio del IV secolo la Chiesa in Macedonia possedeva già una struttura ecclesiastica pienamente organizzata, con diocesi, clero e gerarchia episcopale stabilmente costituiti. I vescovi macedoni parteciparono ai Concili Ecumenici e contribuirono attivamente alla difesa della fede ortodossa e alla formazione della tradizione teologica e canonica della Chiesa antica.

Nel V secolo la Chiesa presente nel territorio della Macedonia conobbe un notevole sviluppo istituzionale ed ecclesiastico, testimoniato dall’esistenza di numerose metropolie e diocesi organizzate secondo il modello amministrativo della Chiesa imperiale tardo-antica. Tra le sedi più importanti emergevano le metropolie di Tessalonica e di Skopje (l’antica Scupi), che svolgevano un ruolo centrale nella vita ecclesiastica, pastorale e missionaria della regione.

La metropolia di Tessalonica, in particolare, rivestiva una posizione di primaria importanza nell’Illirico orientale, fungendo da punto di collegamento tra l’Oriente greco e le province balcaniche. Essa esercitava una significativa influenza ecclesiastica e teologica, favorita anche dal prestigio della città, importante centro politico e commerciale dell’Impero Romano d’Oriente. Parallelamente, anche la sede di Scupi acquisì progressivamente rilevanza quale centro episcopale della regione interna balcanica.

La diffusione e il consolidamento del cristianesimo in questo periodo sono attestati inoltre da numerosi monumenti archeologici e complessi basilicali paleocristiani rinvenuti nell’area macedone. Tra questi riveste particolare importanza la basilica scoperta nei pressi del villaggio di Bardovci, nella periferia occidentale di Skopje, significativa testimonianza della vitalità della comunità cristiana locale durante l’età paleocristiana. Le basiliche di questo periodo, spesso riccamente decorate con mosaici, elementi scultorei e complessi liturgici articolati, manifestano non solo la diffusione della fede cristiana, ma anche il radicamento di una cultura ecclesiastica ormai pienamente integrata nella vita sociale e urbana della regione. Tali edifici costituivano centri di culto, di catechesi e di vita comunitaria, riflettendo il progressivo passaggio del cristianesimo da religione perseguitata a religione dominante dell’Impero.

Durante il regno dell’imperatore Giustiniano I (527-565), originario del villaggio di Tauresium, situato nella regione di Skopje, la vita ecclesiastica dei Balcani conobbe una significativa riorganizzazione. L’imperatore, desideroso di rafforzare amministrativamente ed ecclesiasticamente le province illiriche, fece edificare nei pressi del proprio luogo natale una nuova città, denominata Giustiniana Prima (ουστινιαν Πρώτη), destinata a divenire un importante centro politico ed ecclesiastico dell’area balcanica.

Con la Novella XI emanata nel 535, Giustiniano elevò la sede ecclesiastica locale al rango di Arcidiocesi autocefala, sottraendola alla giurisdizione di altre sedi metropolitane e attribuendole ampie competenze ecclesiastiche sulle province dell’Illirico. Il Metropolita di Skopje assunse così il titolo di Arcidiocesi di Giustiniana Prima, ottenendo una posizione di particolare prestigio nell’ordinamento ecclesiastico dell’epoca. L’Arcidiocesi di Giustiniana Prima venne considerata una delle più eminenti sedi ecclesiastiche dell’Oriente cristiano, collocandosi, per importanza e onore, immediatamente dopo Roma e Costantinopoli.

La città di Giustiniana Prima sorgeva nei pressi di Tauresium, località considerata patria natale dell’imperatore Giustiniano I. Lo storico Procopio di Cesarea (ca 590-ca.560) riferisce inoltre che nelle immediate vicinanze si trovava anche il villaggio di Bederiana, luogo d’origine dell’imperatore Giustino I (518-527), zio e protettore di Giustiniano. La nuova città fu progettata secondo un modello urbanistico che univa armonicamente elementi della tradizione classica romana e della nuova civiltà cristiana. Essa comprendeva infatti terme, foro pubblico e strade porticate con colonnati, accanto a numerosi edifici ecclesiastici, manifestando così il carattere profondamente cristiano della renovatio imperiale promossa da Giustiniano.

L’imperatore dispose personalmente la fondazione della città mediante la Novella XI del 535, con la quale istituì la «Sacra Arcidiocesi di Giustiniana Prima» (Ἱερὰ Ἀρχιεπισκοπὴ Ἰουστινιανῆς Πρώτης). Contestualmente, la città venne elevata a importante centro amministrativo ed ecclesiastico dell’Illirico, assumendo anche il ruolo di sede della «Diocesi delle Dacie» (Daciae). Secondo alcune fonti, Giustiniano avrebbe inoltre inteso trasferirvi la capitale amministrativa della Prefettura dell’Illirico, fino ad allora identificata con Tessalonica, sebbene tale interpretazione rimanga oggetto di discussione nella storiografia contemporanea.

L’Arcivescovo di Giustiniana Prima, definito nelle fonti «ἀρχιερεὺς τῶν Ἰλλυριῶν», esercitava la propria giurisdizione su vaste province balcaniche, tra cui la Dacia Ripense, la Dacia Mediterranea, la Mesia Superiore, la Dardania, parte della Macedonia, la Praevalitana e la regione di Bassiana nella Pannonia Secunda. Nonostante l’elevazione della nuova sede, Tessalonica non perse completamente il proprio ruolo ecclesiastico e amministrativo, mantenendo gran parte delle sue tradizionali funzioni durante la relativamente breve esistenza di Giustiniana Prima.

