Arcivescovado Russo di Parigi
L’ARCIVESCOVADO RUSSO DELL’EUROPA OCCIDENTALE
L’allora Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale costituiva una particolare struttura ecclesiastica autonoma posta sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico e con sede principale a Parigi. Essa riuniva numerose parrocchie ortodosse di tradizione russa distribuite in vari Paesi dell’Europa occidentale, rappresentando per gran parte del XX secolo una delle più importanti espressioni della diaspora ortodossa russa al di fuori dei territori storicamente appartenenti alla Chiesa Russa.
Le origini dell’Arcidiocesi risalgono alle drammatiche vicende seguite alla Rivoluzione Russa del 1917 e alla guerra civile, quando migliaia di fedeli, sacerdoti, teologi e intellettuali russi furono costretti all’esilio in Europa occidentale. In tale contesto si svilupparono differenti giurisdizioni ecclesiastiche della diaspora russa, tra le quali occupò un posto di particolare rilievo il gruppo guidato dal Metropolita Evlogij (Georgievsky, 10 aprile 1868-8 aprile 1946).
Il Metropolita Evlogij si era progressivamente separato dalla Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR) negli anni Trenta, ritenendo che il Sinodo di Sremski Karlovci (1921) stesse assumendo posizioni eccessivamente politicizzate e monarchiche. Nel 1931 egli passò sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico, dando origine a una nuova realtà ecclesiastica destinata a esercitare una notevole influenza sull’Ortodossia occidentale contemporanea.
L’Arcidiocesi sviluppò progressivamente una propria specifica identità ecclesiale, caratterizzata dalla conservazione della tradizione liturgica, spirituale e culturale russa all’interno del contesto europeo occidentale e sotto la protezione canonica del Patriarcato Ecumenico. Particolarmente significativa fu la presenza dell’Arcidiocesi a Parigi, che nel corso del XX secolo divenne uno dei principali centri della teologia ortodossa contemporanea. Attorno all’Istituto Teologico Ortodosso San Sergio operarono infatti importanti teologi e pensatori della diaspora russa, come Sergej Bulgakov, Georges Florovsky, Vladimir Lossky, Nikolaj Berdjaev e molti altri, che contribuirono profondamente allo sviluppo della riflessione teologica ortodossa moderna.
L’Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale rappresentò inoltre un importante laboratorio ecclesiologico e pastorale per l’incontro tra la tradizione ortodossa orientale e il mondo occidentale contemporaneo. Essa svolse un ruolo rilevante nel dialogo ecumenico, nella diffusione dell’Ortodossia in Europa occidentale e nell’adattamento pastorale delle comunità ortodosse russe ai nuovi contesti culturali europei.
Dal punto di vista canonico, l’Arcidiocesi godeva di un particolare status autonomo all’interno del Patriarcato Ecumenico, mantenendo una certa indipendenza amministrativa e preservando l’uso della tradizione liturgica russa pur appartenendo alla giurisdizione di Costantinopoli. Tuttavia, la situazione ecclesiastica dell’Arcidiocesi cambiò profondamente tra il 2018 e il 2020, nel contesto della grave crisi sorta tra il Patriarcato di Mosca e il Patriarcato Ecumenico riguardo alla questione ecclesiastica ucraina.
Lo scisma tra Mosca e Costantinopoli del 2018, provocato principalmente dalla concessione dell’autocefalia alla Chiesa Ortodossa d’Ucraina da parte del Patriarcato Ecumenico, ebbe infatti profonde ripercussioni su numerose strutture ecclesiastiche della diaspora ortodossa. In questo clima di forte tensione inter-ortodossa, anche l’Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale attraversò una complessa crisi interna. Una parte significativa del clero e dei fedeli riteneva infatti opportuno ristabilire un legame più diretto con la Chiesa Russa e con il Patriarcato di Mosca, mentre altri desideravano mantenere la tradizionale appartenenza al Patriarcato Ecumenico.
Queste divergenze condussero progressivamente alla divisione dell’Arcidiocesi. Circa la metà delle sue parrocchie decise di entrare sotto l’autorità del Patriarcato di Mosca, formando il nuovo Esarcato Patriarcale dell’Europa Occidentale, creato appositamente dal patriarcato di Mosca per accogliere le comunità provenienti dall’antica Arcidiocesi. L’altra parte delle parrocchie e del clero, invece, rimase legata alle strutture ecclesiastiche in comunione con il Patriarcato Ecumenico. Alcune comunità confluirono nella Metropolia Greco-Ortodossa di Francia, mentre altre si integrarono in differenti giurisdizioni dipendenti da Costantinopoli.
