Severiano m. Giuseppe igumeno di Volokolamsk
San Giuseppe di Volokolamsk, nel secolo Giovanni Sanin, nacque il 14 novembre 1440 (1439 secondo un’altra fonte) nel villaggio di Jazvisch-Pokrov, non lontano dalla città di Volokolamsk. Nacque in una pia famiglia, con il padre di nome Giovanni (in monachesimo Joannicio) e la madre Marina (in schema Maria). Il fanciullo Giovanni, all’età di sette anni, fu mandato a essere educato dal pio e illuminato anziano Arsenius del monastero dell’Esaltazione della Croce di Volokolamsk.
Distinguendosi per rare qualità e straordinaria attitudine al servizio ecclesiastico, in un anno il giovane talentuoso studiò il Salterio e, l’anno seguente, tutta la Sacra Scrittura. Divenne lettore e cantore nella chiesa del monastero. I contemporanei restavano meravigliati per la sua memoria eccezionale. Spesso, pur non avendo neppure un libro nella sua cella, compiva la regola monastica recitando a memoria dal Salterio, dal Vangelo, dalle Epistole e tutto ciò che era richiesto.
Ancor prima di diventare monaco, Giovanni viveva uno stile di vita monastico. Grazie alla lettura e allo studio della Sacra Scrittura e delle opere dei santi Padri, dimorava costantemente nella contemplazione di Dio. Come nota il suo biografo, egli “disprezzava i discorsi osceni e blasfemi e l’allegria senza fine fin dagli anni della sua infanzia”.
A vent’anni Giovanni scelse la via della lotta monastica e, lasciata la casa dei genitori, si recò nella selva vicina al monastero di Tver di Savvin, dal rinomato anziano e rigoroso asceta Barsanufio. Ma la regola monastica sembrò al giovane asceta insufficientemente rigorosa. Con la benedizione dell’anziano Barsanufio, si diresse a Borov da santo Pafnuzio di Borov (1 maggio), che era stato un novizio dell’anziano Nikita del monastero di Vysotsk, a sua volta discepolo di san Sergio di Radonezh e Atanasio di Vysotsk.
La vita semplice del santo anziano, i lavori che condivideva con i fratelli, e il rigoroso adempimento della regola monastica si adattavano allo stato spirituale di Giovanni. San Pafnuzio accolse con amore il giovane asceta che era venuto da lui e il 13 febbraio 1460 lo tonsurò al monachesimo con il nome di Giuseppe, realizzando così il più grande desiderio di Giovanni. Con amore e zelo il giovane monaco si fece carico dei pesanti obbedienze impostegli, in cucina, al forno, nell’infermeria. San Giuseppe compiva quest’ultima obbedienza con speciale cura, “dando cibo e bevanda ai malati, sollevando e sistemando i letti, tanto sollecito e premuroso in ogni cosa, lavorando come se servisse Cristo stesso”.
Le grandi capacità spirituali del giovane monaco si manifestavano nella lettura e nel canto in chiesa. Egli era dotato musicalmente e possedeva una voce che “nel canto e nella lettura in chiesa era come quella di una rondine e meravigliosamente armoniosa, deliziando l’udito degli ascoltatori, più di chiunque altro altrove”. San Pafnuzio fece di Giuseppe l’ecclesiarca in chiesa, affinché vigilasse sull’adempimento della regola ecclesiastica.
Giuseppe trascorse circa diciassette anni nel monastero di san Pafnuzio. I rigorosi sforzi di obbedienza monastica, sotto la diretta guida dell’esperto abate, furono per lui un eccellente tirocinio spirituale, che lo formò come futuro istruttore e guida della vita monastica. Verso la fine della vita di san Pafnuzio, Giuseppe fu ordinato ieromonaco e, secondo le ultime volontà di san Pafnuzio, fu nominato igumeno del monastero di Borov.