Giustiniano mostrò sempre una particolare attenzione verso questa fondazione, considerata una delle opere più significative del suo programma politico ed ecclesiastico. Nel 545 promulgò una nuova legge con la quale ribadì i privilegi e i diritti dell’Arcidiocesi di Giustiniana Prima, confermandone l’autonomia ecclesiastica. Tale status trova ulteriore attestazione nella corrispondenza intercorsa tra l’imperatore e papa Gregorio Magno alla fine del VI secolo. Con tale legislazione, Giustiniano elevò il Metropolita ortodosso locale al rango di Arcivescovo indipendente dalla Metropolia di Tessalonica, fino ad allora legata alla giurisdizione romana tramite il vicariato papale dell’Illirico. La creazione dell’Arcidiocesi di Giustiniana Prima deve essere letta anche nel contesto delle tensioni ecclesiastiche tra l’imperatore e il vicario papale dell’Illirico, poiché Giustiniano mirava a rafforzare il controllo imperiale sulle province balcaniche e a consolidare l’unità religiosa dell’Impero sotto Costantinopoli.

La città ebbe tuttavia vita relativamente breve. Nel 615 venne devastata dalle invasioni degli Avari provenienti dalle regioni a nord del Danubio e fu successivamente abbandonata. Con la sua distruzione terminò anche l’esperienza storica della grande Arcidiocesi di Giustiniana Prima, che tuttavia lasciò un’impronta significativa nella storia ecclesiastica e amministrativa dei Balcani tardoantichi.

Primo arcivescovo della nuova sede fu Catelliano, cui seguirono Benenato, Paolo, Giovanni I, Leone e infine Giovanni IX. Quest’ultimo partecipò ai lavori del Concilio in Trullo (691-692) a Costantinopoli, testimoniando la continua presenza e il riconoscimento dell’Arcidiocesi nel contesto della vita conciliare della Chiesa imperiale.

L’opera missionaria dell’Apostolo Paolo e l’eredità ecclesiastica e politica dell’imperatore Giustiniano I furono successivamente proseguite dai santi fratelli Cirillo e Metodio, definiti «apostoli degli Slavi», nonché dai loro illustri discepoli, san Clemente (840-916) e san Nahum (ca. 830-910) di Ocrida. Attraverso la loro attività evangelizzatrice e culturale, il cristianesimo ortodosso si radicò profondamente tra le popolazioni slave dei Balcani, contribuendo alla formazione di una tradizione ecclesiale e spirituale propria della regione.

Nella seconda metà del X secolo, entro i confini dello Stato dello zar Samuele (997-1014), venne istituita l’Arcidiocesi Autocefala di Ocrida, elevata al rango patriarcale e considerata erede spirituale e canonica dell’antica Giustiniana Prima. Essa rappresentò uno dei più importanti centri ecclesiastici dell’area balcanica, esercitando la propria giurisdizione su vaste regioni della Macedonia e dei territori circostanti.

Dopo la caduta dello Stato di Samuele sotto l’Impero Romano d’Oriente, l’istituzione ecclesiastica di Ocrida fu privata del rango patriarcale e ridotta alla dignità di Arcidiocesi autocefala. Nonostante tale ridimensionamento, l’Arcidiocesi di Ocrida continuò a esistere per circa otto secoli, conservando una significativa autonomia ecclesiastica e svolgendo un ruolo determinante nella vita religiosa, culturale e nazionale delle popolazioni ortodosse dei Balcani.

L’Arcidiocesi mantenne la propria continuità storica fino al 1767, quando il sultano ottomano Mustafa III (30 ottobre 1757-21 gennaio 1774) ne decretò ufficialmente l’abolizione, incorporando le sue diocesi nel Patriarcato Ecumenico. Tale soppressione segnò una svolta decisiva nella storia ecclesiastica della regione e provocò profonde conseguenze nella coscienza religiosa e identitaria del popolo macedone. Da quel momento inizia un lungo e difficile processo volto al ristabilimento dell’antica Arcidiocesi di Ocrida. Le Diocesi dell’area passarono progressivamente sotto diverse giurisdizioni ecclesiastiche appartenenti alle Chiese ortodosse vicine, mentre le aspirazioni per il recupero di una propria autonomia ecclesiastica continuarono a manifestarsi con crescente intensità. Questa lotta assunse caratteri particolarmente accesi soprattutto nella seconda metà del XIX secolo e nella prima metà del XX secolo, intrecciandosi strettamente con i movimenti nazionali e con le trasformazioni politiche dell’area balcanica.

Durante il periodo del Risveglio nazionale bulgaro, nella Macedonia ancora soggetta al dominio ottomano si sviluppò un intenso movimento ecclesiastico e nazionale volto alla liberazione delle comunità slave locali dalla giurisdizione del Patriarcato Ecumenico. In tale contesto maturò la richiesta di una struttura ecclesiastica autonoma di carattere bulgaro, che portò nel 1870 alla creazione dell’Esarcato Bulgaro mediante firmano del sultano ottomano. L’istituzione dell’Esarcato rappresentò un evento di grande rilevanza non soltanto ecclesiastica, ma anche politica e nazionale, poiché divenne il principale strumento attraverso il quale il Movimento nazionale bulgaro cercò di consolidare la propria influenza nelle province macedoni dell’Impero Ottomano.

