San Giacomo di Hamatoura
Il santo Antonio di Chqondidi nacque nella famiglia di Otia Dadiani, principe di Egrisi (oggi Samegrelo). La madre di Antonio, Gulkan, era figlia del principe Shoshita III di Racha. Nella famiglia c’erano sei figli: cinque maschi e una femmina. La sorella di Antonio, Mariam, sposò in seguito il re Salomone il Grande di Imereti.
I figli ricevettero la loro prima educazione dalla madre, che era stata cresciuta nella Fede cristiana e trasmise la Fede ai suoi figli. La sua vibrante fede e le sue valorose fatiche erano un esempio per tutti quelli che la circondavano. Dopo la morte del padre, il giovane Antonio fu allevato dal fratello maggiore Katsia. La sua famiglia lo stava preparando a una carriera diplomatica e, perciò, dedicarono un’attenzione particolare allo studio della filosofia, della letteratura, delle basi della poesia e dell’arte, e delle lingue straniere (in particolare il turco e il persiano).
A partire dall’inizio del XVII secolo, i sovrani di Egrisi nominarono alla diocesi di Chqondidi solo i loro parenti. Nicholas, uno dei fratelli maggiori di Antonio, fu preparato per l’episcopato, ma era troppo attaccato al mondo per assumere il grave giogo dell’ascesi. Il giovane Antonio, invece, era zelante per la vita monastica, e presto fu tonsurato.
Il nuovo monaco Antonio avvertì l’imperfezione della sua formazione spirituale e chiese ai monaci del Monastero di Martvili in Egrisi di aiutarlo a colmare le sue conoscenze insufficienti. Un gruppo di missionari francesi giunse per istruirlo nelle basi della filosofia scolastica, che era molto alla moda in Europa in quel tempo. Antonio, però, riconobbe che i suoi maestri stranieri avevano contaminato la dottrina ortodossa con il veleno dell’eresia. Una volta, durante un pasto, Antonio si rivolse a un certo francese e chiese: «Puoi versare del vino in questa coppa piena d’acqua e impedire che si mescoli con l’acqua?»
Il sacerdote cattolico rispose che era impossibile, e Antonio replicò: «Come è impossibile versare acqua e vino in un unico recipiente e impedire che si mescolino, così è impossibile conciliare insieme la dottrina ortodossa e l’eresia!» Da quel giorno Antonio si separò dai missionari francesi.
La sete di sapere non dava tregua al giovane monaco. Per approfondire le sue conoscenze, il santo Antonio viaggiò a Tbilisi, alla corte del re Erekle II. La moglie del re, la regina Darejan, era cugina di Antonio — figlia di suo zio, Katsia Dadiani.
Nel 1761 il santo Antonio fu consacrato vescovo di Tsageri (nella bassa Svaneti). Ben presto divenne famoso per le sue eloquenti omelie, che ispirarono persino il Catholicos di tutta la Georgia.
Stremato dal digiuno, il volto del santo Antonio cominciò a rassomigliare a quello di un angelo. Secondo i suoi ordini, ogni giorno veniva preparato un pasto per i poveri nella residenza di Chqondidi. Ogni vescovo successivo di Chqondidi ha continuato questa pratica.
Nel XVIII secolo molti signori feudali nella Georgia occidentale (soprattutto in Egrisi) iniziarono a commerciare schiavi per profitto. Il vescovo Antonio si oppose con coraggio a questa attività immorale e, negli anni dal 1792 al 1794, convocò una serie di concili ecclesiastici per condannare pubblicamente i mercanti di schiavi.
Nel 1788 Antonio approvò vaste concessioni di terre ai monasteri di Martvili, Nakharebou e Sairme. Egli convinse i Dadiani a esentare queste terre dalle imposte.
Nel 1789 Antonio, ormai metropolita, lasciò Chqondidi per il Monastero di Nakharebou, che egli aveva costruito. Arricchì il monastero con oggetti sacri, antiche icone e terre. Là trascorse il resto dei suoi giorni.
Il santo Antonio di Chqondidi si addormentò nel Signore nel 1815, in età molto avanzata, e fu sepolto al Monastero di Nakharebou.
Il figlio spirituale del santo Antonio, suo devoto amico e aiutante, lo ieromonaco Giacomo, visse anch’egli santamente in questo mondo e fu accolto nel Regno celeste.