Questa divisione rappresentò uno dei più significativi mutamenti nella storia contemporanea della diaspora ortodossa russa in Europa occidentale. Essa rifletteva non soltanto le tensioni canoniche tra Mosca e Costantinopoli, ma anche differenti sensibilità ecclesiologiche maturate nel corso della storia della diaspora russa del XX secolo. Da una parte emergeva una visione più legata alla tradizione storica e spirituale della Chiesa Russa e al desiderio di ristabilire un rapporto diretto con Mosca; dall’altra persisteva la volontà di conservare l’esperienza ecclesiale sviluppatasi per decenni sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico, caratterizzata da una particolare apertura culturale e da una forte integrazione nel contesto europeo occidentale.
La vicenda dell’Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale costituisce dunque un esempio emblematico della complessità della storia della diaspora ortodossa russa contemporanea, segnata dall’intreccio tra questioni canoniche, identità nazionali, memoria storica e dinamiche geopolitiche all’interno del mondo ortodosso moderno.
Nel corso del XIX secolo, con l’intensificarsi della presenza diplomatica, culturale e commerciale dell’Impero Russo in Europa occidentale, vennero progressivamente fondate numerose parrocchie ortodosse destinate all’assistenza spirituale delle comunità russe residenti nei principali centri europei. Tali comunità comprendevano diplomatici, aristocratici, commercianti, studenti e membri della nobiltà russa che soggiornavano stabilmente o temporaneamente in diversi Paesi dell’Europa occidentale. Queste parrocchie dipendevano canonicamente dalla Chiesa Ortodossa Russa e costituivano una naturale estensione della presenza ecclesiastica dell’Impero Russo al di fuori dei suoi confini. In tale contesto assunse particolare importanza la città di Parigi, che nel corso del XIX secolo divenne uno dei principali centri della presenza russa in Occidente.
Nel 1861 venne edificata a Parigi la celebre chiesa di Sant’Alessandro Nevskij, dedicata al santo principe russo canonizzato dalla Chiesa Ortodossa. Tale tempio divenne rapidamente il principale centro dell’Ortodossia russa nell’Europa occidentale e uno dei simboli più significativi della presenza spirituale e culturale russa in Francia. La cattedrale di Sant’Alessandro Nevskij svolse un ruolo fondamentale non soltanto sul piano liturgico e pastorale, ma anche su quello culturale e identitario, diventando un punto di riferimento per l’intera diaspora russa europea. Nel corso dei decenni successivi essa sarebbe stata teatro di importanti eventi religiosi, culturali e storici legati alla comunità russa emigrata.
Dal punto di vista canonico, la giurisdizione sulle parrocchie ortodosse russe dell’Europa occidentale venne affidata dalla Chiesa Russa al Metropolita di San Pietroburgo, che esercitava la supervisione ecclesiastica su queste comunità della diaspora imperiale. La situazione mutò radicalmente dopo la Rivoluzione Bolscevica del 1917 e il successivo crollo dell’Impero Russo. Gli ortodossi russi residenti all’estero, insieme alle migliaia di profughi fuggiti dalla Russia sovietica durante la Guerra Civile (1917-1922), si trovarono improvvisamente in una situazione estremamente difficile sia sul piano politico sia su quello ecclesiastico. La persecuzione religiosa avviata dal nuovo regime comunista contro la Chiesa Ortodossa Russa e il progressivo isolamento del Patriarcato di Mosca resero infatti quasi impossibile il normale funzionamento delle strutture ecclesiastiche tradizionali della diaspora.
In tale contesto, nel 1920 il metropolita Evlogij (Georgievsky), uno dei più autorevoli vescovi della Chiesa Russa emigrata, venne inviato in Europa occidentale con il compito di organizzare una struttura ecclesiastica provvisoria per le comunità ortodosse russe della diaspora. La sua giurisdizione venne ufficialmente confermata l’8 aprile 1921 dal Patriarca Tikhon di Mosca (1917-1925) e dal Metropolita Beniamino di Pietroburgo, i quali emisero un Decreto che istituiva la “Amministrazione Provvisoria delle Parrocchie Russe nell’Europa Occidentale” (Decreti dell’8 aprile 1921, n. 423 e 424), con sede centrale a Parigi, nominando il Metropolita Evlogij quale primo Metropolita della nuova struttura ecclesiastica.