Nel 1874, in seguito ai plebisciti ecclesiastici previsti dall’autorità ottomana, la popolazione cristiana ortodossa delle diocesi di Skopje e Ocrida si espresse in larghissima maggioranza a favore dell’adesione all’Esarcato Bulgaro. Di conseguenza, l’Esarcato riuscì a estendere progressivamente la propria giurisdizione sulla maggior parte del territorio macedone, rafforzando la presenza ecclesiastica e culturale bulgara nella regione.

In questo clima di fermento ecclesiale e nazionale si inserisce anche la figura del metropolita Teodosio di Skopje (1885-1926), il quale, pur appartenendo alla gerarchia esarcale bulgara, tentò nel 1890 di restaurare l’antico Arcivescovado di Ocrida come Chiesa Macedone Autonoma e distinta sia dal Patriarcato Ecumenico sia dall’Esarcato Bulgaro. Tale iniziativa, tuttavia, non ebbe esito positivo, sia a causa delle tensioni politico-nazionali presenti nei Balcani sia per l’opposizione delle autorità ecclesiastiche e civili dell’epoca.

In seguito all’incorporazione della Macedonia del Vardar nel Regno di Serbia nel 1913, avvenuta dopo la conclusione della Seconda guerra balcanica (29 giugno 1913-10 agosto 1913), le diocesi appartenenti all’Esarcato Bulgaro presenti nel territorio furono progressivamente sottratte alla sua giurisdizione e poste sotto il controllo della Chiesa Ortodossa Serba. Tale processo si inseriva nel più ampio programma politico di serbizzazione promosso dallo Stato serbo nelle regioni macedoni recentemente annesse.

Durante la Prima Guerra Mondiale, quando la Macedonia del Vardar venne occupata dalla Bulgaria, le diocesi locali passarono temporaneamente nuovamente sotto la giurisdizione dell’Esarcato Bulgaro. Tuttavia, con la fine del conflitto e la costituzione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, riprese con maggiore intensità la politica di integrazione ecclesiastica e nazionale sotto l’autorità serba. Nel quadro di tale politica, numerosi chierici, insegnanti e funzionari ecclesiastici legati all’Esarcato Bulgaro furono espulsi dalle loro sedi e sostituiti prevalentemente da ecclesiastici serbi o da personalità locali filoserbe. L’obiettivo era quello di consolidare l’autorità ecclesiastica della Chiesa Ortodossa Serba e, parallelamente, favorire l’assimilazione culturale e nazionale della popolazione slava della Macedonia del Vardar. Nel periodo interbellico, pertanto, le diocesi della regione rimasero stabilmente integrate nella struttura canonica della Chiesa Ortodossa Serba.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, tuttavia, con l’occupazione bulgara della Macedonia del Vardar, le diocesi locali furono nuovamente poste, seppur temporaneamente, sotto la giurisdizione dell’Esarcato Bulgaro, ripristinando così l’influenza ecclesiastica bulgara nella regione fino alla conclusione del conflitto.

La Prima Assemblea moderna del clero slavo-macedone si svolse nel 1943 nel villaggio di Izdeglavje, nei pressi di Ocrida, in un contesto segnato dalla lotta partigiana e dal progressivo risveglio della coscienza nazionale slavo-macedone durante la Seconda Guerra Mondiale. L’iniziativa fu sostenuta dal Comando Supremo dei Partigiani Macedoni, il quale istituì un apposito Ufficio per gli Affari Religiosi e nominò Veljo Mančevski (1905-1962) Commissario incaricato delle questioni ecclesiastiche presso il Quartier Generale dei Distaccamenti Partigiani.

Nel clima politico e nazionale del dopoguerra maturò progressivamente l’idea della restaurazione di una Chiesa Ortodossa Macedone Autonoma, considerata da molti come continuazione storica dell’antica Arcidiocesi di Ocrida. Nell’ottobre del 1944 venne così costituito ufficialmente un comitato d’iniziativa con il compito di organizzare la futura Chiesa Ortodossa Macedone. Nel 1945 si riunì il primo sinodo del clero e del popolo della regione, il quale approvò una risoluzione con cui si chiedeva la restaurazione dell’Arcidiocesi di Ocrida sotto forma di Chiesa Ortodossa Macedone. Tale richiesta fu presentata alla Chiesa Ortodossa Serba, che dal 1919 esercitava la giurisdizione canonica esclusiva sulla Macedonia del Vardar.

La proposta venne inizialmente respinta dal Patriarcato Serbo. Tuttavia, il processo non si arrestò e, nel corso degli anni successivi, le rivendicazioni ecclesiastiche locali si intensificarono. Una nuova proposta, avanzata nel 1958 nel corso del Secondo sinodo ecclesiastico macedone, ottenne infine una limitata accettazione da parte del Patriarcato della Chiesa di Serbia, il quale il 17 giugno 1959 riconobbe una forma di autonomia ecclesiastica interna. In questo contesto, il 4 ottobre 1958 Dimitrije Stojković venne proclamato Arcivescovo di Ocrida e Metropolita di Macedonia con il nome di Dositeo II (1959-1967). Tale elezione, avvenuta senza il previo consenso canonico dell’autorità ecclesiastica competente, fu considerata irregolare e anticannonica da numerose Chiese Ortodosse. Nonostante ciò, essa segnò una tappa decisiva nel processo di costituzione della moderna Arcidiocesi di Ocrida e nel tentativo di restaurare la continuità storica e spirituale dell’antica Arcidiocesi di Ocrida.

