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Patriarcato di Gerusalemme

IL PATRIARCATO DI GERUSALEMME

La fondazione della Chiesa di Gerusalemme viene tradizionalmente ricondotta al giorno della Pentecoste. Primo vescovo della Chiesa gerosolimitana fu Giacomo il Giusto, detto anche “fratello del Signore”.

In seguito alle prime persecuzioni contro i cristiani da parte del giudaismo rabbinico e alla distruzione di Gerusalemme ad opera del generale romano Tito nell’anno 70 d.C., la Sede della Chiesa di Gerusalemme fu trasferita a Pella, situata a oriente del fiume Giordano. In tale periodo, la Chiesa della Terra Santa accolse un numero crescente di fedeli di cultura greca, eredi dell’ellenizzazione seguita alle conquiste di Alessandro Magno. Parallelamente, con la progressiva diminuzione dei cristiani provenienti dal giudaismo, la comunità ecclesiale assunse sempre più una fisionomia ellenica, estendendosi in tutta la Palestina; una parte dei fedeli fece successivamente ritorno a Gerusalemme.

Dopo la rivolta di Rivolta di Bar Kokhba, gli ultimi membri della comunità cristiana greca di Pella rientrarono stabilmente a Gerusalemme, la quale, nel frattempo, era stata trasformata in colonia romana con il nome di Aelia Capitolina, dalla quale gli ebrei erano esclusi. I luoghi santi risultavano allora sepolti o occultati, e su di essi erano stati edificati templi pagani, segnando una fase di profonda trasformazione religiosa e urbana della città.

Nel medesimo periodo, la posizione preminente nell’organizzazione ecclesiastica della Terra Santa era occupata dalla città di Cesarea Marittima, la quale, in qualità di sede metropolitana, esercitava la propria giurisdizione anche sull’episcopato di Aelia Capitolina. I cristiani della Terra Santa furono in quei secoli sottoposti a dure persecuzioni da parte degli imperatori romani Adriano (117-138), Decio (249-251), Diocleziano (284-305) e Massimino Daia (310-313), durante le quali numerosi fedeli resero suprema testimonianza di fede, venendo annoverati tra i santi martiri della Chiesa.

Un periodo di particolare fioritura per Gerusalemme si estese dall’affermazione al potere dell’imperatore Costantino I (324) fino agli inizi del VII secolo. Con il sostegno dell’imperatore, la santa Elena Imperatrice (c. 248-329) intraprese un’opera di straordinaria rilevanza religiosa e monumentale: dopo aver rinvenuto la Vera Croce e il sepolcro vuoto della Risurrezione di Gesù Cristo, promosse la valorizzazione dei luoghi santi e la costruzione di numerosi edifici sacri. Tra il 326 e il 335 furono edificati circa venticinque splendidi santuari nei principali luoghi della vita terrena del Signore, tra cui il Santo Sepolcro (la Chiesa dell’Anastasis-Resurrezione), il Golgota, il luogo dell’Invenzione della Croce, la grotta della Natività a Betlemme e il sito dell’Ascensione sul Monte degli Ulivi.

I vescovi di Gerusalemme svolsero un ruolo significativo nella difesa dell’ortodossia e nella lotta contro le eresie, come testimonia l’opera di Cirillo di Gerusalemme (347/350-386), impegnato contro l’arianesimo. Parallelamente, il monachesimo conobbe un continuo sviluppo, assumendo forme più organizzate attraverso i sistemi lauriti promossi da Ilarione di Gaza e Caritone il Confessore agli inizi del IV secolo.

Nel 407 si registrò inoltre un evento simbolico di grande rilievo: la definitiva scomparsa del paganesimo in Palestina, segnata dalla distruzione del tempio di Marnas a Gaza ad opera di Porfirio di Gaza († 420), vescovo di origine tessalonicese, insieme alla comunità cristiana locale.