San Giuseppe decise di trasformare la vita monastica secondo rigorosi principi cenobitici, seguendo l’esempio dei monasteri delle Grotte di Kiev, della Trinità–san Sergio e di san Cirillo del Lago Bianco. Ma ciò incontrò una forte opposizione da parte della maggioranza dei fratelli. Solo sette pii monaci erano concordi con l’igumeno. San Giuseppe decise di visitare i monasteri cenobitici russi, per esaminare il miglior ordinamento della vita monastica. Arrivò insieme all’anziano Gerasimo al monastero di san Cirillo del Lago Bianco, che rappresentava esso stesso un modello di rigoroso ascetismo secondo i principi della regola monastica cenobitica.
La sua conoscenza della vita di questi monasteri rafforzò le vedute di san Giuseppe. Ma, dopo essere tornato al monastero di Borov su richiesta del principe, san Giuseppe si scontrò di nuovo con l’antica e ferma resistenza dei fratelli al cambiamento della loro regola consuetudinaria. Pertanto, egli decise di fondare un nuovo monastero con una rigorosa regola cenobitica, e prese con sé sette monaci della stessa mente verso Volokolamsk, sua regione natale, in una foresta a lui nota fin dall’infanzia.
A Volokolamsk, in quel tempo, il principe era Boris Vasil’evič, il pio fratello del gran principe Ivan III. Avendo udito della virtuosa vita del grande asceta Giuseppe, lo accolse con gioia e gli permise di stabilirsi ai confini del suo principato, alla confluenza dei fiumi Struga e Sestra. La scelta di questo luogo fu accompagnata da un evento straordinario: una tempesta abbatté gli alberi davanti agli occhi dei viandanti stupiti, come se sgombrasse il posto per il futuro monastero. Qui gli asceti eressero una croce e costruirono una chiesa di legno in onore della Dormizione della Madre di Dio nel giugno del 1479, che fu consacrata il 15 agosto 1479. Questo giorno e questo anno restano nella storia come la data di fondazione del monastero della Dormizione della santissima Madre di Dio come “volok’ lamsk” [“penisola spezzata”], in seguito chiamato col nome del suo fondatore.
Il monastero fu costruito piuttosto rapidamente. Gran parte del lavoro nella costruzione del monastero fu compiuta dallo stesso fondatore. “Era esperto in ogni arte umana: abbatteva alberi, trasportava tronchi, spaccava e segava la legna.” Di giorno faticava con tutti alla costruzione del monastero, ma trascorreva le notti in preghiera solitaria nella cella, ricordando sempre che “I desideri uccidono il pigro, perché le sue mani non vogliono far nulla” (Pr 21,25).
Buone notizie sul nuovo asceta gli attirarono discepoli. Il numero dei monaci presto crebbe fino a cento uomini, e il venerabile Giuseppe si sforzava di essere in tutto un buon esempio per i suoi monaci. Predicando la temperanza e la sobrietà spirituale in ogni cosa, il suo aspetto esteriore non era diverso da quello degli altri. I suoi semplici stracci invernali erano il suo costante abito, e le scarpe di corteccia (lapti) erano il suo calzare.
Era il primo a presentarsi in chiesa, leggeva e cantava nel coro assieme agli altri, impartiva istruzioni ed era l’ultimo a lasciare la chiesa. Di notte il santo igumeno girava per il monastero e per le celle, salvaguardando la pace e la sobrietà orante dei fratelli affidatigli da Dio. Se gli capitava di udire una conversazione frivola, bussava alla porta e si allontanava in silenzio.
San Giuseppe dedicò molta attenzione all’ordinamento interiore della vita dei monaci. Egli stesso conduceva una rigorosa vita cenobitica secondo la Regola da lui composta, alla quale erano subordinate tutte le funzioni e le obbedienze dei monaci, e che regolava tutta la loro vita, “sia nei loro andare o venire, nelle loro parole o opere.” Al centro della regola stava la totale non-cupidigia, il distacco dalla propria volontà, e il lavoro costante. I fratelli possedevano tutto in comune: abiti, calzature, cibo e altre cose.
Nessuno dei fratelli poteva prendere alcunché nella propria cella senza la benedizione dell’igumeno, neppure un libro o un’icona. Una parte del pasto di trapeza dei monaci, per consenso generale, veniva data ai poveri. Lavoro, preghiera, sforzi spirituali riempivano la vita dei fratelli. La Preghiera di Gesù non scompariva mai dalle loro labbra. La festosità era vista da san Giuseppe come un’arma principale per la seduzione demoniaca. San Giuseppe imponeva invariabilmente a se stesso obbedienze molto gravose. Il monastero si occupava della copiatura e trascrizione dei Libri Liturgici e degli scritti dei santi Padri, cosicché la collezione di libri di Volokolamsk divenne ben presto una delle migliori biblioteche monastiche russe.