Nel maggio del 1966 la Chiesa Ortodossa Macedone (MOC) presentò ufficialmente al Sinodo dei Vescovi della Chiesa Ortodossa Serba la richiesta di concessione dell’autocefalia. Il Santo Sinodo serbo, tuttavia, rifiutò di trasmettere tale richiesta al Patriarcato Ecumenico, unico competente, secondo la tradizione canonica ortodossa, a esaminare e proclamare nuove autocefalie ecclesiastiche. In quel periodo la posizione della Chiesa serba risultava fortemente sostenuta anche dall’apparato politico jugoslavo, in particolare dalla figura di Aleksandar Ranković, uno dei principali esponenti del regime federale socialista, primo vicepresidente jugoslavo (30 giugno 1962-1 luglio 1966, ex primo ministro (1 aprile 1948-18 aprile 1963). La sua improvvisa rimozione da tutte le cariche politiche nel luglio del 1966 modificò sensibilmente gli equilibri interni della Jugoslavia e favorì il rafforzamento delle rivendicazioni nazionali della regione, comprese quelle ecclesiastiche.

Dopo il rifiuto del Santo Sinodo del patriarcato della Chiesa di Serbia, la gerarchia della regione inviò un ultimatum ecclesiastico, dichiarando che, in assenza di un riconoscimento formale, avrebbe proceduto unilateralmente alla proclamazione dell’autocefalia. Il 24 maggio 1967 il Concilio Episcopale della Chiesa Serba respinse definitivamente tale richiesta. Di conseguenza, nel corso del Terzo Sinodo ecclesiastico della Macedonia, celebrato dal 17 al 19 luglio 1967 – in coincidenza simbolica con il bicentenario dell’abolizione dell’antica Arcidiocesi di Ocrida (1767) – la Chiesa Ortodossa Macedone proclamò unilateralmente la propria autocefalia, dichiarandosi pienamente indipendente sul piano amministrativo ed ecclesiastico.

La reazione del patriarcato di Serbia fu immediata: i vescovi serbi condannarono la decisione, denunciando la gerarchia autoproclamata autocefala come scismatica e interrompendo la comunione canonica con essa. Parallelamente, la proclamazione fu accolta con favore dalla Lega dei Comunisti di Macedonia, che vide nella nascita di una Chiesa nazionale indipendente un importante elemento di consolidamento dell’identità locale all’interno della federazione jugoslava. Nonostante i ripetuti tentativi di ottenere il riconoscimento canonico, l’autocefalia proclamata nel 1967 non venne accettata dalle altre Chiese Ortodosse canoniche, principalmente a causa dell’opposizione del Patriarcato serbo e delle implicazioni ecclesiologiche e canoniche della proclamazione unilaterale. Anche il tentativo della MOC di entrare nel Consiglio Ecumenico delle Chiese incontrò ostacoli: nel medesimo anno 1967, il Patriarca serbo Germano (1958-1990) pose il veto alla sua ammissione.

Nel corso dei decenni successivi, tuttavia, questa Chiesa consolidò progressivamente la propria organizzazione interna e la propria presenza pastorale. Nel 1981 essa comprendeva sei diocesi nel territorio della Jugoslavia, oltre a una diocesi in Australia e una in Canada; disponeva inoltre di circa 225 parrocchie, 102 monasteri, circa 250 sacerdoti e 15 monaci. Sul piano dei rapporti interconfessionali, la Chiesa Romana mantenne contatti relativamente positivi con la gerarchia di questa Chiesa. In tale contesto, si introducono anche commemorazioni annuali nel mese di maggio presso la tomba di San Cirillo a Roma, sottolineando così il legame spirituale con la tradizione missionaria dei santi Cirillo e Metodio, considerati fondatori della cultura e della cristianizzazione slava.

Dopo la dissoluzione della Jugoslavia negli anni Novanta, la questione ecclesiastica “macedone” assunse una nuova dimensione sia sul piano canonico sia su quello politico-nazionale. Il Patriarcato Ortodosso di Serbia intensificò gli sforzi per ristabilire la propria giurisdizione canonica sulla regione, considerata da Belgrado una struttura ecclesiastica scismatica a causa della proclamazione unilaterale dell’autocefalia del 1967. Nel nuovo contesto statale seguito all’indipendenza della Repubblica di Macedonia, la Chiesa locale acquisì un ruolo centrale nella costruzione dell’identità nazionale del Paese. Tale posizione trovò anche un riconoscimento giuridico: il 17 novembre 1991 la Chiesa Ortodossa di Macedonia venne esplicitamente menzionata nella costituzione dello Stato macedone come principale comunità religiosa del Paese.

