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Sant’Ignazio il Teoforo, ieromartire - immagine

Sant’Ignazio il Teoforo, ieromartire

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Il Santo Ieromartire Ignazio il Teoforo fu discepolo del santo Apostolo ed Evangelista Giovanni il Teologo, come anche lo fu il santo Policarpo, vescovo di Smirna (23 febbraio). San Ignazio fu il secondo vescovo di Antiochia e successore del vescovo Euodio, Apostolo dei Settanta (7 settembre).

La tradizione suggerisce che quando San Ignazio era un bambino piccolo, il Salvatore lo abbracciò e disse: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli» (Mt 18,3). Il santo fu chiamato “Teoforo” (portatore di Dio), perché portava Dio nel suo cuore e pregava incessantemente Lui. Ebbe anche questo nome perché fu tenuto tra le braccia di Cristo, il Figlio di Dio incarnato.

San Ignazio fu discepolo dell’Apostolo Giovanni il Teologo, insieme con San Policarpo di Smirna. Come vescovo di Antiochia, San Ignazio fu zelante e non risparmiò alcuno sforzo per edificare la Chiesa di Cristo. A lui è attribuita la pratica del canto antifonale (da parte di due cori) durante i servizi liturgici. Egli aveva avuto una visione degli angeli in cielo che alternandosi cantavano lodi a Dio, e divise il coro della sua chiesa per seguire questo esempio. Al tempo della persecuzione fu una sorgente di forza per le anime del suo gregge, ed era desideroso di soffrire per Cristo.

Nell’anno 106 l’imperatore Traiano (98-117), dopo la sua vittoria sugli Sciti, ordinò a tutti di rendere grazie alle divinità pagane e di mettere a morte qualunque cristiano che si rifiutasse di adorare gli idoli. Nell’anno 107, Traiano si trovò a passare per Antiochia. Qui gli fu detto che il vescovo Ignazio confessava apertamente Cristo e insegnava alla gente a disprezzare le ricchezze, a condurre una vita virtuosa e a preservare la loro verginità. San Ignazio si presentò volontariamente davanti all’imperatore, per scongiurare la persecuzione dei cristiani ad Antiochia. San Ignazio respinse le insistenti richieste dell’imperatore Traiano di sacrificare agli idoli. L’imperatore decise allora di mandarlo a Roma per essere gettato alle belve feroci. San Ignazio accettò con gioia la sentenza che gli era stata inflitta. La sua prontezza al martirio fu attestata dai testimoni oculari che accompagnarono San Ignazio da Antiochia a Roma.

Sulla via per Roma, la nave salpata da Seleucia si fermò a Smirna, dove San Ignazio incontrò il suo amico, il vescovo Policarpo. Clero e fedeli da altre città e paesi si affollarono per vedere San Ignazio. Egli esortò tutti a non temere la morte e a non rattristarsi per lui. Nella sua Epistola ai cristiani di Roma, chiese loro di assisterlo con le loro preghiere, e di pregare che Dio lo fortificasse nel suo imminente martirio per Cristo: «Cerco Lui che è morto per noi; desidero Lui che è risorto per la nostra salvezza… In me, il desiderio è stato inchiodato alla croce, e non rimane alcuna fiamma di brama materiale. Soltanto l’acqua viva parla dentro di me, dicendo: “Affrettati verso il Padre.”»

Da Smirna, San Ignazio si recò a Troade. Qui udì la lieta notizia della fine della persecuzione contro i cristiani ad Antiochia. Da Troade, San Ignazio salpò per Neapolis (in Macedonia) e poi per Filippi.

Durante il viaggio verso Roma, San Ignazio visitò diverse chiese, insegnando e guidando i cristiani che vi si trovavano. Scrisse anche sette epistole: alle chiese di Efeso, Magnesia, Tralli, Roma, Filadelfia e Smirna. Inviò anche una lettera a San Policarpo, il quale menziona una raccolta delle lettere di San Ignazio nella sua lettera ai Filippesi (cap. 13). Sant’Ireneo di Lione cita dalla lettera di San Ignazio ai Romani (CONTRO LE ERESIE 5,28,4). Tutte queste lettere sono giunte intatte fino ai nostri giorni.

I cristiani romani accolsero San Ignazio con grande gioia e profonda tristezza. Alcuni di loro speravano di impedire la sua esecuzione, ma San Ignazio li scongiurò di non farlo. In ginocchio, pregò insieme ai fedeli per la Chiesa, per l’amore tra i fratelli e per la fine della persecuzione contro i cristiani.

Il 20 dicembre, giorno di una festa pagana, condussero San Ignazio nell’arena, ed egli si rivolse al popolo: «Uomini di Roma, sapete che sono condannato a morte, non per alcun crimine, ma a causa del mio amore per Dio, dall’amore del Quale sono abbracciato. Bramo di essere con Lui, e mi offro a Lui come una pagnotta pura, fatta di grano fine, macinato finemente dai denti delle belve feroci.»

Dopo ciò i leoni furono liberati e lo fecero a pezzi, lasciando soltanto il suo cuore e poche ossa. La tradizione dice che mentre andava all’esecuzione, San Ignazio ripeteva incessantemente il nome di Gesù Cristo. Quando gli chiesero perché lo facesse, San Ignazio rispose che questo Nome era scritto nel suo cuore, e che egli confessava con le labbra Colui che portava sempre dentro di sé. Quando il santo fu divorato dai leoni, il suo cuore non fu toccato. Quando aprirono il cuore, i pagani videro un’iscrizione in lettere d’oro: «Gesù Cristo.» Dopo la sua esecuzione, San Ignazio apparve in sogno a molti dei fedeli per consolarli, e alcuni lo videro in preghiera per la città di Roma.

Avendo udito del grande coraggio del santo, Traiano ebbe una buona opinione di lui e pose fine alla persecuzione contro i cristiani. Le reliquie di San Ignazio furono trasferite ad Antiochia (29 gennaio), e il 1 febbraio 637 furono riportate a Roma e poste nella chiesa di San Clemente.