Con ogni anno che passava, il monastero di san Giuseppe fioriva sempre di più. Negli anni 1484-1485 fu costruita, al posto di quella di legno, una chiesa di pietra della Dormizione della Madre di Dio. Nell’estate del 1485 “maestri artisti della terra russa” la dipinsero all’interno, Dionisio l’Iconografo con i suoi figli Vladimir e Teodosio. I nipoti di san Giuseppe, Dositeo e Bassiano Toporkov, parteciparono all’ornamento della nuova chiesa. Nel 1504 fu edificata una chiesa riscaldata in onore della santa Teofania, seguita dalla costruzione di un campanile e, accanto al campanile, di una chiesa intitolata all’icona della santissima Theotokos Hodēgḗtria (Direttrice).
San Giuseppe formò un’intera scuola di rinomati monaci, alcuni dei quali divennero celebri nell’ambito dell’attività storico-ecclesiastica in quanto “buoni pastori”, mentre altri acquistarono fama con opere di illuminazione. Alcuni furono ricordati come degni esempi di pie lotte monastiche. La storia ci ha conservato i nomi di molti discepoli e coasceti del santo igumeno di Volokolamsk, che continuarono a sviluppare le sue idee.
Tra i discepoli e seguaci di san Giuseppe vi furono: i metropoliti di Mosca e di tutta la Rus’: Daniele (+1539) e Macario (+1563); l’arcivescovo di Rostov Bassiano (+1515); i vescovi di Suzdal: Simeone (+1515), Dositeo di Krutitsa (+1544), e Savva di Krutitsa (detto il Nero). L’attività e l’influsso di san Giuseppe non si limitarono al monastero. Molti laici andavano da lui per ricevere consiglio. Con una pura intuizione spirituale penetrava nei profondi segreti delle anime dei richiedenti e rivelava loro, con chiaroveggenza, la volontà di Dio. Tutti coloro che vivevano intorno al monastero lo consideravano loro padre spirituale e protettore. Nobili e principi eminenti lo pregavano di essere padrino dei loro figli. Gli aprivano le loro anime in confessione, chiedevano lettere di guida che li aiutassero a compiere le sue direttive.
Il popolo semplice trovava nel monastero il mezzo di sostentamento nei momenti di estrema necessità. Il numero di coloro che si nutrivano grazie alle risorse del monastero talvolta si avvicinava alle 700 persone. “Tutta la terra di Volotsk è incline al bene, godendo di pace e quiete. E il nome di Giuseppe, come qualcosa di sacro, è sulle labbra di tutti.”
Il monastero era famoso non solo per la sua pietà e per l’aiuto ai sofferenti, ma anche per le manifestazioni della grazia di Dio. Durante i Mattutini del Grande Sabato, il giusto monaco Bessarione vide una volta lo Spirito Santo in forma di colomba bianca, posato sul Sacro Telo del Signore, che veniva portato da san Giuseppe. L’abate, ordinando al monaco di tacere riguardo alla visione, gioiva in spirito, sperando che Dio non avrebbe abbandonato il monastero. Questo monaco aveva visto le anime dei fratelli morenti, bianche come la neve, uscire dalle loro bocche. A san Giuseppe stesso fu rivelato il giorno della sua fine, ed egli si addormentò nel Signore con gioia, dopo aver ricevuto i santi Misteri e preso lo schema.
La vita santa di san Giuseppe non fu né facile né tranquilla. In quei tempi difficili per la Chiesa in Russia, il Signore lo suscitò come zelante difensore dell’Ortodossia nella lotta contro le eresie e le dispute ecclesiastiche. San Giuseppe si sforzò grandemente nel denunciare i giudaizzanti, che cercavano di avvelenare e stravolgere i fondamenti della vita spirituale russa. Come i santi Padri e dottori dei Concili Ecumenici avevano elaborato gli insegnamenti dell’Ortodossia rispondendo alle antiche eresie (che si opponevano allo Spirito, a Cristo o alle icone), così anche san Giuseppe fu chiamato da Dio a opporsi ai falsi insegnamenti dei giudaizzanti e a compilare il primo manuale di teologia ortodossa russa, il suo grande libro L’Illuminatore.
