Cirillo e Metodio isapòstoli
I santi Cirillo e Metodio, isapòstoli e illuminatori degli Slavi, provenivano da una illustre e pia famiglia che viveva nella città greca di Tessalonica. San Metodio era il maggiore di sette fratelli, San Costantino [Cirillo fu il suo nome monastico] era il più giovane. In un primo tempo San Metodio era nell’esercito e fu governatore in uno dei principati slavi dipendenti dall’Impero Bizantino, probabilmente la Bulgaria, il che gli rese possibile imparare la lingua slava. Dopo aver vissuto lì per circa dieci anni, San Metodio più tardi ricevette la tonsura monastica in uno dei monasteri sul monte Olimpo (Asia Minore).
San Costantino si distinse per la sua grande attitudine, e studiò con l’imperatore Michele sotto i migliori insegnanti di Costantinopoli, incluso San Fozio, il futuro Patriarca di Costantinopoli (6 febbraio).
San Costantino studiò tutte le scienze del suo tempo, e inoltre conosceva diverse lingue. Studiò anche le opere di San Gregorio il Teologo. A causa della sua mente acuta e del suo intelletto penetrante, San Costantino fu chiamato “Filosofo” (sapiente). Al termine della sua formazione, San Costantino fu ordinato al santo sacerdozio e fu nominato curatore della biblioteca patriarcale presso la chiesa di Hagia Sophia. Ben presto lasciò la capitale e andò in segreto in un monastero.
Scoperto lì, ritornò a Costantinopoli, dove fu nominato insegnante di filosofia. La sapienza e la fede del giovane Costantino erano così grandi che egli vinse una disputa con Anania, il capo degli eretici iconoclasti. Dopo questa vittoria Costantino fu inviato dall’imperatore a discutere della Santa Trinità con i Saraceni, e ancora una volta riportò la vittoria. Al suo ritorno, San Costantino andò da suo fratello San Metodio sull’Olimpo, trascorrendo il suo tempo in incessante preghiera e nella lettura delle opere dei santi Padri.
Ben presto l’imperatore convocò dal monastero entrambi i santi fratelli e li mandò a predicare il Vangelo ai Khazari. Durante il viaggio si fermarono nella città di Korsun, preparando la loro attività missionaria. Lì i santi fratelli scoprirono miracolosamente le reliquie del geromartire Clemente, papa di Roma (25 novembre).
Proprio a Korsun San Costantino trovò un Vangelo e un Salterio scritti con lettere russe [cioè in slavo], e un uomo che parlava la lingua slava, e da quest’uomo imparò a leggere e a parlare questa lingua. Dopo ciò, i santi fratelli andarono dai Khazari, dove vinsero una disputa con Giudei e Musulmani predicando il Vangelo. Sulla via del ritorno, i fratelli visitarono di nuovo Korsun e, prendendo le reliquie di San Clemente, tornarono a Costantinopoli. San Costantino rimase nella capitale, ma San Metodio fu fatto igumeno del piccolo monastero Polychronion vicino al monte Olimpo, dove continuò a condurre una vita di ascesi come prima.
Presto giunsero all’imperatore dei messaggeri da parte del principe moravo Rostislav, che era sotto la pressione dei vescovi tedeschi, con la richiesta di inviare in Moravia dei maestri che fossero in grado di predicare in lingua slava. L’imperatore convocò San Costantino e gli disse: “Devi andare là, ma sarebbe meglio che nessuno lo sappia”.
San Costantino si preparò al nuovo compito con digiuno e preghiera. Con l’aiuto di suo fratello San Metodio e dei discepoli Gorazd, Clemente, Savva, Naum e Angelyar, ideò un alfabeto slavo e tradusse i libri che erano necessari per la celebrazione dei divini servizi: il Vangelo, le Epistole, il Salterio e i servizi raccolti, in lingua slava. Ciò avvenne nell’anno 863.