Gradualmente, la città di Gerusalemme, divenuto ormai meta di pellegrinaggio per l’intero mondo cristiano, fu elevata, agli inizi del V secolo, al rango di Metropolia delle tre province della Palestina. Parallelamente, il suo ordinamento liturgico (Typikon) conobbe uno sviluppo esemplare e progressivo, avvalendosi quasi esclusivamente della lingua greca quale veicolo della celebrazione. Il riconoscimento definitivo della sua eminente dignità ecclesiastica avvenne con il Concilio di Calcedonia (451), il quale elevò la Chiesa di Gerusalemme al rango patriarcale, inserendola tra i cinque principali centri della cristianità, secondo il sistema della cosiddetta Pentarchia. Tale promozione rifletteva il ruolo preminente che Gerusalemme occupava nella coscienza ecclesiale, in virtù della sua ricca tradizione liturgica, teologica e monastica, nonché del suo impegno nella difesa dell’Ortodossia e della sua rilevante produzione architettonica sacra.

Nel corso dei secoli V e VI, il monachesimo gerosolimitano offrì alla Chiesa alcune delle sue più eminenti figure ascetiche, tra cui Eutimio il Grande, Gerasimo del Giordano, Saba il Santificato e Ciriaco l’Anacoreta, nonché Teodosio il Cenobiarca, organizzatore del monachesimo cenobitico. Tali figure contribuirono in modo decisivo alla trasformazione delle regioni desertiche della Giudea e della Palestina in centri di intensa vita ascetica e spirituale. In questo contesto si sviluppò anche l’ordine dei cosiddetti “Σπουδαίοι”, legato al Basilica del Santo Sepolcro, considerato una forma primitiva della Fraternità del Santo Sepolcro, stabilitasi definitivamente in quell’aria area verso la fine del V secolo sotto il pontificato di Elia I di Gerusalemme (516-524).

I Patriarchi di Gerusalemme, insieme ai suddetti maestri della vita monastica, si distinsero non solo per la cura pastorale e ascetica, ma anche per l’impegno nella confutazione delle eresie, in particolare del monofisismo e dell’origenismo. In tale periodo, Gerusalemme si affermò come centro di riferimento per la liturgia cristiana e per la produzione teologica. Le iniziative e i benefici concessi dall’imperatore Giustiniano I (527-565), unitamente a quelli dell’imperatrice Eudocia (421-460), contribuirono significativamente a tale sviluppo.

Alla vigilia della conquista persiana della città da parte di Cosroe II (590-628), avvenuta il 19 maggio 614, la Chiesa di Gerusalemme si trovava in una fase di piena fioritura, con quattro importanti Metropolie – Cesarea, Scitopoli, Petra e Bostra – e circa 365 monasteri, testimonianza della straordinaria vitalità spirituale e istituzionale della Chiesa nella Terra Santa.

La devastazione operata dai Persiani costituisce un tragico punto di svolta nella storia della Chiesa di Gerusalemme: essa lasciò dietro di sé circa sessantacinquemila vittime, la distruzione quasi totale dei santuari e dei monasteri, nonché la deportazione in Persia del Vera Croce, del patriarca Zaccaria di Gerusalemme (609-632) e delle principali autorità cittadine. In tale contesto di rovina, il locum tenens del Trono patriarcale, poi patriarca, Modesto di Gerusalemme (632-634), si adoperò con sollecitudine per restaurare i luoghi santi, riportandoli, per quanto possibile, al loro antico splendore.

Successivamente, l’imperatore Eraclio I (610-641), dopo una lunga e difficile campagna militare, sconfisse i Persiani nel 627, recuperando la reliquia della Croce e riportandola solennemente a Gerusalemme nel 630, insieme ai prigionieri liberati. Tuttavia, pochi anni più tardi, lo stesso imperatore non riuscì ad arrestare l’avanzata delle forze arabe: nel 638 Gerusalemme fu definitivamente separata dall’Impero Romano d’Oriente e passò sotto il dominio arabo, segnando una nuova fase nella storia della Chiesa della Città Santa.

La lunga fase di gravi prove attraversata dal Patriarcato di Gerusalemme si protrasse per oltre un millennio, nonostante l’iniziale atteggiamento favorevole manifestato dal conquistatore della città, Omar ibn al-Khattab (634-644), nei confronti dei cristiani e del loro Patriarca, Sofronio I di Gerusalemme (…-706). Mediante uno speciale decreto (achtinamè), il califfo riconobbe al Patriarca dei cosiddetti “Romani” il ruolo di etnarca e guida spirituale di tutti i cristiani della Palestina, inclusi gli eterodossi, attribuendogli altresì una posizione di preminenza tra i capi cristiani e garantendogli protezione, sicurezza e determinati privilegi fiscali sotto il dominio musulmano. Tuttavia, alcuni dei suoi successori adottarono politiche ben più dure, promuovendo processi di islamizzazione e di progressivo indebolimento dell’identità greco-cristiana della comunità locale.

