Niceta lo Stilita di Pereyaslavl
San Niketa (Nikḗtas) lo Stilita di Pereyaslavl era originario della città di Pereyaslavl-Zalessky, e aveva l’incarico di riscuotere le tasse. Nel 1152 il principe Yuri Dolgorukiy fondò la città di Pereyaslavl e costruì in quel nuovo luogo una chiesa di pietra dedicata al Salvatore onnipremente misericordioso. A causa delle spese per la costruzione della città e della chiesa, fu necessario riscuotere più tasse dagli abitanti della città. Niketa caricava spietatamente le persone oltre il dovuto, trattenendo per sé una gran parte del denaro. Questo andò avanti per molti anni. Ma il Signore misericordioso, che vuole che tutti i peccatori siano salvati, condusse Niketa al pentimento.
Un giorno egli andò in chiesa e udì le parole del Profeta Isaia: «Lavatevi, purificatevi, togliete dai miei occhi la malvagità delle vostre azioni; cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova» (Isaia 1,16-17).
Egli fu scosso, come da un tuono, da queste parole che penetrarono nelle profondità del suo cuore. Niketa non dormì per tutta la notte, ricordando le parole: «Lavatevi, purificatevi». Al mattino, però, decise di invitare alcuni amici a casa sua per una conversazione allegra, per dimenticare gli orrori della notte precedente. Ancora una volta il Signore chiamò Niketa al pentimento. Mentre sua moglie preparava un pasto per i loro ospiti, all’improvviso vide emergere in superficie nella pentola che bolliva alcune cose: sangue, teste umane, mani e piedi. Inorridita, chiamò suo marito, e Niketa vide la stessa cosa. D’un tratto la sua coscienza assopita si risvegliò, ed egli comprese che, sovraccaricando le persone, agiva come un brigante e un assassino. «Ahimè», gridò, «ho molto peccato! O Dio, guidami sul Tuo sentiero!» Detto questo, corse fuori di casa.
A tre verste da Pereyaslavl vi era un monastero dedicato al Grande Martire Niketas (15 settembre), dove Niketa si recò, sconvolto dalla terribile visione. Con le lacrime cadde ai piedi dell’igumeno dicendo: «Salva un’anima che perisce».
Allora l’igumeno decise di mettere alla prova la sincerità del suo pentimento, dandogli la sua prima obbedienza: stare alle porte del monastero per tre giorni, confessando i suoi peccati a chiunque passasse. Con profonda umiltà, Niketa adempié la sua prima obbedienza. Tre giorni dopo, l’igumeno si ricordò di lui e mandò un monaco a vedere cosa stesse facendo alle porte del monastero. Ma il monaco non trovò Niketa lì. Lo trovò disteso in una palude, coperto di zanzare e moscerini, e perdeva sangue per le loro punture. Allora l’igumeno venne dal sofferente e disse: «Figlio mio! Che cosa stai facendo di te stesso?»
«Padre! Salva un’anima che perisce», rispose Niketa.
L’igumeno rivestì Niketa con un cilicio, lo accolse nel monastero e lo tonsurò monaco. Abbracciando i voti monastici con tutto il suo cuore, san Niketa trascorse i suoi giorni e le sue notti nella preghiera, cantando i Salmi e leggendo le Vite dei santi asceti. Con la benedizione dell’igumeno indossò pesanti catene, e lì, nel luogo delle sue fatiche monastiche, scavò due pozzi profondi. Ben presto aumentò le sue fatiche. Scavò una profonda fossa rotonda e vi collocò una pietra sulla quale stava in piedi, diventando un uomo di ardente preghiera, come gli antichi stiliti. Solo il cielo azzurro e le stelle della notte lo vedevano sul fondo del suo pozzo-pilastro, ma vi era un passaggio sotterraneo stretto sotto il muro della chiesa, e attraverso di esso Niketa andava in chiesa per le funzioni.
Così, dopo aver ben lottato nel monastero del Grande Martire Niketas, il venerabile Niketa concluse anche la sua vita con una morte da martire. Una notte, alcuni parenti del Santo vennero da lui per ricevere la sua benedizione, e furono attirati dallo scintillio delle sue catene e delle sue croci. Le scambiarono per argento e decisero di rubarle. Nella notte del 24 maggio 1186, rimossero una parte del tetto, uccisero l’asceta, presero le sue croci e le sue catene, le avvolsero in una tela grezza, e poi fuggirono.
Prima del Mattutino, il sacrestano, che era venuto da san Niketa per la benedizione, trovò il tetto danneggiato e lo riferì all’igumeno. L’igumeno e i fratelli si affrettarono dallo Stilita venerabile e videro che era stato ucciso, e il suo corpo emanava fragranza.
Nel frattempo gli assassini si fermarono sulle rive del fiume Volga e decisero di dividere il bottino, ma restarono stupefatti nel vedere che non era d’argento ma di ferro, e gettarono le catene nel Volga. Il Signore glorificò questi segni visibili delle fatiche e delle opere nascoste del Santo.
Quella notte Simeone, un pio anziano del Monastero dei Santi Pietro e Paolo a Yaroslavl, vide tre raggi luminosi di luce sul Volga. Informò l’igumeno del monastero e le autorità della città. I sacerdoti radunati e numerosi cittadini, che erano scesi al fiume, videro tre croci e catene che fluttuavano nelle acque del Volga. Con riverenza e preghiere furono portate al Monastero del Grande Martire Niketas e deposte sulla tomba di san Niketa. Nello stesso tempo avvennero miracoli di guarigione.
Intorno al 1420-1425, san Fozio, metropolita di Kiev (2 luglio), diede la sua benedizione per scoprire le reliquie di san Niketa. L’igumeno del monastero servì un moleben con i fratelli, e poi aprì il feretro, nel quale vi era un corpo incorrotto. All’improvviso, la tomba si riempì di terra, e le reliquie rimasero nel suolo.
Tra il 1511 e il 1522 fu costruita una cappella in onore del monaco martire Niketa, e nel XIX secolo l’archiprete A. Svirelin compose un Akathistos in onore del Santo.