Questa decisione rappresentò un passaggio fondamentale nella storia della diaspora ortodossa russa occidentale, poiché pose le basi della futura Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale. Di fronte alle nuove realtà politiche create dal regime sovietico e alle gravissime limitazioni imposte alla libertà della Chiesa Russa in patria, il Metropolita Evlogij e gli altri vescovi russi emigrati cercarono inizialmente una soluzione temporanea attraverso la costituzione della Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia (ROCOR).
Durante i primi anni Venti, la stragrande maggioranza degli ortodossi russi della diaspora sostenne infatti la ROCOR, unita nella comune opposizione al governo bolscevico e nella convinzione che la Chiesa Russa in patria fosse sottoposta a una drammatica persecuzione. Anche il Metropolita Evlogij fece inizialmente parte del Sinodo della ROCOR stabilito a Sremski Karlovci. Tuttavia, nel corso degli anni Venti emersero progressivamente profonde divergenze tra Evlogij e la maggioranza dei gerarchi della ROCOR. Le tensioni riguardavano soprattutto la crescente politicizzazione di alcuni ambienti della diaspora russa e l’orientamento fortemente monarchico e antibolscevico assunto dal Sinodo di Karlovci. Evlogij riteneva infatti che la missione principale della Chiesa dovesse rimanere spirituale e pastorale, evitando un eccessivo coinvolgimento nelle lotte politiche dell’emigrazione russa.
Nel 1927 il conflitto raggiunse il punto culminante e il Metropolita Evlogij venne sospeso dal Sinodo della ROCOR. I veascovi di Karlovci decisero allora di sostituirlo con il Metropolita Serafim (Lukjanov, 1879-1959), nel tentativo di riorganizzare sotto la propria autorità le parrocchie russe dell’Europa occidentale. Tuttavia, la grande maggioranza delle comunità ortodosse russe dell’Europa occidentale rimase fedele al Metropolita Evlogij. Si creò così una profonda divisione all’interno della diaspora russa occidentale tra coloro che continuavano a seguire Evlogij e quelli che riconoscevano l’autorità del Metropolita Serafim e della ROCOR.
Di fronte a questa difficile situazione, il Metropolita Evlogij si rivolse direttamente al Patriarcato di Mosca, ottenendo il riconoscimento ufficiale della propria giurisdizione sull’Europa occidentale. La situazione si complicò ulteriormente nel 1930, quando il Metropolita Sergij (Stragorodsky), che allora esercitava le funzioni di locum tenens patriarcale a Mosca (1925-1943), avviò procedimenti disciplinari contro il Metropolita Evlogij a causa del suo pubblico sostegno ai cristiani perseguitati dal regime sovietico.
Il 10 giugno 1930 venne emanato un Decreto con il quale si tentava di rimuovere Evlogij dal proprio incarico e di sostituirlo con il Metropolita Vladimir (Tikhonicky, 1873-1959). Tuttavia, il provvedimento fallì, poiché né Evlogij né Vladimir accettarono di eseguirlo. Mosca reagì allora inviando a Parigi un nuovo vescovo, il Metropolita Eleutherios (Bogoyavlensky, (1868-1949)), che giunse all’inizio del 1931 con il compito di assumere la guida delle comunità russe fedeli al Patriarcato. Questa nuova crisi giurisdizionale provocò una definitiva frammentazione della diaspora ortodossa russa nell’Europa occidentale. La maggioranza delle parrocchie rimase fedele al Metropolita Evlogij; una minoranza riconobbe invece il Metropolita Eleutherios e la giurisdizione di Mosca; altre comunità continuarono ad appartenere alla ROCOR sotto il metropolita Serafim. Queste divisioni riflettevano non soltanto divergenze canoniche e amministrative, ma anche differenti visioni ecclesiologiche, politiche e spirituali riguardo al rapporto tra la Chiesa Russa, la diaspora e il regime sovietico. Esse avrebbero profondamente segnato la storia dell’Ortodossia russa nell’Europa occidentale per gran parte del XX secolo.