Già prima, predicatori provenienti dai Cazari erano venuti da san Vladimiro (15 luglio), tentando di convertirlo al giudaismo. Ma il grande Battezzatore della Rus’ respinse le pretese dei rabbini. Dopo ciò, scrive san Giuseppe, “la grande terra russa dimorò per cinque secoli nella fede ortodossa, finché il Nemico della salvezza, il diavolo, non portò l’astuto Giudeo nella città di Novgorod”.
Insieme al seguito del principe lituano Michele Olel’kovič, che giunse a Novgorod nel 1470, li accompagnava il predicatore giudeo Skhariya (Zaccaria). Sfruttando le carenze di fede e di istruzione di alcuni membri del clero, Skhariya e i suoi complici seminarono diffidenza tra i di strette vedute verso la gerarchia ecclesiastica, inclinandoli a una rivolta contro le autorità spirituali, tentando con l’idea della “auto-autorità”, cioè di un capriccioso autodeterminarsi di ciascun individuo in materia di fede e di salvezza. Coloro che essi seducevano furono gradualmente spinti verso una rottura completa con la Chiesa: disprezzavano le sante icone e ripudiavano la venerazione dei santi, elementi fondamentali della morale popolare ortodossa.
Alla fine, condussero i religiosamente ciechi e ingannati alla negazione dei santi Misteri salvifici e dei fondamenti della dottrina dell’Ortodossia, fuori della quale non vi è conoscenza di Dio: l’insegnamento sulla santissima Trinità e l’insegnamento sull’Incarnazione del Dio-Uomo, nostro Signore Gesù Cristo. Se non fossero state prese misure decisive, “tutto il Cristianesimo ortodosso sarebbe stato condannato dai falsi insegnamenti eretici.” Così fu posta la questione di fronte alla storia. Il gran principe Ivan III, sedotto dai giudaizzanti, li invitò a Mosca. Fece di due dei più eminenti eretici degli arcipreti, uno alla cattedrale della Dormizione e l’altro a quella dell’Arcangelo Michele nel Cremlino, e chiamò a Mosca persino l’archieretico Skhariya stesso.
Tutti coloro che erano vicini al principe furono traviati dall’eresia, a partire dal segretario a capo del governo, Teodoro Kuricyn, il cui fratello divenne un caporione degli eretici. Persino la parente per affinità del gran principe, Elena Volosanka, accolse i giudaizzanti. E infine, il metropolita eretico Zosima fu insediato sul trono vescovile dei grandi gerarchi moscoviti Pietro, Alessio e Giona.
San Giuseppe e san Gennadio, vescovo di Novgorod (4 dicembre), invocarono la lotta contro la diffusione dell’eresia. San Giuseppe scrisse la sua prima epistola “Riguardo al Mistero della santissima Trinità” mentre era ancora monaco al monastero di Pafnutiev Borov nel 1477. Fin dall’inizio il monastero della Dormizione di Volokolamsk divenne un baluardo dell’Ortodossia nella lotta contro l’eresia. Qui san Giuseppe scrisse le sue principali opere, L’Illuminatore, nate dalle sue infuocate epistole anti-eretiche, o come il monaco stesso con umiltà le chiamava, “esercizi libreschi”. Le opere di san Giuseppe e dell’arcivescovo Gennadio furono coronate dal successo. Nel 1494 l’eretico Zosima fu deposto dal trono vescovile, e negli anni 1502‑1504 i malvagi e impenitenti giudaizzanti, che bestemmiavano contro la santa Trinità, Cristo Salvatore, la santissima Theotokos e la Chiesa, furono condannati in un concilio ecclesiastico.