Le tensioni etniche e politiche che caratterizzarono la grande regione antica della Macedonia all’inizio del XXI secolo influenzarono inevitabilmente anche la vita religiosa. Nel 2001, durante il conflitto armato tra le forze governative della Repubblica e i gruppi armati albanesi, la Chiesa Ortodossa locale sostenne pubblicamente la necessità di una soluzione militare all’insurrezione. Questa presa di posizione provocò forti reazioni da parte della Comunità Religiosa Islamica della Macedonia, la quale accusò la Chiesa della regione di favorire il clima di guerra civile e di contribuire all’escalation dello spargimento di sangue nel Paese. Tali eventi mostrarono quanto profondamente, nella realtà balcanica contemporanea, le questioni ecclesiastiche, nazionali ed etniche continuassero a essere strettamente intrecciate, rendendo particolarmente complesso il processo di riconciliazione sia sul piano politico sia su quello canonico.

All’inizio degli anni Duemila, nel tentativo di risolvere la lunga controversia canonica relativa alla Chiesa Ortodossa Macedone, venne costituita l’Arcidiocesi Ortodossa di Ocrida sotto la giurisdizione della Chiesa Ortodossa Serba. Tale struttura ecclesiastica nacque in seguito a una scissione interna alla MOC ed ebbe come guida l’ex vescovo Jovan Vraniškovski, riconosciuto dalla Chiesa serba come Arcivescovo di Ocrida (2005-2023). La creazione dell’Arcidiocesi Ortodossa di Ocrida aggravò ulteriormente le tensioni ecclesiastiche e politiche nella regione. Gli avvenimenti successivi diedero origine a un lungo periodo di accuse reciproche, polemiche pubbliche e incidenti che coinvolsero, da una parte, la Chiesa Ortodossa Serba – sostenuta in parte dalle autorità di Belgrado – e, dall’altra, la Chiesa Ortodossa Macedone, appoggiata dal governo locale.

L’Arcivescovo Jovan denunciò ripetutamente l’esistenza di una campagna mediatica ostile, sostenuta dalle autorità statali, contro la propria comunità ecclesiastica. Parallelamente, il governo rifiutò di registrare ufficialmente la sua “organizzazione” religiosa, considerandola priva di legittimità giuridica nel Paese. Nei suoi confronti furono inoltre avviati procedimenti giudiziari che portarono alla sua destituzione dall’Arcidiocesi, al successivo arresto e infine alla condanna a diciotto mesi di reclusione, durante i quali, secondo quanto da lui stesso dichiarato, gli sarebbero stati concessi diritti di visita fortemente limitati. La vicenda dell’Arcivescovo Jovan (Vraniškovski) divenne così uno dei principali simboli della complessa crisi ecclesiastica regionale, nella quale questioni canoniche, identità nazionali e interessi politici si intrecciarono profondamente, contribuendo a prolungare per molti anni la separazione tra la Chiesa Ortodossa del paese e il resto del mondo ortodosso canonico.

Parallelamente, anche i rapporti tra le autorità politiche e la Chiesa Ortodossa Serba conobbero ulteriori momenti di tensione. La Chiesa serba negò infatti a una delegazione proveniente dalla Macedonia del Nord l’accesso al monastero di Prohor Pčinjski, luogo di particolare valore storico e simbolico per la memoria nazionale slavo-macedone. In tale monastero si celebravano tradizionalmente le commemorazioni della festa nazionale di Ilinden, il 2 agosto, giorno dedicato al profeta Elia (secondo il calendario giuliano), ed esso è inoltre ricordato come il luogo in cui si svolse la prima sessione dell’ASNOM (Assemblea Antifascista per la Liberazione Nazionale della Macedonia), evento fondamentale nella formazione dello Stato contemporaneo.

Anche sul piano politico e amministrativo non mancarono episodi di reciproca ostilità. Le autorità di frontiera della Repubblica di Macedonia del Nord negarono in diverse occasioni l’ingresso nel Paese a sacerdoti della Chiesa Ortodossa Serba, soprattutto quando questi si presentavano indossando l’abito ecclesiastico. Tali episodi contribuirono ad accentuare ulteriormente il clima di contrapposizione tra le due parti. Nel contesto di questa complessa controversia ecclesiastica e identitaria, il 12 novembre 2009 la Chiesa Ortodossa Macedone decise di modificare ufficialmente la propria denominazione, assumendo il titolo di «Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida». Contestualmente furono adottati anche un nuovo stemma e una nuova bandiera ecclesiastica, con l’intento di sottolineare la continuità storica e spirituale con l’antica Arcidiocesi Autocefala di Ocrida, soppressa nel XVIII secolo.

Nel novembre 2017 emerse un nuovo e significativo sviluppo nella questione ecclesiastica della regione. La Televisione Nazionale Bulgara rese infatti pubblico il contenuto di una lettera indirizzata dalla Chiesa Ortodossa Macedone (MOC) al Santo Sinodo del patriarcato di Bulgaria, con la quale veniva richiesta l’apertura di colloqui finalizzati al riconoscimento ecclesiastico della «Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida». La lettera, firmata dall’Arcivescovo Stefano (Veljanovski), conteneva un appello particolarmente significativo sul piano ecclesiologico e canonico. In essa si affermava infatti che la Chiesa Ortodossa Bulgara – Patriarcato Bulgaro, «tenendo conto dell’unità della Chiesa Ortodossa e delle reali necessità spirituali e pastorali», avrebbe dovuto stabilire la comunione eucaristica con la restaurata Arcidiocesi di Ocrida nella persona della «Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida».