Nonostante tali difficoltà esterne, la vita spirituale continuò a essere coltivata con vigore dai fedeli, e la Chiesa di Gerusalemme svolse un ruolo significativo nella lotta contro importanti deviazioni dottrinali, quali il monotelismo e l’iconoclastia, nonché contro la dottrina del filioque, attestata per la prima volta a Gerusalemme nell’anno 808. Tra le figure teologiche più eminenti emerse in questo contesto si distinguono lo stesso Sofronio I di Gerusalemme e il monaco sabaita Giovanni Damasceno († 784), tra i più autorevoli esponenti della teologia e dell’innografia nella storia della Chiesa.

Il IX secolo, al pari dell’VIII, fu caratterizzato da intense persecuzioni contro i cristiani e da ripetute devastazioni dei luoghi santi, delle chiese, dei monasteri e delle comunità dei fedeli. A tali difficoltà si aggiunsero conflitti interni tra fazioni arabe e misure oppressive, tra cui il divieto delle processioni liturgiche e dell’insegnamento della lingua greca, il cui uso venne progressivamente limitato al solo ambito cultuale. In questo contesto si registrarono altresì profanazioni e distruzioni reiterate del Basilica del Santo Sepolcro e di altri santuari, nonché esili e uccisioni di patriarchi.

L’apice di tali sofferenze si ebbe sotto il califfato di Al-Hakim bi-Amr Allah (996-1021), il quale nel 1007 scatenò una persecuzione di particolare violenza. Oltre all’umiliazione sistematica dei cristiani e alla confisca dei beni ecclesiastici, furono distrutti il Santo Sepolcro e i monasteri circostanti, nonché il santuario di san Giorgio a Lidda. La gravità delle persecuzioni fu ulteriormente accentuata dal saccheggio dei tesori liturgici e dall’imposizione dell’islamizzazione mediante torture e martiri.

Una parziale attenuazione della situazione si verificò sotto il successore di al-Hakim, Abū al-Hasan ʿAlī ibn al-Ḥākim detto anche ʿAlī al-Ẓāhir (1021-1036), periodo durante il quale l’imperatore o Costantino IX Monomaco (1042-1055) contribuì significativamente alla ricostruzione del Santo Sepolcro e degli altri luoghi santi. Tuttavia, la Chiesa continuò a essere provata dalle tensioni tra le fazioni arabe e dall’emergere della potenza dei Turchi selgiuchidi.

Un mutamento significativo si produsse con l’arrivo dei Crociati nel 1099, i quali, sostenuti dal Papato e dalle monarchie occidentali, giunsero a Gerusalemme dopo aver frammentato, attraverso la conquista militare, l’Impero Romano d’Oriente in una serie di entità politiche di dominio latino.

I Crociati mostrarono nei confronti dei musulmani sconfitti un atteggiamento diametralmente opposto a quello precedentemente manifestato da Omar ibn al-Khattab verso i cristiani di Gerusalemme, dando luogo a sanguinose stragi. Anche la Chiesa Ortodossa subì gravi conseguenze in seguito alla presenza franco-latina: i patriarchi di Gerusalemme vissero in esilio per circa ottantotto anni a Costantinopoli, mentre la loro funzione nella Città Santa fu temporaneamente esercitata, con il consenso dei Crociati, dall’egumeno della Lavra di San Saba.

L’imposizione della gerarchia latina sul clero ortodosso avvenne con modalità coercitive, e i principali santuari furono affidati al clero latino proveniente dall’Occidente. Nondimeno, la Fraternità degli Aghiotafiti mantenne alcuni diritti fondamentali, tra cui l’amministrazione del santuario dell’Invenzione della Santa Croce e la celebrazione liturgica in lingua greca presso il Santo Sepolcro e a Betlemme. Essa conservò inoltre numerosi monasteri al di fuori di Gerusalemme e, all’interno della città, il metòchio della Lavra di San Saba presso la Porta di Davide, che costituì il suo centro principale, nonché il monastero della Grande Panagia.