Per regolarizzare la propria posizione canonica e porre fine alla crescente incertezza giurisdizionale nella diaspora russa dell’Europa occidentale, il Metropolita Evlogij (Georgievsky) decise di rivolgersi direttamente al Patriarca Ecumenico Fozio II di Costantinopoli (1929-1935), chiedendo di essere accolto sotto la sua protezione canonica. Il 17 febbraio 1931 il Patriarcato Ecumenico accolse ufficialmente la richiesta di Evlogij, nominandolo Esarca con giurisdizione provvisoria sulle parrocchie russe dell’Europa occidentale. In tal modo venne costituito un Esarcato provvisorio dipendente dal Patriarcato Ecumenico, destinato successivamente a evolversi nella celebre Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale. Questo passaggio ebbe un’importanza storica decisiva per la diaspora ortodossa russa in Occidente. Per la prima volta una vasta parte delle comunità russe emigrate veniva posta stabilmente sotto la giurisdizione canonica del Patriarcato Ecumenico, pur mantenendo integralmente la propria tradizione liturgica, spirituale e culturale russa.
Tale decisione provocò tuttavia un immediato e diretto conflitto tra il Patriarcato Ecumenico e il Patriarcato di Mosca. Quest’ultimo considerò infatti il passaggio di Evlogij sotto Costantinopoli come un’ingerenza nella propria giurisdizione canonica. Ne seguì uno scambio di proteste e accuse reciproche tra i due Patriarcati, senza che si riuscisse a giungere a una soluzione condivisa della controversia. Dal punto di vista ecclesiologico, la questione rifletteva la più ampia crisi provocata dalla situazione della Chiesa Russa durante il periodo sovietico. Da una parte il Patriarcato di Mosca rivendicava il proprio diritto canonico sulle comunità russe della diaspora; dall’altra, il Patriarcato Ecumenico riteneva necessario offrire protezione ecclesiastica a comunità che si trovavano in condizioni straordinarie a causa delle persecuzioni e delle difficoltà vissute dalla Chiesa Russa.
Il Metropolita Evlogij rimase sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico fino al 1944. In quell’anno, nel nuovo contesto creatosi durante la Seconda Guerra Mondiale e in seguito alla parziale riabilitazione della Chiesa Ortodossa Russa da parte di Stalin, egli decise di ricondurre la propria comunità sotto il Patriarcato di Mosca. La riconciliazione venne formalizzata nel 1945. Tuttavia, numerose questioni ecclesiastiche e giurisdizionali rimasero irrisolte. Molti membri della diaspora occidentale continuavano infatti a guardare con sospetto al Patriarcato di Mosca, ritenendo che esso fosse ancora sottoposto al controllo del regime sovietico.
Dopo la morte del Metropolita Evlogij nel 1946, la situazione si complicò nuovamente. Nel 1947 una parte significativa delle parrocchie dell’Europa occidentale decise infatti di ritornare sotto la giurisdizione del Patriarcato Ecumenico, provocando una nuova separazione ecclesiastica all’interno della diaspora russa occidentale. Nel corso dei decenni successivi l’Esarcato continuò a svilupparsi come una struttura peculiare all’interno del Patriarcato Ecumenico, mantenendo la tradizione liturgica russa ma vivendo pienamente inserito nel contesto dell’Europa occidentale.
Un’importante svolta si verificò nel 1965, quando il Patriarca Ecumenico Atenagora I (1948-1972) decise formalmente di sopprimere il carattere “provvisorio” dell’Esarcato. Con una lettera del 22 novembre 1965, il Patriarca dispose infatti la chiusura dell’Esarcato provvisorio. Tale decisione si fondava sulla convinzione che, dopo varie generazioni di presenza stabile in Europa occidentale, le strutture ecclesiastiche etniche temporanee non fossero più necessarie. Nel corso di un’Assemblea tenutasi tra il 16 e il 18 febbraio 1966 si affermò infatti che gli emigrati russi si erano ormai integrati nelle società occidentali e che le comunità ortodosse locali includevano sempre più convertiti non russi.
Tuttavia, l’attuazione concreta di queste decisioni suscitò forti resistenze all’interno dell’Arcidiocesi e venne successivamente riconsiderata. Molti membri della diaspora desideravano infatti conservare le proprie tradizioni liturgiche, culturali e amministrative specifiche. Per questo motivo, il 22 gennaio 1971 il Patriarca Atenagora I procedette a una nuova regolamentazione della posizione dell’Arcidiocesi, riconoscendole ufficialmente una larga autonomia interna pur mantenendola all’interno della giurisdizione del Patriarcato Ecumenico.