Il 27 novembre 2017 il Santo Sinodo del Patriarcato di Bulgaria accolse favorevolmente la richiesta rivoltasi, dichiarandosi disposto ad assumere il ruolo di «Chiesa madre» della «Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida» e ad adoperarsi per il riconoscimento del suo status ecclesiastico nel mondo ortodosso. Tale decisione suscitò immediatamente forti reazioni negli ambienti ecclesiastici ortodossi. Il Patriarcato di Serbia espresse apertamente la propria sorpresa e il proprio disaccordo nei confronti dell’iniziativa bulgara, ritenendo che la “questione macedone” ricadesse nella propria giurisdizione canonica e che il Patriarcato di Bulgaria non avesse il diritto di assumere unilateralmente un simile ruolo. Anche il Patriarcato Ecumenico manifestò riserve riguardo alla possibilità che il Patriarcato di Bulgaria potesse presentarsi come «Chiesa madre» della struttura ecclesiastica della «Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida» e, negando di fatto tale prerogativa. L’iniziativa del 2017 rappresentò tuttavia un passaggio decisivo nel progressivo riavvicinamento della «Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida» alla comunione canonica ortodossa, aprendo una nuova fase di dialogo che avrebbe avuto importanti sviluppi negli anni successivi.

Il 14 maggio 2018 si verificò un ulteriore episodio significativo nelle relazioni tra la Chiesa Ortodossa Bulgara e la «Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida». In occasione delle celebrazioni per il millenario della fondazione dell’Arcidiocesi di Ocrida, la «Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida» rivolse un invito ufficiale al Patriarcato di Bulgaria affinché prendesse parte alle commemorazioni. Il Santo Sinodo del Patriarcato di Bulgaria, tuttavia, decise di non accettare l’invito, rifiutando altresì di inviare una propria delegazione o un rappresentante ufficiale alle celebrazioni. Tale decisione evidenziò le difficoltà e le tensioni ancora esistenti attorno alla “questione ecclesiastica macedone”, nonostante l’apertura manifestata dal Patriarcato di Bulgaria nei confronti della «Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida» nel novembre dell’anno precedente. Il mancato coinvolgimento ufficiale del Patriarcato di Bulgaria nelle celebrazioni del millenario dell’Arcidiocesi di Ocrida mostrò chiaramente la delicatezza del problema canonico e le pressioni esercitate dalle altre Chiese Ortodosse, in particolare dal Patriarcato Ecumenico e dalla Chiesa Ortodossa Serba, rispetto a ogni iniziativa riguardante il riconoscimento ecclesiale della Chiesa macedone.

Verso la fine di maggio del 2018 si registrò un importante sviluppo nella “questione ecclesiastica macedone”. Il Patriarcato Ecumenico accolse infatti la richiesta della «Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida» di esaminare il proprio status canonico, assumendo così un ruolo diretto nel processo volto alla soluzione della lunga controversia con la Chiesa Ortodossa Serba. L’intervento del Trono Ecumenico rappresentò un momento di particolare rilievo, poiché il Patriarcato Ecumenico, in quanto «prima sede» dell’Ortodossia e custode della responsabilità canonica nei rapporti inter-ortodossi, si propose quale mediatore per il ristabilimento della comunione ecclesiale.

Un ulteriore passo significativo si ebbe il 13 gennaio 2020, quando il Patriarca Ecumenico Bartolomeo ricevette al Fanar il primo ministro della Macedonia del Nord Oliver Spasovski (3 gennaio 2020-30 agosto 2020) insieme al suo predecessore Zoran Zaev (31 maggio 2017-3 gennaio 2020, 30 agosto 2020-16 gennaio 2022). Secondo il Comunicato ufficiale del Patriarcato Ecumenico, la visita ebbe come scopo principale l’esame della questione ecclesiastica del Paese e delle prospettive per una sua soluzione canonica. Nel corso dell’incontro furono analizzate le precedenti fasi della controversia e venne annunciata l’intenzione del Patriarca Ecumenico di promuovere un incontro congiunto tra la Chiesa Ortodossa Serba e la «Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida», nel tentativo di raggiungere una soluzione reciprocamente accettabile e conforme all’ordine canonico della Chiesa Ortodossa.

La “questione ecclesiastica macedone” assunse progressivamente anche una dimensione politica e nazionale. In tale contesto, nel settembre 2020, il Presidente della Repubblica della Macedonia del Nord, Stevo Pendarovski (12 maggio 2019-12 maggio 2024), indirizzò una lettera ufficiale al Patriarca Ecumenico, chiedendo il riconoscimento canonico della «Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida». Tale iniziativa manifestava chiaramente il forte interesse delle istituzioni statali del Paese verso la risoluzione della questione ecclesiale e il pieno inserimento della Chiesa locale nella comunione canonica dell’Ortodossia universale.

Il 9 maggio 2022 si verificò una svolta decisiva in questa lunga controversia ecclesiastica. In tale data, il Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico riconobbe la gerarchia, il clero e i fedeli della «Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida», ristabilendo con essa la piena comunione eucaristica. Con questa decisione, il Patriarcato Ecumenico riaffermò il proprio ruolo di coordinamento e di responsabilità canonica all’interno dell’Ortodossia, accogliendo questa Chiesa nella comunione ecclesiale dopo decenni di isolamento canonico. Contestualmente, il Santo Sinodo riconobbe la giurisdizione ecclesiastica della Chiesa sul territorio della Macedonia del Nord.