Nel tentativo di consolidare il proprio dominio, i Crociati concessero inoltre chiese e monasteri agli Armeni e ai Giacobiti, al fine di attrarre il loro sostegno. Tra gli eventi rilevanti del periodo si annovera l’opera di ricostruzione di numerosi santuari ortodossi promossa dall’imperatore Manuele I Comneno (1143-1180). Inoltre, i Crociati stessi, dopo aver restaurato il complesso della Basilica del Santo Sepolcro riportandolo a una forma prossima a quella precedente alla distruzione del 614, procedettero all’unificazione dei quattro edifici sacri – Anastasi, Golgota, Deposizione e Invenzione della Croce – conferendo al complesso l’assetto unitario che, nelle sue linee fondamentali, si conserva ancora oggi.

La sconfitta dei Crociati ad opera delle forze musulmane guidate da Saladino (1174-1193) nel 1187, presso le alture di Hattin, determinò il ritorno di Gerusalemme sotto il dominio islamico, sebbene la definitiva espulsione dei Crociati dalla Terra Santa si compisse soltanto con la caduta della città di Acri nel 1291. Saladino, nel rispetto della tradizione inaugurata da Omar ibn al-Khattab, restituì i principali luoghi santi agli ortodossi; tuttavia, alcuni funzionari della sua amministrazione concessero determinati santuari anche ai copti e agli etiopi.

Agli inizi del XIV secolo, l’atteggiamento dei Mamelucchi nei confronti del Patriarcato greco-ortodosso si fece più ostile, dando luogo a un lungo periodo di persecuzioni contro i cristiani. In tale contesto, la Basilica del Santo Sepolcro giunse, sotto il patriarcato di Gioacchino di Gerusalemme (XV secolo), vicino alla trasformazione in moschea. Intorno al 1334 si stabilirono a Gerusalemme i Francescani, mentre si rafforzò parallelamente la presenza degli Armeni e dei Giacobiti. A bilanciare tali sviluppi contribuì l’arrivo di numerosi monaci ortodossi georgiani e serbi, i quali consolidarono la presenza Aghiotafita, sebbene non senza tensioni. Ai Georgiani fu affidato il monastero della Santa Croce, mentre ai Serbi il Monastero degli Arcangeli, dipendente dalla Lavra di San Saba.

La caduta di Costantinopoli nel 1453, sotto i Turchi ottomani, e la conseguente perdita della protezione politica imperiale segnarono l’inizio di nuove difficoltà per il Patriarcato. Il patriarca Atanasio IV di Gerusalemme (1452-1460), recatosi nella capitale ottomana, ottenne nel 1458 un decreto imperiale (aṭṭ-i sharīf) da Mehmed II (1444-1446), riuscendo a scongiurare il pericolo della distruzione dei luoghi santi e della perdita dei diritti ortodossi su di essi. Analoga azione fu intrapresa successivamente dal patriarca Gregorio III di Gerusalemme (1468-1493), che ottenne un nuovo decreto favorevole.

Nonostante tali interventi, il clero greco-ortodosso versava in condizioni di estrema povertà, e il ricorso alla protezione ottomana contribuì ad aggravare le relazioni sia con i Mamelucchi sia con le comunità latine presenti nella regione.

La nuova fase storica, inaugurata con l’affermazione del dominio ottomano sulla Terra Santa nel 1517, in sostituzione della precedente dominazione mamelucca d’Egitto, fu caratterizzata dagli intensi e spesso drammatici sforzi della Fraternità del Santo Sepolcro per la salvaguardia dei luoghi santi, sotto la protezione della divina Provvidenza, contro le pretese e le interferenze delle altre confessioni cristiane. In questo periodo si configurò e si consolidò progressivamente il cosiddetto status quo dei Luoghi Santi, destinato a regolare fino all’età contemporanea i rapporti tra le diverse comunità religiose.

