i duecento martiri di Sinope
Dopo l’abdicazione degli imperatori Diocleziano e Massimiano nel 305, Massimino Daia fu elevato al grado di Cesare e gli furono affidate le province orientali e l’Egitto da governare. Egli continuò la dura persecuzione dei cristiani iniziata da Diocleziano, e nel 306 emanò un editto che richiedeva che ogni uomo, donna e bambino offrisse sacrifici agli «dei» pagani. Perfino i neonati furono costretti a mangiare la carne delle vittime sacrificali, il cui sangue veniva spruzzato su ogni articolo venduto nei mercati.
Quando Massimino divenne imperatore nel 310, Rufino, un diacono della Chiesa di Sinope (Σινώπη) sul Mar Nero, stava convertendo molte persone al cristianesimo. Per questo motivo fu arrestato e imprigionato.
Una nobile donna cristiana di nome Aquilina fu anch’ella arrestata e messa in prigione perché visitava Rufino e si prendeva cura di lui. Entrambi i Santi furono condotti davanti a un giudice, che ordinò che fossero sottoposti a terribili tormenti dopo che essi ebbero confessato la loro fede in Cristo. Infine, san Rufino fu decapitato, e santa Aquilina ricevette la corona del martirio per mezzo del fuoco. Le mani le furono legate dietro la schiena mentre le bruciavano il ventre, causandone così la morte.
Dopo aver assistito alle sofferenze e ai miracoli dei santi Rufino e Aquilina, duecento soldati furono convertiti a Cristo per la grazia di Dio. Il governante, infuriato, ordinò che ciascuno di loro fosse messo a morte. Furono legati e condotti al luogo dell’esecuzione, dove tutti i martiri furono decapitati e ricevettero dal Signore le loro incorruttibili corone di gloria.