San Giuseppe ebbe molte altre prove e tribolazioni, ma ogni volta il Signore lo provava secondo la misura della sua forza spirituale. Il santo irritò il gran principe Ivan III, il quale solo verso la fine della sua vita si riconciliò con il santo e si pentì della sua precedente debolezza verso i giudaizzanti. Il santo irritò anche il principe di Volotsk, Teodoro, sul cui territorio era situato il monastero di Giuseppe. Nel 1508 il santo subì una ingiusta interdizione da parte di san Serapione, arcivescovo di Novgorod (16 marzo), con il quale tuttavia si riconciliò ben presto.
Nel 1503, un concilio a Mosca, sotto l’egida di san Giuseppe e dei suoi discepoli, adottò una “Risposta Conciliare” riguardo all’indissolubilità dei beni ecclesiastici, “perciò ogni proprietà acquisita dalla Chiesa è essenzialmente la proprietà acquisita di Dio, impegnata, affidata e data a Dio.” L’eredità delle opere canoniche dell’igumeno Giuseppe si trova in modo particolare nel “Codice del Nomocanone”, un vasto codice di regole canoniche della Chiesa Ortodossa, iniziato da san Giuseppe e completato dal metropolita Macario.
Vi sono opinioni sulle divergenze di vedute e discordie tra i due grandi pedagoghi del monachesimo russo alla fine del XV e all’inizio del XVI secolo: san Giuseppe di Volotsk e san Nilo di Sora (7 maggio. Nella letteratura storica essi vengono di solito presentati come se proclamassero due correnti “contrarie” all’interno della vita spirituale russa: l’azione esteriore e la contemplazione interiore. Ciò è profondamente errato. San Giuseppe nella sua Regola sintetizzò questi due aspetti della tradizione monastica russa, procedendo senza interruzione dalla benedizione athonita data a sant’Antonio delle Grotte di Kiev, attraverso san Sergio, fino ai nostri giorni.
La Regola presuppone la necessità di un pieno rinnovamento interiore dell’uomo, sottomettendo tutta la propria vita al compito della salvezza e della deificazione [in greco theosis] non solo per ogni singolo monaco, ma anche per la salvezza collettiva dell’intero genere umano. Grande enfasi nella Regola è posta sulla richiesta ai monaci di un lavoro costante, in connessione con la preghiera interiore ed ecclesiale, “il monaco non dovrebbe mai essere in vacanza.” Il lavoro, come “opera collettiva”, costituiva per Giuseppe la stessa essenza della vita ecclesiale: la fede, incarnata nelle buone opere, è la realizzazione della preghiera.
D’altro canto, san Nilo di Sora aveva vissuto vita ascetica per diversi anni sul Monte Athos e da lì aveva portato l’insegnamento sulla vita contemplativa e sulla “Preghiera di Gesù” come mezzo di un servizio esicasta dei monaci al mondo, come attività spirituale costante, in connessione con il lavoro fisico necessario al sostentamento della propria vita.
Ma il lavoro spirituale e il lavoro fisico sono solo due aspetti della stessa vocazione cristiana: una continuazione vitale dell’attività creatrice di Dio nel mondo, che abbraccia tanto la sfera ideale quanto quella materiale. A questo riguardo, i santi Giuseppe e Nilo sono fratelli spirituali, differenti nel modo in cui continuano la Tradizione ecclesiale dei santi Padri, ed eredi dei precetti di san Sergio di Radonezh. San Giuseppe stimava altamente l’esperienza spirituale di san Nilo e mandava i propri discepoli da lui a studiare la preghiera interiore.
San Giuseppe fu anche un attivo sostenitore di un forte e centralizzato reame moscovita. Fu uno degli iniziatori dell’insegnamento sulla Chiesa russa come destinataria e portatrice della pietà dell’Impero bizantino, “la terra russa ha ora superato tutte nella pietà.” Le idee di san Giuseppe, di enorme significato storico, furono ulteriormente sviluppate più tardi dai suoi discepoli e seguaci. Da loro provenne l’anziano Filoteo del monastero Spaso-Eleazarov di Pskov con il suo insegnamento su Mosca come Terza Roma. Egli dichiarò: “Due Rome sono cadute, Mosca è la terza, e una quarta non ci sarà.”