Tale epoca fu segnata in particolare dalle pressioni esercitate soprattutto dai Latini e dagli Armeni, i quali, rispettivamente attraverso il sostegno diplomatico delle potenze europee e mediante l’accesso privilegiato alle autorità della Sublime Porta di Costantinopoli, cercarono di modificare l’assetto favorevole alla Chiesa Ortodossa autoctona dei Luoghi Santi, con l’intento di ottenere il primato o addirittura il controllo esclusivo dei principali santuari.

All’indomani della conquista ottomana della Palestina da parte del sultano Selim I (1470-1529), i diritti della Chiesa di Gerusalemme furono nuovamente riconosciuti dalle autorità ottomane. In una prima fase, la presenza francescana fu oggetto di ostilità, tanto che il loro monastero fu distrutto nel 1523; tuttavia, nel corso del tempo, le varie confessioni cristiane riuscirono progressivamente a riaffermare la propria presenza e influenza all’interno del sistema dei pellegrinaggi.

Il XVI secolo fu particolarmente segnato dall’opera riformatrice del patriarca Germano di Gerusalemme (1537-1579), il quale si adoperò per la riorganizzazione della Fraternità del Santo Sepolcro, promosse restauri nei luoghi santi e ottenne nel 1538 un decreto imperiale (firmano) dal sultano Solimano il Magnifico (1520-1566) a favore dei cristiani ortodossi. Egli inaugurò inoltre la prassi delle cosiddette «sacre peregrinazioni», recandosi in Russia e nelle regioni danubiane per raccogliere fondi destinati al sostegno economico dei santuari. Tale iniziativa divenne in seguito una consuetudine stabile per il mantenimento dei Luoghi Santi. Il patriarca Germano rafforzò altresì il legame istituzionale tra la Fraternità e il Patriarca quale suo capo e guida spirituale. La sua opera fu continuata con pari zelo dal suo successore, il patriarca Sofronio IV di Gerusalemme (1579-1608).

Nel 1604 fu stipulato un trattato tra la Francia e l’Impero Ottomano, mediante il quale vennero ufficialmente riconosciuti ai Latini determinati diritti sui Luoghi Santi. In conseguenza di tale accordo, già nell’anno successivo essi ottennero accesso al Golgota e alla Basilica della Natività in Betlemme; contestualmente, comparvero nella Terra Santa, quali concorrenti dei Francescani, i Gesuiti. Parallelamente, gli Armeni tentarono di appropriarsi della celebrazione del Santo Fuoco, ma tale pretesa fu respinta mediante un decreto sultaniale del 1611. In questo stesso contesto, l’ambasciatore francese a Costantinopoli intraprese azioni contro il patriarca Teofane III di Gerusalemme (1608-1644), il quale tuttavia riuscì a ottenere, tra il 1631 e il 1634, una serie di decreti (firmani) dal sultano Murad IV (1623-1649), confermativi dei privilegi già concessi in precedenza da Mehmed II e Selim I.

Prima di tali successi, lo stesso Patriarca Teofane era stato costretto ad alienare preziosi oggetti sacri al fine di evitare la cessione della Lavra di San Saba e del suo metòchio degli Arcangeli a Latini e Armeni, i quali si erano offerti di saldare i debiti contratti dalla comunità monastica serba residente nella Lavra, debiti dovuti a una gestione economica imprudente.

Il patriarca Paisio di Gerusalemme (1645-1660) riuscì a contrastare efficacemente i tentativi degli Armeni di appropriarsi dei beni degli Etiopi; tuttavia, non poté impedire che, nel 1658, il monastero di san Giacomo passasse definitivamente sotto il controllo armeno, divenendo sede del Patriarcato armeno di Gerusalemme.

Il glorioso pontificato di Dositeo II di Gerusalemme (1669-1707) illuminò un periodo particolarmente oscuro e si configurò come un vero baluardo contro le iniziative concertate delle confessioni eterodosse, le quali, favorite dalle circostanze storiche, giunsero a minacciare seriamente la presenza della Fraternità del Santo Sepolcro nei suoi luoghi santi. Dositeo riuscì a sventare un’importante azione diplomatica della Francia volta a ottenere la cessione dei santuari ai monaci Latini e sopravvisse altresì a due tentativi di assassinio, uno a Gerusalemme e l’altro durante il suo viaggio verso Costantinopoli. Nel 1677 egli neutralizzò inoltre le pressioni congiunte degli ambasciatori di Austria, Francia, Polonia e Venezia, finalizzate alla concessione di nuovi privilegi ai Latini.