Tuttavia, il Patriarcato Ecumenico precisò esplicitamente di non riconoscere l’uso del termine «Macedonia» o di altre denominazioni derivate per designare ufficialmente la Chiesa. Per tale motivo, il Trono Ecumenico stabilì di riferirsi ad essa con il nome di «Chiesa di Ocrida» o «Arcidiocesi di Ocrida», richiamandosi così alla storica tradizione ecclesiastica dell’antica Arcidiocesi Autocefala di Ocrida. Il Santo Sinodo dichiarò inoltre che la definizione delle questioni amministrative ancora pendenti spettava alla Chiesa Ortodossa Serba, dalla quale la nuova Arcidiocesi di Ocrida storicamente dipendeva dal punto di vista canonico. In tal modo, il Patriarcato Ecumenico cercò di favorire una soluzione ecclesiologicamente condivisa e canonicamente ordinata della controversia. La decisione del Patriarcato Ecumenico fu accolta favorevolmente dalle autorità statali della Macedonia del Nord. Il Primo Ministro Dimitar Kovačevski (10 gennaio 2022-28 gennaio 2024) espresse pubblicamente soddisfazione per il ristabilimento della comunione ecclesiale, considerandolo un evento di grande importanza spirituale e nazionale per il Paese.

Dopo l’annuncio della restaurazione della comunione, anche il Patriarcato di Mosca intervenne sulla questione, dichiarando di riconoscere esclusivamente i diritti canonici della Chiesa Ortodossa Serba e rifiutando pertanto di riconoscere la giurisdizione dell’Arcidiocesi di Ocrida sul territorio della Macedonia del Nord. Tale posizione evidenziò ulteriormente le differenti interpretazioni ecclesiologiche e canoniche esistenti all’interno del mondo ortodosso contemporaneo riguardo alla “questione macedone” e al tema dell’autocefalia.

Il 16 maggio 2022, il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Serba pubblicò una dichiarazione ufficiale con la quale annunciava la soluzione della questione ecclesiastica macedone. Nel documento si affermava che la Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida era stata reintegrata nella piena comunione canonica ed eucaristica con la Chiesa Ortodossa Serba e, conseguentemente, con l’intero mondo ortodosso. Il Santo Sinodo del Patriarcato di Serbia dichiarò inoltre di aver ristabilito alla Chiesa Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida una piena autonomia ecclesiastica nell’ambito del Patriarcato di Serbia, riconoscendo così la continuità storica e canonica della sua vita ecclesiale. Tale decisione rappresentò un passo fondamentale nel processo di superamento dello scisma che, dal 1967, aveva segnato i rapporti tra Belgrado e Skopje.

La restaurazione della comunione fu accolta come un evento di grande rilievo per l’unità dell’Ortodossia balcanica, poiché pose fine a una lunga stagione di divisioni ecclesiastiche e aprì la strada ai successivi sviluppi riguardanti il riconoscimento dello status canonico della Chiesa della Macedonia del Nord.

Il 24 maggio 2022, nella memoria liturgica dei santi Cirillo e Metodio (calendario giuliano), venne celebrata a Skopje una solenne Divina Liturgia concelebrata dai primati della Chiesa Ortodossa Serba e della Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida (MOC-OA). Nel corso della celebrazione, il Patriarca serbo Porfirije annunciò ufficialmente al popolo fedele che il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Serba aveva accolto all’unanimità la richiesta della Chiesa locale riconoscendone l’autocefalia ecclesiastica. Tale decisione segnò una svolta storica nel lungo processo di normalizzazione canonica della Chiesa di Macedonia del Nord, dopo decenni di isolamento e di controversie ecclesiologiche. Durante la medesima celebrazione, il primate della MOC-OA espresse pubblicamente la propria riconoscenza nei confronti del Patriarcato Ecumenico, riconoscendolo come propria Chiesa Madre. Tale dichiarazione assunse particolare rilievo ecclesiologico, poiché sottolineava il ruolo storico e canonico del Trono Ecumenico nel processo di ristabilimento della comunione ecclesiale e nella regolamentazione delle questioni inter-ortodosse.

Il 5 giugno 2022, durante la concelebrazione della Divina Liturgia a Belgrado tra la Chiesa Ortodossa Serba e la Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida, riconosciuta come tale dal patriarcato di Serbia, il Patriarca serbo Porfirije consegnò all’Arcivescovo Stefan un Tomos di Autocefalia, mediante il quale la Chiesa serba dichiarava ufficialmente il riconoscimento dell’indipendenza ecclesiastica della Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida. Nello stesso giorno, tuttavia, l’Arcivescovo Stefan precisò che la Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida considerava pienamente valida e canonicamente definitiva soltanto un’autocefalia concessa dal Patriarcato Ecumenico, conformemente alla tradizione canonica della Chiesa Ortodossa.

