
Patriarcato di Antiochia
IL PATRIARCATO DI ANTIOCHIA
Il Patriarcato greco-ortodosso della Grande Città di Dio di Antiochia, Siria, Arabia, Cilicia, Iberia e Mesopotamia e di tutto l’Oriente (in arabo: بطريركيّة أنطاكية وسائر المشرق للروم الأرثوذكس), secondo il suo titolo completo, è terzo nell’Ordine d’onore dopo i Patriarcati di Costantinopoli e Alessandria e quarto secondo l’ordine precedente allo scisma, che includeva anche il Patriarcato di Roma.
Si tratta della più grande Chiesa cristiana ortodossa del Medio Oriente. Talvolta è chiamata anche Chiesa rum-ortodossa (dal turco millet-i Rûm, cioè “nazione dei Romani/Rum”, denominazione usata per indicare il millet dei cristiani ortodossi nell’Impero Ottomano). Dal 1343 la sede del Patriarcato si trova a Damasco. Il numero dei suoi fedeli è stimato intorno ai 4,3 milioni.
La storia della Chiesa e del Patriarcato di Antiochia si suddivide in quattro periodi: il periodo antico (37-638), dalla fondazione fino alla prima conquista araba della Siria; il periodo medio (638-1517), caratterizzato dal dominio arabo e poi franco; il periodo moderno (1517-1927), sotto il dominio ottomano; e infine l’epoca contemporanea. Questa suddivisione è considerata più storica che teologica, poiché le varie dominazioni politiche influenzarono profondamente il destino di questa Chiesa, più delle dispute interne o delle differenze teologiche.
La più nota attestazione biblica relativa ad Antiochia concerne il fatto che proprio in questa città i discepoli di Gesù Cristo furono per la prima volta designati con l’appellativo di «cristiani», inizialmente con intento ironico (At 11, 26). Nel libro degli Atti, che costituisce una delle principali fonti per la storia della Chiesa primitiva, Antiochia emerge come la seconda città più frequentemente menzionata. Nicola di Antiochia, uno dei sette diaconi, era un proselito originario di tale città e viene generalmente considerato il primo cristiano antiocheno (At 6, 5). Inoltre, in seguito alla persecuzione che condusse al martirio di Stefano Protomartire, membri della comunità cristiana di Gerusalemme trovarono rifugio ad Antiochia, contribuendo così alla diffusione del Vangelo.
Secondo la tradizione ecclesiastica, la Chiesa di Antiochia fu fondata da Pietro Apostolo intorno all’anno 34. Egli, coadiuvato da Paolo e Barnaba, svolse un’intensa attività missionaria sia tra i pagani sia tra i giudei, i quali erano presenti in numero significativo nella città. In tale contesto si verificò anche uno dei primi contrasti interni alla comunità ecclesiale, noto come il conflitto tra Pietro e Paolo, concernente la questione dell’obbligatorietà della circoncisione per i convertiti provenienti dal paganesimo. La questione fu affrontata e risolta nel Concilio di Gerusalemme (c. 49 d.C. Cf. At 15, Gal 2), presieduto da Giacomo il Fratello di Cristo, il quale stabilì che la circoncisione non fosse requisito necessario per l’ingresso nella comunità cristiana, dispensando i convertiti di origine pagana dall’osservanza della Legge mosaica.
Dopo un periodo di circa sette anni di permanenza ad Antiochia, l’Apostolo Pietro si diresse verso Roma. Prima della sua partenza, egli affidò la guida della comunità locale a Evodio di Antiochia († c. 69), il quale è annoverato nei più antichi cataloghi episcopali quale primo successore di Pietro sulla Cattedra antiochena.
La Sede di Antiochia continuò a offrire un contributo di primaria rilevanza alla vita della Chiesa universale attraverso le eminenti personalità che sorsero al suo interno. Tra queste si distingue in modo particolare Ignazio di Antiochia (69-c. 107), secondo successore di Pietro Apostolo nell’episcopato della città, il quale, avviato al martirio durante il regno dell’imperatore Traiano (98-117), lasciò una serie di scritti di straordinaria importanza, considerati tra le fonti più attendibili per la conoscenza della struttura e della vita ecclesiale dei primi secoli.
Secondo la tradizione, allo stesso Pietro fu attribuito per primo il titolo di «Patriarca», in quanto il cristianesimo si diffuse inizialmente all’interno del popolo ebraico, del quale egli era ritenuto, nell’ambito della comunità cristiana, il principale riferimento spirituale. Il riconoscimento ufficiale del titolo patriarcale al vescovo di Antiochia da parte del Concilio di Calcedonia (451) sancì formalmente una consuetudine già consolidata nella prassi ecclesiastica.