Nel 1680 riuscì a salvare il Monastero della Santa Croce dai debiti contratti dai monaci georgiani ortodossi, impedendone il passaggio ai Latini e Armeni. Tuttavia, il conflitto militare del 1688 tra l’Impero Ottomano e le potenze europee, cui si unì anche la Russia, aggravò ulteriormente la situazione: nonostante l’emanazione di un decreto favorevole agli ortodossi, la sconfitta ottomana per mano dell’Austria condusse, nel 1689, alla promulgazione di un nuovo decreto favorevole ai Latini, con la conseguente sottrazione dei luoghi santi agli ortodossi e l’espulsione degli Aghiotafiti da Gerusalemme.

In risposta a tali eventi, Dositeo II si impegnò a non fare ritorno nella Città Santa prima di aver ristabilito i diritti della Chiesa ortodossa. Sebbene non riuscisse a vedere in vita il pieno compimento dei suoi sforzi, egli lasciò un’eredità significativa al suo successore Crisanto di Gerusalemme (1707-1731), il quale ottenne il riconoscimento della precedenza del Patriarca ortodosso, o del suo rappresentante, nella celebrazione del Santo Fuoco, e riuscì tra il 1719 e il 1720 a recuperare parte dei diritti sottratti.

Nel 1737, sotto il patriarcato di Partenio di Gerusalemme (1737-1771), fu fondata la prima scuola ortodossa a Gerusalemme, segnando un importante sviluppo culturale ed educativo. Sebbene un nuovo trattato tra Francia e Impero Ottomano nel 1740 arrecasse ulteriori difficoltà alla causa ortodossa, due decreti imperiali emanati nel 1757 e nel 1768 dai sultani Osman III (1754-1757) e Mustafa III (1757-1774), grazie all’azione dello stesso Partenio, ristabilirono i diritti legittimi della Fraternità del Santo Sepolcro, precedentemente compromessi. Il patriarca Partenio provvide inoltre alla redazione di un regolamento per la Fraternità, successivamente perfezionato, contribuendo così alla sua organizzazione e stabilità istituzionale.

La fine del XVIII secolo segnò una svolta significativa nell’evoluzione delle questioni diplomatiche relative al regime dei Luoghi Santi, contribuendo alla progressiva stabilizzazione di quello status quo che, nelle sue linee essenziali, si è mantenuto fino ad oggi. Parallelamente, si avviò un processo di riorganizzazione interna e di risanamento economico del Patriarcato di Gerusalemme.

Il Trattato di Küçük Kaynarca (1774) impose all’Impero Ottomano l’obbligo di migliorare le condizioni di vita dei sudditi cristiani e riconobbe alla Russia il ruolo di potenza protettrice dei cristiani nei Luoghi Santi. In tale contesto, Latini e Armeni tentarono di estendere la propria influenza su santuari di primaria importanza, quali il Golgota, il Getsemani e Betlemme, senza tuttavia conseguire risultati duraturi.

Nel 1808, nel quadro delle tensioni tra le diverse comunità, un incendio devastò la Basilica del Santo Sepolcro, allora in gran parte costruita in legno. A seguito di tale evento, il sultano Mahmud II (1808-1839) emanò nel 1809 un decreto che affidava esclusivamente agli ortodossi greci la ricostruzione del santuario. Tale decisione suscitò la forte opposizione dei Latini e degli Armeni, i quali tentarono, anche con atti di violenza, di ostacolare i lavori, nel tentativo di ottenere condizioni più favorevoli attraverso un nuovo decreto imperiale.

Nonostante tali difficoltà, la ricostruzione fu portata a compimento grazie al sacrificio materiale e spirituale dei fedeli ortodossi, e il santuario fu solennemente inaugurato il 13 settembre 1810, in coincidenza con la memoria liturgica della dedicazione della Basilica della Risurrezione. Tale evento fu percepito come un’espressione eminente della fede e della perseveranza della comunità ortodossa, divenendo simbolicamente noto come «miracolo della fede dei Greci».

