San Niceta di Nisyros, neomartire
Il santo neomartire Niketa nacque nella cittadina di Mandraki, sull’isola egea di Nisyros (Νίσυρος), e suo padre era uno dei notabili del luogo. Il padre aveva commesso un qualche crimine per il quale fu arrestato e sottoposto a processo dai musulmani. Temendo di essere giustiziato, decise di salvare la propria vita diventando musulmano insieme alla sua famiglia. Niketa, che era troppo giovane per comprendere il significato di questo cambiamento, ricevette il nome di Mehmed. I cristiani di Nisyros li disprezzavano per aver rinnegato Cristo, così la famiglia dovette trasferirsi sull’isola di Rodi.
Un giorno Niketa ebbe un litigio con un ragazzo musulmano con cui stava giocando. Quando la madre del ragazzo lo seppe, cominciò a gridare contro Niketa e lo chiamò infedele. Stupito da questo, Niketa chiese a sua madre che cosa significasse. Lei ignorò le sue domande, ma Niketa fu insistente nei suoi tentativi di scoprire la verità. Alla fine sua madre cedette e gli raccontò come erano diventati musulmani. Allora egli volle sapere quale fosse il suo nome cristiano, quello che aveva ricevuto al Battesimo. Quando gli fu detto che era Niketa, si decise a ritornare alla fede dei padri e attese un’occasione per fuggire dall’isola.
Niketa prese una nave per l’isola di Chios e sbarcò nel porto di Lithe. Camminò senza sapere dove stesse andando, e presto giunse al monastero bizantino di Nea Moni. Là raccontò la sua storia all’igumeno e gli chiese qualche consiglio riguardo alla sua salvezza. L’igumeno gli disse di andare a visitare Makarios, l’ex metropolita di Corinthos, 1 che in quel tempo viveva sull’isola come asceta. Quando Makarios ascoltò la sua confessione, lo riaccolse nella Chiesa mediante il santo Myron, ed egli ricevette anche una guida spirituale.
Niketa decise di restare al monastero di Nea Moni, dove iniziò a condurre una vita ascetica. Desiderando intraprendere lotte ancora più grandi, Niketa andò a vivere nella Grotta dei Santi Padri, vicino al monastero. Lì incontrò l’asceta Anthimos. Gli fu detto che un cristiano che ha rinnegato Cristo deve tornare al luogo del suo rinnegamento, confessare la sua fede in Gesù Cristo, rifiutare l’islam e subire il martirio. Niketa si rallegrò nel sentire questo, poi tornò al monastero, dove riferì ai padri il suo desiderio. Vedendo la sua determinazione, essi cantarono il Canone di supplica alla Theotokos (Paraklesis), ed egli ricevette la benedizione per attuare il suo proposito.
Quando il giovane arrivò al porto di Chora, a Chios, fu arrestato da un esattore musulmano delle tasse proveniente dalla Crimea, perché non aveva alcuna prova di aver pagato la tassa personale, che era richiesta a tutti i cristiani ortodossi nell’Impero Ottomano. Mentre veniva condotto in prigione, l’esattore si fermò in un luogo chiamato Bounaki, dove cercava altri evasori delle tasse. Proprio allora un prete di nome Daniel, che conosceva Niketa, passò di lì per caso e si rivolse a Niketa chiamandolo con il suo nome musulmano Mehmed. Quando chiese a Niketa perché fosse trattenuto, gli fu detto che era perché non aveva pagato la tassa personale. Allora padre Daniel esclamò: «Ecco qualcosa di nuovo! I musulmani sono forse ora obbligati a pagare la tassa personale?»
Quando Niketa gli spiegò che era un cristiano di nome Niketa, il musulmano della Crimea udì la loro conversazione e venne a investigare. Poi Niketa fu condotto davanti al giudice turco e interrogato.
Niketa ammise al giudice di essere stato musulmano e di essere stato circonciso, ma che poi aveva deciso di ritornare alla fede cristiana, che è la vera fede. Desiderava anche essere chiamato con il suo nome battesimale, Niketa. Perciò il giudice ordinò che Niketa fosse imprigionato e torturato per dieci giorni, affinché magari rinsavisse e ritornasse all’islam. Niketa rimase saldo e non ebbe paura, benché lo maledicessero e lo picchiassero senza misericordia. Gli portavano del cibo da mangiare, ma egli scelse di non mangiare, dicendo: «Io mi nutro di un cibo che voi non avete, e gioisco di una gioia che voi non potete sperimentare». Fu anche messo in una stalla perché fosse calpestato dai cavalli selvaggi, ma quando si scoprì che era rimasto illeso, fu riportato in prigione.
Dopo che i dieci giorni furono trascorsi, i turchi si resero conto che Niketa non aveva alcun desiderio di ritornare all’islam, ed era anzi ancora più saldo nella sua fede cristiana ortodossa. Condusero Niketa ai margini della città, presso un metochion (dipendenza) del monastero athonita di Iviron. Ancora una volta fu esortato dai boia a diventare di nuovo musulmano e così scampare alla morte. Niketa rispose: «Io sono cristiano; il mio nome è Niketa, e morirò come Niketa».
I carnefici fecero inginocchiare più volte Niketa, cercando di spaventarlo, ma egli disse loro: «Perché indugiate? Uccidetemi presto, affinché io possa godere della beatitudine del Paradiso». Il boia colpì ripetutamente il suo collo con la spada, per procurargli un dolore maggiore. Dopo diversi colpi, il diciassettenne Niketa fu decapitato e ricevette la corona del martirio il 21 giugno 1732. I cristiani intinsero dei panni nel suo sangue martirico, e quando questo veniva applicato agli occhi dei ciechi, essi riacquistavano la vista. Sebbene i turchi gettassero della terra sul suo corpo per disonorarlo, il corpo rimaneva pulito per molti giorni. Per impedire ai cristiani di prendere le sue sante reliquie, esse furono gettate in mare.
La testa di san Niketa fu conservata in una cassetta con copertura di vetro nel monastero di San Marco l’Evangelista a Chios. Si pensa che i cristiani avessero corrotto le guardie, o avessero rubato la testa. Il giorno seguente, quando le reliquie del santo furono gettate in mare, le guardie, sperando di evitare una punizione, non si preoccuparono di informare le autorità che la testa mancava. Più tardi il cranio fu donato a sant’Parthenios di Chios (8 dicembre), che fondò il monastero. Non fu fatta menzione del luogo dove si trovava la santa reliquia, affinché i monaci non fossero puniti per il fatto di possederla.
Le sante reliquie del santo si trovano nella chiesa di San Niketa a Nisyros. La sua testa è custodita nel monastero di Iviron sul Monte Athos.
1 Questo Makarios non va confuso con san Makarios di Corinthos (17 aprile), che visse dal 1731 al 1805.