Dopo aver completato la traduzione, i santi fratelli andarono in Moravia, dove furono ricevuti con grandi onori, e iniziarono a celebrare i servizi in lingua slava. Questo suscitò la malizia dei vescovi tedeschi, che celebravano i divini servizi nelle chiese morave in latino. Essi insorsero contro i santi fratelli, convinti che i divini servizi dovessero essere celebrati in una di tre lingue: ebraico, greco o latino.
San Costantino disse: “Voi riconoscete solo tre lingue nelle quali Dio può essere glorificato. Ma Davide cantò: ‘Lodate il Signore, voi tutte le genti, lodatelo, voi tutti i popoli (Sal 116/117,1).’ E il Vangelo di San Matteo (28,18) dice: ‘Andate e ammaestrate tutte le nazioni….’” I vescovi tedeschi furono umiliati, ma divennero amareggiati e si lamentarono con Roma.
I santi fratelli furono convocati a Roma per una decisione su questa questione. Portando con sé le reliquie di San Clemente, i santi Costantino e Metodio si misero in cammino per Roma. Sapendo che i santi fratelli portavano con loro queste reliquie, il papa Adriano andò loro incontro lungo la via con il suo clero. I santi fratelli furono accolti con onore, il papa diede il permesso di celebrare i divini servizi nella lingua slava, e ordinò che i libri tradotti dai fratelli fossero collocati nelle chiese latine, e che si servisse la Liturgia in lingua slava.
A Roma San Costantino si ammalò, e il Signore gli rivelò la sua prossima morte. Fu tonsurato nello schema monastico con il nome di Cirillo. Il 14 febbraio 869, cinquanta giorni dopo aver ricevuto lo schema, San Cirillo morì all’età di quarantadue anni.
San Cirillo comandò a suo fratello San Metodio di continuare il loro compito di illuminare i popoli slavi con la luce della vera Fede. San Metodio supplicò il papa di inviare il corpo di suo fratello per la sepoltura nella loro terra natale, ma il papa ordinò che le reliquie di San Cirillo fossero deposte nella chiesa di San Clemente, dove cominciarono a verificarsi miracoli per la loro intercessione.
Dopo la morte di San Cirillo, il papa inviò San Metodio in Pannonia, dopo averlo consacrato arcivescovo di Moravia e Pannonia, sull’antica cattedra di Sant’Andronico (30 luglio). In Pannonia San Metodio e i suoi discepoli continuarono a distribuire libri liturgici scritti in lingua slava. Questo suscitò nuovamente l’ira dei vescovi tedeschi. Essi arrestarono e processarono San Metodio, che fu mandato in catene in Svevia, dove sopportò molte sofferenze per due anni e mezzo.
Dopo essere stato liberato per ordine del papa Giovanni VIII di Roma, e restituito alla sua arcidiocesi, San Metodio continuò a predicare il Vangelo tra gli Slavi. Egli battezzò il principe ceco Borivoi e sua moglie Ludmilla (16 settembre), e anche uno dei principi polacchi. I vescovi tedeschi iniziarono a perseguitare il santo per la terza volta, perché egli non accettava l’insegnamento erroneo sulla processione dello Spirito Santo da entrambe le Persone, il Padre e il Figlio. San Metodio fu convocato a Roma, ma si giustificò davanti al papa, e conservò intatto l’insegnamento ortodosso nella sua purezza, e fu inviato di nuovo nella capitale della Moravia, Velehrad.
Qui, negli anni restanti della sua vita, San Metodio, assistito da due dei suoi ex allievi, tradusse tutto l’Antico Testamento in slavo, eccetto il libro dei Maccabei, e persino il Nomocanone (Regola dei santi Padri) e il Paterikon (libro dei santi Padri).
Sentendo vicina la morte, San Metodio designò uno dei suoi discepoli, Gorazd, come suo degno successore. Il santo vescovo predisse il giorno della sua morte e morì il 6 aprile 885, quando aveva circa sessant’anni. Il servizio funebre del santo fu cantato in tre lingue, slava, greca e latina. Fu sepolto nella chiesa cattedrale di Velehrad.