Una successiva riorganizzazione ebbe luogo il 19 giugno 1999, quando il Patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli concesse all’Arcidiocesi un apposito Tomos patriarcale che ne ridefiniva ufficialmente lo status ecclesiastico. Secondo quanto dichiarato dalla stessa Arcidiocesi, il Patriarca Bartolomeo riconobbe «la piena autonomia dell’Arcidiocesi in ambito amministrativo, pastorale e materiale». Tale riconoscimento consolidò ulteriormente il carattere particolare dell’Arcidiocesi all’interno del Patriarcato Ecumenico.
Nel corso degli anni Duemila, l’Arcidiocesi continuò inoltre a svolgere un ruolo significativo nella complessa situazione dell’Ortodossia russa della diaspora, specialmente nel mondo anglosassone. Un episodio particolarmente importante si verificò l’8 giugno 2006, quando il Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico accolse il vescovo Basil (Osborne), insieme a numerosi sacerdoti, parrocchie e fedeli provenienti dalla diocesi di Sourozh del Patriarcato di Mosca nel Regno Unito. Questo passaggio provocò una notevole controversia ecclesiastica, poiché il vescovo Basil non era stato formalmente rilasciato dal Patriarcato di Mosca. Il Santo Sinodo di Costantinopoli gli assegnò il nuovo titolo di vescovo di Anfipoli, antico titolo episcopale greco non più occupato, affidandogli la cura delle parrocchie in Gran Bretagna e Irlanda come vescovo ausiliare dell’Arcivescovo Gabriel di Comana a Parigi (2003-2013). Il giorno successivo, il 9 giugno 2006, il Consiglio dell’Arcidiocesi istituì il Vicariato Episcopale di Gran Bretagna e Irlanda. Inizialmente tale struttura non disponeva ancora di parrocchie proprie, ma successivamente numerose comunità, sacerdoti e fedeli della diocesi di Sourozh seguirono il vescovo Basil entrando nell’Arcidiocesi. Nel corso degli anni vennero inoltre fondate nuove comunità ortodosse russe anche in regioni dove prima non esistevano presenze stabili, come in Cumbria e Northampton.
Dopo il ritiro del vescovo Basil il 12 ottobre 2009, il Vicariato venne trasformato in un semplice decanato all’interno dell’Arcidiocesi, assumendo la denominazione ufficiale di “Decanato di Gran Bretagna e Irlanda dell’Arcidiocesi delle Parrocchie Ortodosse di Tradizione Russa nell’Europa Occidentale”. Questi sviluppi mostrano come l’Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale abbia rappresentato nel corso del XX e XXI secolo una delle più importanti e complesse realtà della diaspora ortodossa russa, caratterizzata da una continua ricerca di equilibrio tra fedeltà alla tradizione russa, integrazione nel contesto europeo occidentale e relazioni canoniche con i grandi Patriarcati ortodossi contemporanei.
Il 27 novembre 2018 il Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico adottò all’unanimità una decisione destinata a provocare una profonda crisi all’interno dell’Arcidiocesi delle Chiese Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale. Il Patriarcato Ecumenico deliberò infatti la soppressione dell’Esarcato dell’Arcidiocesi, revocando il Tomos patriarcale del 1999 che ne garantiva lo speciale status autonomo all’interno della giurisdizione costantinopolitana.
Secondo il Comunicato ufficiale del Patriarcato Ecumenico, la decisione prevedeva la revoca del Tomos attraverso il quale Costantinopoli aveva affidato all’Arcivescovo-Esarca la cura pastorale e l’amministrazione delle parrocchie ortodosse di tradizione russa nell’Europa occidentale. Il Comunicato aggiungeva inoltre che il Patriarcato Ecumenico aveva deciso di integrare le parrocchie dell’Arcidiocesi nelle diverse Metropolie locali del Patriarcato presenti nei vari Paesi europei in cui esse si trovavano. In sostanza, l’antica struttura ecclesiastica autonoma della diaspora russa occidentale veniva formalmente dissolta e le sue comunità avrebbero dovuto essere incorporate nelle normali diocesi greco-ortodosse dipendenti da Costantinopoli.
Questa decisione suscitò immediatamente una forte reazione all’interno dell’Arcidiocesi. Molti membri del clero e numerosi fedeli percepirono infatti la soppressione dell’Esarcato come una minaccia alla propria identità ecclesiale, liturgica e storica sviluppatasi nel corso di quasi un secolo. L’Arcidiocesi possedeva infatti caratteristiche peculiari profondamente radicate nella tradizione della diaspora russa occidentale: uso liturgico della tradizione russa, specifica organizzazione amministrativa, memoria storica dell’emigrazione e una particolare autonomia pastorale maturata sotto la protezione del Patriarcato Ecumenico.