Fin dai primi secoli cristiani, Antiochia rivestì altresì un ruolo di notevole importanza quale centro di organizzazione e amministrazione ecclesiastica. Il suo vescovo presiedette importanti sinodi locali, tra cui quello di Cesarea (316) e di Ancara (351). Inoltre, il I Concilio Ecumenico (Nicea 325) riconobbe la giurisdizione della Chiesa di Antiochia su tutte le diocesi dell’Oriente, prerogativa successivamente confermata dal II Concilio Ecumenico (Costantinopoli. 381). Tuttavia, il III Concilio Ecumenico (Efeso 431) sancì l’autocefalia della Chiesa di Cipro, sottraendola alla giurisdizione del Patriarcato di Antiochia.
La prima grande frattura nella compagine della Chiesa di Antiochia si verificò nel 498, in conseguenza della diffusione dell’eresia dei nestoriani, sviluppatasi a seguito del Concilio di Efeso. A tale evento fece seguito la separazione di comunità siriache e armene, le quali rifiutarono le definizioni dogmatiche promulgate dal IV Concilio Ecumenico (Calcedonia 451). Nel contesto delle Crociate si registrò inoltre la definitiva separazione dei Maroniti dal corpo ecclesiale antiocheno, con l’elezione di Giovanni Marone (685-707) quale loro patriarca nel 685. In epoca successiva, verso la metà dell’VIII secolo, anche la Chiesa georgiana intraprese un percorso di autonomia dal Patriarcato di Antiochia, giungendo al pieno riconoscimento della propria indipendenza nel 1050.
Nel VII secolo, con la conquista araba della Siria (638), la presenza cristiana subì gravi persecuzioni e limitazioni. Nel 695 il patriarca Alessandro II di Antiochia fu ucciso, e la sede patriarcale rimase vacante per circa quarant’anni, con conseguenze particolarmente gravose per la vita ecclesiale: numerosi fedeli, infatti, furono indotti all’islamizzazione. In tale contesto, le autorità arabe mostrarono una certa preferenza nei confronti dei cristiani siro-giacobiti, a discapito degli ortodossi. A partire dall’VIII secolo, si assistette progressivamente all’elezione di patriarchi di origine locale, i quali adottarono la lingua araba nell’esercizio del loro ministero.
Un significativo mutamento si verificò nel 969, quando l’imperatore Niceforo II Foca (963-969) riconquistò la Siria, determinando una riorganizzazione della vita ecclesiastica. Da quel momento, l’elezione dei patriarchi avvenne alternativamente a Costantinopoli o nella stessa Antiochia, secondo le mutate condizioni politiche ed ecclesiali.
Con l’arrivo dei Crociati fu istituito ad Antiochia un Patriarcato latino, mentre il Patriarca ortodosso fu costretto all’esilio, risiedendo per lo più a Costantinopoli; la sede antiochena rimase così vacante per circa cinquant’anni. Nel 1155, l’imperatore Manuele I Comneno (1143-1180) riconquistò la città ai Latini e, entratovi solennemente, impose il ristabilimento di un Patriarca ortodosso, nella persona di Giovanni IX di Antiochia, precedentemente consacrato a Costantinopoli. Tuttavia, anche in seguito, i patriarchi non risiedettero stabilmente nella loro sede, come dimostra il caso di Teodoro Balsamone, consacrato a Costantinopoli senza mai giungere ad Antiochia. Tale situazione perdurò fino al 1268, quando gli eserciti crociati furono definitivamente espulsi.
Nel 1343 fu deciso il trasferimento della sede patriarcale a Damasco, allora il principale centro urbano della Siria dopo Antiochia. In quel periodo, vescovo della città era Gioacchino di Damasco, il 58º nella successione episcopale a partire da Anania di Damasco.
Durante la dominazione ottomana, l’amministrazione della Siria consentì un’intensa attività missionaria da parte del cattolicesimo latino, la quale contribuì a un indebolimento del Patriarcato, costringendo i suoi capi a richiedere sostegno materiale e morale alle altre Chiese Ortodosse. In tale contesto, il patriarca Macario III di Antiochia (1647-1685) manifestò un orientamento favorevole al cattolicesimo romano, suscitando preoccupazioni per la salvaguardia dell’Ortodossia. Ulteriori difficoltà si presentarono con l’elezione del giovane Cirillo di Antiochia (patriarca adolescente); di fronte alla reazione del popolo, il Patriarcato Ecumenico intervenne eleggendo come Patriarca Neofito di Antiochia nel 1672.