La dichiarazione ufficiale pubblicata il giorno seguente dalla MOC-OA chiarì ulteriormente tale posizione ecclesiologica, affermando che il Tomos ricevuto dal Patriarcato di Serbia doveva essere inteso come una «raccomandazione» o un sostegno alla concessione dell’autocefalia, e non come l’atto canonico conclusivo della sua proclamazione definitiva. Tale presa di posizione evidenziò la persistente complessità canonica della “questione macedone” e il delicato equilibrio tra il ruolo della Chiesa serba e quello del Patriarcato Ecumenico nella concessione dell’autocefalia all’interno dell’ordinamento ecclesiologico ortodosso contemporaneo.

L’8 giugno 2022 la Chiesa di Grecia riconobbe la canonicità dell’Arcidiocesi di Ocrida, accogliendo positivamente il ristabilimento della comunione ecclesiastica con essa. Tuttavia, la gerarchia greca espresse riserve sia riguardo all’utilizzo del termine «macedone» nella denominazione ufficiale della Chiesa, sia circa la modalità con cui era stato concesso il Tomos di Autocefalia da parte del Patriarcato di Serbia, ritenendo che tale prerogativa appartenesse propriamente al Patriarcato Ecumenico.

Il 10 giugno 2022, nel corso della sua visita ufficiale a Fanar, l’Arcivescovo Stefan ricevette dal Patriarcato Ecumenico l’Atto Patriarcale e Sinodale mediante il quale veniva confermato il ristabilimento della piena comunione canonica e liturgica tra la Chiesa di Costantinopoli e la Arcidiocesi di Ocrida.

Due giorni più tardi, il 12 giugno 2022, il Patriarca Ecumenico Bartolomeo e l’Arcivescovo Stefan concelebrarono la Divina Liturgia presso la Chiesa Patriarcale di San Giorgio al Fanar, alla presenza di una delegazione ufficiale del governo della Macedonia del Nord. L’evento assunse un forte valore ecclesiale e simbolico, poiché segnò pubblicamente il reinserimento della gerarchia di questa Chiesa nella piena comunione del mondo ortodosso. Nel corso della visita, il Primo Ministro Dimitar Kovačevski espresse pubblicamente gratitudine verso il Patriarca Ecumenico, affermando che, attraverso tale decisione, era stata sanata una lunga e dolorosa ingiustizia storica che aveva segnato per decenni la vita ecclesiastica balcanica.

Il 22 giugno 2022 anche il Patriarcato di Bulgaria ristabilì la piena comunione ecclesiastica con la Arcidiocesi di Ocrida. Successivamente, il 25 agosto 2022, il Patriarcato di Mosca riconobbe formalmente l’autocefalia dell’Arcidiocesi, ristabilendo con essa la piena comunione canonica. Nel periodo seguente, il riconoscimento dell’autocefalia fu progressivamente accolto anche da altre Chiese Ortodosse locali, tra cui la Chiesa di Polonia, la Chiesa Ortodossa d’Ucraina (novembre 2022), nonché il Patriarcato di Romania e la Chiesa delle Terre Ceche e Slovacchia (febbraio 2023). Permangono tuttavia alcune questioni ecclesiologiche e storiche ancora oggetto di discussione nel mondo ortodosso contemporaneo. In particolare, la Chiesa Ortodossa Bulgara ha espresso riserve circa l’utilizzo della denominazione «Arcidiocesi di Ocrida» da parte della Chiesa della Macedonia del Nord, ritenendo di custodire essa stessa la continuità storica ed ecclesiale dell’antica Arcidiocesi di Ocrida.

Nel marzo 2023, la canonicità dell’Arcidiocesi di Ocrida risultava riconosciuta anche dai Patriarcati di Antiochia, di Georgia e dalla Chiesa Ortodossa d’Albania. Non era invece ancora intervenuto un riconoscimento ufficiale da parte dei Patriarcati di Alessandria e di Gerusalemme, né da parte della Chiesa di Cipro. Nello stesso periodo, il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa della Macedonia del Nord deliberò di non procedere alla concelebrazione liturgica con la gerarchia della Chiesa Ortodossa d’Ucraina, fino alla definitiva chiarificazione del suo status canonico all’interno del mondo ortodosso.

Sempre nel marzo 2023, il Metropolita di Prespa e Pelagonia Petar promosse una raccolta di firme finalizzata alla conservazione della denominazione ufficiale «Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida», sostenendo che un’eventuale modifica del nome avrebbe costituito un «alto tradimento» nei confronti dell’identità ecclesiale e storica della popolazione locale.

Nel maggio 2024, la Arcidiocesi di Ocrida respinse le condizioni definitive poste dal Patriarcato Ecumenico per la concessione formale dell’autocefalia, rifiutandosi in particolare di eliminare il termine «Macedone» dalla propria denominazione ufficiale quale condizione preliminare per l’emissione del relativo Tomos patriarcale. Tale questione continuò così a rappresentare uno dei principali punti di tensione nel processo di pieno riconoscimento ecclesiologico della Chiesa della Macedonia del Nord nel contesto pan-ortodosso.

Successivamente, il 21 maggio 2025, il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa in America (OCA), accogliendo la richiesta del Patriarca di Serbia Porfirije, riconobbe ufficialmente la canonicità della Chiesa Ortodossa Macedone – Arcidiocesi di Ocrida inserendosi così nel progressivo ampliamento del consenso ecclesiale nei confronti della restaurata autocefalia di questa Chiesa.