Santa Irene, martire
Le sante martiri Agape, Irene e Chionia erano sorelle che vissero dalla fine del terzo secolo all’inizio del quarto secolo, vicino alla città italiana di Aquilea. Furono lasciate orfane in tenera età.
Le giovani conducevano una pia vita cristiana e rifiutarono molte proposte di matrimonio. La loro guida spirituale era il sacerdote Xeno. A lui fu rivelato in una visione che sarebbe morto molto presto, e che le sante vergini avrebbero patito il martirio. Anche ad Aquilea, ebbe una visione simile la grande martire Anastasia (22 dicembre), detta “Liberatrice dalle Pozioni”, perché visitava senza paura i cristiani in prigione, incoraggiandoli e guarendoli da filtri, veleni e altre cose nocive. La grande martire Anastasia visitò le sorelle ed esortò loro a sopportare ogni cosa per Cristo. Presto quanto era stato predetto nella visione si avverò. Il sacerdote Zeno morì, e le tre vergini furono arrestate e condotte a processo davanti all’imperatore Diocleziano (284-305).
Santa Chionia (“neve” in greco) conservò la purezza del suo Battesimo secondo le parole del profeta-re Davide: “Lavami e sarò più bianco della neve” (Sal 50/51,7).
Santa Irene (“pace” in greco) conservò in sé la pace di Cristo e la manifestò agli altri, secondo la parola del Salvatore: “Vi do la mia pace” (Gv 14,27).
Santa Agape (“amore” in greco) amò Dio con tutto il suo cuore, e il prossimo come se stessa (Mt 22,37-39).
Vedendo la giovanile bellezza delle sorelle, l’imperatore le esortò a rinnegare Cristo e promise di trovare per loro illustri sposi tra il suo seguito. Le sante sorelle risposero che il loro unico Sposo era Cristo, per il Quale erano pronte a soffrire. L’imperatore pretese che rinnegassero Cristo, ma né le sorelle maggiori, né la più giovane acconsentirono. Esse chiamarono gli dei pagani semplici idoli fatti da mani d’uomo, e predicarono la fede nel vero Dio.
Per ordine di Diocleziano, che stava partendo per la Macedonia, anche le sante sorelle dovevano essere condotte là. E furono portate al tribunale del governatore Dulcititus.
Quando vide la bellezza delle sante martiri, egli fu acceso da impura passione. Mise le sorelle sotto custodia, e disse loro che avrebbero ottenuto la libertà se avessero acconsentito a soddisfare i suoi desideri. Ma le sante martiri risposero che erano pronte a morire per il loro Sposo celeste, Cristo.
Allora Dulcititus decise di ottenere con la forza ciò che voleva. Quando le sante sorelle si alzarono di notte per glorificare il Signore nella preghiera, Dulcititus giunse alla porta e tentò di entrare, ma una forza invisibile glielo impedì. Barcollava, incapace di trovare l’uscita. Poi cadde in cucina tra gli utensili da cucina, pentole e padelle, e fu coperto da capo a piedi di fuliggine. I servi e i soldati lo riconobbero a stento. Quando si vide allo specchio, allora capì che le sante martiri si erano fatte beffe di lui, e decise di vendicarsi di loro.
Nel suo tribunale, Dulcititus diede ordine di spogliare le sante martiri. Ma i soldati non furono in grado di farlo, per quanto ci provassero. Le loro vesti sembravano aderire ai corpi delle sante vergini. Durante il processo Dulcititus si addormentò all’improvviso, e nessuno riuscì a svegliarlo. Non appena lo ebbero portato in casa sua, si svegliò immediatamente.
Quando riferirono all’imperatore Diocleziano tutto ciò che era accaduto, egli si adirò con Dulcititus e consegnò le sante vergini a Sisinius perché le giudicasse. Questi cominciò dalla sorella più giovane, Irene. Vedendo che restava inflessibile, la mandò in prigione e poi tentò di piegare le sante Chionia e Agape. Non riuscì neppure a farle rinnegare Cristo, e Sisinius ordinò che le sante Agape e Chionia fossero bruciate. Udita la sentenza, le sorelle resero grazie al Signore per le loro corone di martirio. Nel fuoco, Agape e Chionia consegnarono le loro pure anime al Signore.
Quando il fuoco si spense, tutti videro che i corpi delle sante martiri e i loro abiti non erano stati bruciati dal fuoco, e i loro volti erano belli e pacifici, come se dormissero. Il giorno seguente, Sisinius ordinò che santa Irene fosse condotta al tribunale. La minacciò con la sorte delle sorelle maggiori ed esortò a rinnegare Cristo. Poi minacciò di consegnarla alla profanazione in un bordello. Ma la santa martire rispose: “Anche se il mio corpo fosse profanato con la forza, la mia anima non sarà mai profanata rinnegando Cristo”.
Quando i soldati di Sisinius condussero santa Irene al bordello, due soldati luminosi li raggiunsero e dissero: “Il vostro signore Sisinius vi comanda di condurre questa vergine su un alto monte e di lasciarla là, quindi tornare da lui e riferirgli di aver eseguito il suo ordine”. E i soldati fecero così.
Quando riferirono a Sisinius, egli fu preso da furia, poiché non aveva dato un tale ordine. I soldati luminosi erano angeli di Dio, che salvavano la santa martire dalla profanazione. Sisinius andò al monte con un distaccamento di soldati e vide santa Irene sulla cima. Per molto tempo cercarono la via per salire, ma non riuscirono a trovarla. Allora uno dei soldati ferì santa Irene con una freccia. La martire gridò a Sisinius: “Io derido la tua malizia impotente, e vado al mio Signore Gesù Cristo pura e senza macchia”. Dopo aver reso grazie al Signore, si distese a terra e consegnò la sua anima a Dio proprio nel giorno della Santa Pasqua (+304).
La grande martire Anastasia venne a sapere della fine delle sante sorelle e depose con venerazione i loro corpi nella sepoltura.