A motivo della crescente influenza cattolica, anche nelle elezioni patriarcali, il clero e i fedeli del Patriarcato chiesero al Patriarcato Ecumenico di inviare un Patriarca di origine greca, al fine di preservare l’integrità della Fede ortodossa. La guida greca della Chiesa di Antiochia si protrasse dal 1724 al 1898. Nel 1774, i latini istituirono il cosiddetto «Patriarcato dei Greco-Melchiti» per coloro che avevano aderito alla comunione con Roma. Il Patriarcato Ecumenico reagì convocando sinodi antilatini, tra cui quelli del 1722 e del 1727, e opponendosi in vari modi all’attività missionaria romana.
Nel XIX secolo, l’archimandrita Porfirij Uspenskij visitò la Siria e la Palestina, rilevando la possibilità di sviluppare un movimento favorevole all’influenza russa nella regione. Di conseguenza, nel 1882 fu fondata in Russia la Società Imperiale Ortodossa di Palestina, con l’obiettivo di promuovere gli interessi religiosi e culturali russi nel Medio Oriente, attraverso la creazione di scuole, ospedali e monasteri.
Nel 1850 sorse una controversia in merito all’elezione del Patriarca, la quale si concluse tuttavia con la designazione, avvenuta a Costantinopoli, di Ieroteo di Antiochia (1850-1884). In questo periodo riemerse con forza la richiesta, da parte del clero e dei fedeli locali, dell’elezione di un Patriarca di origine araba. Il patriarcato di Ieroteo fu segnato da gravi turbolenze: lo scoppio di conflitti interni e, soprattutto, i tragici massacri del 1860, che causarono la morte di migliaia di cristiani. Le violenze cessarono soltanto in seguito all’intervento della Francia, evento che condusse altresì al riconoscimento di una forma di autonomia per il Libano.
I tre Patriarchi successivi mostrarono una leadership debole e incerta; pertanto, quando l’ultimo Patriarca di origine greca, Spiridione di Antiochia, rassegnò le dimissioni nel 1898, il Santo Sinodo del patriarcato di Antiochia si trovò profondamente diviso. Una minoranza sosteneva la necessità di compilare una lista di candidati comprendente anche ecclesiastici provenienti da altri Patriarcati, secondo la prassi tradizionale; al contrario, la maggioranza si oppose fermamente, auspicando l’esclusione di candidati estranei al Patriarcato di Antiochia.
Dopo un periodo di incertezza, caratterizzato dalle esitazioni della Sublime Porta e dall’intervento diplomatico dell’Impero Russo, nel 1899 fu infine eletto Patriarca Melezio II Doumani, già metropolita di Laodicea, segnando così l’inizio di una nuova fase nella storia del Patriarcato, caratterizzata dall’ascesa di una guida autoctona.
In seguito alla caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, ad opera delle milizie jihadiste di Hayat Tahrir al-Sham, il contesto politico e sociale della Siria è entrato in una fase di profonda incertezza, incidendo in modo particolare sulla condizione delle minoranze etnico-religiose. In tale quadro, dopo la celebrazione della prima Divina Liturgia, il Patriarca di Antiochia Giovanni X di Antiochia ha rivolto un appello al rispetto delle libertà fondamentali, sia individuali sia collettive, sottolineando la necessità di garantire la libera espressione della fede, la libertà di riunione e la partecipazione paritaria alla vita pubblica tra uomini e donne. In tale contesto, egli ha ribadito con forza il radicamento storico della presenza cristiana nella regione, affermando che i cristiani non sono estranei, ma parte integrante e antica del tessuto sociale siriano.
In un contesto di transizione politica, il 16 agosto 2025 il Patriarca Giovanni X ha incontrato per la prima volta il leader del nuovo assetto di potere in Siria, Ahmed Hussein al-Sharaa (noto anche come Abu Mohammad al-Jolani). Nel corso dell’incontro è stato ribadito il ruolo nazionale della Chiesa quale fattore di coesione e di rafforzamento dei legami di cittadinanza condivisa e di unità nazionale. È stato inoltre sottolineato come tale contributo ecclesiale sia essenziale per la salvaguardia della pace sociale e per la sua edificazione su basi solide di reciproca comprensione e fraternità tra i cittadini.
Il suo primate, dal 10 febbraio 2013, con il titolo «Patriarca della Grande Città di Dio di Antiochia, Siria, Arabia, Cilicia, Iberia, Mesopotamia e di tutto l’Oriente», è Giovanni X di Antiochia, con sede in Damasco di Siria.