La Guerra d’Indipendenza greca pose gli Aghiotafiti, insieme agli altri Greci, sotto il sospetto di tradimento nei confronti della Sublime Porta, creando condizioni favorevoli alle aspirazioni delle confessioni eterodosse di estromettere gli ortodossi dai Luoghi Santi. In tale contesto, la Fraternità del Santo Sepolcro fu sottoposta a gravi persecuzioni da parte delle autorità ottomane. Gli Armeni, nel 1824, occuparono parte della zona di Sion e tentarono di ottenere anche il controllo del Golgota, acquisendo inoltre diritti analoghi a quelli dei Latini presso la Basilica del Santo Sepolcro.

Nel 1834, durante il dominio egiziano sulla Palestina, e in occasione dei lavori di ricostruzione resi necessari dal terremoto dello stesso anno, Latini e Armeni tentarono congiuntamente di ottenere il controllo esclusivo dei Luoghi Santi. Le pressioni esercitate dalle potenze europee sull’Impero Ottomano condussero alla restaurazione del Patriarcato latino di Gerusalemme nel 1847. Già dal 1840, inoltre, erano attivi nella regione missionari anglicani, luterani e uniati, ampliando il quadro delle presenze confessionali.

Nonostante tali pressioni, i Luoghi Santi beneficiarono in questo periodo del sostegno dell’Impero Russo, la cui azione, tuttavia, non fu priva di implicazioni politiche. L’arrivo a Gerusalemme dell’archimandrita Porfirij Uspenskij nel 1843 e la fondazione della Missione ecclesiastica russa nel 1848 contribuirono a rafforzare la presenza ortodossa, ma favorirono anche tensioni tra la componente grecofona della Fraternità e il clero e il popolo arabofono, creando le condizioni per una crescente influenza russa negli affari ecclesiastici locali.

Tale politica culminò negli eventi che segnarono la fine del patriarcato di Cirillo II di Gerusalemme (1845-1872), il quale, influenzato dalla diplomazia russa a Costantinopoli, si astenne dal partecipare alla condanna sinodale del 1872 contro lo scisma bulgaro e l’etnofiletismo. Ciò provocò un grave conflitto con la Fraternità del Santo Sepolcro, che nel 1872 ne decretò la deposizione, portata a compimento nonostante le persecuzioni esercitate dal Patriarca stesso e dalle autorità ottomane. Nel 1872 fu quindi eletto suo successore Procopio II di Gerusalemme (1872-1875).

La reazione della Russia non si fece attendere: essa confiscò i beni del Patriarcato in Bessarabia e nel Caucaso, che furono tuttavia restituiti nel 1875. Nello stesso anno, la Sublime Porta ratificò il nuovo regolamento interno del Patriarcato ortodosso di Gerusalemme, contribuendo a definire ulteriormente la sua organizzazione istituzionale.

Nonostante le tensioni e le difficoltà del periodo, il lungo pontificato di Cirillo II di Gerusalemme si rivelò determinante e, sotto molti aspetti, benefico per il Patriarcato di Gerusalemme. Durante il suo governo furono promosse iniziative di grande rilievo istituzionale e culturale: nel 1853 fu fondata la tipografia patriarcale, la più antica della Palestina, e nel 1855 venne istituita la Scuola Teologica della Santa Croce, destinata a formare eminenti personalità della teologia ortodossa. Inoltre, fu abbandonata la prassi, affermatasi nei due secoli precedenti, di eleggere il Patriarca di Gerusalemme a Costantinopoli, rafforzando così l’autonomia della Chiesa gerosolimitana pur nel quadro della comunione con il Patriarcato Ecumenico.

Le complesse dinamiche della politica internazionale, segnate dalla forte competizione diplomatica tra Francia e Russia nel 1851 – rispettivamente a sostegno degli interessi Latini e Ortodossi – condussero infine a un esito favorevole a questi ultimi. Nel 1852 fu emanato un decreto imperiale (aṭṭ-ı şerif) a favore degli ortodossi, seguito nel 1853 da un ulteriore provvedimento esplicativo, i quali definirono in modo sostanziale il regime giuridico dei Luoghi Santi e i diritti delle diverse confessioni cristiane, costituendo di fatto la base del moderno status quo.