Queste vedute dei giuseppiti sul significato dei monasteri possessori di beni per l’edificazione della Chiesa, e sulla partecipazione della Chiesa alla vita sociale, si situavano nelle condizioni della lotta per il potere centralizzato da parte del principe di Mosca. I suoi avversari erano separatisti che cercavano di screditare queste vedute per i propri fini politici, usando di nascosto l’insegnamento di san Nilo di Sora sulla “non-acquisitività”, il ritiro dei monaci dalle questioni e dai beni mondani.
Questa supposta opposizione generò una falsa idea di inimicizia tra le correnti di san Giuseppe e di san Nilo. In realtà, entrambe le correnti coesistevano legittimamente all’interno della Tradizione monastica russa, completandosi a vicenda. Come risulta dalla Regola di san Giuseppe, il suo fondamento era la completa non-acquisitività e la rinuncia agli stessi concetti di “tuo-mio”.
Gli anni passarono. Il monastero fioriva grazie alle opere di costruzione e agli sforzi di san Giuseppe; e mentre invecchiava, egli si preparava alla vita eterna. Prima della sua fine ricevette i santi Misteri, poi convocò tutti i fratelli. Diede loro la sua pace e benedizione, e pacificamente si addormentò nel Signore il 9 settembre 1515.
L’orazione funebre per san Giuseppe fu composta dal suo nipote e discepolo, il monaco Dositeo Toporkov.
La prima Vita del santo fu scritta negli anni 1540 da un discepolo di san Giuseppe, il vescovo Savva il Nero di Krutitsa, con la benedizione di Macario, metropolita di Mosca e di tutta la Rus’ (+1564). Essa fu inserita nelle Grandi Letture del Menaion compilate da Macario. Una seconda redazione della Vita fu scritta dallo scrittore bulgaro russificato Lev il Filologo con l’assistenza di san Zenobio di Otensk (30 ottobre).
La celebrazione locale di san Giuseppe fu stabilita nel monastero di Volokolamsk nel dicembre 1578, nel centesimo anniversario della fondazione del monastero. Il 1° giugno 1591, la celebrazione ecclesiale di tutta la Chiesa della sua memoria fu istituita sotto il patriarca Giobbe. San Giobbe, discepolo del santo di Volokolamsk, tonsurò san Germano di Kazan’ ed era un grande ammiratore di san Giuseppe, ed è autore dell’Ufficio liturgico in suo onore, che fu inserito nel Menaion. Un altro discepolo dei santi Germano e Barsanufio fu anche il compagno e successore del patriarca Giobbe, il ieromartire patriarca Ermogene (17 febbraio), guida spirituale del popolo russo nella lotta per la liberazione durante l’invasione polacca.
Le opere teologiche di san Giuseppe costituiscono un innegabile contributo al tesoro della Tradizione Ortodossa. Come tutti gli scritti ecclesiali ispirati dalla grazia dello Spirito Santo, continuano a essere una fonte di vita e conoscenza spirituale, e hanno un proprio significato e pertinenza teologica.
Il principale libro di san Giuseppe fu scritto per sezioni. La sua forma originale, completata al tempo dei concili del 1503-1504, comprendeva undici sezioni. Nella redazione finale, compilata dopo la morte del santo e comprendente una quantità enorme di rotoli, Il Libro contro gli eretici o L’Illuminatore comprende sedici sezioni, precedute da Un resoconto delle eresie di nuova apparizione. La prima sezione espone l’insegnamento della Chiesa circa l’insegnamento sulla santissima Trinità; la seconda, su Gesù Cristo, il vero Messia; la terza, sul significato all’interno della Chiesa delle profezie dell’Antico Testamento; la quarta, sull’Incarnazione di Dio; dalla quinta alla settima, sulla venerazione delle icone. Nell’ottava fino alla decima sezione, san Giuseppe espone i fondamenti dell’escatologia cristiana. L’undicesima sezione è dedicata al monachesimo. Nella dodicesima viene dimostrata l’inefficacia degli anatemi e delle sanzioni imposte dagli eretici. Le ultime quattro sezioni considerano i metodi della lotta della Chiesa contro gli eretici e i mezzi per la loro correzione e il loro pentimento.
San Giuseppe è commemorato anche il 9 settembre e il 13 febbraio.