Per affrontare la crisi venne convocata il 23 febbraio un’Assemblea Generale Straordinaria dell’Arcidiocesi (Extraordinary General Assembly – EGA). Il risultato della votazione mostrò chiaramente il forte dissenso interno verso la decisione di Costantinopoli: su 206 votanti, ben 191 si espressero contro la dissoluzione dell’Arcidiocesi, mentre soltanto 15 votarono a favore. La schiacciante maggioranza dei partecipanti manifestò dunque il desiderio di conservare la continuità storica e canonica dell’Arcidiocesi come struttura autonoma della diaspora russa occidentale. Dopo il voto venne prospettata la possibilità di convocare una nuova assemblea nei mesi successivi per decidere a quale giurisdizione ecclesiastica aderire.
Nel corso della medesima Assemblea, l’Arcivescovo Giovanni di Charioupolis lesse una lettera inviata dall’Arcivescovo Anthony di Vienna e Budapest, responsabile del Dipartimento sinodale del Patriarcato di Mosca per le istituzioni all’estero. Nella lettera, il Patriarcato di Mosca dichiarava ufficialmente la propria disponibilità ad accogliere l’Arcidiocesi sotto la propria giurisdizione canonica. Tale proposta si inseriva nel più ampio contesto delle tensioni sorte nel 2018 tra Mosca e Costantinopoli a causa della questione ucraina e dello scisma tra i due Patriarcati. Per il Patriarcato di Mosca, l’Arcidiocesi della diaspora russa occidentale rappresentava infatti una realtà storicamente e spiritualmente legata alla tradizione ecclesiastica russa, che avrebbe dovuto naturalmente ritornare sotto la giurisdizione della Chiesa Russa.
Dopo l’Assemblea, l’Arcidiocesi pubblicò un Comunicato ufficiale nel quale affermava che, almeno temporaneamente, la vita ecclesiastica avrebbe continuato a svolgersi normalmente come prima della decisione del Patriarcato Ecumenico. Si specificava inoltre che l’Arcivescovo avrebbe continuato a commemorare il Patriarca Ecumenico nelle celebrazioni liturgiche e che i sacerdoti avrebbero continuato a commemorare il proprio Arcivescovo secondo la tradizione canonica. La situazione rimase tuttavia estremamente instabile e le tensioni ecclesiastiche continuarono ad aumentare nei mesi successivi.
Un passaggio decisivo avvenne il 14 settembre 2019, quando l’Arcivescovo Giovanni (Renneteau) decise personalmente di entrare nella giurisdizione del Patriarcato di Mosca. La Chiesa Russa gli conferì il titolo di Arcivescovo di Dubna. Secondo quanto riportato dai media russi, il passaggio di giurisdizione riguardava anche i sacerdoti e le parrocchie subordinate all’Arcivescovo Giovanni che desideravano entrare sotto l’autorità del Patriarcato di Mosca.
Questa decisione provocò una nuova divisione all’interno dell’antica Arcidiocesi. Una parte significativa delle comunità e del clero seguì infatti l’Arcivescovo Giovanni nella giurisdizione moscovita, mentre altre parrocchie decisero di rimanere sotto il Patriarcato Ecumenico o di aderire ad altre giurisdizioni ortodosse in comunione con Costantinopoli.
Il processo di riorganizzazione proseguì nei mesi successivi. A partire dal 4 dicembre 2020, le parrocchie e le comunità rimaste legate all’antica Arcidiocesi entrarono ufficialmente a far parte del Patriarcato di Mosca, costituendo la continuazione diretta della storica “Unione Diocesana delle Associazioni Ortodosse Russe nell’Europa Occidentale”.
Questi eventi rappresentano uno dei capitoli più significativi e complessi della storia recente della diaspora ortodossa russa in Europa occidentale. La crisi dell’Arcidiocesi riflette infatti le profonde tensioni ecclesiologiche e geopolitiche che attraversano il mondo ortodosso contemporaneo, specialmente dopo lo scisma del 2018 tra Mosca e Costantinopoli. Al tempo stesso, tali vicende mostrano quanto la memoria storica, l’identità liturgica e la tradizione spirituale della diaspora russa continuino a esercitare una forte influenza sulle dinamiche ecclesiastiche dell’Ortodossia europea contemporanea.