Il Trattato di Parigi (1856) confermò tale assetto, successivamente ratificato anche dal Congresso di Berlino (1874). Questo sistema, che riconosceva un ruolo privilegiato alla più antica Chiesa della Terra Santa, ossia quella Ortodossa, fu ulteriormente sancito in epoca contemporanea dalla Società delle Nazioni e, in seguito, dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (1947-1950). Ancora oggi esso rimane in vigore ed è scrupolosamente osservato da tutte le comunità cristiane, costituendo una garanzia essenziale per la tutela dei diritti liturgici e degli interessi legati ai pellegrinaggi, secondo il principio per cui «chi custodisce l’ordine, è a sua volta custodito da esso».

Un’attività di particolare rilievo, verso la fine del XIX secolo, fu svolta dallo grande sacrestano del Basilica del Santo Sepolcro, Eutimio (σκευοφύλαξ del Santo Sepolcro), il quale promosse un vasto programma di rinnovamento del complesso edilizio patriarcale. Egli portò inoltre a compimento la ricostruzione di numerosi edifici del quartiere cristiano della Città Vecchia di Gerusalemme, lungo l’asse che dalla Porta di Giaffa (Porta di Davide) conduce al Santo Sepolcro; tale area è tuttora designata con il nome di “Εὐθύμιος”, in memoria della sua opera.

Allo stesso tempo, il gregge ortodosso – insieme a quello delle altre comunità cristiane, in parte derivato anche dall’azione missionaria delle confessioni eterodosse – che costituisce il destinatario della cura pastorale del Patriarcato di Gerusalemme e il nucleo della sua testimonianza cristiana nella Terra Santa, si trova ad affrontare le sfide di una crescente crisi politico-religiosa. Tale situazione ha condotto, purtroppo, a un progressivo allontanamento dei fedeli dalla loro terra d’origine, spingendoli all’emigrazione alla ricerca di migliori condizioni di vita, con conseguenze significative per la continuità della presenza cristiana nella regione.

La Chiesa di Gerusalemme si configura come l’unica realtà ecclesiale autoctona della Terra Santa, avendo custodito, in quanto Ortodossa, l’integrità della fede apostolica e patristica lungo i secoli. Le altre confessioni cristiane e comunità ecclesiali, pur presenti nella regione, fanno riferimento a centri amministrativi e giurisdizionali esterni alla Terra Santa e vi sono rappresentate mediante proprie strutture locali; esse, pertanto, non partecipano nella medesima misura al ruolo storico e spirituale esercitato dalla Chiesa gerosolimitana, sotto la guida della Fraternità del Santo Sepolcro. Il carattere greco della Chiesa di Gerusalemme, lungi dal costituire un elemento esclusivamente etnico, si radica nella continuità storica delle prime comunità cristiane della Palestina e si esprime nella dimensione universale dell’Ortodossia, quale eredità spirituale e cristocentrica dei santi Padri. Proprio tale universalità consente al Patriarcato di Gerusalemme di trascendere ogni limitazione nazionale, garantendo al contempo il carattere aperto e accessibile a tutti dei luoghi santi.

Negli ultimi anni, i conflitti armati nella regione del Medio Oriente e le conseguenti difficoltà sociopolitiche hanno determinato un progressivo e ancora in atto ridimensionamento della presenza cristiana nella Terra Santa. Nonostante ciò, la Chiesa di Gerusalemme persevera nella propria missione, orientata alla guida pastorale del suo gregge e alla custodia del carattere liturgico dei luoghi santi. In essi, infatti, i fedeli, sia locali sia pellegrini, possono incontrare il Cristo, il Buon Pastore, il quale, mediante la Croce e la Risurrezione, «ha operato la salvezza in mezzo alla terra» (cf. Sal 73, 12).

Attualmente, il Patriarca di Gerusalemme è Teofilo III (al secolo Elia Giannopoulos, nato a Gargaliani il 4 aprile 1952), il quale esercita il proprio ministero quale capo del Patriarcato di Gerusalemme dal 22 agosto 2005. Egli detiene il tradizionale titolo di «Patriarca della Santa Città di Gerusalemme e di tutta la Palestina, Siria, Arabia, oltre il Giordano, Cana di Galilea e Santa Sion», titolo che riflette l’ampiezza della sua giurisdizione storica e spirituale sui Luoghi Santi e sulle comunità ortodosse della regione.

 

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